Giovanni Boccaccio
Elegia di Madonna Fiammetta
Incomincia il libro chiamato Elegia di Madonna Fiammetta, da lei alle innamorate donne mandato.
Prologo
Suole a' miseri crescere di dolersi vaghezza, quando di sé discernono o sentono compassione in alcuno. Adunque, acciò che in me, volonterosa più che altra a dolermi, di ciò per lunga usanza non menomi la cagione, ma s'avanzi, mi piace, o nobili donne, ne' cuori delle quali amore più che nel mio forse felicemente dimora, narrando i casi miei, di farvi, s'io posso, pietose. Né m'è cura perché il mio parlare agli uomini non pervenga, anzi, in quanto io posso, del tutto il niego loro, però che sì miseramente in me l'acerbità d'alcuno si discuopre, che gli altri simili imaginando, piuttosto schernevole riso che pietose lagrime ne vedrei. Voi sole, le quali io per me medesima conosco pieghevoli e agl'infortunii pie, priego che leggiate; voi, leggendo, non troverete favole greche ornate di molte bugie, né troiane battaglie sozze per molto sangue, ma amorose, stimolate da molti disiri, nelle quali davanti agli occhi vostri appariranno le misere lagrime, gl'impetuosi sospiri, le dolenti voci e li tempestosi pensieri, li quali, con istimolo continuo molestandomi, insieme il cibo, il sonno, i lieti tempi e l'amata bellezza hanno da me tolta via. Le quali cose, se con quel cuore che sogliono essere le donne vederete, ciascuna per sé e tutte insieme adunate, sono certa che li dilicati visi con lagrime bagnerete, le quali a me, che altro non cerco, di dolore perpetuo fieno cagione. Priegovi che d'averle non rifiutate, pensando che, sì come li miei, così poco sono stabili li vostri casi, li quali se a' miei simili ritornassero, il che cessilo Iddio, care vi sarebbero rendendolevi. E acciò che il tempo più nel parlare che nel piagnere non trascorra, brievemente allo impromesso mi sforzerò di venire, da' miei amori più felici che stabili cominciando, acciò che da quella felicità allo stato presente argomento prendendo, me più che altra conosciate infelice; e quindi a' casi infelici, onde io con ragione piango, con lagrimevole stilo seguirò come io posso. Ma primieramente, se de' miseri sono li prieghi ascoltati, afflitta sì come io sono, bagnata delle mie lagrime, priego, se alcuna deità è nel cielo la cui santa mente per me sia da pietà tocca, che la dolente memoria aiuti, e sostenga la tremante mano alla presente opera, e così le faccia possenti, che quali nella mente io ho sentite e sento l'angoscie, cotali l'una profferi le parole, l'altra, più a tale oficio volonterosa che forte, le scriva.
Capitolo I.
Nel quale la donna discrive chi essa fosse, e per quali segnali li suoi futuri mali le fossero premostrati, e in che tempo, e dove, e in che modo, e di cui ella si innamorasse, col seguito diletto.
Nel tempo nel quale la rinvestita terra più che tutto l'altro
anno si mostra bella, da parenti nobili procreata venni io nel mondo,
da benigna fortuna e abondevole ricevuta. Oh maladetto quello giorno,
a me più abominevole che alcuno altro, nel quale io nacqui! Oh
quanto più felice sarebbe stato se nata non fossi, o se dal
tristo parto alla sepultura fossi stata portata, né più
lunga età avessi avuta, che i denti seminati da Cadmo, e ad
una ora rotte e cominciate avesse Lachesis le sue fila! Nella piccola
età si sarebbero rinchiusi gl'infiniti guai, che ora di
scrivere trista cagione mi sono. Ma che giova ora di ciò
dolersi? Io ci pur sono, e così è piaciuto e piace a
Dio che io ci sia. Ricevuta adunque, sì come è detto,
in altissime delizie, e in esse nutrita, e dall'infanzia nella vaga
puerizia tratta, sotto reverenda maestra, qualunque costume a nobile
giovine si conviene apparai. E come la mia persona negli anni
trapassanti crescea, così le mie bellezze, de' miei mali
speciale cagione, multiplicavano. Ohimè, che io, ancora che
piccola fossi, udendole a molti lodare, me ne gloriava, e loro con
sollecitudini e arti faceva maggiori.
Ma già dalla fanciullezza venuta ad età più
compiuta, meco dalla natura ammaestrata sentendo quali disii a'
giovini possono porgere le vaghe donne, conobbi che la mia bellezza,
miserabile dono a chi virtuosamente di vivere disidera, più
miei coetanei giovinetti e altri nobili accese di fuoco amoroso. E me
con atti diversi, male allora da me conosciuti, volte infinite
tentarono di quello accendere di che essi ardevano, e che me dovea
più che altra non riscaldare, anzi ardere nel futuro; e da
molti ancora con istantissima sollecitudine in matrimonio fui
addomandata; ma poi che de' molti uno, a me per ogni cosa dicevole,
m'ebbe, quasi fuori di speranza cessò la infestante turba
degli amanti da sollecitarmi con gli atti suoi. Io, adunque,
debitamente contenta di tale marito, felicissima dimorai infino a
tanto che il furioso amore, con fuoco non mai sentito, non entrò
nella giovine mente. Ohimè! che niuna cosa fu mai che il mio
disio o d'alcuna altra donna dovesse chetare, che prestamente a mia
satisfazione non venisse. Io era unico bene e felicità
singulare del giovine sposo, e così egli da me era igualmente
amato, come egli mi amava. Oh quanto più che altra mi potrei
io dire felice, se sempre in me fosse durato cotale amore!
Vivendo adunque contenta, e in festa continua dimorando, la fortuna,
sùbita volvitrice delle cose mondane, invidiosa de' beni
medesimi che essa avea prestati, volendo ritrarre la mano, né
sappiendo da qual parte mettere li suoi veleni, con sottile argomento
a' miei occhi medesimi fece all'avversità trovare via; e certo
niuna altra che quella onde entrò v'era al presente. Ma
gl'iddii, a me favorevoli ancora, e a' miei fatti di me più
solleciti, sentendo le occulte insidie di costei, vollero, se io
prendere l'avessi sapute, armi porgere al petto mio, acciò che
disarmata non venissi alla battaglia nella quale io dovea cadere; e
con aperta visione ne' miei sonni, la notte precedente al giorno il
quale a' miei danni dovea dare principio, mi chiarirono le future
cose in cotale guisa.
A me, nello
ampissimo letto dimorante con tutti li membri risoluti nell'alto
sonno, pareva, in un giorno bellissimo e più chiaro che alcuno
altro, essere, non so di che, più lieta che mai; e con questa
letizia, a me, sola fra verdi erbette, era avviso sedere in un prato
dal cielo difeso e da' suoi lumi da diverse ombre d'alberi vestiti di
nuove frondi; e in quello diversi fiori avendo còlti, de'
quali tutto il luogo era dipinto, con le candide mani, in uno lembo
de' miei vestimenti raccoltili, fiore da fiore sceglieva, e degli
scelti leggiadra ghirlandetta faccendo, ne ornava la testa mia. E
così ornata levatami, quale Proserpina allora che Pluto la
rapì alla madre, cotale m'andava per la nuova primavera
cantando; poi, forse stanca, tra la più folta erba a giacere
postami, mi posava. Ma non altramente il tenero piè d'Euridice
trafisse il nascoso animale, che me sopra l'erbe distesa, una nascosa
serpe vegnente tra quelle, parve che sotto la sinistra mammella mi
trafiggesse; il cui morso, nella prima entrata degli acuti denti,
parea che mi cocesse; ma poi, assicurata, quasi di peggio temendo, mi
pareva mettere nel mio seno la fredda serpe, imaginando lei dovere,
col beneficio del caldo del proprio petto, rendere a me più
benigna. La quale, più sicura fatta per quello e più
fiera, al dato morso raggiunse la iniqua bocca, e dopo lungo spazio,
avendo molto del nostro sangue bevuto, mi pareva che, me renitente,
uscendo del mio seno, vaga vaga fra le prime erbe col mio spirito si
partisse. Nel cui partire il chiaro giorno turbato, dietro a me
vegnendo, mi copria tutta, e secondo l'andare di quella così
la turbazione seguitava, quasi come a lei tirante fosse la
moltitudine de' nuvoli appiccata, e seguissela; e non dopo molto,
come bianca pietra gittata in profonda acqua a poco a poco si toglie
alla vista de' riguardanti, così si tolse agli occhi miei.
Allora il cielo di somme tenebre chiuso vidi, e quasi partitosi il
sole, e la notte tornata pensai, quale a' Greci tornò nel
peccato d'Atreo; e le corruscazioni correano per quello senza alcuno
ordine, e i crepitanti tuoni spaventavano le terre e me similemente.
Ma la piaga, la quale infino a quella ora per la sola morsura m'avea
stimolata, piena rimasa di veleno vipereo, non valendovi medicina,
quasi tutto il corpo con enfiatura sozzissima parea che occupasse;
laonde io, prima senza spirito non so come parendomi essere rimasa, e
ora sentendo la forza del veleno il cuore cercare per vie molto
sottili, per le fresche erbe aspettando la morte mi voltolava. E già
l'ora di quella venuta parendomi, offesa ancora dalla paura del tempo
avverso, sì fu grave la doglia del cuore quella aspettante,
che tutto il corpo dormente riscosse, e ruppe il forte sonno; dopo il
quale rotto, sùbito, paurosa ancora delle cose vedute, con la
destra mano corsi al morso lato, quello nel presente cercando che nel
futuro m'era apparecchiato; e senza alcuna piaga trovandolo, quasi
rallegrata e sicura, le sciocchezze de' sogni cominciai a deridere, e
così vana feci degl'iddii la fatica. Ahi, misera me! Quanto
giustamente, se io li schernii allora, poi con mia grave doglia gli
ho veri creduti, e piantili senza frutto, non meno degl'iddii
dolendomi, li quali con tanta oscurità alle grosse menti
dimostrano i loro secreti, che quasi non mostrati se non avvenuti si
possono dire! Io, adunque, escitata, alzai il sonnacchioso capo, e
per piccolo buco vidi entrare nella mia camera il nuovo sole; per
che, ogni altro pensiero gittato via, sùbito mi levai.
Quello giorno era solennissimo quasi a tutto il mondo; per che, io
con sollecitudine li drappi di molto oro rilucenti vestitami e con
maestra mano di me ornata ciascuna parte, simile alle dèe
vedute da Parìs nella valle d'Ida tenendomi, per andare alla
somma festa m'apparecchiai. E mentre che io tutta mi mirava, non
altramente che il pavone le sue penne, imaginando di così
piacere ad altrui come io a me piacea, non so come, uno fiore della
mia corona preso dalla cortina del letto mio o forse da celestiale
mano da me non veduta, quella, di capo trattami, cadde in terra; ma
io, non curante alle occulte cose dagl'iddii dimostrate, quasi come
non fosse, ripresala, sopra il capo la mi riposi, e oltre andai.
Ohimè! che segnale più manifesto di quello che avvenne
mi poteano dare gl'iddii? Certo niuno. Questo bastava a dimostrarmi
che quello giorno la mia libera anima, e di sé donna, disposta
la sua signoria, serva dovea divenire, come avvenne. Oh, se la mia
mente fosse stata sana, quanto quel giorno a me nerissimo avrei
conosciuto, e senza uscire di casa l'avrei trapassato! Ma gl'iddii, a
coloro verso i quali essi sono adirati, benché della loro
salute porgano ad essi segno, elli privano lui del conoscimento
debito; e così ad una ora mostrano di fare il loro dovere e
saziano l'ira loro. La fortuna mia adunque me vana e non curante
sospinse fuori; e accompagnata da molte, con lento passo pervenni al
sacro tempio, nel quale già il solenne oficio debito a quel
giorno si celebrava.
La vecchia
usanza e la mia nobiltà m'avea tra l'altre donne assai
eccellente luogo servato; nel quale poi che assisa fui, servato il
mio costume, gli occhi subitamente in giro vòlti, vidi il
tempio d'uomini e di donne parimente ripieno, e in varie caterve
diversamente operare. Né prima, celebrandosi il sacro oficio,
nel tempio sentita fui, che, sì come l'altre volte soleva
avvenire, così e quella avvenne, che non solamente gli uomini
gli occhi torsero a riguardarmi, ma eziandio le donne, non altramente
che se Venere o Minerva, mai più da loro non vedute, fossero
in quello luogo, là dove io era, nuovamente discese. Oh,
quante fiate, tra me stessa ne risi, essendone meco contenta, e non
meno che una dèa gloriandomi di tale cosa! Lasciate adunque
quasi tutte le schiere de' giovini di mirare l'altre, a me mi posero
d'intorno, e diritti quasi in forma di corona mi circuivano, e
variamente fra loro della mia bellezza parlando, quasi in una
sentenza medesima concludendo la laudavano. Ma io che, con gli occhi
in altra parte voltati, mostrava me d'altra cura sospesa, tenendo gli
orecchi a' ragionamenti di quelli sentiva disiderata dolcezza, e
quasi loro parendomene essere obligata, tale fiata con più
benigno occhio li rimirava; e non una volta m'accorsi, ma molte, che
di ciò alcuni, vana speranza pigliando, co' compagni vanamente
se ne gloriavano.
Mentre che io in
cotal guisa, poco altrui rimirando, e molto da molti rimirata,
dimoro, credendo che la mia bellezza altrui pigliasse, avvenne che
l'altrui me miseramente prese. E già essendo vicina al
doloroso punto, il quale o di certissima morte o di vita più
che altra angosciosa dovea essere cagione, non so da che spirito
mossa, gli occhi con debita gravità elevati, intra la
multitudine de' circustanti giovini con acuto riguardamento distesi;
e oltre a tutti, solo e appoggiato ad una colonna marmorea, a me
dirittissimamente uno giovine opposto vidi; e, quello che ancora
fatto non avea d'alcuno altro, da incessabile fato mossa, meco lui e
li suoi modi cominciai ad estimare. Dico che, secondo il mio
giudicio, il quale ancora non era da amore occupato, egli era di
forma bellissimo, negli atti piacevolissimo e onestissimo nell'abito
suo, e della sua giovinezza dava manifesto segnale crespa lanugine,
che pur mo' occupava le guance sue; e me non meno pietoso che cauto
rimirava tra uomo e uomo. Certo io ebbi forza di ritrarre gli occhi
da riguardarlo alquanto, ma il pensiero, dell'altre cose già
dette estimante, niuno altro accidente, né io medesima
sforzandomi, mi poté tòrre. E già nella mia
mente essendo l'effigie della sua figura rimasa, non so con che
tacito diletto meco la riguardava, e quasi con più argomenti
affermate vere le cose che di lui mi pareano, contenta d'essere da
lui riguardata, talvolta cautamente se esso mi riguardasse
mirava.
Ma intra l'altre volte che
io, non guardandomi dagli amorosi lacciuoli, il mirai, tenendo
alquanto più fermi che l'usato ne' suoi gli occhi miei, a me
parve in essi parole conoscere dicenti: "O donna, tu sola se' la
beatitudine nostra". Certo, se io dicessi che esse non mi
fossero piaciute, io mentirei; anzi sì mi piacquero, che esse
del petto mio trassero un soave sospiro, il quale veniva con queste
parole: "E voi la mia". Se non che io, di me ricordandomi,
gli le tolsi. Ma che valse? Quello che non si esprimea, il cuore lo
'ntendeva con seco, in sé ritenendo ciò che, se di
fuori fosse andato, forse libera ancora sarei. Adunque, da questa ora
innanzi concedendo maggiore arbitrio agli occhi miei folli, di quello
che essi erano già vaghi divenuti li contentava; e certo, se
gl'iddii, li quali tirano a conosciuto fine tutte le cose, non
m'avessero il conoscimento levato, io poteva ancora essere mia, ma
ogni considerazione all'ultimo posposta, seguitai l'appetito, e
subitamente atta divenni a potere essere presa; per che, non
altramente il fuoco se stesso d'una parte in un'altra balestra, che
una luce, per un raggio sottilissimo trascorrendo, da' suoi
partendosi, percosse negli occhi miei, né in quelli contenta
rimase, anzi, non so per quali occulte vie, subitamente al cuore
penetrando, se ne gìo. Il quale, nel sùbito avvenimento
di quella temendo, rivocate a sé le forze esteriori, me palida
e quasi freddissima tutta lasciò. Ma non fu lunga la
dimoranza, che il contrario sopravvenne, e lui non solamente fatto
fervente sentii, anzi le forze tornate ne' luoghi loro, seco uno
calore arrecarono, il quale, cacciata la palidezza, me rossissima e
calda rendé come fuoco, e quello mirando onde ciò
procedeva, sospirai. Né da quell'ora innanzi niuno pensiero in
me poteo, se non di piacergli.
A
così fatti sembianti, esso, senza mutare luogo, cautissimo
riguardava, e forse, sì come esperto in più battaglie
amorose, conoscendo con quali armi si dovea la disiata preda
pigliare, ciascuna ora con umiltà maggiore pietosissimo si
mostrava e pieno d'amoroso disio. Ohimè! quanto inganno sotto
sé quella pietà nascondea, la quale, secondo che gli
effetti ora dimostrano, partitasi dal cuore, ove mai poi non ritornò,
fittizia si mostrò nel suo viso. E acciò che io non
vada ogni suo atto narrando, de' quali ciascuno era pieno di
maestrevole inganno, o egli che l'operasse, o i fati che 'l
concedessero, in sì fatta maniera andò, che io, oltre
ad ogni potere raccontare, da sùbito e inoppinato amore mi
trovai presa, e ancora sono.
Questi
adunque, o pietosissime donne, fu colui il quale il mio cuore con
folle estimazione fra tanti nobili, belli e valorosi giovini, quanti
non solamente quivi presenti, ma eziandio in tutta la mia Partenope
erano, primo, ultimo e solo, elesse per signore della mia vita;
questi fu colui, il quale io amai e amo più che alcuno altro;
questi fu colui, il quale essere dovea principio e cagione d'ogni mio
male, e, come io spero, di dannosa morte. Questo fu quel giorno nel
quale io prima, di libera donna, divenni miserissima serva; questo fu
quel giorno nel quale io prima amore, non mai prima da me conosciuto,
conobbi; questo fu quel giorno nel quale primieramente li venerei
veleni contaminarono il puro e casto petto. Ohimè misera!
quanto male per me nel mondo venne sì fatto giorno! Ohimè!
quanto di noia e d'angoscia sarebbe da me lontana, se in tenebre si
fosse mutato sì fatto giorno! Ohimè misera! quanto fu
al mio onore nemico sì fatto giorno! Ma che? Le preterite cose
mal fatte, si possono molto più agevolmente biasimare che
emendare. Io fui pur presa, sì come è detto; e
qualunque si fosse quella o infernal furia, o inimica fortuna che
alla mia casta felicità invidia portasse, ad essa insidiando,
questo dì con speranza d'infallibile vittoria si poté
rallegrare.
Soppresa adunque dalla
passione nuova, quasi attonita e di me fuori, sedeva infra le donne,
e li sacri oficii, appena da me uditi non che intesi, passare
lasciava, e similemente delle mie compagne li ragionamenti diversi. E
sì tutta la mente avea il nuovo e sùbito amore
occupata, che, o con gli occhi o col pensiero sempre l'amato giovine
riguardava, e quasi con meco medesima non sapeva qual fine di sì
fervente disio io mi chiedessi. Oh quante volte, disiderosa di
vederlomi più vicino, biasimai io il suo dimorare agli altri
di dietro, quello tiepidezza estimando, che egli usava a cautela! E
già mi noiavano i giovini a lui stanti dinanzi, de' quali
mentre io fra loro alcuna volta il mio intendimento mirava, alcuni,
credendosi che in loro il mio riguardare terminasse, si credettero
forse da me essere amati. Ma, mentre che in cotali termini stavano li
miei pensieri, si finì l'oficio solenne, e già per
partirsi erano le mie compagne levate, quando io, rivocata l'anima,
che d'intorno alla imagine del piaciuto giovine andava vagando, il
conobbi. Levata adunque con l'altre, e a lui gli occhi rivolti, quasi
negli atti suoi vidi quello che io ne' miei a lui m'apparecchiava di
dimostrare, e mostrai, cioè che il partire mi doleva. Ma pure,
dopo alcuno sospiro, ignorando chi elli si fosse, mi dipartii.
Deh, pietose donne, chi crederà possibile in un punto uno
cuore così alterarsi? Chi dirà che persona mai più
non veduta sommamente si possa amare nella prima vista? Chi penserà
accendersi sì di vederla il disio, che, dalla vista di quella
partendosi, senta gravissima noia, solo disiderando di vederla? Chi
imaginerà tutte l'altre cose, per addietro molto piaciute, a
rispetto della nuova spiacere? Certo niuna persona, se non chi
provato l'avrà o pruova come fo io. Ohimè! che Amore
così come ora in me usa crudeltà non udita, così
nel pigliarmi nuova legge dagli altri diversa gli piacque d'usare! Io
ho più volte udito che negli altri i piaceri sono nel
principio levissimi, ma poi, da' pensieri nutricati, aumentando le
forze loro, si fanno gravi; ma in me così non avvenne, anzi
con quella medesima forza m'entrarono nel cuore, che essi vi sono poi
dimorati, e dimorano. Amore il primo dì di me ebbe interissima
possessione; e certo sì come il verde legno
malagevolissimamente riceve il fuoco, ma quello ricevuto più
conserva e con maggior caldo, così a me avvenne. Io, avanti
non vinta da alcuno piacere giammai, tentata da molti, ultimamente
vinta da uno, e arsi e ardo, e servai e servo più che altra
facesse giammai il preso fuoco.
Lasciando molti pensieri che nella mente quella mattina, con
accidenti diversi, mi furono, oltre alli raccontati, dico che di
nuovo furore accesa, e con l'anima fatta serva, là onde libera
l'avea tratta, mi ritornai. Quivi, poi che nella mia camera sola e
oziosa mi ritrovai, da diversi disii accesa e piena di nuovi pensieri
e da molte sollecitudini stimolata, ogni fine di quelli nella
imaginata effigie del piaciuto giovine terminando, pensai che, se
amore da me cacciare non poteasi, almeno cauto si reggesse e occulto
nel tristo petto; la qual cosa quanto sia dura a fare nullo il può
sapere, se nol pruova: certo io non credo che ella faccia meno noia
che amore stesso. E in tale proponimento fermata, non sappiendo
ancora di cui, me con meco medesima chiamava innamorata.
Quanti e quali fossero in me da questo amore li pensieri nati, lungo
sarebbe a tutti volerli narrare; ma alquanti, quasi sforzandomi, mi
tirano a dichiararsi, con alcune cose oltre all'usato incominciatemi
a dilettare. Dico adunque che, avendo ogni altra cosa proposta, solo
il pensare all'amato giovine m'era caro, e parendomi che, in questo
perseverando, forse quello che io intendeva celare si potrebbe
presumere, me più volte di ciò ripresi; ma che giovava?
Le mie riprensioni davano luogo larghissimo alli miei disii, e
inutili si fuggivano co' venti. Io disiderai più giorni
sommamente di sapere chi fosse l'amato giovine; a che nuovi pensieri
mi dierono aperta via, e cautamente il seppi, di che non poco
contenta rimasi. Similmente gli ornamenti, de' quali io prima, sì
come poco bisognosa di quelli, niente curava, mi cominciarono ad
essere cari, pensando più ornata piacere; e quindi li
vestimenti, l'oro e le perle e l'altre preziose cose più che
prima pregiai. Io infino a quella ora alli templi, alle feste, alli
marini liti e alli giardini andata senza altra vaghezza che solamente
con le giovini ritrovarmi, cominciai con nuovo disio li detti luoghi
a cercare, pensando che e vedere e veduta potrei essere con diletto.
Ma veramente mi fuggì la fidanza, la quale io nella mia
bellezza soleva avere, e mai fuori di sé la mia camera non
m'avea senza prima pigliare del mio specchio il fidato consiglio, e
le mie mani, non so da che maestra nuovamente ammaestrate, ciascuno
giorno più leggiadra ornatura trovando, aggiunta l'artificiale
alla naturale bellezza, tra l'altre splendidissima mi rendeano.
Gli onori similmente a me fatti per propria cortesia dalle donne,
ancora che forse alla mia nobiltà s'affacessero, quasi debiti
cominciai a volerli, pensando che, al mio amante parendo magnifica,
più giustamente mi gradirebbe; l'avarizia, nelle femine
innata, da me fuggendosi, cotale mi lasciò, che così le
mie cose come non mie m'erano care, e liberale diventai; l'audacia
crebbe, e alquanto mancò la feminile tiepidezza, me follemente
alcuna cosa più cara reputando che prima; e oltre a tutto
questo, gli occhi miei, infino a quel dì stati semplici nel
guardare, mutarono modo e mirabilmente artificiosi divennero al loro
oficio. Oltre a queste, ancora molte altre mutazioni in me
apparirono, le quali tutte non curo di raccontare, sì perché
troppo sarebbe lungo, e sì perché credo che voi, sì
come me innamorate, conosciate quante e quali sieno quelle che a
ciascuna avvengono, posta in cotal caso.
Era il giovine avvedutissimo, sì come più volte
esperienza rendé testimonio. Egli rade volte e
onestissimamente vegnendo colà dove io era, quasi quel
medesimo avesse proposto che io, cioè di celare in tutto
l'amorose fiamme, con occhio cautissimo mi mirava. Certo, s'io
negassi che, quando ciò mi avveniva che io il vedessi, amore,
quantunque fosse in me sì possente che più non potea,
alcuna cosa, quasi l'anima ampliando per forza crescesse, io negherei
il vero. Egli allora in me le fiamme accese facea più vive, e
non so quali spente, se alcuna ve n'era, accendeva; ma in questo non
era sì lieto il principio, che la fine non rimanesse più
trista, qualora della vista di quello rimanea privata: perciò
che gli occhi, della loro allegrezza privati, davano al cuore noiosa
cagione di dolersi, di che i sospiri, e in quantità e in
qualità diventavano maggiori, e il disio, quasi ogni mio
sentimento occupando, mi toglieva di me medesima, e quasi non fossi
dov'era, feci più volte maravigliare chi mi vide, dando poi a
cotali accidenti cagioni infinte, da amore medesimo insegnate. E
oltre a questo, sovente la notturna quiete e il cotidiano cibo
togliendomi, alcuna volta ad atti più furiosi che sùbiti,
e a parole mi moveano inusitate.
Ecco che li cresciuti ornamenti, gli accesi sospiri, li nuovi atti,
li furiosi movimenti, la perduta quiete, e l'altre cose in me per lo
nuovo amore venute, tra gli altri domestici familiari a maravigliarsi
mossero una mia balia, d'anni antica e di senno non giovine, la
quale, già seco conoscendo le triste fiamme, mostrando di non
conoscerle, più fiate mi riprese de' nuovi modi. Ma pure un
giorno me trovando sopra il mio letto malinconiosa giacere, vedendo
di pensieri carica la mia fronte, poi che d'ogni altra compagnia ci
vide libere, così mi cominciò a parlare:
"O figliuola a me come me medesima cara, quali sollecitudini da
poco tempo in qua ti stimolano? Tu niuna ora trapassi senza sospiri,
la quale altra volta lieta e senza niuna malinconia sempre vedere
solea".
Allora io, dopo un
gran sospiro, d'uno in altro colore più d'una volta mutatami,
quasi di dormire infignendomi, e di non averla udita, ora qua ora là
rivolgendomi, per tempo prendere alla risposta, appena potendo la
lingua a perfetta parola conducere, pur le risposi:
"Cara nutrice, niuna cosa nuova mi stimola, né più
sollecitudini sento che io mi sia usata; solamente li naturali corsi,
non tenenti sempre d'una maniera li viventi, ora più che
l'usato mi fanno pensosa".
"Certo, figliuola, tu m'inganni, - rispose la vecchia balia - né
pensi quanto sia grave il fare alle persone attempate credere in
parole una cosa, e un'altra negli atti mostrarne; egli non t'è
bisogno celarmi quello che io, già sono più giorni, in
te manifestamente conobbi".
Ohimè! che quando io udii così, quasi dolendomi e
sperando e crucciandomi, le dissi:
"Dunque, se tu il sai, di che addimandi? A te più non
bisogna se non celare quello che conosci".
"Veramente - disse ella allora - celerò io quello che non
è licito che altri sappia; e avanti s'apra la terra e me
tranghiotta, che io mai cosa che a te torni a vergogna, palesi: gran
tempo è che io a tenere celate le cose apparai. E perciò
di questo vivi sicura, e con diligenza guarda non altri conosca
quello che io, senza dirlomi tu o altri, ne' tuoi sembianti ho
conosciuto. Ma, se quella sciocchezza, nella quale io ti conosco
caduta, ti si conviene, se in quel senno fossi nel quale già
fosti, a te sola il lascerei a pensare, sicurissima che in ciò
luogo il mio ammaestrare non avrebbe. Ma perciò che questo
crudele tiranno, al quale, sì come giovine, non avendo tu
presa guardia di lui, semplicemente ti se' sommessa, suole insieme
con la libertà il conoscimento occupare, mi piace di
ricordarti e di pregarti che tu del casto petto esturbi e cacci via
le cose nefande, e ispegni le disoneste fiamme, e non ti facci a
turpissima speranza servente. E ora è tempo da resistere con
forza, però che chi nel principio bene contrastette, cacciò
il villano amore, e sicuro rimase e vincitore; ma chi con lunghi
pensieri e lusinghe il nutrica, tardi può poi ricusare il suo
giogo, al quale quasi volontario si sommise".
"Ohimè - dissi io allora - quanto sono più agevoli
a dire queste cose che a menarle ad effetto!"
"Come ch'elle sieno a fare assai malagevoli, pure possibili
sono, - disse ella - e fare si convengono. Vedi se l'altezza del tuo
parentado, la gran fama della tua virtù, il fiore della tua
bellezza, l'onore del mondo presente, e tutte quell'altre cose che a
donna nobile debbono essere care, e sopra a tutte la grazia del tuo
marito, da te tanto amato e tu da lui, per questa sola di perdere
disideri. Certo volere nol dei, né credo che 'l vogli, se
savia teco medesima ti consigli. Dunque, per Dio, ritienti, e i falsi
diletti promessi dalla sozza speranza caccia via, e con essi il preso
furore. Io supplicemente, per questo vecchio petto e nelle molte cure
affaticato, dal quale tu prima li nutritivi alimenti prendesti, ti
priego che tu medesima t'aiuti, e alli tuoi onori provvegga, e li
miei conforti in questo non rifiutare: pensa che parte della sanità
fu il volere essere guarita".
Allora cominciai io:
"O cara
nutrice, assai conosco vere le cose che narri; ma il furore mi
costrigne a seguitare le piggiori, e l'animo consapevole, e ne' suoi
disideri strabocchevole, indarno li sani consigli appetisce; e quello
che la ragione vuole è vinto dal regnante furore. La nostra
mente tutta possiede e signoreggia Amore con la sua deità, e
tu sai che non è sicura cosa alle sue potenzie
resistere".
E questo detto,
quasi vinta, sopra le mie braccia ricaddi. Ma ella, alquanto più
che prima turbata, con voce più rigida cominciò tali
parole:
"Voi, turba di vaghe
giovini, di focosa libidine accese, sospingendovi questa, vi avete
trovato Amore essere iddio al quale piuttosto giusto titolo sarebbe
furore; e lui di Venere chiamate figliuolo, dicendo che egli dal
terzo cielo piglia le forze sue, quasi vogliate alla vostra follia
porre necessità per iscusa. O ingannate, e veramente di
conoscimento in tutto fuori! Che è quello che voi dite?
Costui, da infernale furia sospinto, con sùbito volo visita
tutte le terre, non deità, ma piuttosto pazzia di chi il
riceve, benché esso non visiti al più se non quelli, li
quali, di soperchio abondanti nelle mondane felicità, conosce
con gli animi vani e atti a fargli luogo: e questo ci è assai
manifesto. Ora non veggiamo noi Venere santissima abitare nelle
piccole case sovenente, solamente e utile al necessario nostro
procreamento? Certo sì; ma questi, il quale, per furore, Amore
è chiamato, sempre le dissolute cose appetendo, non altrove
s'accosta che alla seconda fortuna. Questi, schifo così di
cibi alla natura bastevoli come di vestimenti, li dilicati e
risplendenti persuade, e con quelli mescola i suoi veleni, occupando
l'anime cattivelle; per che, costui così volontieri gli alti
palagi colente, nelle povere case rade volte si vede o non giammai;
però che è pestilenza, che solo elegge i dilicati
luoghi, sì come più al fine delle sue operazioni inique
conformi. Noi veggiamo nell'umile popolo gli affetti sani; ma li
ricchi d'ogni parte di ricchezze splendenti, così in questo
come nell'altre cose insaziabili, sempre più che il
convenevole cercano, e quello che non può chi molto può
disidera di potere; de' quali te medesima sento essere una, o
infelicissima giovine, in nuova sollecitudine e isconcia entrata per
troppo bene".
Alla quale dopo
molto averla ascoltata, io dissi:
"O vecchia, taci, e contro agl'iddii non parlare. Tu oramai a
questi effetti impotente, e meritamente rifiutata da tutti, quasi
volontaria parli contro di lui, quello ora biasimando che altra volta
ti piacque. Se l'altre donne di me più famose, savie e
possenti, così per addietro l'hanno chiamato e chiamano, io
non gli posso dare nome di nuovo; a lui sono veramente suggetta,
quale che di ciò si sia la cagione, o la mia felicità o
la mia sciagura, e più non posso. Le forze mie, più
volte alle sue oppostesi, vinte, indietro si sono tirate. Adunque, o
la morte o il giovine disiato resta per sola fine alle mie pene; alle
quali tu, piuttosto, se così se' savia come io ti tengo, porgi
consiglio e aiuto, il quale minori le faccia, io te ne priego, o tu
ti rimani di inasprirle, biasimando quello a che l'anima mia, non
potendo altro, con tutte le sue forze è disposta".
Ella allora sdegnando, e non senza ragione, senza rispondermi, non so
che mormorando con seco, me, della camera uscita, lasciò
soletta.
Già s'era, senza più favellarmi, partita la cara balia,
li cui consigli male per me rifiutai, e io, sola rimasa, le sue
parole nel sollecito petto fra me volgea; e ancora che abbagliato
fosse il mio conoscimento, di frutto le sentiva piene e quasi ciò
che assertivamente avea davant a lei detto di voler pur seguire,
pentendomi, nella mente mi vacillava, e già cominciando a
pensare di volere lasciare andare le cose meritevolmente dannate, lei
voleva richiamare alli miei conforti; ma nuovo e sùbito
accidente me ne rivolse, però che nella secreta mia camera,
non so onde venuta, una bellissima donna s'offerse agli occhi miei,
circundata da tanta luce che appena la vista la sostenea. Ma pure
stando essa ancora tacita nel mio cospetto, quanto potei per lo lume
gli occhi aguzzare tanto li pinsi avanti, infino a tanto che alla mia
conoscenza pervenne la bella forma, e vidi lei ignuda, fuori
solamente d'uno sottilissimo drappo purpureo, il quale, avvegna che
in alcune parti il candidissimo corpo coprisse, di quello non
altramente toglieva la vista a me mirante, che posta figura sotto
chiaro vetro, e la sua testa, li capelli della quale tanto di
chiarezza l'oro passavano, quanto l'oro de' nostri passa li vie più
biondi, avea coperta d'una ghirlanda di verdi mortine, sotto l'ombra
della quale io vidi due occhi di bellezza incomparabile, e vaghi a
riguardare oltremodo, rendere mirabile luce; e tanto tutto l'altro
viso avea bello quanto quaggiù a quello simile non si trova.
Ella non dicea alcuna cosa, anzi o forse contenta ch'io la
riguardassi, ovvero me vedendo di riguardarla contenta, a poco a poco
tra la fulvida luce di sé le belle parti m'apriva più
chiare, per che io bellezze in lei da non potere con lingua ridire,
né senza vista pensare intra' mortali, conobbi. La quale poi
che sé da me considerata per tutto s'avvide, veggendomi
maravigliare e della sua beltade e della sua venuta quivi, con lieto
viso e con voce più che la nostra assai soave, così
verso me cominciò a parlare:
"O giovine, assai più che alcuna altra mobile, che per li
nuovi consigli della vecchia balia t'apparecchi di fare? Non conosci
tu che essi sono molto più difficili a seguitare, che l'amore
medesimo che disideri di fuggire? Non pensi tu quanto e quale e come
importabile affanno essi ti servino? Tu, stoltissima, nuovamente
nostra, per le parole d'una vecchia, non nostra farti disideri, sì
come colei che ancora quali e quanti sieno i nostri diletti non sai.
O poco savia, sostieni, e per le nostre parole riguarda se a te
quello che al cielo e al mondo è bastato è assai.
Quantunque Febo, surgente co' chiari raggi di Gange, insino all'ora
che nell'onde d'Esperia si tuffa con li lassi carri, alle sue fatiche
dare requie, vede nel chiaro giorno, e ciò che tra 'l freddo
Arturo e 'l rovente polo si inchiude, signoreggia il nostro volante
figliuolo senza alcuno niego. E ne' cieli, non che egli sì
come gli altri sia iddio, ma ancora vi è tanto più che
gli altri potente, quanto alcuno non ve n'è che stato non sia
per addietro vinto dalle sue armi. Questi, con dorate piume
leggierissimo in un momento volando per li suoi regni, tutti li
visita, e il forte arco reggendo sovra il tirato nervo adatta le sue
saette da noi fabbricate e temperate nelle nostre acque; e quando
alcuno più degno che gli altri elegge al suo servigio, quello
prestissimamente manda ove gli piace.
Egli commuove le ferocissime fiamme de' giovini, e negli stanchi
vecchi richiama gli spenti calori, e con non conosciuto fuoco delle
vergini infiamma li casti petti, parimente le maritate e le vedove
riscaldando. Questi con le sue fiaccole riscaldati gl'iddii, comandò
per addietro che essi, lasciati li cieli, con falsi visi abitassero
le terre. Or non fu Febo vincitore del gran Fitone, e accordatore
delle cetare di Parnaso, più volte da costui soggiogato, ora
per Danne, ora per Climenés e quando per Leucotoe e per altre
molte? Certo sì; e ultimamente, rinchiusa la sua gran luce
sotto la vile forma d'un piccolo pastore, innamorato guardò
gli armenti d'Ameto.
Giove
medesimo, il quale regge il cielo, costrignendolo costui, si vestì
minor forma di sé. Egli alcuna volta in forma di candido
uccello movendo l'ali diede voci più dolci che 'l moriente
cigno; e altra volta, divenuto giovenco e poste alla sua fronte
corna, mugghiò per li campi, e i suoi dossi umiliò alli
giuochi virginei, e per li fraterni regni con le fesse unghie,
imitando oficio di remi, con forte petto vietando il profondo, godé
della sua rapina. Quello che per Semelè nella propria forma
facesse, quello che per Almena mutato in Anfitrione, quello che per
Calisto mutato in Diana, o per Danae divenuto oro già fece,
non diciamo, ché sarebbe troppo lungo. E il fiero iddio delle
armi, la cui rossezza ancora spaventa li giganti, sotto la sua
potenza temperò li suoi aspri effetti, e divenne amante. E il
costumato al fuoco fabro di Giove, e facitore delle trisulche
folgori, da quel di costui più possente fu cotto. E noi
similmente, ancora che madre gli siamo, non ce ne siamo potuta
guardare, sì come le nostre lagrime fecero aperto nella morte
d'Adone. Ma perché ci fatichiamo noi in tante parole? Niuna
deità è nel cielo da costui non ferita, se non Diana:
questa sola, ne' boschi dilettandosi, l'ha fuggito, la quale, secondo
l'oppinione d'alcuno, non fuggito, ma piuttosto nascoso.
Ma se tu forse gli essempli del cielo incredula schifi e cerchi chi
del mondo gli abbia sentiti, tanti sono, che da cui cominciare appena
ci occorre; ma tanto ti diciamo veramente, che tutti sono stati
valorosi. Rimirisi primamente al fortissimo figliuolo di Almena, il
quale, poste giù le saette e la minaccevole le pelle del gran
leone, sostenne d'acconciarsi alle dita i verdi smeraldi, e di dar
legge alli rozzi capelli, e con quella mano, con la quale poco
innanzi portato avea la dura mazza e ucciso il grande Anteo e tirato
lo infernale cane, trasse le fila della lana data da Jole dietro al
procedente fuso, e gli omeri, sopra li quali l'alto cielo s'era
posato mutando spalla Atlante, furono in prima dalle braccia di Jole
premuti, e poi coperti, per piacerle, di sottili vestimenti di
porpora. Che fece Parìs per costui, che Elena, che
Clitemestra, e che Egisto, tutto il mondo il conosce; e similmente di
Achille, di Silla, di Adriana, di Leandro, di Didone, e di più
molti, non dico, ché non bisogna. Santo è questo fuoco,
e molto potente, credimi.
Udito hai
il cielo e la terra soggiogata dal mio figliuolo negl'iddii e negli
uomini; ma che dirai tu ancora delle sue forze, estendentisi negli
animali irrazionali, così celesti come terreni? Per costui la
tortora il suo maschio séguita, e le nostre colombe alli suoi
colombi vanno dietro con caldissima affezione, e nessun altro n'è
che dalla maniera di questi fugga alcuna volta; e ne' boschi li
timidi cervi, fatti tra sé feroci quando costui li tocca, per
le disiderate cervie combattono, e, mugghiando, delli costui caldi
mostrano segnali; e i pessimi cinghiari, divenendo per ardore
spumosi, aguzzano gli eburnei denti; e i leoni africani, da amore
tocchi, vibrano i colli. Ma, lasciando le selve, dico che li dardi
del nostro figliuolo ancora nelle fredde acque sentono le greggie de'
marini iddii, e de' correnti fiumi. Né crediamo che occulto ti
sia, quale testimonianza già Nettunno, Glauco e Alfeo e altri
assai n'abbiano renduta, non potendo con le loro umide acque, non che
spegnere, ma solamente alleviare la costui fiamma; la quale, ancora
già sopra terra e nell'acque saputa da ciascuno, se ne venne
penetrando la terra e infino al re dell'oscure paludi si fe'
sentire.
Adunque il cielo, la
terra, il mare, lo 'nferno per esperienza conoscono le sue armi; e
acciò che io in brievi parole ogni cosa comprenda della
potenza di costui, dico che ogni cosa alla natura suggiace, e da lei
niuna potenza è libera, ed essa medesima è sotto Amore.
Quando costui il comanda, gli antichi odii periscono, e le vecchie
ire e le novelle dànno luogo alli suoi fuochi; e ultimamente,
tanto si distende il suo potere, che alcuna volta le matrigne fa
graziose a' figliastri, che è non piccola maraviglia. Dunque
che cerchi? Che dubiti? Che mattamente fuggi? Se tanti iddii, tanti
uomini, tanti animali, da questo son vinti, tu d'essere vinta da lui
ti vergognerai? Tu non sai che ti fare. Se tu forse di sottometterti
a costui aspetti riprensione, ella non ci dee potere cadere, perciò
che mille falli maggiori, e il seguire ciò che gli altri più
di te eccellenti hanno fatto, te, come poco avendo fallito e meno
potente che li già detti, renderanno scusata.
Ma se queste parole non ti muovono, e pure resistere vorrai, pensa la
tua virtù non simile a quella di Giove, né in senno
potere aggiugnere Febo, né in ricchezze Giunone, né noi
in bellezze; e tutti siamo vinti. Dunque tu sola credi vincere? Tu
se' ingannata, e ultimamente pur perderai. Bastiti quello che per
innanzi a tutto il mondo è bastato, né ti faccia a ciò
tiepida il dire: "Io ho marito, e le sante leggi e la promessa
fede mi vietano queste cose"; però che argomenti
vanissimi sono contro alla costui virtù. Elli, sì come
più forte, l'altrui leggi non curando annullisce, e dà
le sue. Pasife similmente avea marito, e Fedra, e noi ancora quando
amammo. Essi medesimi mariti amano le più volte avendo moglie:
riguarda Giasone, Teseo, il forte Ettore e Ulisse. Dunque non si fa
loro ingiuria, se per quelle leggi che essi trattano altrui, sono
trattati essi; a loro niuna prerogativa più che alle donne è
conceduta, e però abandona gli sciocchi pensieri, e sicura
ama, come hai cominciato. Ecco, se tu al potente Amore non vuoi
suggiacere, fuggire ti conviene; e dove fuggirai tu ch'egli non ti
séguiti e non ti giunga? Egli ha in ogni luogo iguale potenza:
dovunque tu vai, ne' suoi regni dimori, ne' quali alcuno non gli si
può nascondere, quando gli piace il ferirlo. Bastiti
solamente, o giovine, che di non abominevole fuoco, come Mirra,
Semiramìs, Biblìs, Canace e Cleopatra fece, ti molesti.
Niuna cosa nuova dal nostro figliuolo verso te sarà operata:
egli ha così leggi, come qualunque altro iddio, alle quali
seguire tu non se' prima, né d'essere ultima dei avere
speranza. Se forse al presente ti credi sola, vanamente credi.
Lasciamo stare l'altro mondo, che tutto n'è pieno: ma la tua
città solamente rimira, la quale infinite compagne ti può
mostrare; e ricorditi che niuna cosa fatta da tanti, meritamente si
può dire sconcia. Séguita adunque noi, e la molto
riguardata bellezza con la deità nostra vera ringrazia, la
quale del numero delle semplici, a conoscere il diletto de' nostri
doni, t'abbiamo tirata.
Deh, donne
pietose, se Amore felicemente adempia i vostri disii, che doveva io,
e che potea rispondere a tante e tali parole, e di tale dèa,
se non: "Sia come ti piace"? Adunque dico che ella già
tacea, quando io, le sue parole avendo nello 'ntelletto raccolte, fra
me piene d'infinite scuse sentendole, e lei già conoscendo, a
ciò fare mi disposi. E subitamente del letto levatami, e poste
con umile cuore le ginocchia in terra, così temorosa
incominciai:
"O singulare
bellezza ed etterna, o deità celeste, o unica donna della mia
mente, la cui potenza sente più fiera chi più si
difende, perdona alla semplice resistenza fatta da me contro all'armi
del tuo figliuolo, non conosciuto, e di me sia come ti piace, e, come
prometti, a luogo e tempo merita la mia fede, acciò che io, di
te tra l'altre lodandomi, cresca il numero de' tuoi sudditi senza
fine".
Queste parole aveva io
appena dette, quando ella del luogo dove stava mossasi, verso me
venne, e con ferventissimo disio nel sembiante, abbracciandomi, mi
baciò la fronte. Poi, quale il falso Ascanio, nella bocca a
Didone alitando, accese l'occulte fiamme, cotale a me in bocca
spirando fece li primi disii più focosi, com'io sentii. E
aperto alquanto il drappo purpureo, nelle sue braccia tra le dilicate
mammelle, l'effigie dell'amato giovine, ravvolta nel sottile pallio,
con sollecitudini alle mie non dissimili, mi fece vedere, e così
disse:
"O giovine donna,
riguarda costui: non Lissa, non Geta, non Birria, né loro pari
t'abbiamo per amante donato: egli è per ogni cosa degno
d'essere da qualunque dèa amato; te più che se
medesimo, sì come noi abbiamo voluto, ama, e amerà
sempre; e però lieta e sicura nel suo amore t'abandona. Li
tuoi prieghi hanno con pietà tocchi li nostri orecchi sì
come degni, e però spera che secondo l'opera senza fallo
merito prenderai.
E quinci senza
più dire sùbita si tolse agli occhi miei.
Ohimè misera! che io non dubito che, le cose seguite mirando,
non Venere costei che m'apparve, ma Tesifone fosse piuttosto, la
quale posti più giù gli spaventevoli crini non
altramente che Giunone la chiarezza della sua deità, e vestita
la splendida forma, quale quella si vestì la senile, così
mi si fece vedere come essa a Semelè, simigliante consiglio di
distruzione ultima, qual fece ella, porgendomi; il quale io
miseramente credendo, o pietosissima fede, o reverenda vergogna, o
castità santissima, delle oneste donne unico e caro tesoro, mi
fu cagione di cacciarvi. Ma perdonatemi, se penitenzia data al
peccatore può, sostenuta, perdono alcuna volta
impetrare.
Poi che del mio cospetto
si fu partita la dea, io ne' suoi piaceri con tutto l'animo rimasi
disposta; e come che ogn'altro senno mi togliesse la passione furiosa
che io sostenea, non so per quale mio merito, solo un bene di molti
perduti mi fu lasciato, cioè il conoscere che rade volte, o
non mai, fu ad amore palese conceduto felice fine. E però, tra
gli altri miei più sommi pensieri, quanto che egli mi fosse
gravissimo a fare, disposi di non preporre alla ragione il volere
recare a fine cotal disio. E certo, quanto che io molte volte fossi
per diversi accidenti fortissimamente costretta, pure tanto di grazia
mi fu conceduto, che senza trapassare il segno, virilmente sostenendo
l'affanno passai. E in verità ancora durano le forze a tal
consiglio, però che quantunque io scriva cose verissime, sotto
sì fatto ordine l'ho disposte che, eccetto colui che così
come io le sa, essendo di tutte cagione, niuno altro, per quantunque
avesse acuto l'avvedimento, potrebbe chi io mi fossi conoscere. E io
lui priego, se mai per avventura questo libretto alle mani gli
perviene, che egli, per quello amore il quale già mi portò,
che celi quello che a lui né utile né onore può,
manifestandol, tornare. E s'egli m'ha tolto, senza averlo io
meritato, sé, non mi voglia tòrre quello onore, il
quale avvegna che io ingiustamente porti, esso come sé,
volendo, non mi potrebbe rendere giammai.
Cotale proponimento adunque servando, e sotto grave peso di
sofferenza domando li miei disii volonterosissimi di mostrarsi,
m'ingegnai con occultissimi atti, quando tempo mi fu conceduto,
d'accendere il giovine in quelle medesime fiamme ove io ardea, e di
farlo cauto come io era. E in verità in ciò non mi fu
luogo lunga fatica, però che, se ne' sembianti vera
testimonianza della qualità del cuore si comprende, io in poco
tempo conobbi al mio disiderio esser seguito l'effetto; e non
solamente dell'amoroso ardore, ma ancora di cautela perfetta il vidi
pieno; il che sommamente mi fu a grado. Esso con intera
considerazione, vago di servare il mio onore, e d'adempiere, quando i
luoghi e i tempi il concedessero, li suoi disii, credo non senza
gravissima pena, usando molta arte, s'ingegnò d'avere la
familiarità di qualunque m'era parente, e ultimamente del mio
marito; la quale non solamente ebbe, ma ancora con tanta grazia la
possedette, che a niuno niuna cosa era a grado, se non tanto quanto
con lui la comunicava. Quanto questo mi piacesse, credo che senza
scriverlo il conosciate: e chi sarebbe quella sì stolta, che
non credesse che sommamente da questa familiarità nacque il
potermi alcuna volta, e io a lui, in publico favellare?
Ma già parendogli tempo da procedere a più sottili
cose, ora con uno, ora con un altro, quando vedeva che io e udire
potessi e intenderlo, parlava cose, per le quali io, volonterosissima
d'imparare, conobbi che non solamente favellando si poteva
l'affezione dimostrare ad altrui e la risposta pigliarne, ma eziandio
con atti diversi e delle mani e del viso si poteva fare; e ciò
piacendomi molto, con tanto avvedimento il compresi che né
egli a me, né io a lui, significare voleva alcuna cosa, che
assai convenevolmente l'uno l'altro non intendesse. Né a
questo contento stando, s'ingegnò, per figura parlando, e
d'insegnarmi a tale modo parlare, e di farmi più certa de'
suoi disii, me Fiammetta, e sé Panfilo nominando. Ohimè!
quante volte già in mia presenza e de' miei più cari,
caldo di festa e di cibo e d'amore, fingendo Fiammetta e Panfilo
essere stati greci, narrò egli come io di lui, ed esso di me
primamente stati eravamo presi, quanti accidenti poi n'erano
seguitati, e a' luoghi e alle persone pertinenti alla novella dando
convenevoli nomi! Certo io ne risi più volte, e non meno della
sua sagacità che della semplicità degli ascoltanti; e
tal volta fu che io temetti che troppo caldo non trasportasse la
lingua disavvedutamente dove essa andare non voleva; ma egli, più
savio che io non pensava, astutissimamente si guardava dal falso
latino.
O pietosissime donne, che
non insegna Amore a' suoi suggetti, e a che non li fa egli abili ad
imparare? Io, semplicissima giovine e appena potente a disciogliere
la lingua nelle materiali e semplici cose tra le mie compagne, con
tanta affezione li modi del parlare di costui raccolsi, che in brieve
spazio io avrei di fingere e di parlare passato ogni poeta; e poche
cose furono alle quali, udita la sua posizione, io con una finta
novella non dessi risposta dicevole. Cose assai, secondo il mio
parere, malagevoli ad imprendere, e molto più ad operare ad
una giovine, ho raccontate, ma tutte piccolissime, e di niuno peso
parrebbero, scrivendo io, se la materia presente il richiedesse, con
quanta sottile esperienza fosse per noi provata la fede d'una mia
familiarissima serva, alla quale diliberammo di commettere il nascoso
fuoco ancora a niun'altra persona palese, considerando che lungamente
senza gravissimo affanno, non essendovi alcuno mezzo, non si poteva
servare. Oltre a questo sarebbe lungo il raccontare quanti e quali
consigli e per lui e per me a varie cose fossero presi; forse, non
che per altrui operati, ma appena ch'io creda che pensati giammai; le
quali tutte, ancora che io al presente in mio detrimento le conosca
operate, non però mi duole d'averle sapute.
Se io, o donne, non erro imaginando, egli non fu piccola la fermezza
degli animi nostri, se con intera mente si guarda quanto difficile
cosa sia due amorose menti, e di due giovini, sostenere un lungo
tempo che esse, o d'una parte o d'un'altra, da soperchi disii
sospinte, della ragionevole via non trabocchino; anzi fu bene tanta e
tale, che li più forti uomini, ciò facendo, laude degna
e alta ne acquisterieno.
Ma la mia
penna, meno onesta che vaga, s'apparecchia di scrivere quegli ultimi
termini d'amore, a' quali a niuno è conceduto il potere, né
con disio né con opera, andare più oltre. Ma in prima
che io a ciò pervenga, quanto più supplicemente posso
la vostra pietà invoco, e quella amorosa forza, la quale ne'
vostri teneri petti stando, a cotale fine tira li vostri disii, e
priegole che, se 'l mio parlare vi par grave (dell'opera non dico,
ché so che, se a ciò state non sete già,
d'esservi disiate), che esse prontissime in voi surgano alla mia
scusa. E tu, o onesta vergogna, tardi da me conosciuta, perdonami; e
alquanto ti priego che qui presti luogo alle timide donne, acciò
che, da te non minacciate, sicure di me leggano ciò che di sé,
amando, disiano.
L'uno giorno
all'altro dopo traevano con isperanza sollecita li suoi e miei disii;
e ciò ciascuno agramente portava, avvegna che l'uno il
dimostrasse all'altro occultamente parlando, e l'altro all'uno di ciò
si mostrasse schifo oltremodo, sì come voi medesime, le quali
forse forza cercate a ciò che più vi sarebbe a grado,
sapete che sogliono le donne amate fare. Esso adunque, in ciò
poco alle mie parole credevole, luogo e tempo convenevole riguardato,
più in ciò che gli avvenne avventurato che savio, e con
più ardire che ingegno, ebbe da me quello che io, sì
come egli, benché del contrario infignessimi, disiava. Certo,
se questa fosse la cagione per la quale io l'amassi, io confesserei
che ogni volta che ciò nella memoria mi tornasse, mi fosse
dolore a niuno altro simile; ma in ciò mi sia Iddio testimonio
che cotale accidente fu ed è cagione menomissima dell'amore
che io gli porto; non pertanto niego che ciò, e ora e allora,
non mi fosse carissimo. E chi sarebbe quella sì poco savia,
che una cosa che amasse non volesse, anzi che lontana, vicina? e
quanto maggiore fosse l'amore più sentirsela appresso? Dico
adunque che, dopo cotale avvenimento, da me avanti non che saputo, ma
pur pensato, non una volta, ma molte con sommo piacere, e la fortuna
e il nostro senno ci consolò lungo tempo a tale partito,
avvegna che a me ora in brieve più che alcuno vento fuggitosi
mi si mostri. Ma mentre che questi così lieti tempi passavano,
sì come Amore veramente può dire, il quale solo
testimonio ne posso dare alcuna volta non fu senza tema a me licito
il suo venire, che egli per occulto modo non fosse meco. Oh, quanto
gli era la mia camera cara, e come lieta essa lui vedeva volontieri!
Io lui conobbi ad essa più reverente che ad alcuno tempio.
Ohimè! quanti piacevoli baci, quanti amorosi abbracciari,
quante notti ragionando graziose più che il chiaro giorno
senza sonno passate, quanti altri diletti cari ad ogni amante in
quella avemmo ne' lieti tempi! O santissima vergogna, durissimo freno
alle vaghe menti, perché non ti parti tu pregandotene io?
Perché ritieni tu la mia penna a dimostrare gli avuti beni,
acciò che, mostrati interamente, le seguite infelicità
avessero forza maggiore di porre per me pietà negli amorosi
petti? Ohimè! che tu mi offendi, credendomi forse giovare; io
disiderava di dire più cose, ma tu non mi lasci.
Quelle adunque alle quali tanto di privilegio ha la natura prestato,
che per le dette possano quelle che si tacciono comprendere,
all'altre non così savie il manifestino. Né alcuna me,
quasi non conoscente di tanto, stolta dica, ché assai bene
conosco che più sarebbe il tacere stato onesto, che ciò
manifestare che è scritto; ma chi può resistere ad
Amore, quando egli con tutte le sue forze operando, s'oppone? Io a
questo punto più volte lasciai la penna e più volte, da
lui infestata, la ripresi; e ultimamente a colui al quale io ne'
principii non seppi, libera ancora, resistere, convenne che io,
serva, obbedissi. Egli mi mostrò altrettanto li diletti
nascosi valere, quanto li tesori sotto la terra occultati. Ma perché
mi diletto io tanto intorno a queste parole? Io dico che io allora
più volte ringraziai la santa dèa promettitrice e
datrice di que' diletti. Oh, quante volte io li suoi altari visitai
con incensi, coronata delle sue fronde, e quante volte biasimai li
consigli della vecchia balia! E oltre a questo, lieta sopra tutte
l'altre compagne, scherniva li loro amori, quello ne' miei parlari
biasimando, che più nell'animo mi era caro, fra me sovente
dicendo: "Niuna è amata come io, né ama giovine
degno come io amo, né con tanta festa coglie gli amorosi
frutti come colgo io". Io, brievemente, aveva il mondo per
nulla, e con la testa mi parea il cielo toccare, e nulla mancare a me
al sommo colmo della beatitudine tenere, reputava, se non solamente
in aperto dimostrare la cagione della mia gioia, estimando meco
medesima che così a ciascuna persona, come a me, dovesse
piacere quello che a me piaceva. Ma tu, o vergogna, dall'una parte, e
tu, paura, dall'altra, mi riteneste, minacciandomi l'una d'etterna
infamia, e l'altra di perdere ciò che nemica fortuna mi tolse
poi. Adunque, sì come piacque ad Amore, in cotal guisa più
tempo, senza avere invidia ad alcuna donna, lieta amando vissi, e
assai contenta, non pensando che il diletto il quale io aliora con
ampissimo cuore prendea, fosse radice e pianta nel futuro di miseria,
sì come io al presente senza frutto miseramente conosco.
Capitolo II.
Nel quale Madonna Fiammetta descrive la cagione del dipartire del suo amante da lei; e la partita di lui; e 'l dolore che a lei ne seguitò nel partire.
Mentre che io, o carissime donne, in così lieta e graziosa
vita, sì come di sopra è descritta, menava i giorni
miei, poco alle cose future pensando, la nemica fortuna a me di
nascoso temperava li suoi veleni, e me con animosità continua,
non conoscendolo io, seguitava. Né bastandole d'avermi, di
donna di me medesima, fatta serva d'Amore, veggendo che dilettevole
già m'era cotal servire, con più pungente ortica
s'ingegnò d'affliggere l'anima mia. E venuto il tempo da lei
aspettato, m'apparecchiò, sì come appresso udirete, li
suoi assenzii, i quali a me mal mio grado convenuti gustare, la mia
allegrezza in tristizia e 'l dolce riso in amaro pianto mutarono. Le
quali cose, non che sostenendole, ma pur pensando di doverle altrui
scrivendo mostrare, tanta di me stessa compassione m'assalisce che,
quasi ogni forza togliendomi, e infinite lagrime agli occhi
recandomi, appena il mio proposito lascia ad effetto producere; il
quale, quantunque male io possa, pur m'ingegnerò di
fornire.
Noi, egli e io, come caso
venne, essendo il tempo per piove e per freddo noioso, nella mia
camera, menando la tacita notte le sue più lunghe dimore,
riposando nel ricchissimo letto insieme dimoravamo; e già
Venere, da noi molto faticata, quasi vinta ci dava luogo, e uno lume
grandissimo in una parte della camera acceso gli occhi suoi della mia
bellezza faceva lieti, e i miei similmente faceva della sua. Li
quali, mentre che di quella, parlando io cose varie, essi soperchia
dolcezza beveano, quasi d'essa inebriata la luce loro, non so come
per piccolo spazio da ingannevole sonno vinti, toltemi le parole,
stettero chiusi. Il quale così soave da me passando, come era
entrato, del caro amante ramarichevoli mormorii sentirono li miei
orecchi, e sùbito della sua sanità in varii pensieri
messa, volli dire: "Che ti senti?". Ma vinta da nuovo
consiglio mi tacqui, e con occhio acutissimo, e con orecchie sottili,
lui nell'altra parte del nostro letto rivolto, cautamente mirandolo
per alcuno spazio l'ascoltai. Ma nulla delle sue voci presero gli
orecchi miei, benché lui in singhiozzi di gravissimo pianto
affannato e il viso parimente e il petto bagnato di lagrime
conoscessi.
Ohimè! quali
voci mi sarieno sufficienti ad esprimere quale in tale aspetto, la
cagione ignorando, l'anima mia divenisse mirandolo? E' mi corsero
mille pensieri che la mente in uno momento, e quasi tutti terminavano
in uno, cioè che egli, amando altra donna, contra voglia
dimorasse in tal modo. Le mie parole furono più volte infino
alle labbra per domandarlo qual fosse la sua noia; ma, dubitando che
vergogna non gli porgesse l'esser da me trovato piagnendo, si
ritraevano indietro; e similmente trassi gli occhi più volte
da riguardarlo, acciò che le calde lagrime cadenti da quelli,
venendo sopra di lui, non gli dessero materia di sentire ch'egli
fosse da me veduto. Oh quanti modi, impaziente, pensai da operare,
acciò che egli desta mi sentisse non averlo sentito, e a niuno
m'accordava! Ma ultimamente, vinta dal disio di sapere la cagione del
suo pianto, acciò che egli a me si volgesse, quali coloro che
ne' sogni o da caduta, o da bestia crudele, o da altro spaventati,
subitamente pavidi si riscuotono, il sogno e il sonno ad un'ora
rompendo, cotale sùbita con voce pavida mi riscossi, l'uno de'
miei bracci gittando sopra li suoi omeri. E certo l'inganno ebbe
luogo, perciò che egli, lasciando le lagrime, con infinta
letizia sùbito a me si volse, e disse, con voce pietosa: O
anima mia bella, che temesti?
Al quale io senza intervallo
risposi: Parevami che io ti perdessi. Ohimè! che le mie
parole, non so da che spirito pinte fuori, furono del futuro e agurio
e verissime annunziatrici, come io ora veggio.
Ma egli rispose: O carissima giovine, morte, non altri potrà che tu mi perda operare.
E queste parole senza mezzo seguì un gran sospiro; del quale
non fu sì tosto, da me, che de' primi pianti disiderava saper
la cagione, dimandato, che le abondanti lagrime da' suoi occhi, come
da due fontane, cominciarono a scaturire, e il mal rasciutto petto di
lui a bagnare con maggiore abondanza; e me in greve doglia e già
lagrimante tenne per lungo spazio sospesa, sì l'impediva il
singhiozzo del pianto, anzi che alle mie molte dimande potesse
rispondere. Ma poi che libero alquanto dall'émpito si sentio,
con voce spesso rotta dal pianto, così mi rispose:
"O a me carissima donna e da me amata sopra tutte le cose, sì
come gli effetti aperto ti possono mostrare, se i miei pianti
meritano fede alcuna, credere puoi non senza cagione amara con tanta
abondanza spandano lagrime gli occhi miei, qualora nella memoria mi
torna quello che ora, in tanta gioia con teco stando, mi vi tornò,
e cioè solamente il pensare che di me far due non posso,
com'io vorrei, acciò che ad Amore e alla debita pietà
ad un'ora satisfare potessi qui dimorando, e là dove necessità
strettissima mi tira per forza, andando. Dunque non potendosi, in
afflizione gravissima il mio cuore misero ne dimora, sì come
colui che da una parte traendo pietà, è fuori delle tue
braccia tirato, e dall'altra in quelle con somma forza da Amore
ritenuto".
Queste parole
m'entrarono nel misero cuore con amaritudine mai non sentita, e
ancora che bene non fossero prese dallo intelletto, nondimeno quanto
più di quelle ricevevano le orecchie attente a' danni loro,
tanto più in lagrime convertendosi m'uscivano per gli occhi,
lasciando nel cuore il loro effetto nemico. Questa fu la prima ora,
che io sentii dolori al mio piacer più nimichevoli; questa fu
quell'ora, che senza modo lagrime mi fece spandere, mai prima da me
simili non sparte; le quali niuna sua parola, né conforto, di
che assai era fornito, poteva ristringere. Ma poi che per lungo
spazio ebbi pianto amaramente, quanto potei ancora il pregai che più
chiaro qual pietà il traeva delle mie braccia mi dimostrasse;
onde egli, non ristando però di piangere, così mi
disse:
"La inevitabile morte,
ultimo fine delle cose nostre, di più figliuoli nuovamente me
solo ha lasciato al padre mio, il quale d'anni pieno e senza sposa,
solo d'alcuno mio fratello sollecito a' suoi conforti rimaso, senza
speranza alcuna di più averne, me a consolazione di lui, il
quale egli già sono più anni passati non vide, richiama
a rivederlo. Alla qual cosa fuggire per non lasciarti, già
sono più mesi, varie maniere di scuse ho trovate; e
ultimamente non accettandone alcuna, per la mia puerizia nel suo
grembo teneramente allevata, per l'amore da lui verso di me
continuamente portato e per quello che a lui portar debbo, per la
debita ubidienza filiale, e per qualunque altra cosa più grave
puote, continuo mi scongiura che a rivedere lo vada. E oltre a ciò
da amici e da parenti con prieghi solenni me ne fa stimolare, dicendo
in fine sé la misera anima cacciare del corpo sconsolata, se
me non vede. Ohimè, quanto sono le naturali leggi forti! Io
non ho potuto fare, né posso, che nel molto amore che io ti
porto non abbia trovato luogo questa pietà; onde, avendo in
me, con licenza di te, diliberato d'andare a rivederlo, e con lui
dimorare a consolazione sua alcuno piccolo spazio di tempo, non
sappiendo come senza te viver mi possa, di tal cosa ricordandomi
tuttavia, meritamente piango".
E qui si tacque.
Se alcuna di voi
fu mai, o donne a cui io parlo, alla quale, ferventemente amando,
tale caso avvenisse, colei sola spero che possa conoscere quale
allora fosse la mia tristizia; all'altre non curo di dimostrarlo,
però che così come ogn'altro essemplo che il detto,
così ogni parlare ci sarebbe scarso. Io dico sommariamente
che, udendo io queste parole, l'anima mia cercò di fuggire da
me, e senza dubbio credo fuggita sariesi, se non che essa di colui
nelle braccia cui più amava si sentiva stare; ma nondimeno
paurosa rimasa, e occupata da greve doglia, lungamente mi tolse il
poter dire alcuna cosa. Ma poi che per alquanto spazio si fu
assuefatta a sostenere il mai più non sentito dolore, a'
miseri spiriti rendé le paurose forze, e gli occhi, rigidi
divenuti, ebbero copia di lagrime e la lingua di dire alcuna parola.
Per che, al signore della mia vita rivolta, così li
dissi:
"O ultima speranza
della mia mente, entrino le mie parole nella tua anima con forza di
mutare il proposito, acciò che, se così m'ami come
dimostri, e la tua vita e la mia cacciate non sieno dal tristo mondo
prima che venga il dì segnato. Tu, da pietà tirato e da
amore, in dubbio poni le cose future; ma certo, se le tue parole per
addietro sono state vere, con le quali me da te essere stata amata
non una volta, ma molte hai affermato, niun'altra pietà a
questa potenza dee potere resistere, né mentre ch'io vivo,
altrove tirarti; e odi perché. Egli t'è manifesto, se
tu séguiti quello che parli, in quanto dubbio tu lasci la vita
mia, la quale appena per addietro s'è sostenuta quel giorno
che io non t'ho potuto vedere; dunque puoi esser certo che,
cessandoti tu, ogni allegrezza da me si partirà. E ora
bastasse questo! Ma chi dubita che ogni tristizia mi sopravverrà,
la quale, forse, e senza forse, mi ucciderà? Ben dei tu oramai
conoscere quanta forza sia nelle tenere giovini a potere così
avversi casi con forte animo sostenere. Se forse vuogli dire che io
per addietro, amando saviamente e con forza, gli sostenni maggiori,
certo io il consento in parte, ma la cagione era molto diversa da
questa: la mia speranza posta nel mio volere mi faceva lieve quello
che ora nell'altrui mi graverà. Chi mi negava, quando il disio
m'avesse pure oltre ad ogni misura costretta, che io te, così
di me come io di te innamorato, non avessi potuto avere? Certo
nessuno; quello che, essendomi tu lontano, non m'avverrà.
Oltre a ciò, io allora non sapeva, più che per vista,
chi tu ti fossi, benché io t'estimassi da molto; ma ora io il
conosco, e sento per opera che tu se' d'avere troppo più caro
che non mi mostrava allora il mio imaginare, e se' divenuto mio con
quella certezza che gli amanti possono essere dalle donne tenuti
loro. E chi dubita che egli non sia molto maggiore dolore il perdere
ciò che altri tiene, che quello che egli spera di tenere,
ancora che la speranza debba riuscire vera? E però, bene
considerando, assai aperta si vede la morte mia. Dunque, la pietà
del vecchio padre preposta a quella che di me dei avere mi sarà
di morte cagione, e tu non amatore, ma nemico, se così fai.
Deh, vorrai tu, o potrail fare, pur che io il consenta, i pochi anni
al vecchio padre servati, a' molti, che ancora a me ragionevolmente
si debbono, anteporre? Ohimè! che iniqua pietà sarà
questa? E` egli tua credenza, o Panfilo, che niuna persona, sia di te
quantunque egli vuole o puote per parentado di sangue o per amistà
congiunta, t'ami sì come io t'amo? Male credi, se di sì
credi: veramente niuno t'ama così come io. Dunque, se io più
t'amo, più pietà merito, e perciò degnamente
antiponmi, e di me essendo pietoso, di ogni altra pietà ti
dispoglia che offenda questa, e senza te lascia riposare il tuo
padre; e così come, tu non con lui, lungamente è
vivuto, se gli piace, per innanzi si viva, e se non, muoiasi. Egli è
fuggito molti anni al mortal colpo, s'io odo il vero, e più ci
è vivuto che non si conviene; e se egli con fatica vive, come
i vecchi fanno, sarà vie maggior pietà di te verso lui
lasciarlo morire, che più in lui con la tua presenza
prolungare la fatichevole vita.
Ma
me, che guari senza te vivuta non sono, né vivere saprei senza
te, si conviene aiutare, la quale, giovanissima ancora, con teco
aspetto molti anni di vivere lieti. Deh, se la tua andata quello nel
tuo padre dovesse operare che in Esone i medicamenti di Medea
operarono, io direi la tua pietà giusta, e comanderei che
s'adempiesse, ancora che duro mi fosse; ma non sarà cotale, né
potrebbe essere, e tu il sai. Or ecco, se a te, forse più che
io non credo crudele, di me, la quale per tua elezione, non
isforzato, hai amata e ami, sì poco ti cale, che tu vogli pure
al mio amore preporre la pietà perduta del vecchio padre, il
quale è tale quale il ti diè la fortuna, almeno di te
medesimo t'incresca più che di me o di lui, il quale, se i
tuoi sembianti in prima, e poi le tue parole non m'hanno ingannata,
più morto che vivo ti se' mostrato, quale ora, per accidente,
senza vedermi hai trapassata; e ora a sì lunga dimora, chente
richiede la mal venuta pietà, senza vedermi ti credi potere
dimorare? Deh, per Dio, attentamente riguarda, e vedi te possibile a
morte ricevere (se per lungo dolore avviene che l'uomo si muoia, come
io intendo) per l'altrui vita, di questa andata, la quale che a te
sia durissima le tue lagrime e del tuo cuore il movimento, il quale
nell'ansio petto senza ordine battere ti sento, dimostrano; e se
morte non te ne segue, vita piggiore che morte non te ne falla.
Ohimè! che lo innamorato mio cuore insieme dalla pietà
che a me medesima porto, e da quella che per te sento è ad
un'ora costretto. Per che io ti priego che tu sì sciocco non
sii che, movendoti a pietà d'alcuna persona, e sia chi vuole,
tu vogli te a grave pericolo di te medesimo sottoporre. Pensa che chi
sé non ama, niuna cosa possiede. Tuo padre, di cui tu se' ora
pietoso, non ti diede al mondo perché tu stesso divenissi
cagione di tortene. E chi dubita che, se a lui fosse la nostra
condizione licito di scoprire, che egli, essendo savio, non dicesse
piuttosto: "Rimanti" che "Vieni"? E se a ciò
discrezione non lo inducesse, egli ve lo inducerebbe pietà; e
questo credo che assai ti sia manifesto. Dunque fa' ragione che quel
giudicio che egli darebbe, se la nostra causa sapesse, che egli
l'abbia saputa e dato, e per la sua medesima sentenza lascia stare
questa andata, a me e a te parimente dannosa.
Certo, carissimo signor mio, assai possenti cagioni sono le già
dette da doverle seguire, e rimanerti, considerando ancora dove tu
vai; ché, posto che colà vadi ove nascesti, luogo
naturalmente oltre ad ogni altro amato da ciascuno, nondimeno, per
quello che io abbia già da te udito, egli t'è per
accidente noioso, però che, sì come tu medesimo già
dicesti, la tua città è piena di voci pompose e di
pusillanimi fatti, serva non a mille leggi, ma a tanti pareri quanti
v'ha uomini, e tutta in arme, e in guerra, così cittadina come
forestiera, fremisce, di superba, avara e invidiosa gente fornita, e
piena di innumerabili sollecitudini: cose tutte male all'animo tuo
conformi. E quella che di lasciare t'apparecchi so che conosci lieta,
pacifica, abondevole, magnifica, e sotto ad un solo re: le quali
cose, se io alcuna conoscenza ho di te, assai ti sono gradevoli; e
oltre a tutte le cose contate, ci sono io, la quale tu in altra parte
non troverai. Dunque, lascia l'angosciosa proposta, e, mutando
consiglio, alla tua vita e alla mia insieme, rimanendo, provvedi; io
te ne priego".
Le mie parole
in molta quantità le sue lagrime aveano cresciute, delle quali
co' baci mescolate assai ne bevvi. Ma egli dopo molti sospiri così
mi rispose:
"O sommo bene
dell'anima mia, senza niuno fallo vere conosco le tue parole, e ogni
pericolo in quelle narrato m'è manifesto; ma acciò che
io, non come io vorrei, ma come la necessità presente
richiede, brievemente risponda, ti dico che il potere con un corto
affanno solvere un debito grande, credo da te mi si debbia concedere.
Pensar dei ed esser certa che, benché la pietà del
vecchio padre mi strìnga assai e debitamente, non meno, ma
molto più, quella di noi medesimi mi costrigne; la quale, se
licita fosse a discoprire, scusato mi parrebbe essere, presumendo
che, non che da mio padre solo, ma ancora da qualunque altro fosse
giudicato quel che dicesti; e lascerei il vecchio padre, senza
vedermi, morire. Ma convenendo questa pietà essere occulta,
senza quella palese adempiere, non veggio come senza gravissima
riprensione e infamia far lo potessi. Alla quale riprensione fuggire,
adempiendo il mio dovere, tre o quattro mesi ci torrà di
diletto fortuna; dopo li quali, anzi innanzi che compiuti siano,
senza fallo mi rivedrai nel tuo cospetto tornato, a me come te
medesima rallegrare. E se il luogo al quale io vo è così
spiacevole come fai (ché è così a rispetto di
questo, essendoci tu), ciò ti dee essere molto a grado,
pensando che, dove altra cagione a partirmi quindi non mi movesse,
per forza le qualità del luogo al mio animo avverse me ne
farebbono partire e qui tornare. Dunque concedasi questo da te, che
io vada; e come per addietro ne' miei onori e utili se' stata
sollecita, così ora in questo divieni paziente, acciò
che io, conoscendo a te gravissimo l'accidente, più sicuro per
innanzi mi renda, che in qualunque caso ti sia l'onor mio quant'io
stato caro".
Egli avea detto,
e tacevasi, quando io così ricominciai a parlare:
"Assai chiaro conosco ciò che fermato nell'animo non
pieghevole porti, e appena mi pare che in quello raccogliere vogli
pensando di quante e quali sollecitudini l'anima mia lasci piena da
me lontanandoti; la quale niuno giorno, niuna notte, niuna ora sarà
senza mille paure: io starò in continuo dubbio della tua vita,
la quale io priego Iddio che sopra i miei dì la distenda
quanto tu vuoi. Deh, perché con soperchio parlare mi voglio io
stendere dicendole ad una ad una? Egli non ha, brievemente, il mare
tante arene, né il cielo stelle, quante cose dubbiose e di
pericolo piene possono tutto dì intervenire a' viventi; le
quali tutte, partendoti tu, senza dubbio spaventandomi
m'offenderanno. Ohimè! trista la vita mia! Io mi vergogno di
dirti quello che nella mia mente mi viene; ma però che quasi
possibile per le cose udite mi pare, costretta tel pur dirò.
Or se tu ne' tuoi paesi, ne' quali io ho udito più volte
essere quantità infinita di belle donne e vaghe, atte bene ad
amare e ad essere amate, una ne vedessi che ti piacesse, e me
dimenticassi per quella, qual vita sarebbe la mia? Deh! se così
m'ami come dimostri, pensalo come faresti tu se io per altrui ti
cambiassi! La qual cosa non sarà mai: certo io con le mie
mani, anzi che ciò avvenisse, m'ucciderei.
Ma lasciamo stare questo, e di quello che noi non disideriamo che
avvenga, non tentiamo con tristo annunzio gl'iddii. Se a te pur fermo
giace nell'animo il partire, con ciò sia cosa che niun'altra
cosa mi piaccia, se non piacerti, a ciò volere di necessità
mi conviene disporre. Tuttavia, se essere può, io ti priego
che in questo tu séguiti il mio volere, cioè in dare
alla tua andata alcuno indugio, nel quale io, imaginando il tuo
partire, con continuo pensiero possa apparare a sofferire d'essere
senza te. E certo questo non ti deve essere grave: il tempo medesimo,
il quale ora la stagione mena malvagio, m'è favorevole. Non
vedi tu il cielo pieno d'oscurità, continuo minacciante
gravissime pestilenze alla terra con acque, con nevi, con venti e con
ispaventevoli tuoni? E come tu dei sapere, ora per le continue piove
ogni piccolo rivo è divenuto un grande e possente fiume. Chi è
colui che sì poco se medesimo ami, che in così fatto
tempo si metta a camminare? Dunque, in questo fa il mio piacere; il
quale se far non vuogli, fa il tuo dovere: lascia i dubbiosi tempi
passare, e aspetta il nuovo, nel quale e tu meglio e con meno
pericolo andrai, e io, già co' tristi pensieri costumata più
pazientemente aspetterò la tua tornata".
A queste parole egli non indugiò la risposta, ma disse:
"Carissima giovine, l'angosciose pene e le sollecitudini varie
nelle quali io contro a mio piacere ti lascio, e meco senza dubbio ne
porto l'une e l'altre, mitighi la lieta speranza della futura
tornata; né di quello che così qui come altrove, quando
tempo sarà, mi dee giungere, cioè la morte, è
senno d'averne pensiero, né de' futuri accidenti a nuocere
possibili e a giovare: ovunque l'ira e la grazia di Dio coglie
l'uomo, quivi e il bene e il male, senza potere altro, gli conviene
sostenere. Adunque queste cose senza badarci, nelle mani di lui,
meglio di noi consapevole de' nostri bisogni, le lascia stare, e a
lui con prieghi solamente addimanda che vengano buone. Che mai di
niuna donna io sia altro che di Fiammetta, appena, pure se io il
volessi, il potrebbe fare Giove, con sì fatta catena ha il mio
cuore Amore legato sotto la tua signoria. E di ciò ti rendi
sicura, che prima la terra porterà le stelle, e il cielo arato
da' buoi producerà le mature biade, che Panfilo sia d'altra
donna che tuo. L'allungare di spazio che chiedi alla mia partita, se
io il credessi a te e a me utile, più volontieri che tu nol
chiedi il farei; ma tanto quanto quello fosse più lungo,
cotanto il nostro dolore sarebbe maggiore. Io, ora partendomi, prima
sarò tornato, che quello spazio sia compiuto il quale chiedi
per apparare a sofferire; e quella noia in questo mezzo avrai, non
essendoci io, che avresti pensando al mio dovermi partire. E alla
malvagità del tempo, sì come altra volta uso di
sostenerne, prenderò io salutevole rimedio; il quale volesse
Iddio che così ritornando già l'operassi come
partendomi il saprò operare. E perciò con forte animo
ti disponi a ciò che, quando pure far si conviene, è
meglio sùbito operando passare, che con tristizia e paura di
farlo aspettare".
Le mie
lagrime quasi nel mio parlare allentate altra risposta attendendo,
udendo quella, crebbero in molti doppii; e sopra il suo petto posata
la grave testa, lungamente dimorai senza più dirgli, e varie
cose nell'animo rivolgendo, né affermare sapea, né
negare ciò che e' diceva. Ma ohimè! chi avrebbe a
quelle parole risposto se non: "Fa quel che ti piace, torni tu
tosto"? Niuna credo. E io, non senza gravissima doglia e molte
lagrime, dopo lungo indugio così gli risposi, aggiungendogli
che gran cosa, se egli viva mi trovasse nel suo tornare, senza dubbio
sarebbe.
Queste parole dette, l'uno
confortato dall'altro, rasciugammo le lagrime, e a quelle ponemmo
sosta per quella notte. E servato l'usato modo, anzi la sua partita,
che pochi giorni fu poi, me più volte venne a rivedere; benché
assai d'abito e di volere trasmutata dal primo mi rivedesse. Ma
venuta quella notte la quale dovea essere l'ultima de' miei beni, con
ragionamenti varii non senza molte lagrime trapassammo; la quale,
ancora che per la stagione del tempo fosse delle più lunghe,
brevissima mi parve che trapassasse. E già il giorno, agli
amanti nemico, cominciato aveva a tòrre la luce alle stelle;
del quale vegnente poi che 'l segno venne alle mie orecchie,
strettissimamente lui abbracciai, e così dissi:
"O dolce signor mio, chi mi ti toglie? Quale iddio con tanta
forza la sua ira verso di me adopera che, me vivente, si dica:
"Panfilo non è là dove la sua Fiammetta dimora"?
Ohimè! che io non so ora ove ne vai tu. Quando sarà che
io più ti debba abbracciare? Io dubito che non mai. Io non so
ciò che il cuore miseramente indovinando mi si va
dicendo".
E così
amaramente piagnendo, e riconfortata da lui, più volte il
baciai. Ma dopo molti stretti abbracciari ciascuno pigro a levarsi,
la luce del nuovo giorno strignendoci, pur ci levammo. E
apparecchiandosi egli già di darmi li baci estremi, prima
lagrimando cotali parole gli cominciai:
"Signor mio, ecco tu te ne vai, e in brieve la tornata prometti;
facciami di ciò, se ti piace, la tua fede sicura, sì
che io, a me non parendo invano pigliare le tue parole, di ciò
prenda, quasi come di futura fermezza, alcuno conforto
aspettando".
Allora egli le
sue lagrime con le mie mescolando, al mio collo, credo per la fatica
dell'animo, grave pendendo, con debole voce disse:
"Donna, io ti giuro per lo luminoso Apollo, il quale ora surge
oltre a' nostri disii con velocissimo passo, di più tostana
partita dando cagione, e li cui raggi io attendo per guida, e per
quello indissolubile amore che io ti porto, e per quella pietà
che ora da te mi divide, che il quarto mese non uscirà che,
concedendolo Iddio, tu mi vedrai qui tornato".
E quindi, presa con la sua destra la mia destra mano, a quella parte
si volse, dove le sacre imagini dei nostri iddii figurate vedeansi, e
disse:
"O santissimi iddii,
igualmente del cielo governatori e della terra, siate testimoni alla
presente promessione, e alla fede data dalla mia destra; e tu, Amore,
di queste cose consapevole, sii presente; e tu, o bellissima camera,
a me più a grado che 'l cielo agl'iddii, così come
testimonia secreta de' nostri disii se' stata, così
similemente guarda le dette parole; alle quali, se io per difetto di
me vengo meno, cotale verso di me l'ira d'Iddio si dimostri, quale
quella di Cerere in Erisitone, o di Diana in Atteone, o in Semelè
di Giunone apparve già nel passato".
E questo detto, me con volontà somma abbracciò
ultimamente dicendo "Addio!" con rotta voce.
Poi che egli così ebbe parlato, io misera, vinta
dall'angoscioso pianto, appena li pote' rispondere alcuna cosa; ma
pure isforzandomi, tremanti parole pinsi fuori della trista bocca in
cotale forma:
"La fede a' miei
orecchi promessa, e data alla mia destra mano dalla tua, fermi Giove
in cielo con quello effetto che Inachide fece li prieghi di Teletusa,
e in terra, come io disidero e come tu chiedi, la faccia
intera".
E accompagnato lui
infino alla porta del nostro palagio, volendo dire "Addio!",
sùbito fu la parola tolta alla mia lingua, e il cielo agli
occhi miei. E quale succisa rosa negli aperti campi infra le verdi
fronde sentendo i solari raggi cade perdendo il suo colore, cotale
semiviva caddi nelle braccia della mia serva; e dopo non piccolo
spazio, aiutata da lei fedelissima, con freddi liquori rivocata al
tristo mondo, mi risentii; e sperando ancora d'essere alla mia porta,
quale il furioso toro, ricevuto il mortal colpo, furibondo si leva
saltando, cotale io stordita levandomi, appena ancora veggendo,
corsi, e con le braccia aperte la mia serva abbracciai credendo
prendere il mio signore, e con fioca voce e rotta dal pianto in mille
partì dissi:
"O anima
mia, addio".
La serva tacque,
conoscendo il mio errore; ma io poi, ricevuta veduta più
libera, il mio avere fallito sentendo, appena un'altra volta in
simile smarrimento non caddi.
Il
giorno era già chiaro per ogni parte, onde io nella mia camera
senza il mio Panfilo veggendomi, e intorno mirandomi per ispazio
lunghissimo, come ciò avvenuto si fosse ignorando, la serva
dimandai che di lui avvenuto fosse, a cui ella piagnendo
rispose:
"Già è
gran pezza che egli, qui nelle sue braccia recatavi, da voi il
sopravvegnente giorno con lagrime infinite a forza il divise".
A cui io dissi:
"Dunque si è
egli pure partito?"
"Sì"
rispose la serva.
Cui io ancora
seguendo addimandai:
"Or con
che aspetto si partì? Con grave?"
A cui ella rispose:
"Niuno mai
più dolente ne vidi".
Poi seguitai:
"Quali furono
gli atti suoi? E che parole disse nella partenza?"
Ed ella rispose:
"Voi quasi
morta nelle mie braccia rimasa, vagando la vostra anima non so dove,
egli vi si recò, tosto che tale vi vostra anima non so dove,
egli vi si recò, tosto che tale vi vide, nelle sue
teneramente; e con la sua mano nel vostro petto cercato se con voi
fosse la paurosa anima, e trovatala forte battendo, piagnendo, cento
volte e più agli ultimi baci credo vi richiamasse. Ma poi che
voi immobile non altramente che marmo vide, qui vi recò, e,
dubitando di peggio, lagrimando più volte bagnò il
vostro viso, dicendo: "O sommi iddii, se nella mia partenza
peccato alcuno si contiene, venga sopra di me il giudicio, non sopra
la non colpevole donna. Rendete a' luoghi suoi la smarrita anima, sì
che di questo ultimo bene, cioè di vedermi nella mia partita e
di darmi gli ultimi baci dicendo addio, ed ella e io siamo
consolati". Ma poi che vide voi non risentirvi, quasi senza
consiglio, ignorando che farsi, pianamente in sul letto posatavi,
quali le marine onde, da' venti e dalla pioggia sospinte, ora innanzi
vengono e quando addietro si tornano, cotale da voi partendosi infino
in sul limitare dell'uscio della camera pigramente andando, mirava
per le finestre il minacciante cielo nemico alla sua dimora; e quindi
subitamente verso voi ritornava, da capo chiamandovi e aggiungendo
lagrime e baci al vostro viso. Ma poi che così ebbe fatto più
volte, vedendo che più lunga non poteva essere con voi la sua
dimora, abbracciandovi disse: "O dolcissima donna, unica
speranza del tristo cuore, la quale io, a forza partendomi, lascio in
dubbia vita, Iddio ti renda il perduto conforto, e te a me tanto
servi che insieme felici ancora ci possiamo rivedere, sì come
sconsolati ne divide l'amara partenza". E così come le
parole diceva, così continuamente piagneva forte, tanto che i
singhiozzi del suo pianto più volte mi fecero paura che non
che da' nostri di casa, ma che da' vicini sentiti non fossero. Ma
poi, più non potendo dimorare per la nemica chiarezza
sopravvegnente, con maggiore abondanza di lagrime disse "Addio!",
e quasi a forza tirato, percotendo forte il piede nel limitar
dell'uscio, uscì delle nostre case. Onde uscito, appena si
saria detto che egli potesse andare, anzi ad ogni passo volgendosi,
quasi pareva sperasse che, voi risentita, io il dovessi chiamare a
rivedervi".
Tacque allora
quella; e io, o donne, quale voi potete pensare, cotale dolendomi
della partita del caro amante, sconsolata rimasi piagnendo.
Capitolo III.
Nel quale si dimostra chenti e quali fossero di questa donna i pensieri e l'opera, trascorrendo il tempo a lei dal suo amante promesso di ritornare.
Quale voi avete di sopra udito, o donne, cotale, dipartito il mio
Panfilo, rimasi, e più giorni con lagrime di tal partenza mi
dolsi, né altro era nella mia bocca, benché tacitamente
fosse, che: "O Panfilo mio, come può egli essere che tu
m'abbi lasciata?". Certo intra le lagrime mi dava tal nome,
ricordandolo, alcuno conforto. Niuna parte della mia camera era che
io con disiderosissimo occhio non riguardassi, fra me dicendo: "Qui
sedette il mio Panfilo, qui giacque, quivi mi promise di tornare
tosto, quivi il baciai io". E, brievemente, ciascuno luogo m'era
caro. Io alcuna volta meco medesima fingeva lui dovere ancora,
indietro tornando, venirmi a vedere, e quasi come se venuto fosse,
gli occhi all'uscio della mia camera rivolgeva, e rimanendo dal mio
consapevole imaginamento beffata, così ne rimaneva crucciosa
come se con verità fossi stata ingannata. Io più volte
per cacciare da me i non utili riguardamenti cominciai molte cose a
voler fare; ma vinta da nuove imaginazioni, quelle lasciava stare. Il
misero cuore con non usato battimento continuamente m'infestava. Io
mi ricordava di molte cose, le quali io gli vorrei aver dette, e
quelle che dette gli aveva, e le sue ripetendo con meco stessa; e in
tal maniera, non fermando l'animo a nulla cosa, più giorni mi
stetti dogliosa.
Poi che la doglia
gravissima per la nuova partenza incominciò per interposizione
di tempo alquanto ad allenare, a me incominciarono a venire più
fermi pensieri; e venuti, se medesimi con ragioni verisimili
difendevano. Egli, non dopo molti dì dimorando io nella mia
camera sola, m'avvenne ch'io con meco a dir cominciai: "Ecco,
ora l'amante è partito, e vassene; e tu, misera, non che dire
addio, ma rendergli i baci dati al morto viso o vederlo nel suo
partire non potesti; la quale cosa egli forse tenendo a mente, se
alcuno caso noioso gli avviene, della tua taciturnità malo
agurio prendendo, forse di te si biasimerà". Questo
pensiero mi fu nel principio nell'animo molto grave, ma nuovo
consiglio da me il rimosse, perciò che meco pensando dissi:
"Di qui non dee biasimo alcuno cadere, perciò che egli,
savio, piuttosto il mio avvenimento prenderà in agurio felice,
dicendo: "Ella non disse addio, sì come si suol dire a
quelli, i quali o per lungamente dimorare o per non tornare si
sogliono partire d'altrui; ma tacendo, me seco quasi reputando
d'avere, brevissimo spazio disegnò alla mia dimora". E
così, me con meco racconsolata, lascio questo andare, intrando
in altri.
Alcun'altra volta con più
gravezza mi venne pensato lui avere il piè percosso nel
limitare dell'uscio della nostra camera, sì come la fedele
serva m'avea ridetto; e ricordandomi che a niuno altro segnale
Laudomia prese tanta fermezza, quanta a così fatto del non
redituro Protesilao, già molte volte ne piansi, quello
medesimo di ciò sperando che n'è avvenuto. Ma, non
capendomi allora nell'animo che avvenire mi dovesse, quasi vani
cotali pensieri imaginai da dover lasciare andar via. I quali però
non si partiano a mia posta, ma talvolta altri sopravvegnendone,
questi m'uscivano di mente, pensando a già venuti, i quali
tanti e tali erano, che di quelli il numero, non che altro,
graverebbe a ricordarsi.
Egli non
mi venne una volta sola nell'animo l'avere già letto ne' versi
di Ovidio che le fatiche traevano a' giovini amore delle menti, anzi
mi veniva tante quante volte io mi ricordava lui essere in camino. E
sentendo quello non piccolo affanno, e massimamente a chi è di
riposo uso, o il fa contro voglia, forte meco dubitava in prima non
quello avesse forza di torlomi, e appresso non la invita fatica né
il noioso tempo gli fosse cagione d'infermità, o di peggio. E
in questo molto mi ricorda più che negli altri dimorare
occupata, benché sovente io e dalle sue medesime lagrime da me
vedute, e dalle mie fatiche, le quali mai non mutarono la mia
fermezza, argomentai non potere essere vero, che per sì
piccolo affanno si spegnesse amore così grande, sperando
ancora che la sua giovine età e la discrezione da altro
accidente noioso me 'l guarderebbero.
Così adunque a me opponendo, e rispondendo, e solvendo,
trapassai tanti giorni, che non che lui alla sua patria pervenuto
pensai solamente, ma ancora ne fui per sua lettera fatta certa. La
quale essendo a me per molte cagioni graziosissima, lui ardere come
mai mi fece palese, e con maggiori promesse vivificò la mia
speranza del suo tornare.
Da questa
ora innanzi, partiti i primi pensieri, nuovi in luogo di quelli
subitamente ne nacquero. Io alcuna volta diceva: "Ora Panfilo
unico figliuolo al vecchio padre, da lui, il quale già è
molti anni nol vide, con grandissima festa ricevuto, non che egli di
me si ricordi, ma io credo che egli maledice i mesi i quali qui con
diverse cagioni per amor di me si ritenne; e ricevendo onore ora da
questo amico e ora da quell'altro, biasima forse me, che altro che
amarlo non sapea quando c'era. E gli animi pieni di festa sono atti a
potere essere tolti d'uno luogo, e obligarsi in un altro. Deh, ora
potrebbe egli essere che io in così fatta maniera il perdessi?
Certo appena che io il possa credere. Iddio cessi che questo avvenga;
e come egli ha me tenuta e tiene, tra' miei parenti e nella mia
città, sua, così lui tra' suoi e nella sua conservi
mio". Ohimè! con quante lagrime erano mescolate queste
parole, e con quante più sarebbero state, se vero avessi
creduto ciò che esse medesime vero indovinavano! Avvegna che
quelle che allora non vennero, io poi in molti doppii l'abbia sparte
invano.
Oltre a cotal ragionare,
l'anima, spesse volte conoscitrice de' suoi futuri mali, presa da non
so che paura, tremava forte; la qual paura più volte in cotal
pensiero si risolvette: "Panfilo ora nella sua città,
piena di templi eccellentissimi e per molte e grandissime feste
pomposi, visita quelli, li quali senza niuno dubbio trova di donne
pieni, le quali sì come io ho molte fiate udito, ancora che
bellissime sieno, di leggiadria e di vaghezza tutte l'altre
trapassano, né alcune ne sono con tanti lacciuoli da pigliare
animi, quanti loro. Deh, chi può essere sì forte
guardiano di se medesimo, dove tante cose concorrono, che, posto che
egli pure non voglia, egli non sia almeno per forza preso alcuna
volta? E io medesima fui per forza presa. E oltre a ciò le
cose nuove sogliono più che l'altre piacere. Adunque è
leggier cosa che egli a loro nuovo ed esse a lui, e possa ad alcuna
piacere, e a lui similmente alcuna piacerne". Ohimè!
quanto m'era grave cotale imaginare, il quale, che egli non dovesse
avvenire, appena poteva da me cacciare, dicendo: "Or come
potrebbe Panfilo, che te più che sé ama, ricevere nel
cuore da te occupato un altro amore? Non sai tu qui alcuna essere
stata ben degna di lui, la quale con maggior forza che con quella
degli occhi s'ingegnò d'entrarvi, né vi poté
onde trovare? Certo appena, non essendo egli tuo sì come egli
è, trapassando ancora qualunque donne si sono di bellezza e
d'arte le dèe, che egli così tosto, come tu di',
innamorare si potesse. E oltre a questo, come credi tu che egli la
fede a te promessa volesse rompere per alcun'altra? Egli nol farebbe
giammai; e similemente nella sua discrezione ti dei fidare. Tu dei
ragionevolmente pensare che egli non è sì poco savio,
che egli non conosca che mattamente fa chi lascia quel ch'egli ha,
per acquistare quello che non ha; se già quello che lasciasse
non fosse piccolissima cosa per acquistare una grandissima, e di ciò
speranza avere infallibile; il che in questo non può avvenire,
però che se tu hai il vero udito, tu saresti nel numero delle
belle nella sua terra, la quale niuna più ricca di te ne tiene
o gentile; e oltre a questo, cui troverebbe egli, che sì
l'amasse come tu l'ami? Esso, sì come in ciò esperto,
conosce quanta fatica sia il disporre una donna, che di nuovo
piaccia, a farsi amare, le quali, ancora che amino, il che di rado
avviene, sempre il contrario mostrano di ciò che disiano.
Egli, quando pure te non amasse, intorno a molte cose da altri suoi
fatti impedito, non potrebbe ora vacare a dimesticare novelle donne;
e però di ciò non pensare, ma tieni per certa regola,
che quanto tu ami, cotanto se' amata".
Ohimè! quanto falsamente argomentava, fatta sofistica contro
al vero! Ma con tutto il mio argomentare mai non mi pote' dell'animo
cacciare la miserabile gelosia, entratavi per giunta degli altri miei
danni. Ma pure, quasi veramente arguissi, alquanto alleviata, a mio
potere da tale pensiero mi scostava.
Carissime donne, acciò ch'io non metta il tempo in raccontare
ciascuno mio pensiero, quali le mie opere più sollecite
fossero ascolterete; né di ciò piglierete ammirazione,
se furono nuove, perciò che non quali io l'avrei volute, ma
quali Amore le mi dava, seguire le mi conveniva. Egli trapassavano
poche mattine che io, levata, non salissi nella più eccelsa
parte della mia casa, e quindi non altramente che li marinari, sopra
la gabbia del loro legno saliti, speculano se scoglio o terra vicina
scorgono che gli impedisse, riguardo tutto il cielo; poi verso
l'oriente fermata, considero quanto il sole, sopra l'orizonte levato,
abbia del nuovo giorno passato; e tanto quanto io il veggio più
innalzato, cotanto diceva più il termine avvicinarsi della
tornata di Panfilo. E quasi con diletto quello molte volte rimirava
salire; né discernendolo, ora alla mia ombra fatta minore, e
quando dallo spazio del suo corpo alla terra fatto maggiore, di lui
la salita quantità estimava, e meco stessa diceva lui più
pigramente che mai andare, e più dare a' giorni di spazio nel
Capricorno che nel Cancro dar non solea; e così similmente lui
al mezzo cerchio salito, dicea a diletto starsi a riguardare le
terre, e quantunque egli velocemente si calasse all'occaso, sì
mi parea tardo. Il quale, poi che, tolta al nostro mondo la luce sua,
alle stelle la loro lasciava mostrare, io contenta molte volte meco i
dì trapassati annoverando, quello con gli altri passati con
una piccola pietra segnava, non altramente che gli antichi, i lieti
dalli dolenti spartendo, con bianche e con nere petruzze solevano
fare. Oh quante volte già mi ricorda che anzi tempo io la vi
giunsi, parendomi tanto del termine dato scemare, quanto più
tosto l'aggiungeva al trapassato, ora le petruzze per li passati
segnate, e ora quelle, che per quelli che erano a passare stavano,
annoverando, benché di ciascune ottimamente il numero nella
mente avessi; ma quasi ogni volta sperava l'une cresciute e l'altre
dover trovare scemate. Così il disio mi trasportava
volonterosa alla fine del tempo dato.
Usata adunque questa sollecitudine vana, il più delle volte
nella mia camera mi tornava, e quivi più volontieri sola che
accompagnata. Per fuggire i pensieri nocevoli, quando sola mi vi
trovava, aprendo uno mio forziere, di quello molte cose già
state sue ad una ad una traeva, e quelle, con quello disiderio ch'io
soleva già lui riguardare, le mirava, e miratele, appena le
lagrime ritenute, sospirando le baciava; e quasi come se intelligenti
creature state fossero, le dimandava: "Quando ci fia il signor
nostro?". Quindi, riposte queste, infinite sue lettere a me da
lui mandate traeva fuori, e quelle quasi tutte leggendo, quasi con
lui parendomi ragionare, sentiva non poco conforto. E molte volte fu
che io, la mia serva chiamata, varii parlamenti con lei tenni di lui,
ora dimandandola qual fosse la sua speranza della tornata di Panfilo,
ora dimandandola quello che di lui le paresse, e talvolta se di lui
avesse udito alcuna cosa. Alle quali cose essa, o per piacermi, o
pure secondo il suo parere il vero rispondendomi, non poco mi
consolava; e così molte volte gran parte del dì
trapassava con poca noia.
Non meno
che le già dette cose, o pietose donne, m'era caro il visitare
li templi, e il sedere alla mia porta con le mie compagne, dove
spesso da ragionamenti varii alquanto erano da me rimosse le mie
sollecitudini infinite. Nelli quali luoghi stando, più volte
m'avvenne che io vidi di quelli giovini quali io molte volte con
Panfilo avea veduti; né mai che io gli vedessi avvenia che io
tra loro non mirassi, quasi tra essi dovessi Panfilo rivedere. Oh
quante volte io fui in ciò avvedutamente ingannata! E come,
ancora che ingannata fossi, mi giovava di loro vedere! Li quali, se
il loro aspetto non mi mentiva, io gli vedea della mia compassione
medesima pieni, e quasi del loro compagno rimasi soli, mi pareano non
così lieti come soleano. Oh, che voler fu più volte il
mio di dimandarli che fosse del loro compagno, se la ragione non
m'avesse tenuta! Ma certo la fortuna in ciò alcuna volta mi fu
benigna, ché, non credendo essi di lui in alcuno luogo essere
da me intesi, dissero la sua tornata essere vicina. Quanto ciò
mi piacesse, invano mi faticherei ad esprimerlo. E in questa maniera,
con cotali pensieri e con così fatte opere e con molte altre a
queste simili m'ingegnava di trapassare li giorni, a me nella loro
piccolezza gravosi, la notte appetendo, non perché io a me più
utile la sentissi, ma perché, venuta, meno era del tempo a
trapassare.
Poi che 'l dì,
le sue ore finite, era dalla notte occupato, nuove sollecitudini le
più volte mi s'apprestavano. Io dalla mia puerizia nelle
notturne tenebre paurosa, accompagnata da Amore era divenuta sicura;
e sentendo già nella mia casa ciascuno riposare, sola alcuna
volta là onde la mattina il sole montante avea veduto, me ne
saliva, e quale Arunte tra' bianchi marmi de' monti Lucani i corpi
celesti e i loro moti speculava, cotale io la notte lunghissime ore
traente, sentendo alli miei sonni le varie sollecitudini essere
nemiche, da quella parte il cielo mirava, e i suoi moti più
ch'altri veloci, meco tardissimi reputava. E alcuna volta vòlti
gli occhi attenti alla cornuta luna, non che alla sua ritondità
corresse, ma più acuta l'una notte che l'altra la giudicava,
tanto era più il mio disio ardente che tosto le quattro volte
si consumassero, che veloce il còrso suo. Oh quante volte,
ancora che freddissima luce porgesse, la rimirai io a diletto lunga
fiata, imaginando che così in essa fossero allora gli occhi
del mio Panfilo fissi come i miei! Il quale io ora non dubito che,
essendogli io già uscita di mente, non che egli alla luna
mirasse, ma solo un pensiero non avendone, forse nel suo letto si
riposava. E ricordami che io, della lentezza del corso di lei
crucciandomi, con varii suoni, seguendo gli antichi errori, aiutai i
corsi di lei alla sua ritondità pervenire; alla quale poi che
pervenuta era, quasi contenta dello intero suo lume, alle nuove corna
non pareva che di tornare si curasse, ma pigra nella sua ritondità
dimorava, avvegna che io di ciò l'avessi quasi in me medesima
talvolta per iscusata, più grazioso reputando lo stare con la
sua madre, che negli oscuri regni del suo marito tornare. Ma bene mi
ricorda che spesso già le voci in prieghi per li suoi
agevolamenti usate io le rivolsi in minacce, dicendo:
"O Febea, mala guiderdonatrice de' ricevuti servigi, io con
pietosi prieghi le tue fatiche m'ingegno di menomare, ma tu con pigre
dimoranze le mie non ti curi d'accrescere. E però, se più
a' bisogni del mio aiuto cornuta ritorni, me così allora
sentirai pigra, come io ora te discerno. Or non sai tu, che quanto
più tosto quattro volte cornuta, e altrettante tonda t'avrai
mostrata, cotanto più tosto il mio Panfilo tornerammi? Il
quale tornato, così tarda o veloce come ti piace corri per li
tuoi cerchi".
Certo quella
demenza medesima che me a fare cotali prieghi induceva, quella stessa
tolse sì me a me, che ella mi fece parere alcuna volta che
essa, temorosa delle mie minacce, s'avacciasse nel còrso suo
a' miei piaceri; e altre volte, quasi non curantesi di me, più
che l'usato parea che tardasse. Questo riguardarla sovente ma sì
nota del suo andamento rendeo, che ella né di corpo piena o
vòta in alcuna parte era del cielo o con qualunque stella
congiunta, che io non avessi il tempo della notte passato e
l'avvenire giudicato dirittamente; similemente l'una e l'altra Orsa,
se essa non fosse paruta, per lunga notizia me ne facevano certa.
Deh, chi crederebbe che Amore m'avesse potuto mostrare astrologia,
arte da solennissimi ingegni e non da menti occupate dal suo
furore?
Quando il cielo,
d'oscurissimi nuvoli pieno, trascorso da varii e sonanti venti, per
ogni parte questa veduta mi toglieva, alcuna volta, se altro affare
non mi occorreva, ragunate le mie fanti con meco nella mia camera, e
raccontava e facea raccontare storie diverse, le quali quanto più
erano di lungi dal vero, come il più così fatte genti
le dicono, cotanto parea che avessero maggior forza a cacciare i
sospiri e a recare festa a me ascoltante, la quale alcuna volta, con
tutta la malinconia, di quelle lietissimamente risi. E se questo
forse per cagione legittima non potea essere, in libri diversi
ricercando l'altrui miserie e quelle alle mie conformando, quasi
accompagnata sentendomi, con meno noia il tempo passava. Né so
qual più grazioso mi fosse, o vedere i tempi trascorrere, o
trovarli, in altro essendo stata occupata, essere trascorsi.
Ma poi che le operazioni predette e altre me aveano per lungo spazio
tenuta occupata, quasi a forza, assai bene conoscendo che invano
ancora me n'andava a dormire, anzi piuttosto a giacere per dormire. E
nel mio letto dimorando sola, e da niuno romore impedita, quasi tutti
i preteriti pensieri del dì mi venivano nella mente, e mal mio
grado con molti più argomenti e pro e contra mi si faceano
ripetere; e molte volte volli entrare in altri, e rade furono quelle
che io il potessi ottenere; ma pure alcuna volta, loro a forza
lasciati, giacendo in quella parte ove il mio Panfilo era giaciuto,
quasi sentendo di lui alcuno odore, mi pareva essere contenta, e lui
tra me medesima chiamava e, quasi mi dovesse udire, il pregava che
tosto tornasse.
Poi lui imaginava
tornato, e meco fingendolo, molte cose gli dicea, e di molte il
dimandava, e io stessa in suo luogo mi rispondea; e alcuna volta
m'avvenne che io in cotali pensieri m'addormentai. E certo il sonno
m'era alcuna volta più grazioso che la vigilia, perciò
che quello che io con meco falsamente vegghiando fingeva, esso, se
durato fosse, non altramente che vero mel concedeva. Egli mi pareva
alcuna volta, lui tornato, vagare in giardini bellissimi, di frondi,
di fiori e di frutti varii adorni, con lui insieme quasi d'ogni
temenza rimoti, come già facemmo; e quivi lui per la mano
tenendo, ed esso me, farmi ogni suo accidente contare; e molte volte,
avanti che 'l suo dire avesse fornito, mi parea baciandolo rompergli
le parole, e quasi appena vero parendomi ciò che io vedea,
diceva: "Deh, è egli vero che tu sii tornato? Certo sì
è, io ti pur tengo". E quindi da capo il baciava. Altra
volta mi pareva essere con lui sopra i marini liti in lieta festa, e
tal fu che io affermai meco medesima, dicendo: "Ora pur non
sogno io d'averlo nelle mie braccia". Oh, quanto m'era discaro,
quando ciò m'avveniva, che 'l sonno da me si partisse! Il
quale partendosi, sempre seco se ne portava ciò che senza sua
fatica m'avea prestato; e ancora ch'io ne rimanessi malinconiosa
assai, non per tanto tutto il dì seguente, bene sperando,
contentissima dimorava, disiderando che tosto la notte tornasse,
acciò ch'io, dormendo, quello avessi che vegghiando aver non
poteva. E benché così grazioso alcuna volta mi fosse il
sonno, nondimeno non sofferse egli che io cotale dolcezza senza
amaritudine mescolata sentissi, perciò che furono assai di
quelle volte che egli il mi parea vedere in vilissimi vestimenti
vestito, tutto non so di che macchie oscurissime maculato, palido e
pauroso, e come se cacciato fosse, inverso me gridare: "Aiutami!".
Altre, mi pareva udir parlare a più persone della sua morte; e
tal volta fu ch'io mel vidi morto davanti, e in altre molte e varie
forme a me spiacenti. Il che niuna volta avvenne, che il sonno avesse
maggiori le forze che il dolore; e subitamente risvegliata, e la
vanità del mio sogno conoscendo, quasi contenta d'avere
sognato, ringraziava Iddio; non che io turbata non rimanessi, temendo
non le cose vedute, se non tutte, almeno in parte fossero vere o
figure di vere. Né mai, quantunque io meco dicessi, e da
altrui udissi vani essere i sogni, di ciò non era contenta, se
io di lui non sapea novelle, delle quali io astutissimamente era
divenuta sollecita dimandatrice.
In
cotal guisa, quale udito avete, i giorni e le notti trapassava
aspettando. Vero è che, avvicinandosi il tempo della promessa
tornata, io estimai che utile consiglio fosse il vivere lieta, acciò
che le mie bellezze, alquanto smarrite per l'avuto dolore,
ritornassero ne' loro luoghi acciò che egli tornando, io
essendo sformata non gli potessi spiacere. E questo mi fu assai
agevole a fare, però che per il già essermi negli
affanni adusata, quelli con pochissima fatica portava, e oltre a ciò
la propinqua speranza del promesso tornare con non usata letizia ogni
dì mi si faceva più sentire. Io le feste non poco
intralasciate, dando di ciò al sozzo tempo cagione, venendone
il nuovo, ricominciai ad usare; né prima l'animo, da
gravissime amaritudini ristretto, si cominciò in lieta vita ad
ampliare, ch'io più bella che mai ritornai; e li cari
vestimenti e li preziosi ornamenti, non altramente che il cavaliere
per la futura battaglia risarcisce le sue forti armi dove bisogna, li
feci belli, acciò che in quelli più ornata paressi nel
suo tornare, il quale io invano e ingannata aspettava.
Adunque, sì come gli atti si tramutarono, così si
fecero i miei pensieri. A me il non averlo nel suo partir veduto, né
il tristo agurio del piè percosso, né le sostenute
fatiche di lui, né li dolori ricevuti, né la nemica
gelosia più nella mente venivano, anzi già forse a otto
dì alla sua promessa vicina, fra me diceva:
"Ora al mio Panfilo rincresce l'essere a me stato lontano, e
sentendo il tempo vicino a ciò che promise, di tornar
s'apparecchia; e forse ora, lasciato il vecchio padre, è nel
camino". Oh quanto m'era cotal ragionare caro, e quanto
sopr'esso volontieri mi volgeva, molte volte entrando in pensiero con
che atto a lui più grazioso mi dovessi ripresentare! Ohimè!
quante volte dissi:
"Egli fia
nella sua tornata da me centomilia volte abbracciato, e i miei baci
multiplicheranno in tanta quantità, che niuna parola intera
lasceranno della sua bocca uscire; e in cento doppii renderò
quelli che esso, senza riceverne nullo, diede al tramortito
viso".
E nel pensiero più
volte dubitai di non poter raffrenare l'ardente disio d'abbracciarlo,
quando prima il vedessi innanzi a qualunque persona. Ma a queste cose
provvidero gl'iddii per modo a me noievole più che troppo. Io
ancora, nella mia camera stando, quante volte in quella alcuna
persona entrava, tante credeva che venuta mi fosse a dire: "Panfilo
è venuto". Io non udiva voce alcuna in alcuno luogo, che
io con gli orecchi levati non le raccogliessi tutte, pensando che di
lui tornato dovessero dire. Io mi levai, credo, più di cento
volte già da sedere correndo alla finestra, quasi d'altro
sollecita, in giù e 'n su rimirando, avendo prima a me
medesima pensando scioccamente fatto credere: "Egli è
possibile che Panfilo ora venuto ti venga a vedere". E vano
ritrovando il mio avviso, quasi confusa dentro mi ritornava. Io,
dicendo che esso alcune cose dovea al mio marito recare nella sua
tornata, spesso e se venuto fosse o quando s'aspettasse e dimandava e
facea dimandare. Ma di ciò niuna lieta risposta mi pervenia,
se non come di colui che mai più venire non dovea, se non come
ha fatto.
Capitolo IV.
Nel quale questa donna dimostra quali pensieri e che vita fosse la sua, essendo iì termine venuto, e Panfilo suo non veniva.
Così, o pietose donne, sollecita, come udito avete, non
solamente al molto disiderato e con fatica aspettato termine
pervenni, ma ancora di molti dì il passai; e meco medesima
incerta se ancora il dovessi biasimare, o no, allentata alquanto la
speranza, lasciai in parte i lieti pensieri, ne' quali forse troppo
allargandomi era rientrata, e nuove cose ancora non istatevi mi si
cominciarono a volgere per lo capo. E fermando la mente a volere,
s'io potessi, conoscere qual fosse o essere potesse la cagione della
sua più lunga dimora che la impromessa, cominciai a pensare, e
innanzi all'altre cose in iscusa di lui tanti modi truovo, quanti
esso medesimo, se presente fosse, potrebbe trovare, e forse più.
Io dicea alcuna volta: "O Fiammetta, deh, credi tu il tuo
Panfilo dimorare senza tornare a te, se non perché egli non
puote? Gli affari inoppinati opprimono sovente altrui, né è
possibile così preciso termine dare alle cose future come
altri crede. Or chi dubita ancora che la presente pietà non
istringa più assai che la lontana? Io son ben certa che egli
me sommamente ama, e ora pensa alla mia amara vita e di quella ha
compassione e, da amore sospinto, più volte n'è voluto
venire; ma forse il vecchio padre con lagrime e con prieghi ha
alquanto il termine prolungato e, opponendosi a' suoi voleri, l'ha
ritenuto; egli verrà quando potrà".
Da così fatti ragionamenti e scuse mi sospignevano sovente i
pensieri ad imaginare più gravi cose. Io alcuna volta
dicea:
"Chi sa se egli,
volonteroso più che il dovere di rivedermi e pervenire al
posto termine, posposta ogni pietà di padre e lasciato ogni
altro affare, si mosse e forse, senza aspettare la pace del turbato
mare, credendo a' marinari bugiardi e arrischievoli per voglia di
guadagnare, sopra alcuno legno si mise, il quale venuto in ira a'
venti e all'onde, in quelle è forse perito? Niuna altra
cagione tolse Leandro ad Ero. Or chi puote ancora sapere se esso, da
fortuna sospinto ad alcuno inabitato scoglio, quivi la morte fuggendo
dell'acqua, quella della fame o delle rapaci bestie ha acquistata? O
in su quelli come Achemenide, forse per dimenticanza lasciato,
aspetta chi qua nel rechi? Chi non sa ancora che il mare è
pieno d'insidie? Forse è esso da inimiche mani preso, o da
pirate, e nell'altrui prigioni con ferri stretto è ritenuto.
Tutte queste cose essere possono, e molte volte già le vedemmo
avvenire".
Dall'altra parte
poi mi si parava nella mente non essere per terra più sicuro
il suo camino, e in quello similmente mille accidenti possibili a
ritenerlo vedea. Io, subitamente correndo con l'animo pure alle
piggiori cose, estimando a lui più giusta scusa trovare quanto
più grave la cosa poneva, alcuna volta pensava:
"Ecco, il sole, più che l'usato caldo, dissolve le nevi
negli alti monti, onde i fiumi furiosi e con onde torbide corrono;
de' quali egli non pochi ha a passare. Or se egli in alcuno,
volonteroso di trapassare, s'è messo, e in quello caduto e col
cavallo insieme tirato e ravvolto ha renduto lo spirito, come può
egli venire? Li fiumi non apparano ora di nuovo a fare queste
ingiurie a' caminanti, né a tranghiottire gli uomini. Ma se
pur da questo è campato, forse negli agguati de' ladroni è
incappato, e rubato e ritenuto è da loro; o forse nel camino
infermato in alcuna parte ora dimora e, ricuperata la sanità,
senza fallo qui ne verrà".
Ohimè! che qualora cotali imaginazioni mi teneano, un freddo
sudore m'occupava tutta, e sì di ciò divenia paurosa,
che sovente in prieghi a Dio che ciò cessasse rivolgea il
pensiero, né più né meno, come se egli davanti
agli occhi in quello pericolo mi fosse presente. E alcuna volta mi
ricorda che io piansi, quasi come con ferma fede in alcuno de'
pensati mali il vedessi. Ma poi fra me diceva:
"Ohimè! che cose sono queste, che i miseri pensieri mi
porgono davanti? Cessi Iddio che alcuna di queste sia! Innanzi dimori
quanto gli piace, o non torni, che, per contentarmi, a caso si metta
che alcuna di queste cose avvenga. Le quali ora veramente
m'ingannano; però che, posto che possibili siano, impossibili
sono ad essere occulte, e molto credibile è la morte di cotale
giovine non potere essere nascosa, e massimamente a me, la quale,
soll