Il primato del territorio nella riforma della scuola

Deludente il programma politico della Moratti presentato il 18 luglio 2001. Allo statalismo della sinistra, che pur aveva cominciato a capire, in ambito scolastico, la necessità di regionalizzare le funzioni gestionali, si risponde coi discorsi veterocattolici circa il primato della famiglia.

La destra ancora non capisce che al centro della formazione non può esserci né lo Stato né le famiglie ma unicamente il territorio (specie quello locale), i cui interessi non sono né generici come quelli statali né limitati come quelli delle famiglie, entrambi, peraltro, spesso viziati da coperture ideologiche che rischiano di prevalere sugli interessi generali della società civile.

La vera protagonista della scuola deve diventare la comunità locale, che ha necessità concrete e specifiche e che è l'unica realtà in grado di togliere dall'isolamento scuole e università, studenti e famiglie e persino gli insegnanti.

La destra vede ancora la società civile come un organo dello Stato e non come l'unica sua possibile alternativa. Continua a volere uno Stato centralista che indirizzi e governi e che si limiti a trasferire alla società i compiti di gestione, che è esattamente quanto stava facendo il governo di centro-sinistra.

Si prende atto della complessità e la si volge a proprio favore. La società non decide per sé e su di sé, ma attende che gli indirizzi di politica generale (curricoli e valutazione) e i finanziamenti per realizzarli le vengano concessi dall'alto.

La destra crede di fare affermazioni moderne affiancando ai termini di equità o solidarietà quelli di merito o eccellenza. Ma questo non può bastare a far uscire la scuola dal dilemma tra selezione e promozione ad oltranza. E' limitativo sostenere che siccome la scuola in questi ultimi 30 anni è stata buonista, abbassando il livello culturale di tutti, oggi bisogna fare in modo di valorizzare capacità e meriti. Non è più questo il problema.

Non ha senso pretendere di garantire il passaggio dalla scuola statale alla scuola pubblica sulla base del primato dell'apprendimento rispetto all'insegnamento, in virtù delle pari condizioni tra famiglie, in una parola introducendo il cosiddetto buono-scuola (che, peraltro, senza una contestuale riforma fiscale, si trasformerà in un'ennesima truffa per i ceti a reddito fisso, che saranno costretti a finanziare con le loro tasse anche scuole di non loro gradimento).

Oggi il problema dell'identità della scuola viene posto da realtà esterne alla scuola stessa: la comunità locale, i mass-media, Internet, la globalizzazione... Tutte realtà fortemente alternative ai contenuti formativi della scuola statale. Questo perché sono realtà che dispongono di patrimoni conoscitivi immensi o comunque di problematiche che la scuola neanche in maniera simulata è in grado di affrontare.

La comunità locale non è un concetto precapitalistico, non è l'anticamera del provincialismo, non è l'altra faccia dell'egoismo territoriale, ma è l'insieme di enti, associazioni, realtà produttive che permettono ai componenti della scuola di avere uno scopo per cui lavorare. I genitori degli studenti diventano importanti non in quanto "genitori", ma in quanto lavoratori o esperti di qualcosa o perché soci o associati in qualcos'altro. Il genitore di per sé è una pura e semplice astrazione nell'ambito della scuola, esattamente come lo studente, l'insegnante e la scuola stessa.

Tant'è che, poste queste condizioni, qualcuno si sta chiedendo se non sia il caso di chiudere la scuola e di cominciare a pensare seriamente alla formazione a distanza. Se il problema è solo quello di apprendere contenuti e abilità sono sufficienti un pc, un modem e un periodo di tirocinio presso l'ente o azienda in cui s'andrà a lavorare. Materialmente può rimanere aperta la scuola di base (elementari e medie), con finalità di alfabetizzazione, socializzazione ed educazione ai valori civili.