La fine della scuola statale
Ciò che non riesco più a condividere, nell'analisi dei sostenitori della scuola statale, è l'idea secondo cui *solo* in questa scuola può esistere un effettivo pluralismo culturale, *solo* la scuola privata è di tendenza.
Pur di opporsi al privato, in qualunque forma esso si presenti, si è disposti a difendere una delle cose più assurde che io conosca: la *neutralità dello Stato*. Salvo poi dover ammettere che la scuola statale, in realtà, è sempre stata la scuola del "Ministero" o, peggio, del governo di turno in carica.
Io credo che questi statalisti ad oltranza siano incredibilmente ingenui quando rivendicano una scuola autonoma dal "Governo" ma non dallo "Stato".
Oggettivamente parlando lo Stato si è sempre posto al servizio del governo in carica e non c'è governo che possa governare prescindendo da questo Stato, almeno finché qualcuno non riuscirà a farci uscire dal capitalismo.
Sicché mi risulta del tutto inspiegabile -a meno che non pensi alla miopia ideologica- il motivo per cui, dopo aver costatato che ogni riforma ministeriale in direzione dell'autonomia scolastica è sempre stata una finzione demagogica (vedi i D.D.), non si arrivi mai a ipotizzare un sistema scolastico effettivamente "pubblico", cioè gestito dalla "società", e non statale.
Non è incredibile che si vada ancora a cercare fra le stanze del Ministero l'ispirazione per poter realizzare un modello di scuola pluralista, multiculturale ecc., quando da più di un secolo il Ministero non ha mai dimostrato di possedere un carisma del genere?
Il bello è che oggi tutti i segnali più significativi, cioè fortemente motivati, finalizzati allo smantellamento progressivo della scuola statale, vengono proprio dalle stanze del Ministero, nonché da quelle dell'attuale governo (l'idea di un sistema scolastico integrato porta la data del luglio '94, quando si firmò il documento "Una nuova idea per la scuola". Tra i firmatari c'era anche Prodi).
Dunque che senso ha chiedere al governo e al Ministero di realizzare la cd. "scuola di tutti e per tutti" quando i primi a non volerla sono proprio loro?
Questo però cosa significa: che dobbiamo rassegnarci al privatismo di tendenza, alla scuola di appartenenza? Io non credo. Sostenere, come fa il Ministero, che debbono essere rimossi gli ostacoli che impediscono di finanziare le scuole private, in quanto queste, oggi, non costituiscono più un'alternativa ideologica, mi pare un ragionamento un po' capzioso. Il carattere "privato" di un Istituto può andare anche al di là dell'ideologia che professa.
Intanto comunque direi che faremmo cosa buona se smettessimo di perdere tempo nel cercare di salvare il salvabile e cominciassimo a elaborare nuove soluzioni, che vadano ben oltre la vecchia contrapposizione tra privato e statale.
Anzi, io direi addirittura che, approfittando del fatto che finalmente anche il Ministero e il governo in carica hanno capito la crisi irreversibile del comparto scuola, dovremmo indurli non a favorire tout-court la scuola privata (il che non farebbe che peggiorare la crisi), quanto piuttosto a porre le condizioni perché si realizzi veramente la scuola della "società" e dei
"cittadini".
In tal senso la destra ha sostanzialmente ragione quando chiede "il superamento del monopolio statale nella gestione dell'istruzione", ovvero "l'inizio di un reale pluralismo educativo". E’ giustissimo parlare di "scuola pubblica" in luogo di "scuola statale".
Sono anch'io convinto che sia "diritto inalienabile dei genitori di poter scegliere per i propri figli la scuola che desiderano, senza dover sostenere spese aggiuntive". Anzi, io darei questo diritto anche ai movimenti, alle associazioni, alle cooperative, alle leghe... che in Parlamento non sono rappresentate, e che credono in determinati valori e principi, che vorrebbero poter trasmettere alle generazioni più giovani, a partire direttamente dalla scuola e non dopo che da queste ne sono usciti...
Insomma il problema n. 1 da risolvere non è più quello di sapere se sia giusta o ingiusta la scuola privata (che anch'io rifiuto di chiamare, a priori, "libera"), né se essa debba o non debba essere finanziata, poiché mi sembra pacifico che una famiglia non possa pagare due volte, ma è quello di sapere *in che modo* essa debba essere finanziata, senza fare un torto alle altre scuole.
Alla Costituente si disse che la preminenza dello Stato sull'istruzione si fondava sul principio secondo cui la scuola deve essere un bene pubblico in quanto "scuola di tutti".
Era dunque lo Stato, quale organo (ingenuamente) ritenuto "super partes", che si poneva come "garante" della democraticità dell'istruzione. La scuola "statale" pretendeva d'essere "pubblica" (proprio in quanto "statale", pagata peraltro con le tasse di tutti i cittadini) e, come tale, essa assicurava il rispetto del pluralismo culturale, religioso, ideologico ecc. - quel rispetto che, a conti fatti, venne garantito solo per "via negationis", cioè rinunciando a trattare o a discutere tutti quegli argomenti che avrebbero potuto suscitare inutili conflitti, aspre contese tra opposte fazioni.
Oggi invece (o per fortuna?) si fa il discorso inverso. Il governo ritiene che la società sia in grado di tutelarsi da sola e che, per tale ragione, abbia il diritto di gestire in proprio il sistema educativo-formativo (insieme, almeno per il momento, allo Stato).
Lo Stato probabilmente ha capito che non ha più bisogno di esercitare un ruolo egemone autoritario all’interno di una società che in sostanza ha accettato la logica del mercato e della democrazia borghese. E' forse per questo che si preferisce usare il termine di "Repubblica" in luogo di "Stato".
Lo Stato si sente così forte da non temere più alcuna forma di concorrenza culturale. Siamo finalmente diventati, dopo la guerra fredda, il '68 e il crollo del muro di Berlino, tutti "uguali e normali".
Il processo di legittimazione è stato in tal senso reciproco: da un lato lo Stato si è adeguato in toto allo "spirito capitalistico" della società, abbandonando ogni velleità idealistica (romantico-risorgimentale, cattolico-liberale ecc.) con cui cercava (si pensi ai governi democristiani) di contenere eticamente le spinte privatistiche al profitto; dall’altro la società ha capito che taluni processi sociali capitalistici vanno considerati irreversibili, per cui essa ha molto meno bisogno d’essere "governata" da uno Stato "padre e padrone".
Lo Stato non ha più alcun valore da trasmettere ai cittadini (né laico, né, come ai tempi della Dc, religioso), per cui l'unico vero criterio per decidere se delegare o no alla società la gestione di un servizio sociale così oneroso, non può che essere quello del risparmio economico.
Divenendo infatti simili alle statali, le scuole private costituiranno, in termini di spesa, un bel vantaggio per lo Stato, che eviterà di istituirne di nuove e che si troverà a dover pagare molti meno insegnanti (senza poi considerare che vari contributi sono e saranno devoluti a dette scuole da Regioni e U.E.).
A questo punto però mi pare del tutto consequenziale la richiesta di abolire il Ministero della P.I. e di decentrare a livello regionale la gestione dell'intero sistema scolastico.
E' vero che si ha intenzione di ridurre il numero degli uffici centrali del Ministero, trasformandoli in dipartimenti, ma i compiti di questi dipartimenti (indirizzo, programmazione, ricerca e sviluppo, controllo e valutazione) saranno davvero indispensabili al sistema scolastico nazionale? In fondo, sino ad oggi, le scuole non sono forse andate avanti, nel bene e nel male, nonostante il Ministero?