Dante Alighieri
Convivio
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TRATTATO I
Capitolo I
Sì come dice lo Filosofo nel principio de la Prima Filosofia,
tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere. La ragione di che
puote essere ed è che ciascuna cosa, da providenza di propria
natura impinta, è inclinabile a la sua propria perfezione;
onde, acciò che la scienza è ultima perfezione de la
nostra anima, ne la quale sta la nostra ultima felicitade, tutti
naturalmente al suo desiderio semo subietti. Veramente da questa
nobilissima perfezione molti sono privati per diverse cagioni, che
dentro a l'uomo e di fuori da esso lui rimovono da l'abito di
scienza. Dentro da l'uomo possono essere due difetti e impedimenti:
l'uno da la parte del corpo, l'altro da la parte de l'anima. Da la
parte del corpo è quando le parti sono indebitamente disposte,
sì che nulla ricevere può, sì come sono sordi e
muti e loro simili. Da la parte de l'anima è quando la malizia
vince in essa, sì che si fa seguitatrice di viziose
delettazioni, ne le quali riceve tanto inganno che per quelle ogni
cosa tiene a vile. Di fuori da l'uomo possono essere similemente due
cagioni intese, l'una de le quali è induttrice di necessitade,
l'altra di pigrizia. La prima è la cura familiare e civile, la
quale convenevolemente a sé tiene de li uomini lo maggior
numero, sì che in ozio di speculazione esser non possono.
L'altra è lo difetto del luogo dove la persona è nata e
nutrita, che tal ora sarà da ogni studio non solamente
privato, ma da gente studiosa lontano.
Le due di queste cagioni, cioè la prima da la parte di dentro
e la prima da la parte di fuori, non sono da vituperare, ma da
escusare e di perdono degne; le due altre, avvegna che l'una più,
sono degne di biasimo e d'abominazione. Manifestamente adunque può
vedere chi bene considera, che pochi rimangono quelli che a l'abito
da tutti desiderato possano pervenire, e innumerevoli quasi sono li
'mpediti che di questo cibo sempre vivono affamati. Oh beati quelli
pochi che seggiono a quella mensa dove lo pane de li angeli si
manuca! e miseri quelli che con le pecore hanno comune cibo! Ma però
che ciascuno uomo a ciascuno uomo naturalmente è amico, e
ciascuno amico si duole del difetto di colui ch'elli ama, coloro che
a così alta mensa sono cibati non sanza misericordia sono
inver di quelli che in bestiale pastura veggiono erba e ghiande sen
gire mangiando. E acciò che misericordia è madre di
beneficio, sempre liberalmente coloro che sanno porgono de la loro
buona ricchezza a li veri poveri, e sono quasi fonte vivo, de la cui
acqua si refrigera la naturale sete che di sopra è nominata. E
io adunque, che non seggio a la beata mensa, ma, fuggito de la
pastura del vulgo, a' piedi di coloro che seggiono ricolgo di quello
che da loro cade, e conosco la misera vita di quelli che dietro m'ho
lasciati, per la dolcezza ch'io sento in quello che a poco a poco
ricolgo, misericordievolmente mosso, non me dimenticando, per li
miseri alcuna cosa ho riservata, la quale a li occhi loro, già
è più tempo, ho dimostrata; e in ciò li ho fatti
maggiormente vogliosi. Per che ora volendo loro apparecchiare,
intendo fare un generale convivio di ciò ch'i' ho loro
mostrato, e di quello pane ch'è mestiere a così fatta
vivanda, sanza lo quale da loro non potrebbe esser mangiata. E questo
è quello convivio, di quello pane degno, con tale vivanda qual
io intendo indarno non essere ministrata. E però ad esso non
s'assetti alcuno male de' suoi organi disposto, però che né
denti né lingua ha né palato; né alcuno
settatore di vizii, perché lo stomaco suo è pieno
d'omori venenosi contrarii, sì che mai vivanda non terrebbe.
Ma vegna qua qualunque è per cura familiare o civile ne la
umana fame rimaso, e ad una mensa con li altri simili impediti
s'assetti; e a li loro piedi si pongano tutti quelli che per pigrizia
si sono stati, che non sono degni di più alto sedere: e quelli
e questi prendano la mia vivanda col pane, che la farà loro e
gustare e patire. La vivanda di questo convivio sarà di
quattordici maniere ordinata, cioè quattordici canzoni sì
d'amor come di vertù materiate, le quali sanza lo presente
pane aveano d'alcuna oscuritade ombra, sì che a molti loro
bellezza più che loro bontade era in grado. Ma questo pane,
cioè la presente disposizione, sarà la luce la quale
ogni colore di loro sentenza farà parvente.
E se ne la presente opera, la quale è Convivio nominata e vo'
che sia, più virilmente si trattasse che ne la Vita Nuova, non
intendo però a quella in parte alcuna derogare, ma
maggiormente giovare per questa quella; veggendo sì come
ragionevolmente quella fervida e passionata, questa temperata e
virile esser conviene. Ché altro si conviene e dire e operare
ad una etade che ad altra; perché certi costumi sono idonei e
laudabili ad una etade che sono sconci e biasimevoli ad altra, sì
come di sotto, nel quarto io in quella dinanzi, a l'entrata de la mia
gioventute parlai, e in questa dipoi, quella già trapassata. E
con ciò sia cosa che la vera intenzione mia fosse altra che
quella che di fuori mostrano le canzoni predette, per allegorica
esposizione quelle intendo mostrare, appresso la litterale istoria
ragionata; sì che l'una ragione e l'altra darà sapore a
coloro che a questa cena sono convitati. Li quali priego tutti che se
lo convivio non fosse tanto splendido quanto conviene a la sua grida,
che non al mio volere ma a la mia facultade imputino ogni difetto;
però che la mia voglia di compita e cara liberalitate è
qui seguace.
Capitolo II
Nel cominciamento di ciascuno bene ordinato convivio sogliono li
sergenti prendere lo pane apposito, e quello purgare da ogni macula.
Per che io, che ne la presente scrittura tengo luogo di quelli, da
due macule mondare intendo primieramente questa esposizione, che per
pane si conta nel mio corredo. L'una, è che parlare alcuno di
se medesimo pare non licito; l'altra è, che parlare in
esponendo troppo a fondo pare non ragionevole: e lo illicito e 'l non
ragionevole lo coltello del mio giudicio purga in questa forma. Non
si concede per li retorici alcuno di se medesimo sanza necessaria
cagione parlare, e da ciò è l'uomo rimosso, perché
parlare d'alcuno non si può che il parladore non lodi o non
biasimi quelli di cui elli parla; le quali due cagioni rusticamente
stanno, a far dire di sé, ne la bocca di ciascuno. E per
levare un dubbio che qui surge, dico che peggio sta biasimare che
lodare, avvegna che l'uno e l'altro non sia da fare. La ragione è
che qualunque cosa è per sé da biasimare, è più
laida che quella che è per accidente. Dispregiar se medesimo è
per sé biasimevole, però che a l'amico dee l'uomo lo
suo difetto contare strettamente, e nullo è più amico
che l'uomo a sé; onde ne la camera de' suoi pensieri se
medesimo riprender dee e piangere li suoi difetti, e non palese.
Ancora: del non potere e del non sapere ben sé menare le più
volte non è l'uomo vituperato, ma del non volere è
sempre, perché nel volere e nel non volere nostro si giudica
la malizia e la bontade; e però chi biasima se medesimo
appruova sé conoscere lo suo difetto, appruova sé non
essere buono: per che, per sé, è da lasciare di parlare
sé biasimando. Lodare sé è da fuggire sì
come male per accidente, in quanto lodare non si può, che
quella loda non sia maggiormente vituperio. È loda ne la punta
de le parole, è vituperio chi cerca loro nel ventre: ché
le parole sono fatte per mostrare quello che non si sa, onde chi loda
sé mostra che non creda essere buono tenuto; che non li
incontra sanza maliziata conscienza, la quale, sé lodando,
discuopre e, discoprendo, si biasima.
E ancora la propria loda e lo proprio biasimo è da fuggire per
una ragione igualmente, sì come falsa testimonianza fare; però
che non è uomo che sia di sé vero e giusto misuratore,
tanto la propria caritate ne 'nganna. Onde avviene che ciascuno ha
nel suo giudicio le misure del falso mercatante, che compera con
l'una e vende con l'altra; e ciascuno con ampia misura cerca lo suo
mal fare e con piccola cerca lo bene; sì che 'l numero e la
quantità e 'l peso del bene li pare più che se con
giusta misura fosse saggiato, e quello del male meno. Per che,
parlando di sé con loda o col contrario, o dice falso per
rispetto a la cosa di che parla; o dice falso per rispetto a la sua
sentenza, c'ha l'una e l'altra falsitate. E però, con ciò
sia cosa che lo consentire è uno confessare, villania fa chi
loda o chi biasima dinanzi al viso alcuno, perché né
consentire né negare puote lo così estimato sanza
cadere in colpa di lodarsi o di biasimare: salva qui la via de la
debita correzione, che essere non può sanza improperio del
fallo che correggere s'intende; e salva la via del debito onorare e
magnificare, la quale passar non si può sanza far menzione de
l'opere virtuose, o de le dignitadi virtuosamente
acquistate.
Veramente, al principale intendimento tornando, dico, come è
toccato di sopra, per necessarie cagioni lo parlare di sé è
conceduto: e intra l'altre necessarie cagioni due sono più
manifeste. L'una è quando sanza ragionare di sé grande
infamia o pericolo non si può cessare; e allora si concede,
per la ragione che de li due sentieri prendere lo men reo è
quasi prendere un buono. E questa necessitate mosse Boezio di se
medesimo a parlare, acciò che sotto pretesto di consolazione
escusasse la perpetuale infamia del suo essilio, mostrando quello
essere ingiusto, poi che altro escusatore non si levava. L'altra è
quando, per ragionare di sé, grandissima utilitade ne segue
altrui per via di dottrina; e questa ragione mosse Agustino ne le sue
Confessioni a parlare di sé, ché per lo processo de la
sua vita, lo quale fu di non buono in buono, e di buono in migliore,
e di migliore in ottimo, ne diede essemplo e dottrina, la quale per
sì vero testimonio ricevere non si potea. Per che se l'una e
l'altra di queste ragioni mi scusa, sufficientemente lo pane del mio
formento è purgato de la prima sua macula. Movemi timore
d'infamia, e movemi desiderio di dottrina dare la quale altri
veramente dare non può. Temo la infamia di tanta passione
avere seguita, quanta concepe chi legge le sopra nominate canzoni in
me avere segnoreggiata; la quale infamia si cessa, per lo presente di
me parlare, interamente, lo quale mostra che non passione ma vertù
sia stata la movente cagione. Intendo anche mostrare la vera sentenza
di quelle, che per alcuno vedere non si può s'io non la conto,
perché è nascosa sotto figura d'allegoria: e questo non
solamente darà diletto buono a udire, ma sottile
ammaestramento e a così parlare e a così intendere
l'altrui scritture.
Capitolo III
Degna di molta riprensione è quella cosa che, ordinata a torre alcuno difetto, per se medesima quello induce; sì come quelli che fosse mandato a partire una rissa e, prima che partisse quella, ne iniziasse un'altra. E però che lo mio pane è purgato da una parte, convienlomi purgare da l'altra, per fuggire questa riprensione, che lo mio scritto, che quasi comento dir si può, è ordinato a levar lo difetto de le canzoni sopra dette, ed esso per sé ha forse in parte alcuna un poco duro. La qual durezza, per fuggir maggiore difetto, non per ignoranza, è qui pensata. Ahi, piaciuto fosse al dispensatore de l'universo che la cagione de la mia scusa mai non fosse stata! ché né altri contra me avria fallato, né io sofferto avria pena ingiustamente, pena, dico, d'essilio e di povertate. Poi che fu piacere de li cittadini de la bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gittarmi fuori del suo dolce seno - nel quale nato e nutrito fui in fino al colmo de la vita mia, e nel quale, con buona pace di quella, desidero con tutto lo cuore di riposare l'animo stancato e terminare lo tempo che m'è dato - , per le parti quasi tutte a le quali questa lingua si stende, peregrino, quasi mendicando, sono andato, mostrando contra mia voglia la piaga de la fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata. Veramente io sono stato legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade; e sono apparito a li occhi a molti che forseché per alcuna fama in altra forma m'aveano imaginato, nel conspetto de' quali non solamente mia persona invilìo, ma di minor pregio si fece ogni opera, si già fatta, come quella che fosse a fare. La ragione per che ciò incontra - non pur in me, ma in tutti - brievemente or qui piace toccare: e prima, perché la stima oltre la veritade si sciampia; e poi, perché la presenzia oltre la veritade stringe. La fama buona principalmente è generata da la buona operazione ne la mente de l'amico, e da quella è prima partorita; ché la mente del nemico, avvegna che riceva lo seme, non concepe. Quella mente che prima la partorisce, sì per far più ornato lo suo presente, sì per la caritade de l'amico che lo riceve, non si tiene a li termini del vero, ma passa quelli. E quando per ornare ciò che dice li passa, contra conscienza parla; quando inganno di caritade li fa passare, non parla contra essa. La seconda mente che ciò riceve, non solamente a la dilatazione de la prima sta contenta, ma 'l suo riportamento, sì come quasi suo effetto, procura d'adornare; e sì, che per questo fare e per lo 'nganno che riceve de la caritade in lei generata, quella più ampia fa che a lei non viene, e con concordia e con discordia di conscienza come la prima. E questo fa la terza ricevitrice e la quarta, e così in infinito si dilata. E così, volgendo le cagioni sopra dette ne le contrarie, si può vedere la ragione de la infamia, che simigliantemente si fa grande. Per che Virgilio dice nel quarto de lo Eneida che la Fama vive per essere mobile, e acquista grandezza per andare. Apertamente adunque veder può chi vuole che la imagine per sola fama generata sempre è più ampia, quale che essa sia, che non è la cosa imaginata nel vero stato.
Capitolo IV
Mostrata ragione innanzi per che la fama dilata lo bene e lo male
oltre la vera quantità, resta in questo capitolo a mostrar
quelle ragioni che fanno vedere perché la presenza ristringe
per opposito; e mostrate quelle, si verrà lievemente al
principale proposito, cioè de la sopra notata scusa.
Dico adunque che per tre cagioni la presenza fa la persona di meno
valore ch'ella non è: l'una de le quali è puerizia, non
dico d'etate ma d'animo; la seconda è invidia, - e queste sono
ne lo giudicatore -; la terza è l'umana impuritade, e questa è
ne lo giudicato. La prima si può brievemente così
ragionare. La maggiore parte de li uomini vivono secondo senso e non
secondo ragione, a guisa di pargoli; e questi cotali non conoscono le
cose se non semplicemente di fuori, e la loro bontade, la quale a
debito fine è ordinata, non veggiono, per ciò che hanno
chiusi li occhi de la ragione, li quali passano a veder quello. Onde
tosto veggiono tutto ciò che ponno, e giudicano secondo la
loro veduta. E però che alcuna oppinione fanno ne l'altrui
fama per udita, da la quale ne la presenza si discorda lo imperfetto
giudicio che non secondo ragione ma secondo senso giudica solamente,
quasi menzogna reputano ciò che prima udito hanno, e
dispregiano la persona prima pregiata. Onde appo costoro, che sono,
ohmè, quasi tutti, la presenza ristringe l'una e l'altra
qualitade. Questi cotali tosto sono vaghi e tosto sono sazii, spesso
sono lieti e spesso tristi di brievi dilettazioni e tristizie, tosto
amici e tosto nemici; ogni cosa fanno come pargoli, sanza uso di
ragione. La seconda si vede per queste ragioni: che paritade ne li
viziosi è cagione d'invidia, e invidia è cagione di mal
giudicio, però che non lascia la ragione argomentare per la
cosa invidiata, e la potenza giudicativa è allora quel giudice
che ode pur l'una parte. Onde quando questi cotali veggiono la
persona famosa, incontanente sono invidi, però che veggiono a
sé pari membra e pari potenza, e temono, per la eccellenza di
quel cotale, meno esser pregiati. E questi non solamente passionati
mal giudicano, ma, diffamando, fanno a li altri mal giudicare; per
che appo costoro la presenza ristringe lo bene e lo male in ciascuno
appresentato: e dico lo male, perché molti, dilettandosi ne le
male operazioni, hanno invidia a' mali operatori. La terza si è
l'umana impuritade, la quale si prende da la parte di colui ch'è
giudicato, e non è sanza familiaritade e conversazione alcuna.
Ad evidenza di questa, è da sapere che l'uomo è da più
parti maculato, e, come dice Agustino, nullo è sanza macula.
Quando è l'uomo maculato d'una passione, a la quale tal volta
non può resistere; quando è maculato d'alcuno disconcio
membro; e quando è maculato d'alcuno colpo di fortuna; e
quando è maculato d'infamia di parenti o d'alcuno suo
prossimo: le quali cose la fama non porta seco ma la presenza, e
discuoprele per sua conversazione. E queste macule alcuna ombra
gittano sopra la chiarezza de la bontade, sì che la fanno
parere men chiara e men valente. E questo è quello per che
ciascuno profeta è meno onorato ne la sua patria; questo è
quello per che l'uomo buono dee la sua presenza dare a pochi e la
familiaritade dare a meno, acciò che 'l nome suo sia ricevuto,
ma non spregiato. E questa terza cagione può essere così
nel male come nel bene, se le cose de la sua ragione si volgano
ciascuna in suo contrario. Per che manifestamente si vede che per
impuritade, sanza la quale non è alcuno, la presenza ristringe
lo bene e lo male in ciascuno più che 'l vero non vuole.
Onde
con ciò sia cosa che, come detto è di sopra, io mi sia
quasi a tutti li Italici appresentato, per che fatto mi sono più
vile forse che 'l vero non vuole non solamente a quelli a li quali
mia fama era già corsa, ma eziandio a li altri, onde le mie
cose sanza dubbio meco sono alleviate; conviemmi che con più
alto stilo dea, ne la presente opera, un poco di gravezza, per la
quale paia di maggiore autoritade. E questa scusa basti a la fortezza
del mio comento.
Capitolo V
Poi che purgato è questo pane da le macule accidentali, rimane
ad escusare lui da una sustanziale, cioè da l'essere vulgare e
non latino; che per similitudine dire si può di biado e non di
frumento. E da ciò brievemente lo scusano tre ragioni, che
mossero me ad eleggere innanzi questo che l'altro: l'una si muove da
cautela di disconvenevole ordinazione; l'altra da prontezza di
liberalitade; la terza da lo naturale amore a propria loquela. E
queste cose per sue ragioni, a sodisfacimento di ciò che
riprendere si potesse per la notata ragione, intendo per ordine
ragionare in questa forma.
Quella cosa che più adorna e
commenda l'umana operazione, e che più dirittamente a buon
fine la mena, si è l'abito di quelle disposizioni che sono
ordinate a lo inteso fine; sì com'è ordinata al fine de
la cavalleria franchezza d'animo e fortezza di corpo. E così
colui che è ordinato a l'altrui servigio dee avere quelle
disposizioni che sono a quello fine ordinate, sì come
subiezione, conoscenza e obedienza, sanza le quali è ciascuno
disordinato a ben servire; perché, s'elli non è
subietto in ciascuna condizione, sempre con fatica e con gravezza
procede nel suo servigio e rade volte quello continua; e se elli non
è conoscente del bisogno del suo signore e a lui non è
obediente, non serve mai se non a suo senno e a suo volere, che è
più servigio d'amico che di servo. Dunque, a fuggire questa
disordinazione, conviene questo comento, che è fatto invece di
servo a le 'nfrascritte canzoni, esser subietto a quelle in ciascuna
sua condizione, ed essere conoscente del bisogno del suo signore e a
lui obediente. Le quali disposizioni tutte li mancavano, se latino e
non volgare fosse stato, poi che le canzoni sono volgari. Ché,
primamente, non era subietto ma sovrano, e per nobilità e per
vertù e per bellezza. Per nobilità, perché lo
latino è perpetuo e non corruttibile, e lo volgare è
non stabile e corruttibile. Onde vedemo ne le scritture antiche de le
comedie e tragedie latine, che non si possono transmutare, quello
medesimo che oggi avemo; che non avviene del volgare, lo quale a
piacimento artificiato si transmuta. Onde vedemo ne le cittadi
d'Italia, se bene volemo agguardare, da cinquanta anni in qua molti
vocabuli essere spenti e nati e variati; onde se 'l picciol tempo
così transmuta, molto più transmuta lo maggiore. Sì
ch'io dico, che se coloro che partiron d'esta vita già sono
mille anni tornassero a le loro cittadi, crederebbero la loro cittade
essere occupata da gente strana, per la lingua da loro discordante.
Di questo si parlerà altrove più compiutamente in uno
libello ch'io intendo di fare, Dio concedente, di Volgare
Eloquenza.
Ancora, non era subietto ma sovrano per vertù. Ciascuna cosa è
virtuosa in sua natura che fa quello a che ella è ordinata; e
quanto meglio lo fa tanto è più virtuosa. Onde dicemo
uomo virtuoso che vive in vita contemplativa o attiva, a le quali è
ordinato naturalmente; dicemo del cavallo virtuoso che corre forte e
molto, a la qual cosa è ordinato; dicemo una spada virtuosa
che ben taglia le dure cose, a che essa è ordinata. Così
lo sermone, lo quale è ordinato a manifestare lo concetto
umano, è virtuoso quando quello fa, e più virtuoso
quello che più lo fa; onde, con ciò sia cosa che lo
latino molte cose manifesta concepute ne la mente che lo volgare far
non può, sì come sanno quelli che hanno l'uno e l'altro
sermone, più è la vertù sua che quella del
volgare.
Ancora,
non era subietto ma sovrano per bellezza. Quella cosa dice l'uomo
essere bella cui le parti debitamente si rispondono, per che de la
loro armonia resulta piacimento. Onde pare l'uomo essere bello,
quando le sue membra debitamente si rispondono; e dicemo bello lo
canto, quando le voci di quello, secondo debito de l'arte, sono intra
sé rispondenti. Dunque quello sermone è più
bello ne lo quale più debitamente si rispondono le parole; e
più debitamente si rispondono in latino che in volgare, però
che lo volgare seguita uso, e lo latino arte: onde concedesi esser
più bello, più virtuoso e più nobile. Per che si
conchiude lo principale intendimento, cioè che non sarebbe
stato subietto a le canzoni, ma sovrano.
Capitolo VI
Mostrato come lo presente comento non sarebbe stato subietto a le
canzoni volgari se fosse stato latino, resta a mostrare come non
sarebbe stato conoscente, né obediente a quelle; e poi sarà
conchiuso come per cessare disconvenevoli disordinazioni fu mestiere
volgarmente parlare. Dico che 'l latino non sarebbe stato servo
conoscente al signore volgare per cotal ragione. La conoscenza del
servo si richiede massimamente a due cose perfettamente conoscere.
L'una si è la natura del signore: onde sono signori di sì
asinina natura che comandano lo contrario di quello che vogliono, e
altri che sanza dire vogliono essere intesi, e altri che non vogliono
che 'l servo si muova a fare quello ch'è mestiere se nol
comandano. E perché queste variazioni sono ne li uomini non
intendo al presente mostrare, che troppo multiplicherebbe la
digressione; se non in tanto, che dico in genere che cotali sono
quasi bestie, a li quali la ragione fa poco prode. Onde, se 'l servo
non conosce la natura del suo signore, manifesto è che
perfettamente servire nol può. L'altra cosa è, che si
conviene conoscere al servo, li amici del suo signore, ché
altrimenti non li potrebbe onorare né servire, e così
non servirebbe perfettamente lo suo signore; con ciò sia cosa
che li amici siano quasi parti d'un tutto, però che 'l tutto
loro è uno volere e uno non volere.
Né lo comento latino avrebbe avuta la conoscenza di queste
cose, che l'ha 'l volgare medesimo. Che lo latino non sia conoscente
del volgare e de' suoi amici, così si pruova. Quelli che
conosce alcuna cosa in genere, non conosce quella perfettamente: sì
come, se conosce da lungi uno animale, non conosce quello
perfettamente, perché non sa se s'è cane o lupo o
becco. Lo latino conosce lo volgare in genere, ma non distinto: che
se esso lo conoscesse distinto, tutti li volgari conoscerebbe, perché
non è ragione che l'uno più che l'altro conoscesse; e
così in qualunque uomo fosse tutto l'abito del latino, sarebbe
l'abito di conoscenza distinto de lo volgare. Ma questo non è;
ché uno abituato di latino non distingue, s'elli è
d'Italia, lo volgare inghilese da lo tedesco; né lo tedesco,
lo volgare italico dal provenzale. Onde è manifesto che lo
latino non è conoscente de lo volgare. Ancora, non è
conoscente de' suoi amici, però ch'è impossibile
conoscere li amici, non conoscendo lo principale; onde, se non
conosce lo latino lo volgare, come provato è di sopra,
impossibile è a lui conoscere li suoi amici. Ancora, sanza
conversazione o familiaritade impossibile è a conoscere li
uomini: e lo latino non ha conversazione con tanti in alcuna lingua
con quanti ha lo volgare di quella, al quale tutti sono amici; e per
consequente non può conoscere li amici del volgare. E non è
contradizione ciò che dire si potrebbe, che lo latino pur
conversa con alquanti amici de lo volgare: ché però non
è familiare di tutti, e così non è conoscente de
li amici perfettamente; però che si richiede perfetta
conoscenza, e non difettiva.
Capitolo VII
Provato che lo comento latino non sarebbe stato servo conoscente,
dirò come non sarebbe stato obediente. Obediente è
quelli che ha la buona disposizione che si chiama obedienza. La vera
obedienza conviene avere tre cose, sanza le quali essere non può:
vuole essere dolce, e non amara; e comandata interamente, e non
spontanea; e con misura, e non dismisurata. Le quali tre cose era
impossibile ad avere lo latino comento, e però era impossibile
ad essere obediente. Che a lo latino fosse stato impossibile, come
detto è, si manifesta per cotale ragione. Ciascuna cosa che da
perverso ordine procede è laboriosa, e per consequente è
amara e non dolce, sì come dormire lo die e vegghiare la
notte, e andare indietro e non innanzi. Comandare lo subietto a lo
sovrano procede da ordine perverso - ché ordine diritto è
lo sovrano a lo subietto comandare -, e così è amaro, e
non dolce. E però che a l'amaro comandamento è
impossibile dolcemente obedire, impossibile è, quando lo
subietto comanda, la obedienza del sovrano essere dolce. Dunque se lo
latino è sovrano del volgare, come di sopra per più
ragioni è mostrato, e le canzoni, che sono in persona di
comandatore, sono volgari, impossibile è la sua obedienza
esser dolce.
Ancora: allora è la obedienza interamente comandata e da nulla
parte spontanea, quando quello che fa chi fa obediendo non averebbe
fatto sanza comandamento, per suo volere, né tutto né
in parte. E però se a me fosse comandato di portare due
guarnacche in dosso, e sanza comandamento io mi portasse l'una, dico
che la mia obedienza non è interamente comandata, ma in parte
spontanea. E cotale sarebbe stata quella del comento latino; e per
consequente non sarebbe stata obedienza comandata interamente. Che
fosse stata cotale, appare per questo: che lo latino sanza lo
comandamento di questo signore averebbe esposite molte parti de la
sua sentenza - ed espone, chi cerca bene le scritture latinamente
scritte - che non lo fa lo volgare in parte alcuna.
Ancora: è
l'obedienza con misura, e non dismisurata, quando al termine del
comandamento va, e non più oltre; sì come la natura
particulare è obediente a la universale, quando fa trentadue
denti a l'uomo, e non più né meno, e quando fa cinque
dita ne la mano, e non più né meno; e l'uomo è
obediente a la giustizia quando fa pagar lo debito de la pena, e non
più né meno che la giustizia comanda, al peccatore. Né
questo averebbe fatto lo latino, ma peccato averebbe non pur nel
difetto, e non pur nel soperchio, ma in ciascuno; e così non
sarebbe stata la sua obedienza misurata, ma dismisurata, e per
consequente non sarebbe stato obediente. Che non fosse stato lo
latino empitore del comandamento del suo signore, e che ne fosse
stato soperchiatore, leggermente si può mostrare. Questo
signore, cioè queste canzoni, a le quali questo comento è
per servo ordinato, comandano e vogliono essere esposte a tutti
coloro a li quali puote venire sì lo loro intelletto, che
quando parlano elle siano intese; e nessuno dubita, che s'elle
comandassero a voce, che questo non fosse lo loro comandamento. E lo
latino non l'averebbe esposte se non a' litterati, ché li
altri non l'averebbero inteso. Onde con ciò sia cosa che molti
più siano quelli che desiderano intendere quelle non litterati
che litterati, seguitasi che non averebbe pieno lo suo comandamento
come 'l volgare, che da li litterati e non litterati è inteso.
Anche, lo latino l'averebbe esposte a gente d'altra lingua, sì
come a Tedeschi e Inghilesi e altri, e qui averebbe passato lo loro
comandamento; ché contra loro volere, largo parlando dico,
sarebbe essere esposta la loro sentenza colà dov'elle non la
potessero con la loro bellezza portare. E però sappia ciascuno
che nulla cosa per legame musaico armonizzata si può de la sua
loquela in altra transmutare sanza rompere tutta sua dolcezza e
armonia. E questa è la cagione per che Omero non si mutò
di greco in latino come l'altre scritture che avemo da loro. E questa
è la cagione per che li versi del Salterio sono sanza dolcezza
di musica e d'armonia; ché essi furono transmutati d'ebreo in
greco e di greco in latino, e ne la prima transmutazione tutta quella
dolcezza venne meno. E così è conchiuso ciò che
si promise nel principio del capitolo dinanzi a questo
immediate.
Capitolo VIII
Quando è mostrato per le suficienti ragioni come, per cessare
disconvenevoli disordinamenti, converrebbe, a le nominate canzoni
aprire e mostrare, comento volgare e non latino, mostrare intendo
come ancora pronta liberalitate mi fece questo eleggere e l'altro
lasciare. Puotesi adunque la pronta liberalitate in tre cose notare,
le quali seguitano questo volgare, e lo latino non averebbero
seguitato. La prima è dare a molti; la seconda è dare
utili cose; la terza è, sanza essere domandato lo dono, dare
quello. Ché dare a uno e giovare a uno è bene; ma dare
a molti e giovare a molti è pronto bene, in quanto prende
simiglianza da li benefici di Dio, che è universalissimo
benefattore. E ancora, dare a molti è impossibile sanza dare a
uno, acciò che uno in molti sia inchiuso; ma dare a uno si può
bene, sanza dare a molti. Però chi giova a molti fa l'uno bene
e l'altro; chi giova a uno, fa pur un bene: onde vedemo li ponitori
de le leggi massimamente pur a li più comuni beni tenere
confissi li occhi, quelle componendo. Ancora, dare cose non utili al
prenditore pure è bene, in quanto colui che dà mostra
almeno sé essere amico; ma non è perfetto bene, e così
non è pronto: come quando uno cavaliere donasse ad uno medico
uno scudo, e quando uno medico donasse a uno cavaliere scritti li
Aphorismi d'Ipocràs, ovvero li Tegni di Galieno. Per che li
savi dicono che la faccia del dono dee essere simigliante a quella
del ricevitore, cioè a dire che si convegna con lui, e che sia
utile: e in quello è detta pronta liberalitade di colui che
così dicerne donando. Ma però che li morali
ragionamenti sogliono dare desiderio di vedere l'origine loro,
brievemente in questo capitolo intendo mostrare quattro ragioni per
che di necessitade lo dono, acciò che in quello sia pronta
liberalitade, conviene essere utile a chi riceve.
Primamente, però che la vertù dee essere lieta, e non
trista in alcuna sua operazione; onde se 'l dono non è lieto
nel dare e nel ricevere, non è in esso perfetta vertù,
non è pronta. Questa letizia non può dare altro che
utilitade, che rimane nel datore per lo dare, e che viene nel
ricevitore per ricevere. Nel datore adunque dee essere la providenza
in far sì che de la sua parte rimagna l'utilitade de
l'onestate, ch'è sopra ogni utilitade, e far sì che a
lo ricevitore vada l'utilitade de l'uso de la cosa donata; e così
sarà l'uno e l'altro lieto, e per consequente sarà più
pronta la liberalitade. Secondamente, però che la vertù
dee muovere le cose sempre al migliore. Ché così come
sarebbe biasimevole operazione fare una zappa d'una bella spada o
fare un bel nappo d'una bella chitarra, così è
biasimevole muover la cosa d'un luogo dove sia utile e portarla in
parte dove sia meno utile. E però che biasimevole è
invano adoperare, biasimevole è non solamente a porre la cosa
in parte dove sia meno utile, ma eziandio in parte ove sia igualmente
utile. Onde, acciò che sia laudabile lo mutare de le cose,
conviene sempre essere al migliore, per ciò che dee
massimamente essere laudabile: e questo non si può fare nel
dono se 'l dono per transmutazione non viene più caro; né
più caro può venire, se esso non è più
utile ad usare al ricevitore che al datore. Per che si conchiude che
'l dono conviene essere utile a chi lo riceve, acciò che sia
in esso pronta liberalitade. Terziamente, però che la
operazione de la vertù per sé dee essere acquistatrice
d'amici; con ciò sia cosa che la nostra vita di quello
abbisogni, e lo fine de la vertù sia la nostra vita essere
contenta. Onde acciò che 'l dono faccia lo ricevitore amico,
conviene a lui essere utile, però che l'utilitade sigilla la
memoria de la imagine del dono, la quale è nutrimento de
l'amistade; e tanto più forte, quanto essa è migliore.
Onde suole dire Martino: "Non caderà de la mia mente lo
dono che mi fece Giovanni". Per che, acciò che nel dono
sia la sua vertù, la quale è liberalitade, e che essa
sia pronta, conviene essere utile a chi riceve. Ultimamente, però
che la vertù dee avere atto libero e non sforzato. Atto libero
è quando una persona va volentieri ad alcuna parte, che si
mostra nel tener volto lo viso in quella; atto sforzato è
quando contra voglia si va, che si mostra in non guardare ne la parte
dove si va. E allora sì guarda lo dono a quella parte, quando
si dirizza al bisogno de lo ricevente. E però che dirizzarsi
ad esso non si può se non sia utile, conviene, acciò
che sia con atto libero la vertù, essere utile lo dono a la
parte ov'elli vae, ch'è lo ricevitore; e per consequente
conviene essere ne lo dono l'utilità de lo ricevitore, acciò
che quinci sia pronta liberalitade.
La terza cosa, ne la quale si può notare la pronta
liberalitade, si è dare non domandato: acciò che 'l
domandato è da una parte non vertù ma mercatantia, però
che lo ricevitore compera, tutto che 'l datore non venda. Per che
dice Seneca che "nulla cosa più cara si compera che
quella dove i prieghi si spendono". Onde acciò che nel
dono sia pronta liberalitade e che essa si possa in esso notare,
allora, se conviene esser netto d'ogni atto di mercatantia, conviene
esser lo dono non domandato. Perché sì caro costa
quello che si priega, non intendo qui ragionare, perché
sufficientemente si ragionerà ne l'ultimo trattato di questo
libro.
Capitolo IX
Da tutte le tre sopra notate condizioni, che con vegnono concorrere
acciò che sia nel beneficio la pronta liberalitade, era lo
comento latino lontano, e lo volgare è con quelle, sì
come si può manifestamente così contare. Non avrebbe lo
latino così servito a molti: ché se noi reducemo a
memoria quello che di sovra è ragionato, li litterati fuori di
lingua italica non averebbono potuto avere questo servigio, e quelli
di questa lingua, se noi volemo bene vedere chi sono, troveremo che
de' mille l'uno ragionevolmente non sarebbe stato servito; però
che non l'averebbero ricevuto, tanto sono pronti ad avarizia che da
ogni nobilitade d'animo li rimuove, la quale massimamente desidera
questo cibo. E a vituperio di loro dico che non si deono chiamare
litterati, però che non acquistano la lettera per lo suo uso,
ma in quanto per quella guadagnano denari o dignitate; sì come
non si dee chiamare citarista chi tiene la cetera in casa per
prestarla per prezzo, e non per usarla per sonare. Tornando dunque al
principale proposito, dico che manifestamente si può vedere
come lo latino averebbe a pochi dato lo suo beneficio, ma lo volgare
servirà veramente a molti. Ché la bontà de
l'animo, la quale questo servigio attende, è in coloro che per
malvagia disusanza del mondo hanno lasciata la litteratura a coloro
che l'hanno fatta di donna meretrice; e questi nobili sono principi,
baroni, cavalieri, e molt'altra nobile gente, non solamente maschi ma
femmine, che sono molti e molte in questa lingua, volgari e non
litterati.
Ancora, non sarebbe lo latino stato datore d'utile dono, che sarà
lo volgare. Però che nulla cosa è utile, se non in
quanto è usata, né è la sua bontade in potenza,
che non è essere perfettamente; sì come l'oro, le
margarite e li altri tesori che sono sotterrati...; però che
quelli che sono a mano de l'avaro sono in più basso loco che
non è la terra là dove lo tesoro è nascosto. Lo
dono veramente di questo comento è la sentenza de le canzoni a
le quali fatto è, la qual massimamente intende inducere li
uomini a scienza e a vertù, sì come si vedrà per
lo pelago del loro trattato. Questa sentenza non possono non avere in
uso quelli ne li quali vera nobilità è seminata per lo
modo che si dirà nel quarto trattato; e questi sono quasi
tutti volgari, sì come sono quelli nobili che di sopra, in
questo capitolo, sono nominati. E non ha contradizione perché
alcuno litterato sia di quelli; ché, sì come dice il
mio maestro Aristotile nel primo de l'Etica, "una rondine non fa
primavera". È adunque manifesto che lo volgare darà
cosa utile, e lo latino non l'averebbe data.
Ancora, darà lo volgare dono non dimandato, che non l'averebbe
dato lo latino: però che darà se medesimo per comento,
che mai non fu domandato da persona; e questo non si può dire
de lo latino, che per comento e per chiose a molte scritture è
già stato domandato, sì come ne' loro principii si può
vedere apertamente in molte. E così è manifesto che
pronta liberalitade mi mosse al volgare anzi che a lo latino.
Capitolo IX
Da tutte le tre sopra notate condizioni, che con vegnono concorrere
acciò che sia nel beneficio la pronta liberalitade, era lo
comento latino lontano, e lo volgare è con quelle, sì
come si può manifestamente così contare. Non avrebbe lo
latino così servito a molti: ché se noi reducemo a
memoria quello che di sovra è ragionato, li litterati fuori di
lingua italica non averebbono potuto avere questo servigio, e quelli
di questa lingua, se noi volemo bene vedere chi sono, troveremo che
de' mille l'uno ragionevolmente non sarebbe stato servito; però
che non l'averebbero ricevuto, tanto sono pronti ad avarizia che da
ogni nobilitade d'animo li rimuove, la quale massimamente desidera
questo cibo. E a vituperio di loro dico che non si deono chiamare
litterati, però che non acquistano la lettera per lo suo uso,
ma in quanto per quella guadagnano denari o dignitate; sì come
non si dee chiamare citarista chi tiene la cetera in casa per
prestarla per prezzo, e non per usarla per sonare. Tornando dunque al
principale proposito, dico che manifestamente si può vedere
come lo latino averebbe a pochi dato lo suo beneficio, ma lo volgare
servirà veramente a molti. Ché la bontà de
l'animo, la quale questo servigio attende, è in coloro che per
malvagia disusanza del mondo hanno lasciata la litteratura a coloro
che l'hanno fatta di donna meretrice; e questi nobili sono principi,
baroni, cavalieri, e molt'altra nobile gente, non solamente maschi ma
femmine, che sono molti e molte in questa lingua, volgari e non
litterati.
Ancora, non sarebbe lo latino stato datore d'utile dono, che sarà
lo volgare. Però che nulla cosa è utile, se non in
quanto è usata, né è la sua bontade in potenza,
che non è essere perfettamente; sì come l'oro, le
margarite e li altri tesori che sono sotterrati...; però che
quelli che sono a mano de l'avaro sono in più basso loco che
non è la terra là dove lo tesoro è nascosto. Lo
dono veramente di questo comento è la sentenza de le canzoni a
le quali fatto è, la qual massimamente intende inducere li
uomini a scienza e a vertù, sì come si vedrà per
lo pelago del loro trattato. Questa sentenza non possono non avere in
uso quelli ne li quali vera nobilità è seminata per lo
modo che si dirà nel quarto trattato; e questi sono quasi
tutti volgari, sì come sono quelli nobili che di sopra, in
questo capitolo, sono nominati. E non ha contradizione perché
alcuno litterato sia di quelli; ché, sì come dice il
mio maestro Aristotile nel primo de l'Etica, "una rondine non fa
primavera". È adunque manifesto che lo volgare darà
cosa utile, e lo latino non l'averebbe data.
Ancora, darà lo volgare dono non dimandato, che non l'averebbe
dato lo latino: però che darà se medesimo per comento,
che mai non fu domandato da persona; e questo non si può dire
de lo latino, che per comento e per chiose a molte scritture è
già stato domandato, sì come ne' loro principii si può
vedere apertamente in molte. E così è manifesto che
pronta liberalitade mi mosse al volgare anzi che a lo latino.
Capitolo X
Grande vuole essere la scusa, quando a così nobile convivio
per le sue vivande, a così onorevole per li suoi convitati,
s'appone pane di biado e non di frumento; e vuole essere evidente
ragione che partire faccia l'uomo da quello che per li altri è
stato servato lungamente, sì come di comentare con latino. E
però vuole essere manifesta la ragione, che de le nuove cose
lo fine non è certo; acciò che la esperienza non è
mai avuta onde le cose usate e servate sono e nel processo e nel fine
commisurate. Però si mosse la Ragione a comandare che l'uomo
avesse diligente riguardo ad entrare nel nuovo cammino, dicendo che
"ne lo statuire le nuove cose evidente ragione dee essere quella
che partire ne faccia da quello che lungamente è usato".
Non si maravigli dunque alcuno se lunga è la digressione de la
mia scusa, ma, sì come necessaria, la sua lunghezza paziente
sostenga. La quale proseguendo, dico che - poi ch'è manifesto
come per cessare disconvenevole disordinazione e come per prontezza
di liberalitade io mi mossi al volgare comento e lasciai lo latino -
l'ordine de la intera scusa vuole ch'io mostri come a ciò mi
mossi per lo naturale amore de la propria loquela; che è la
terza e l'ultima ragione che a ciò mi mosse. Dico che lo
naturale amore principalmente muove l'amatore a tre cose: l'una si è
a magnificare l'amato; l'altra è ad esser geloso di quello;
l'altra è a difendere lui, sì come ciascuno può
vedere continuamente avvenire. E queste tre cose mi fecero prendere
lui, cioè lo nostro volgare, lo qual naturalmente e
accidentalmente amo e ho amato. Mossimi prima per magnificare lui. E
che in ciò io lo magnifico, per questa ragione vedere si può;
avvegna che per molte condizioni di grandezze le cose si possono
magnificare, cioè fare grandi, e nulla fa tanto grande quanto
la grandezza de la propia bontade, la quale è madre e
conservatrice de l'altre grandezze; onde nulla grandezza puote avere
l'uomo maggiore che quella de la virtuosa operazione, che è
sua propia bontade, per la quale le grandezze de le vere dignitadi,
de li veri onori, de le vere potenze, de le vere ricchezze, de li
veri amici, de la vera e chiara fama, e acquistate e conservate sono:
e questa grandezza do io a questo amico, in quanto quello elli di
bontade avea in podere e occulto, io lo fo avere in atto e palese ne
la sua propria operazione, che è manifestare conceputa
sentenza.
Mossimi
secondamente per gelosia di lui. La gelosia de l'amico fa l'uomo
sollicito a lunga provedenza. Onde pensando che lo desiderio
d'intendere queste canzoni, a alcuno illitterato avrebbe fatto lo
comento latino transmutare in volgare, e temendo che 'l volgare non
fosse stato posto per alcuno che l'avesse laido fatto parere, come
fece quelli che transmutò lo latino de l'Etica - ciò fu
Taddeo ipocratista -, providi a ponere lui, fidandomi di me di più
che d'un altro. Mossimi ancora per difendere lui da molti suoi
accusatori, li quali dispregiano esso e commendano li altri,
massimamente quello di lingua d'oco, dicendo che è più
bello e migliore quello che questo; partendose in ciò da la
veritade. Ché per questo comento la gran bontade del volgare
di sì si vedrà; però che si vedrà la sua
vertù, sì com'è per esso altissimi e novissimi
concetti convenevolemente, sufficientemente e acconciamente, quasi
come per esso latino, manifestare; la quale non si potea bene
manifestare ne le cose rimate, per le accidentali adornezze che quivi
sono connesse, cioè la rima e lo ritimo e lo numero regolato:
sì come non si può bene manifestare la bellezza d'una
donna, quando li adornamenti de l'azzimare e de le vestimenta la
fanno più ammirare che essa medesima. Onde chi vuole ben
giudicare d'una donna, guardi quella quando solo sua naturale
bellezza si sta con lei, da tutto accidentale adornamento
discompagnata: sì come sarà questo comento, nel quale
si vedrà l'agevolezza de le sue sillabe, le proprietadi de le
sue costruzioni e le soavi orazioni che di lui si fanno; le quali chi
bene agguarderà, vedrà essere piene di dolcissima e
d'amabilissima bellezza. Ma però che virtuosissimo è ne
la 'ntenzione mostrare lo difetto e la malizia de lo accusatore,
dirò, a confusione di coloro che accusano la italica loquela,
perché a ciò fare si muovono; e di ciò farò
al presente speziale capitolo, perché più notevole sia
la loro infamia.
Capitolo XI
A perpetuale infamia e depressione de li malvagi uomini d'Italia che
commendano lo volgare altrui e lo loro proprio dispregiano, dico che
la loro mossa viene da cinque abominevoli cagioni. La prima è
cechitade di discrezione; la seconda, maliziata escusazione; la
terza, cupidità di vanagloria; la quarta, argomento d'invidia;
la quinta e ultima, viltà d'animo, cioè pusillanimità.
E ciascuna di queste retadi ha sì grande setta, che pochi sono
quelli che siano da esse liberi.
De la prima si può così ragionare. Sì come la
parte sensitiva de l'anima ha suoi occhi, con li quali apprende la
differenza de le cose in quanto elle sono di fuori colorate, così
la parte razionale ha suo occhio, con lo quale apprende la differenza
de le cose in quanto sono ad alcuno fine ordinate: e questa è
la discrezione. E sì come colui che è cieco de li occhi
sensibili va sempre secondo che li altri il guidano, o male o bene,
così colui che è cieco del lume de la discrezione
sempre va nel suo giudicio secondo il grido, o diritto o falso; onde
qualunque ora lo guidatore è cieco, conviene che esso e
quello, anche cieco, ch'a lui s'appoggia vegnano a mal fine. Però
è scritto che "'l cieco al cieco farà guida, e
così cadranno ambedue ne la fossa". Questa grida è
stata lungamente contro a nostro volgare, per le ragioni che di sotto
si ragioneranno, appresso di questa. E li ciechi sopra notati, che
sono quasi infiniti, con la mano in su la spalla a questi mentitori,
sono caduti ne la fossa de la falsa oppinione, de la quale uscire non
sanno. De l'abito di questa luce discretiva massimamente le populari
persone sono orbate; però che, occupate dal principio de la
loro vita ad alcuno mestiere, dirizzano sì l'animo loro a
quello per forza de la necessitate, che ad altro non intendono. E
però che l'abito di vertude, sì morale come
intellettuale, subitamente avere non si può, ma conviene che
per usanza s'acquisti, ed ellino la loro usanza pongono in alcuna
arte e a discernere l'altre cose non curano, impossibile è a
loro discrezione avere. Per che incontra che molte volte gridano Viva
la loro morte, e Muoia la loro vita, pur che alcuno cominci; e
quest'è pericolosissimo difetto ne la loro cechitade. Onde
Boezio giudica la populare gloria vana, perché la vede sanza
discrezione. Questi sono da chiamare pecore, e non uomini; ché
se una pecora si gittasse da una ripa di mille passi, tutte l'altre
l'andrebbero dietro; e se una pecora per alcuna cagione al passare
d'una strada salta, tutte l'altre saltano, eziandio nulla veggendo da
saltare. E io ne vidi già molte in uno pozzo saltare per una
che dentro vi saltò, forse credendo saltare uno muro, non
ostante che 'l pastore, piangendo e gridando, con le braccia e col
petto dinanzi a esse si parava.
La seconda setta contra nostro volgare si fa per una maliziata scusa.
Molti sono che amano più d'essere tenuti maestri che d'essere,
e per fuggir lo contrario, cioè di non esser tenuti, sempre
danno colpa a la materia de l'arte apparecchiata, o vero a lo
strumento; sì come lo mal fabbro biasima lo ferro appresentato
a lui, e lo malo citarista biasima la cetera, credendo dare la colpa
del mal coltello e del mal sonare al ferro e a la cetera, e levarla a
sé. Così sono alquanti, e non pochi, che vogliono che
l'uomo li tegna dicitori; e per scusarsi dal non dire o dal dire male
accusano e incolpano la materia, cioè lo volgare proprio, e
commendano l'altro lo quale non è loro richesto di fabbricare.
E chi vuole vedere come questo ferro è da biasimare, guardi
che opere ne fanno li buoni artefici, e conoscerà la malizia
di costoro che, biasimando lui, sé credono scusare. Contra
questi cotali grida Tullio nel principio d'un suo libro che si chiama
Libro di Fine de' Beni, però che al suo tempo biasimavano lo
latino romano e commendavano la gramatica greca per simiglianti
cagioni che questi fanno vile lo parlare italico e prezioso quello di
Provenza.
La
terza setta contro nostro volgare si fa per cupiditate di vanagloria.
Sono molti che per ritrarre cose poste in altrui lingua e commendare
quella, credono più essere ammirati che ritraendo quelle de la
sua. E sanza dubbio non è sanza loda d'ingegno apprendere bene
la lingua strana; ma biasimevole è commendare quella oltre a
la verità, per farsi glorioso di tale acquisto.
La quarta si fa da uno argomento d'invidia. Sì come è
detto di sopra, la invidia è sempre dove è alcuna
paritade. Intra li uomini d'una lingua è la paritade del
volgare; e perché l'uno quella non sa usare come l'altro,
nasce invidia. Lo invidioso poi argomenta, non biasimando colui che
dice di non saper dire, ma biasima quello che è materia de la
sua opera, per torre, dispregiando l'opera da quella parte, a lui che
dice onore e fama; sì come colui che biasimasse lo ferro d'una
spada, non per biasimo dare al ferro, ma a tutta l'opera del
maestro.
La
quinta e ultima setta si muove da viltà d'animo. Sempre lo
magnanimo si magnifica in suo cuore, e così lo pusillanimo,
per contrario, sempre si tiene meno che non è. E perché
magnificare e parvificare sempre hanno rispetto ad alcuna cosa per
comparazione a la quale si fa lo magnanimo grande e lo pusillanimo
piccolo, avviene che 'l magnanimo sempre fa minori li altri che non
sono, e lo pusillanimo sempre maggiori. E però che con quella
misura che l'uomo misura se medesimo, misura le sue cose, che sono
quasi parte di se medesimo, avviene che al magnanimo le sue cose
sempre paiono migliori che non sono, e l'altrui men buone: lo
pusillanimo sempre le sue cose crede valere poco, e l'altrui assai;
onde molti per questa viltade dispregiano lo proprio volgare, e
l'altrui pregiano. E tutti questi cotali sono li abominevoli cattivi
d'Italia che hanno a vile questo prezioso volgare, lo quale, s'è
vile in alcuna cosa, non è se non in quanto elli suona ne la
bocca meretrice di questi adulteri; a lo cui condutto vanno li ciechi
de li quali ne la prima cagione feci menzione.
Capitolo XII
Se manifestamente per le finestre d'una casa uscisse fiamma di fuoco,
e alcuno dimandasse se là dentro fosse il fuoco, e un altro
rispondesse a lui di sì, non saprei bene giudicare qual di
costoro fosse da schernire di più. E non altrimenti sarebbe
fatta la dimanda e la risposta di colui e di me, che mi domandasse se
amore a la mia loquela propria è in me e io li rispondesse di
sì, appresso le su proposte ragioni. Ma tuttavia, e a mostrare
che non solamente amore ma perfettissimo amore di quella è in
me, e a biasimare ancora li suoi avversarii ciò mostrando a
chi bene intenderà, dirò come a lei fui fatto amico, e
poi come l'amistà è confermata. Dico che, sì
come vedere si può che scrive Tullio in quello De Amicitia,
non discordando da la sentenza del Filosofo aperta ne l'ottavo e nel
nono de l'Etica, naturalmente la prossimitade e la bontade sono
cagioni d'amore generative; lo beneficio, lo studio e la consuetudine
sono cagioni d'amore accrescitive. E tutte queste cagioni vi sono
state a generare e a confortare l'amore ch'io porto al mio volgare,
sì come brievemente io mosterrò.
Tanto è la cosa più prossima quanto, di tutte le cose
del suo genere, altrui è più unita: onde di tutti li
uomini lo figlio è più prossimo al padre; di tutte
l'arti la medicina è la più prossima al medico, e la
musica al musico, però che a loro sono più unite che
l'altre; di tutta la terra è più prossima quella dove
l'uomo tiene se medesimo, però che è ad esso più
unita. E così lo volgare è più prossimo quanto è
più unito, che uno e solo è prima ne la mente che
alcuno altro, e che non solamente per sé è unito, ma
per accidente, in quanto è congiunto con le più
prossime persone, sì come con li parenti e con li propri
cittadini e con la propria gente. E questo è lo volgare
proprio; lo quale è non prossimo, ma massimamente prossimo a
ciascuno. Per che, se la prossimitade è seme d'amistà,
come detto è di sopra, manifesto è ch'ella è de
le cagioni stata de l'amore ch'io porto a la mia loquela, che è
a me prossima più che l'altre. La sopra detta cagione, cioè
d'essere più unito quello ch'è solo prima in tutta la
mente, mosse la consuetudine de la gente, che fanno li primogeniti
succedere solamente, sì come più propinqui e perché
più propinqui, più amati.
Ancora, la bontade fece me a lei amico. E qui è da sapere che
ogni bontade propria in alcuna cosa, è amabile in quella: sì
come ne la maschiezza essere ben barbuto, e nella femminezza essere
ben pulita di barba in tutta la faccia; sì come nel bracco
bene odorare, e sì come nel veltro ben correre. E quanto ella
è più propria, tanto ancora è più
amabile; onde, avvegna che ciascuna vertù sia amabile ne
l'uomo, quella è più amabile in esso che è più
umana, e questa è la giustizia, la quale è solamente ne
la parte razionale o vero intellettuale, cioè ne la volontade.
Questa è tanto amabile, che, sì come dice lo Filosofo
nel quinto de l'Etica, li suoi nimici l'amano, sì come sono
ladroni e rubatori; e però vedemo che 'l suo contrario, cioè
la ingiustizia, massimamente è odiata, sì come è
tradimento, ingratitudine, falsitade, furto, rapina, inganno e loro
simili. Li quali sono tanto inumani peccati, che ad iscusare sé
de l'infamia di quelli, si concede da lunga usanza che uomo parli di
sé, sì come detto è di sopra, e possa dire sé
essere fedele e leale. Di questa vertù innanzi dicerò
più pienamente nel quartodecimo trattato; e qui lasciando,
torno al proposito. Provato è adunque la bontà de la
cosa più propria più essere amabile in quella; per che,
a mostrare quale in essa è più propria, è da
vedere quella che più in essa è amata e commendata, e
quella è essa. E noi vedemo che in ciascuna cosa di sermone lo
bene manifestare del concetto sì è più amato e
commendato: dunque è questa la prima sua bontade. E con ciò
sia cosa che questa sia nel nostro volgare, sì come
manifestato è di sopra in altro capitolo, manifesto è
ched ella è de le cagioni stata de l'amore ch'io porto ad
esso; poi che, sì come detto è, la bontade è
cagione d'amore generativa.
Capitolo
XIII
Detto come ne la propria loquela sono quelle due cose per le quali io
sono fatto a lei amico, cioè prossimitade a me e bontà
propria, dirò come per beneficio e concordia di studio e per
benivolenza di lunga consuetudine l'amistà è confermata
e fatta grande.
Dico, prima, ch'io per me ho da lei ricevuto dono di grandissimi
benefici. E però è da sapere che intra tutti i benefici
è maggiore quello che più è prezioso a chi
riceve; e nulla cosa è tanto preziosa, quanto quella per la
quale tutte l'altre si vogliono; e tutte l'altre cose si vogliono per
la perfezione di colui che vuole. Onde con ciò sia cosa che
due perfezioni abbia l'uomo, una prima e una seconda - la prima lo fa
essere, la seconda lo fa essere buono -, se la propria loquela m'è
stata cagione e de l'una e de l'altra, grandissimo beneficio da lei
ho ricevuto. E ch'ella sia stata a me d'essere cagione, e ancora di
buono essere se per me non stesse, brievemente si può
mostrare.
Non è
secondo lo Filosofo impossibile, sì come dice ne la Fisica al
libro secondo a una cosa esser più cagioni efficienti, avvegna
che una sia massima de l'altre; onde lo fuoco e lo martello sono
cagioni efficienti de lo coltello, avvegna che massimamente è
il fabbro. Questo mio volgare fu congiugnitore de li miei generanti,
che con esso parlavano, sì come 'l fuoco è disponitore
del ferro al fabbro che fa lo coltello; per che manifesto è
lui essere concorso a la mia generazione, e così essere alcuna
cagione del mio essere. Ancora, questo mio volgare fu introduttore di
me ne la via di scienza, che è ultima perfezione, in quanto
con esso io entrai ne lo latino e con esso mi fu mostrato: lo quale
latino poi mi fu via a più innanzi andare. E così è
palese, e per me conosciuto, esso essere stato a me grandissimo
benefattore.
Anche, è stato meco d'uno medesimo studio, e ciò posso
così mostrare. Ciascuna cosa studia naturalmente a la sua
conservazione: onde, se lo volgare per sé studiare potesse,
studierebbe a quella; e quella sarebbe acconciare sé a più
stabilitade, e più stabilitade non potrebbe avere che in legar
sé con numero e con rime. E questo medesimo studio è
stato mio, sì come tanto è palese che non dimanda
testimonianza. Per che uno medesimo studio è stato lo suo e 'l
mio; per che di questa concordia l'amistà è confermata
e accresciuta. Anche c'è stata la benivolenza de la
consuetudine, ché dal principio de la mia vita ho avuta con
esso benivolenza e conversazione, e usato quello diliberando,
interpetrando e questionando. Per che, se l'amistà s'accresce
per la consuetudine, sì come sensibilmente appare, manifesto è
che essa in me massimamente è cresciuta, che sono con esso
volgare tutto mio tempo usato. E così si vede essere a questa
amistà concorse tutte le cagioni generative e accrescitive de
l'amistade: per che si conchiude che non solamente amore, ma
perfettissimo amore sia quello ch'io a lui debbo avere e ho.
Così rivolgendo li occhi a dietro, e raccogliendo le ragioni
prenotate, puotesi vedere questo pane, col quale si deono mangiare le
infrascritte canzoni, essere sufficientemente purgato da le macule e
da l'essere di biado; per che tempo è d'intendere a ministrare
le vivande. Questo sarà quello pane orzato del quale si
satolleranno migliaia, e a me ne soperchieranno le sporte piene.
Questo sarà luce nuova, sole nuovo, lo quale surgerà là
dove l'usato tramonterà, e darà lume a coloro che sono
in tenebre e in oscuritade per lo usato sole che a loro non luce.
<big>TRATTATO II</big>
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Canzone Prima |
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Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete,
Io vi dirò del cor la novitate,
Or apparisce chi lo fa fuggire
D'un'angela che 'n cielo è coronata.
E non mi valse ch'io ne fossi accorta
Saggia e cortese ne la sua grandezza,
Onde, se per ventura elli addivene |
</div>
Capitolo I
Poi che proemialmente ragionando, me ministro, è lo mio pane
ne lo precedente trattato con sufficienza preparato, lo tempo chiama
e domanda la mia nave uscir di porto; per che, dirizzato l'artimone
de la ragione a l'òra del mio desiderio, entro in pelago con
isperanza di dolce cammino e di salutevole porto e laudabile ne la
fine de la mia cena. Ma però che più profittabile sia
questo mio cibo, prima che vegna la prima vivanda voglio mostrare
come mangiare si dee.
Dico che, sì come nel primo capitolo è narrato, questa
sposizione conviene essere litterale e allegorica. E a ciò
dare a intendere, si vuol sapere che le scritture si possono
intendere e deonsi esponere massimamente per quattro sensi. L'uno si
chiama litterale, e questo è quello che non si stende più
oltre che la lettera de le parole fittizie, sì come sono le
favole de li poeti. L'altro si chiama allegorico, e questo è
quello che si nasconde sotto 'l manto di queste favole, ed è
una veritade ascosa sotto bella menzogna: sì come quando dice
Ovidio che Orfeo facea con la cetera mansuete le fiere, e li arbori e
le pietre a sé muovere; che vuol dire che lo savio uomo con lo
strumento de la sua voce faria mansuescere e umiliare li crudeli
cuori, e faria muovere a la sua volontade coloro che non hanno vita
di scienza e d'arte: e coloro che non hanno vita ragionevole alcuna
sono quasi come pietre. E perché questo nascondimento fosse
trovato per li savi, nel penultimo trattato si mosterrà.
Veramente li teologi questo senso prendono altrimenti che li poeti;
ma però che mia intenzione è qui lo modo de li poeti
seguitare, prendo lo senso allegorico secondo che per li poeti è
usato.
Lo terzo
senso si chiama morale, e questo è quello che li lettori deono
intentamente andare appostando per le scritture, ad utilitade di loro
e di loro discenti: sì come appostare si può ne lo
Evangelio, quando Cristo salio lo monte per transfigurarsi, che de li
dodici Apostoli menò seco li tre; in che moralmente si può
intendere che a le secretissime cose noi dovemo avere poca
compagnia.
Lo
quarto senso si chiama anagogico, cioè sovrasenso; e questo è
quando spiritualmente si spone una scrittura, la quale ancora sia
vera eziandio nel senso litterale, per le cose significate significa
de le superne cose de l'etternal gloria, sì come vedere si può
in quello canto del Profeta che dice che, ne l'uscita del popolo
d'Israel d'Egitto, Giudea è fatta santa e libera. Ché
avvegna essere vero secondo la lettera sia manifesto, non meno è
vero quello che spiritualmente s'intende, cioè che ne l'uscita
de l'anima dal peccato, essa sia fatta santa e libera in sua
potestate. E in dimostrar questo, sempre lo litterale dee andare
innanzi, sì come quello ne la cui sentenza li altri sono
inchiusi, e sanza lo quale sarebbe impossibile ed inrazionale
intendere a li altri, e massimamente a lo allegorico. È
impossibile, però che in ciascuna cosa che ha dentro e di
fuori, è impossibile venire al dentro se prima non si viene al
di fuori: onde, con ciò sia cosa che ne le scritture la
litterale sentenza sia sempre lo di fuori, impossibile è
venire a l'altre, massimamente a l'allegorica, sanza prima venire a
la litterale. Ancora, è impossibile però che in
ciascuna cosa, naturale ed artificiale, è impossibile
procedere a la forma, sanza prima essere disposto lo subietto sopra
che la forma dee stare: sì come impossibile la forma de l'oro
è venire, se la materia, cioè lo suo subietto, non è
digesta e apparecchiata; e la forma de l'arca venire, se la materia,
cioè lo legno, non è prima disposta e apparecchiata.
Onde con ciò sia cosa che la litterale sentenza sempre sia
subietto e materia de l'altre, massimamente de l'allegorica,
impossibile è prima venire a la conoscenza de l'altre che a la
sua. Ancora, è impossibile però che in ciascuna cosa,
naturale ed artificiale, è impossibile procedere, se prima non
è fatto lo fondamento, sì come ne la casa e sì
come ne lo studiare: onde, con ciò sia cosa che 'l dimostrare
sia edificazione di scienza, e la litterale dimostrazione sia
fondamento de l'altre, massimamente de l'allegorica, impossibile è
a l'altre venire prima che a quella.
Ancora, posto che possibile fosse, sarebbe inrazionale, cioè
fuori d'ordine, e però con molta fatica e con molto errore si
procederebbe. Onde, sì come dice lo Filosofo nel primo de la
Fisica, la natura vuole che ordinatamente si proceda ne la nostra
conoscenza, cioè procedendo da quello che conoscemo meglio in
quello che conoscemo non così bene: dico che la natura vuole,
in quanto questa via di conoscere è in noi naturalmente
innata. E però se li altri sensi dal litterale sono meno
intesi - che sono, sì come manifestamente pare -,
inrazionabile sarebbe procedere ad essi dimostrare, se prima lo
litterale non fosse dimostrato. Io adunque, per queste ragioni,
tuttavia sopra ciascuna canzone ragionerò prima la litterale
sentenza, e appresso di quella ragionerò la sua allegoria,
cioè la nascosa veritade; e talvolta de li altri sensi
toccherò incidentemente, come a luogo e a tempo si converrà.
Capitolo
II
Cominciando adunque, dico che la stella di Venere due fiate rivolta
era in quello suo cerchio che la fa parere serotina e matutina,
secondo diversi tempi, appresso lo trapassamento di quella Beatrice
beata che vive in cielo con li angeli e in terra con la mia anima,
quando quella gentile donna, cui feci menzione ne la fine de la Vita
Nuova, parve primamente, accompagnata d'Amore, a li occhi miei e
prese luogo alcuno ne la mia mente. E sì come è
ragionato per me ne lo allegato libello, più da sua gentilezza
che da mia elezione venne ch'io ad essere suo consentisse; ché
passionata di tanta misericordia si dimostrava sopra la mia vedovata
vita, che li spiriti de li occhi miei a lei si fero massimamente
amici. E così fatti, dentro me lei poi fero tale, che lo mio
beneplacito fu contento a disposarsi a quella imagine. Ma però
che non subitamente nasce amore e fassi grande e viene perfetto, ma
vuole tempo alcuno e nutrimento di pensieri, massimamente là
dove sono pensieri contrari che lo 'mpediscano, convenne, prima che
questo nuovo amore fosse perfetto, molta battaglia intra lo pensiero
del suo nutrimento e quello che li era contraro, lo quale per quella
gloriosa Beatrice tenea ancora la rocca de la mia mente. Però
che l'uno era soccorso de la parte de la vista dinanzi continuamente,
e l'altro de la parte de la memoria di dietro. E lo soccorso dinanzi
ciascuno die crescea, che far non potea l'altro, contro quello, ché
impediva in alcuno modo a dare indietro il volto; per che a me parve
sì mirabile, e anche duro a sofferire, che io nol potei
sostenere. E quasi esclamando, e per iscusare me de la varietade ne
la quale parea me avere manco di fortezza, dirizzai la voce mia in
quella parte onde procedeva la vittoria del nuovo pensiero, ch'era
virtuosissimo sì come vertù celestiale; e cominciai a
dire: Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete.
A lo 'ntendimento de la quale canzone bene imprendere, conviene prima
conoscere le sue parti, sì che leggiero sarà poi lo suo
intendimento a vedere. Acciò che più non sia mestiere
di predicere queste parole per le sposizioni de l'altre, dico che
questo ordine, che in questo trattato si prenderà, tenere
intendo per tutti li altri.
Adunque dico che la canzone proposta è contenuta da tre parti
principali. La prima è lo primo verso di quella: ne la quale
s'inducono a udire ciò che dire intendo certe Intelligenze, o
vero per più usato modo volemo dire Angeli, le quali sono a la
revoluzione del cielo di Venere, sì come movitori di quello.
La seconda è li tre versi che appresso del primo sono: ne la
quale si manifesta quel che dentro spiritualmente si sentiva intra'
diversi pensieri. La terza è lo quinto e l'ultimo verso: ne la
quale sì vuole l'uomo parlare a l'opera medesima, quasi a
confortare quella. E queste tutte e tre parti, per ordine sono, come
è detto di sopra, a dimostrare.
Capitolo III
A più latinamente vedere la sentenza litterale, a la quale ora
s'intende, de la prima parte sopra divisa, è da sapere chi e
quanti sono costoro che son chiamati a l'audienza mia, e quale è
questo terzo cielo lo quale dico loro muovere: e prima dirò
del cielo, poi dirò di loro a cu' io parlo. E avvegna che
quelle cose, per rispetto de la veritade, assai poco sapere si
possano, quel cotanto che l'umana ragione ne vede ha più
dilettazione che 'l molto e 'l certo de le cose de le quali si
giudica secondo lo senso, secondo la sentenza del Filosofo in quello
de li Animali.
Dico adunque, che del numero de li cieli e del sito diversamente è
sentito da molti, avvegna che la veritade a l'ultimo sia trovata.
Aristotile credette, seguitando solamente l'antica grossezza de li
astrologi, che fossero pure otto cieli, de li quali lo estremo, e che
contenesse tutto, fosse quello dove le stelle fisse sono, cioè
la spera ottava; e che di fuori da esso non fosse altro alcuno.
Ancora credette che lo cielo del Sole fosse immediato con quello de
la Luna, cioè secondo a noi. E questa sua sentenza così
erronea può vedere chi vuole nel secondo De Celo et Mundo,
ch'è nel secondo de' libri naturali. Veramente elli di ciò
si scusa nel duodecimo de la Metafisica, dove mostra bene sé
avere seguito pur l'altrui sentenza là dove d'astrologia li
convenne parlare.
Tolomeo poi, accorgendosi che l'ottava spera si movea per più
movimenti, veggendo lo cerchio suo partire da lo diritto cerchio, che
volge tutto da oriente in occidente, costretto da li principii di
filosofia, che di necessitade vuole uno primo mobile semplicissimo,
puose un altro cielo essere fuori de lo Stellato, lo quale facesse
questa revoluzione da oriente in occidente: la quale dico che si
compie quasi in ventiquattro ore, cioè in ventitrè ore
e quattordici parti de le quindici d'un'altra, grossamente
assegnando. Sì che secondo lui, secondo quello che si tiene in
astrologia ed in filosofia poi che quelli movimenti furon veduti,
sono nove cieli mobili; lo sito de li quali è manifesto e
diterminato, secondo che per un'arte che si chiama perspettiva, e per
arismetrica e geometria, sensibilmente e ragionevolmente è
veduto, e per altre esperienze sensibili: sì come ne lo
eclipsi del sole appare sensibilmente la luna essere sotto lo sole e
sì come per testimonianza d'Aristotile, che vide con li occhi
(secondo che dice nel secondo De Celo et Mundo) la luna, essendo
nuova, entrare sotto a Marte da la parte non lucente, e Marte stare
celato tanto che rapparve da l'altra parte lucente de la luna, ch'era
verso occidente.
Ed è l'ordine del sito questo, che lo primo che numerano è
quello dove è la Luna; lo secondo è quello dov'è
Mercurio; lo terzo è quello dov'è Venere; lo quarto è
quello dove è lo Sole; lo quinto è quello di Marte; lo
sesto è quello di Giove; lo settimo è quello di
Saturno; l'ottavo è quello de le Stelle; lo nono è
quello che non è sensibile se non per questo movimento che è
detto di sopra; lo quale chiamano molti Cristallino, cioè
diafano, o vero tutto trasparente. Veramente, fuori di tutti questi,
li cattolici pongono lo cielo Empireo, che è a dire cielo di
fiamma o vero luminoso; e pongono esso essere immobile per avere in
sé, secondo ciascuna parte, ciò che la sua materia
vuole. E questo è cagione al Primo Mobile per avere
velocissimo movimento; ché per lo ferventissimo appetito ch'è
'n ciascuna parte di quello nono cielo, che è immediato a
quello, d'essere congiunta con ciascuna parte di quello divinissimo
ciel quieto, in quello si rivolve con tanto desiderio, che la sua
velocitade è quasi incomprensibile. E quieto e pacifico è
lo luogo di quella somma Deitade che sola sé compiutamente
vede. Questo loco è di spiriti beati, secondo che la Santa
Chiesa vuole, che non può dire menzogna; e Aristotile pare ciò
sentire, a chi bene lo 'ntende, nel primo De Celo et Mundo. Questo è
lo soprano edificio del mondo, nel quale tutto lo mondo s'inchiude, e
di fuori dal quale nulla è; ed esso non è in luogo ma
formato fu solo ne la prima Mente, la quale li Greci dicono Protonoè.
Questa è quella magnificenza de la quale parlò il
Salmista quando dice a Dio: "Levata è la magnificenza tua
sopra li cieli". E così ricogliendo ciò che
ragionato è, pare che diece cieli siano, de li quali quello di
Venere sia lo terzo, del quale si fa menzione in quella parte che
mostrare intendo.
Ed è da sapere che ciascuno cielo di sotto al Cristallino ha
due poli fermi, quanto a sé; e lo nono li ha fermi e fissi, e
non mutabili secondo alcuno respetto. E ciascuno, sì lo nono
come li altri, hanno un cerchio, che si può chiamare equatore
del suo cielo proprio; lo quale igualmente in ciascuna parte de la
sua revoluzione è rimoto da l'uno polo e da l'altro, come può
sensibilmente vedere chi volge un pomo, o altra cosa ritonda. E
questo cerchio ha più rattezza nel muovere che alcuna parte
del suo cielo, in ciascuno cielo, come può vedere chi bene
considera. E ciascuna parte, quant'ella più è presso ad
esso, tanto più rattamente si muove; quanto più n'è
remota e più presso al polo, più è tarda, però
che la sua revoluzione è minore, e conviene essere in uno
medesimo tempo, di necessitade, con la maggiore. Dico ancora, che
quanto lo cielo più è presso al cerchio equatore tanto
è più nobile per comparazione a li suoi poli, però
che ha più movimento e più attualitade e più
vita e più forma, e più tocca di quello che è
sopra sé, e per consequente più è virtuoso. Onde
le stelle del Cielo Stellato sono più piene di vertù
tra loro quanto più sono presso a questo cerchio.
E in sul dosso di questo cerchio, nel cielo di Venere, del quale al
presente si tratta, è una speretta che per se medesima in esso
cielo si volge; lo cerchio de la quale li astrologi chiamano
epiciclo. E sì come la grande spera due poli volge, così
questa picciola, e così ha questa picciola lo cerchio
equatore, e così è più nobile quanto è
più presso di quello; e in su l'arco, o vero dosso, di questo
cerchio è fissa la lucentissima stella di Venere. E avvegna
che detto sia essere diece cieli secondo la stretta veritade, questo
numero non li comprende tutti; ché questo di cui è
fatta menzione, cioè l'epiciclo nel quale è fissa la
stella, è uno cielo per sé, o vero spera, e non ha una
essenza con quello che 'l porta, avvegna che più sia
connaturato ad esso che li altri; e con esso è chiamato uno
cielo, e dinominasi l'uno e l'altro da la stella. Come li altri cieli
e l'altre stelle siano, non è al presente da trattare: basti
ciò che detto è de la veritade del terzo cielo, del
quale al presente intendo e del quale compiutamente è mostrato
quello che al presente n'è mestiere.
Capitolo IV
Poi ch'è mostrato nel precedente capitolo quale è
questo terzo cielo e come in se medesimo è disposto, resta di
dimostrare chi sono questi che 'l muovono. È adunque da sapere
primamente che li movitori di quelli sono sustanze separate da
materia, cioè intelligenze, le quali la volgare gente chiamano
Angeli. E di queste creature, sì come de li cieli, diversi
diversamente hanno sentito, avvegna che la veritade sia trovata.
Furono certi filosofi, de' quali pare essere Aristotile ne la sua
Metafisica (avvegna che nel primo di Cielo incidentemente paia
sentire altrimenti), che credettero solamente essere tante queste,
quante circulazioni fossero ne li cieli, e non più, dicendo
che l'altre sarebbero state etternalmente indarno, sanza operazione;
ch'era impossibile, con ciò sia cosa che loro essere sia loro
operazione. Altri furono, sì come Plato, uomo eccellentissimo,
che puosero non solamente tante Intelligenze quanti sono li movimenti
del cielo, ma eziandio quante sono le spezie de le cose (cioè
le maniere de le cose): sì come è una spezie tutti li
uomini, e un'altra tutto l'oro, e un'altra tutte le larghezze, e così
di tutte. E volsero che sì come le Intelligenze de li cieli
sono generatrici di quelli, ciascuna del suo, così queste
fossero generatrici de l'altre cose ed essempli, ciascuna de la sua
spezie; e chiamale Plato a "idee", che tanto è a
dire quanto forme e nature universali. Li gentili le chiamano Dei e
Dee, avvegna che non così filosoficamente intendessero quelle
come Plato, e adoravano le loro imagini, e faceano loro grandissimi
templi: sì come a Giuno, la quale dissero dea di potenza; sì
come a Pallade o vero Minerva, la quale dissero dea di sapienza; sì
come a Vulcano, lo quale dissero dio del fuoco, ed a Cerere, la quale
dissero dea de la biada. Le quali cose e oppinioni manifesta la
testimonianza de' poeti, che ritraggono in parte alcuna lo modo de'
gentili e ne li sacrifici e ne la loro fede; e anco si manifesta in
molti nomi antichi rimasi o per nomi o per sopranomi a lochi e
antichi edifici, come può bene ritrovare chi vuole.
E avvegna che per ragione umana queste oppinioni di sopra fossero
fornite, e per esperienza non lieve, la veritade ancora per loro
veduta non fue e per difetto di ragione e per difetto
d'ammaestramento; ché pur per ragione veder si può in
molto maggiore numero esser le creature sopra dette, che non sono li
effetti che da li uomini si possono intendere. E l'una ragione è
questa. Nessuno dubita, né filosofo né gentile né
giudeo né cristiano né alcuna setta, ch'elle non siano
piene di tutta beatitudine, o tutte o la maggior parte, e che quelle
beate non siano in perfettissimo stato. Onde, con ciò sia cosa
che quella che è qui l'umana natura non pur una beatitudine
abbia, ma due, sì com'è quella de la vita civile, e
quella de la contemplativa, inrazionale sarebbe se noi vedemo quelle
avere la beatitudine de la vita attiva, cioè civile, nel
governare del mondo, e non avessero quella de la contemplativa, la
quale è più eccellente e più divina. E con ciò
sia cosa che quella che ha la beatitudine del governare non possa
l'altra avere, perché lo 'ntelletto loro è uno e
perpetuo, conviene essere altre fuori di questo ministerio che
solamente vivano speculando. E perché questa vita è più
divina, e quanto la cosa è più divina è più
di Dio simigliante, manifesto è che questa vita è da
Dio più amata; e se ella è più amata, più
le è la sua beatanza stata larga; e se più l'è
stata larga, più viventi le ha dato che a l'altrui. Per che si
conchiude che troppo maggior numero sia quello di quelle creature che
li effetti non dimostrano. E non è contra quello che par dire
Aristotile nel decimo de l'Etica, che a le sustanze separate convegna
pure la speculativa vita. Come pure la speculativa convegna loro,
pure a la speculazione di certe segue la circulazione del cielo, che
è del mondo governo; lo quale è quasi una ordinata
civilitade, intesa ne la speculazione de li motori.
L'altra ragione si è che nullo effetto è maggiore de la
cagione, poi che la cagione non può dare quello che non ha;
ond'è, con ciò sia cosa che lo divino intelletto sia
cagione di tutto, massimamente de lo 'ntelletto umano, che lo umano
quello non soperchia, ma da esso è improporzionalmente
soperchiato. Dunque se noi, per le ragioni di sopra e per molt'altre,
intendiamo Iddio aver potuto fare innumerabili quasi creature
spirituali, manifesto è lui questo avere fatto maggiore
numero. Altre ragioni si possono vedere assai, ma queste bastino al
presente.
Né
si meravigli alcuno se queste e altre ragioni che di ciò avere
potemo, non sono del tutto dimostrate; che però medesimamente
dovemo ammirare loro eccellenza - la quale soverchia gli occhi de la
mente umana, sì come dice lo Filosofo nel secondo de la
Metafisica -, e affermar loro essere. Poi che non avendo di loro
alcuno senso (dal quale comincia la nostra conoscenza), pure
risplende nel nostro intelletto alcuno lume de la vivacissima loro
essenza, in quanto vedemo le sopra dette ragioni, e molt'altre; sì
come afferma chi ha li occhi chiusi l'aere essere luminoso, per un
poco di splendore, o vero raggio, come passa per le pupille del
vispistrello: ché non altrimenti sono chiusi li nostri occhi
intellettuali, mentre che l'anima è legata e incarcerata per
li organi del nostro corpo.
Capitolo
V
Detto è che per difetto d'ammaestramento li antichi la
veritade non videro de le creature spirituali, avvegna che quello
popolo d'Israel fosse in parte da li suoi profeti ammaestrato, "ne
li quali, per molte maniere di parlare e per molti modi, Dio avea
loro parlato", sì come l'Apostolo dice. Ma noi semo di
ciò ammaestrati da colui che venne da quello, da colui che le
fece, da colui che le conserva, cioè da lo Imperatore de
l'universo, che è Cristo, figliuolo del sovrano Dio e
figliuolo di Maria Vergine, femmina veramente e figlia di Ioacchino e
d'Adamo: uomo vero, lo quale fu morto da noi, per che ci recò
vita. "Lo qual fu luce che allumina noi ne le tenebre", sì
come dice Ioanni Evangelista, e disse a noi la veritade di quelle
cose che noi sapere sanza lui non potavamo, né veder
veramente.
La
prima cosa e lo primo secreto che ne mostrò, fu una de le
creature predette: ciò fu quello suo grande legato che venne a
Maria, giovinetta donzella di tredici anni, da parte del Sanator
celestiale. Questo nostro Salvatore con la sua bocca disse che 'l
Padre li potea dare molte legioni d'angeli; questi non negò,
quando detto li fu che 'l Padre avea comandato a li angeli che li
ministrassero e servissero. Per che manifesto è a noi quelle
creature essere in lunghissimo numero; per che la sua sposa e
secretaria Santa Ecclesia - de la quale dice Salomone: "Chi è
questa che ascende del diserto, piena di quelle cose che dilettano,
appoggiata sopra l'amico suo?" - dice, crede e predica quelle
nobilissime creature quasi innumerabili. E partele per tre gerarchie,
che è a dire tre principati santi o vero divini, e ciascuna
gerarchia ha tre ordini; sì che nove ordini di creature
spirituali la Chiesa tiene e afferma. Lo primo è quello de li
Angeli, lo secondo de li Arcangeli, lo terzo de li Troni; e questi
tre ordini fanno la prima gerarchia: non prima quanto a nobilitade,
non a creazione (ché più sono l'altre nobili e tutte
furono insieme create), ma prima quanto al nostro salire a loro
altezza. Poi sono le Dominazioni; appresso le Virtuti; poi li
Principati: e questi fanno la seconda gerarchia. Sopra questi sono le
Potestati e li Cherubini, e sopra tutti sono li Serafini: e questi
fanno la terza gerarchia. Ed è potissima ragione de la loro
speculazione e lo numero in che sono le gerarchie e quello in che
sono li ordini. Ché con ciò sia cosa che la Maestà
divina sia in tre persone, che hanno una sustanza, di loro si puote
triplicemente contemplare. Ché si può contemplare de la
potenza somma del Padre; la quale mira la prima gerarchia, cioè
quella che è prima per nobilitade e che ultima noi
annoveriamo. E puotesi contemplare la somma sapienza del Figliuolo; e
questa mira la seconda gerarchia. E puotesi contemplare la somma e
ferventissima caritade de lo Spirito Santo; e questa mira l'ultima
gerarchia, la quale, più propinqua, a noi porge de li doni che
essa riceve. E con ciò sia cosa che ciascuna persona ne la
divina Trinitade triplicemente si possa considerare, sono in ciascuna
gerarchia tre ordini che diversamente contemplano. Puotesi
considerare lo Padre, non avendo rispetto se non ad esso; e questa
contemplazione fanno li Serafini, che veggiono più de la Prima
Cagione che nulla angelica natura. Puotesi considerare lo Padre
secondo che ha relazione al Figlio, cioè come da lui si parte
e come con lui sé unisce; e questo contemplano li Cherubini.
Puotesi ancora considerare lo Padre secondo che da lui procede lo
Spirito Santo, e come da lui si parte e come con lui sé
unisce; e questa contemplazione fanno le Potestadi. E per questo modo
si puote speculare del Figlio e de lo Spirito Santo: per che
convengono essere nove maniere di spiriti contemplativi, a mirare ne
la luce che sola se medesima vede compiutamente.
E non è qui da tacere una parola. Dico che di tutti questi
ordini si perderono alquanti tosto che furono creati, forse in numero
de la decima parte; a la quale restaurare fu l'umana natura poi
creata. Li numeri, li ordini, le gerarchie narrano li cieli mobili,
che sono nove, e lo decimo annunzia essa unitade e stabilitade di
Dio. E però dice lo Salmista: "Li cieli narrano la gloria
di Dio, e l'opere de le sue mani annunzia lo fermamento". Per
che ragionevole è credere che li movitori del cielo de la Luna
siano de l'ordine de li Angeli, e quelli di Mercurio siano li
Arcangeli, e quelli di Venere siano li Troni; li quali, naturati de
l'amore del Santo Spirito, fanno la loro operazione, connaturale ad
essi, cioè lo movimento di quello cielo, pieno d'amore, dal
quale prende la forma del detto cielo uno ardore virtuoso per lo
quale le anime di qua giuso s'accendono ad amore, secondo la loro
disposizione. E perché li antichi s'accorsero che quello cielo
era qua giù cagione d'amore, dissero Amore essere figlio di
Venere, sì come testimonia Vergilio nel primo de lo Eneida,
ove dice Venere ad Amore: "Figlio, vertù mia, figlio del
sommo padre, che li dardi di Tifeo non curi"; e Ovidio, nel
quinto di Metamorphoseos, quando dice che Venere disse ad Amore:
"Figlio, armi mie, potenzia mia". E sono questi Troni, che
al governo di questo cielo sono dispensati, in numero non grande, de
lo quale per li filosofi e per li astrologi diversamente è
sentito, secondo che diversamente sentiro de le sue circulazioni;
avvegna che tutti siano accordati in questo, che tanti sono quanti
movimenti esso fae. Li quali, secondo che nel libro de l'Aggregazioni
de le Stelle epilogato si truova da la migliore dimostrazione de li
astrologi, sono tre: uno, secondo che la stella si muove per lo suo
epiciclo; l'altro, secondo che lo epiciclo si muove con tutto il
cielo igualmente con quello del Sole; lo terzo, secondo che tutto
quello cielo si muove seguendo lo movimento de la stellata spera, da
occidente a oriente, in cento anni uno grado. Sì che a questi
tre movimenti sono tre movitori. Ancora si muove tutto questo cielo e
rivolgesi con lo epiciclo da oriente in occidente, ogni dì
naturale una fiata: lo qual movimento, se esso è da intelletto
alcuno, o se esso è da la rapina del Primo Mobile, Dio lo sa;
che a me pare presuntuoso a giudicare. Questi movitori muovono, solo
intendendo, la circulazione in quello subietto propio che ciascuno
muove. La forma nobilissima del cielo, che ha in sé principio
di questa natura passiva, gira, toccata da vertù motrice che
questo intende: e dico toccata, non corporalmente, per tatto di vertù
la quale si dirizza in quello. E questi movitori sono quelli a li
quali s'intende di parlare, ed a cui io fo mia dimanda.
Capitolo VI
Secondo che di sopra, nel terzo capitolo di questo trattato, si
disse, ch'a bene intendere la prima parte de la proposta canzone
convenia ragionare di quelli cieli e de li loro motori, ne li tre
precedenti capitoli è ragionato. Dico adunque a quelli ch'io
mostrai sono movitori del cielo di Venere: O voi che 'ntendendo
- cioè con lo intelletto solo, come detto è di sopra, -
lo terzo cielo movete, Udite il ragionare; e non dico udite
perch'elli odano alcuno suono, ch'elli non hanno senso, ma dico
udite, cioè con quello udire ch'elli hanno, ch'è
intendere per intelletto. Dico: Udite il ragionar lo quale è
nel mio core: cioè dentro da me, ché ancora non è
di fuori apparito. E da sapere è che in tutta questa canzone,
secondo l'uno senso e l'altro, lo "core" si prende per lo
secreto dentro, e non per altra spezial parte de l'anima e del
corpo.
Poi li ho
chiamati ad udire quello ch'io voglio, assegno due ragioni per che io
convenevolemente deggio loro parlare. L'una si è la novitade
de la mia condizione, la quale, per non essere da li altri uomini
esperta, non sarebbe così da loro intesa come da coloro che
'ntendono li loro effetti ne la loro operazione; e questa ragione
tocco quando dico: Ch'io nol so dire altrui, sì mi par
novo. L'altra ragione è: quand'uomo riceve beneficio, o
vero ingiuria, prima de' quello retraere a chi liele fa, se può,
che ad altri; acciò che se ello è beneficio, esso che
lo riceve si mostri conoscente inver lo benefattore; e s'ella è
ingiuria, induca lo fattore a buona misericordia con le dolci parole.
E questa ragione tocco, quando dico: El ciel che segue lo vostro
valore, Gentili creature che voi sete, Mi tragge ne lo stato ov'io mi
trovo. Ciò è a dire: l'operazione vostra, cioè
la vostra circulazione, è quella che m'ha tratto ne la
presente condizione. Però conchiudo e dico che 'l mio parlare
a loro dee essere, sì come detto è; e questo dico qui:
Onde 'l parlar de la vita ch'io provo, Par che si drizzi
degnamente a vui. E dopo queste ragioni assegnate, priego loro de
lo 'ntendere quando dico: Però vi priego che li mi
'ntendiate. Ma però che in ciascuna maniera di sermone lo
dicitore massimamente dee intendere a la persuasione, cioè a
l'abbellire, de l'audienza, sì come a quella ch'è
principio di tutte l'altre persuasioni, come li rettorici sanno; e
potentissima persuasione sia, a rendere l'uditore attento, promettere
di dire nuove e grandissime cose; seguito io, a la preghiera fatta de
l'audienza, questa persuasione, cioè, dico, abbellimento,
annunziando loro la mia intenzione, la quale è di dire nuove
cose, cioè la divisione ch'è ne la mia anima, e grandi
cose, cioè lo valore de la loro stella. E questo dico in
quelle ultime parole di questa prima parte: Io vi dirò del cor
la novitate, Come l'anima trista piange in lui, E come un spirto
contra lei favella, Che vien pe' raggi de la vostra stella.
E a pieno intendimento di queste parole, dico che questo spirito non
è altro che uno frequente pensiero a questa nuova donna
commendare e abbellire; e questa anima non è altro che un
altro pensiero accompagnato di consentimento, che, repugnando a
questo, commenda e abbellisce la memoria di quella gloriosa Beatrice.
Ma però che ancora l'ultima sentenza de la mente, cioè
lo consentimento, si tenea per questo pensiero che la memoria
aiutava, chiamo lui anima e l'altro spirito; sì
come chiamare solemo la cittade quelli che la tengono, e non coloro
che la combattono, avvegna che l'uno e l'altro sia cittadino. Dico
anche che questo spirito viene per li raggi de la stella: per che
sapere si vuole che li raggi di ciascuno cielo sono la via per la
quale discende la loro vertude in queste cose di qua giù. E
però che li raggi non sono altro che uno lume che viene dal
principio de la luce per l'aere infino a la cosa illuminata, e luce
non sia se non ne la parte de la stella, però che l'altro
cielo è diafano, cioè transparente, non dico che vegna
questo spirito, cioè questo pensiero, dal loro cielo in tutto,
ma da la loro stella. La quale per la nobilità de li suoi
movitori è di tanta vertute, che ne le nostre anime e ne le
altre nostre cose ha grandissima podestade, non ostante che essa ci
sia lontana, qual volta più c'è presso, cento sessanta
sette volte tanto quanto è, e più, al mezzo de la
terra, che ci ha di spazio tremilia dugento cinquanta miglia. E
questa è la litterale esposizione de la prima parte de la
canzone.
Capitolo VII
Inteso può essere sofficientemente, per le prenarrate parole,
de la litterale sentenza de la prima parte; per che a la seconda è
da intendere, ne la quale si manifesta quello che dentro io sentia de
la battaglia. E questa parte ha due divisioni: che in prima, cioè
nel primo verso, narro la qualitade di queste diversitadi secondo la
loro radice, ch'erano dentro a me; poi narro quello che dicea l'una e
l'altra diversitade, e però, prima, quello che dicea la parte
che perdea, cioè nel verso ch'è lo secondo di questa
parte e lo terzo de la canzone.
Ad evidenza dunque de la sentenza de la prima divisione, è da
sapere che le cose deono essere denominate da l'ultima nobilitade de
la loro forma; sì come l'uomo da la ragione, e non dal senso
né d'altro che sia meno nobile. Onde, quando si dice l'uomo
vivere, si dee intendere l'uomo usare la ragione, che è sua
speziale vita e atto de la sua più nobile parte. E però
chi da la ragione si parte, e usa pur la parte sensitiva, non vive
uomo, ma vive bestia; sì come dice quello eccellentissimo
Boezio: "Asino vive". Dirittamente dico, però che lo
pensiero è propio atto de la ragione, perché le bestie
non pensano, che non l'hanno: e non dico pur de le minori bestie, ma
di quelle che hanno apparenza umana e spirito di pecora o d'altra
bestia abominevole. Dico adunque che vita del mio core, cioè
del mio dentro, suole essere un pensiero soave ("soave" è
tanto quanto "suaso", cioè abbellito, dolce,
piacente e dilettoso), questo pensiero, che se ne gia spesse volte a'
piedi del sire di costoro a cu' io parlo, ch'è Iddio: ciò
è a dire, che io pensando contemplava lo regno de' beati. E
dico la final cagione incontanente per che là su io saliva
pensando, quando dico: Ove una donna gloriar vedia; a dare a
intendere ch'è perché io era certo, e sono, per sua
graziosa revelazione, che ella era in cielo. Onde io pensando spesse
volte come possibile m'era, me n'andava quasi rapito.
Poi sussequentemente dico l'effetto di questo pensiero, a dare a
intendere la sua dolcezza, la quale era tanta che mi facea disioso de
la morte, per andare là dov'elli gia; e ciò dico quivi:
Di cui parlava me sì dolcemente, Che l'anima dicea: Io men
vo' gire. E questa è la radice de l'una de le diversitadi
ch'era in me. Ed è da sapere, che qui si dice "pensiero"
e non "anima", di quello che salia a vedere quella beata,
perché era spezial pensiero a quello atto. L'anima s'intende,
come detto è nel precedente capitolo, per lo generale pensiero
col consentimento.
Poi quando dico: Or apparisce chi lo fa fuggire, narro la
radice de l'altra diversitade, dicendo, sì come questo
pensiero di sopra suol esser vita di me, così un altro
apparisce che fa quello cessare. E dico "fuggire", per
mostrare quello essere contrario, ché naturalmente l'uno
contrario fugge l'altro, e quello che fugge mostra per difetto di
vertù di fuggire. E dico che questo pensiero, che di nuovo
apparisce, è poderoso in prender me e in vincere l'anima
tutta, dicendo che esso segnoreggia sì che 'l cuore, cioè
lo mio dentro, triema, e lo mio di fuori lo dimostra in alcuna nuova
sembianza.
Sussequentemente mostro la potenza di questo pensiero
nuovo per suo effetto, dicendo che esso mi fa mirare una donna, e
dicemi parole di lusinghe, cioè ragiona dinanzi a li occhi del
mio intelligibile affetto per meglio inducermi, promettendomi che la
vista de li occhi suoi è sua salute. E a meglio fare ciò
credere a l'anima esperta, dice che non è da guardare ne li
occhi di questa donna per persona che tema angoscia di sospiri. Ed è
bel modo rettorico, quando di fuori pare la cosa disabbellirsi, e
dentro veramente s'abbellisce. Più non potea questo novo
pensero d'amore inducere la mia mente a consentire, che 'n ragionare
de la vertù de li occhi di costei profondamente.
Capitolo
VIII
Ora ch'è mostrato come e perché nasce amore, e la
diversitade che mi combattea, procedere si conviene ad aprire la
sentenza di quella parte ne la quale contendono in me diversi
pensamenti. Dico che prima si conviene dire de la parte de l'anima,
cioè de l'antico pensiero, e poi de l'altro, per questa
ragione, che sempre quello che massimamente dire intende lo dicitore
sì dee riservare di dietro; però che quello che
ultimamente si dice, più rimane ne l'animo de lo uditore. Onde
con ciò sia cosa che io intenda più a dire e a
ragionare quello che l'opera di costoro a cu' io parlo fa, che quello
che essa disfà, ragionevole fu prima dire e ragionare la
condizione de la parte che si corrompea, e poi quella de l'altra che
si generava.
Veramente qui nasce un dubbio, lo qual non è da trapassare
sanza dichiarare. Potrebbe dire alcuno: "Con ciò sia cosa
che amore sia effetto di queste intelligenze a cu' io parlo, e quello
di prima fosse amore così come questo di poi, perché la
loro vertù corrompe l'uno e l'altro genera? con ciò sia
cosa che innanzi dovrebbe quello salvare, per la ragione che ciascuna
cagione ama lo suo effetto e, amando quello, salva quell'altro".
A questa questione si può leggermente rispondere che lo
effetto di costoro è amore, com'è detto; e però
che salvare nol possono se non in quelli subietti che sono sottoposti
a la loro circulazione, esso transmutano di quella parte che è
fuori di loro podestade in quella che v'è dentro, cioè
de l'anima partita d'esta vita in quella ch'è in essa. Sì
come la natura umana transmuta, ne la forma umana, la sua
conservazione di padre in figlio, perché non può in
esso padre perpetualmente tal suo effetto conservare. Dico "effetto",
in quanto l'anima col corpo, congiunti, sono effetto di quella; ché
l'anima, poi che è partita, perpetualmente dura in natura più
che umana. E così è soluta la questione.
Ma però che de la immortalità de l'anima è qui
toccato, farò una digressione, ragionando di quella; perché,
di quella ragionando, sarà bello terminare lo parlare di
quella viva Beatrice beata, de la quale più parlare in questo
libro non intendo per proponimento. Dico che intra tutte le
bestialitadi quella è stoltissima, vilissima e dannosissima,
chi crede dopo questa vita non essere altra vita; però che, se
noi rivolgiamo tutte le scritture, sì de' filosofi come de li
altri savi scrittori, tutti concordano in questo, che in noi sia
parte alcuna perpetuale. E questo massimamente par volere Aristotile
in quello de l'Anima; questo par volere massimamente ciascuno Stoico;
questo par volere Tullio, spezialmente in quello libello de la
Vegliezza; questo par volere ciascuno poeta che secondo la fede de'
Gentili hanno parlato; questo vuole ciascuna legge, Giudei, Saracini,
Tartari, e qualunque altri vivono secondo alcuna ragione. Che se
tutti fossero ingannati, seguiterebbe una impossibilitade, che pure a
ritraere sarebbe orribile. Ciascuno è certo che la natura
umana è perfettissima di tutte l'altre nature di qua giù;
e questo nullo niega, e Aristotile l'afferma quando dice nel
duodecimo de li Animali che l'uomo è perfettissimo di tutti li
animali. Onde con ciò sia cosa che molti che vivono
interamente siano mortali, sì come animali bruti, e siano
sanza questa speranza tutti mentre che vivono, cioè d'altra
vita; se la nostra speranza fosse vana, maggiore sarebbe lo nostro
difetto che di nullo altro animale, con ciò sia cosa che molti
già sono stati che hanno data questa vita per quella; e così
seguiterebbe che lo perfettissimo animale, cioè l'uomo, fosse
imperfettissimo - ch'è impossibile -, e che quella parte, cioè
la ragione, che è sua perfezione maggiore, fosse a lui cagione
di maggiore difetto - che del tutto diverso pare a dire -. Ancora,
seguiterebbe che la natura contra se medesima questa speranza ne la
mente umana posta avesse, poi che detto è che molti a la morte
del corpo sono corsi, per vivere ne l'altra vita; e questo è
anche impossibile.
Ancora, vedemo continua esperienza de la nostra immortalitade ne le
divinazioni de' nostri sogni, le quali essere non potrebbono se in
noi alcuna parte immortale non fosse; con ciò sia cosa che
immortale convegna essere lo rivelante, o corporeo o incorporeo che
sia, se bene si pensa sottilmente - e dico "corporeo o
incorporeo" per le diverse oppinioni ch'io truovo di ciò
-, e quello ch'è mosso o vero informato da informatore
immediato debba proporzione avere a lo informatore, e da lo mortale a
lo immortale nulla sia proporzione. Ancora, n'accerta la dottrina
veracissima di Cristo, la quale è via, verità e luce:
via, perché per essa sanza impedimento andiamo a la felicitade
di quella immortalitade; verità, perché non soffera
alcuno errore; luce, perché allumina noi ne la tenebra de la
ignoranza mondana. Questa dottrina dico che ne fa certi sopra tutte
altre ragioni, però che quello la n'hae data che la nostra
immortalitade vede e misura. La quale noi non potemo perfettamente
vedere mentre che 'l nostro immortale col mortale è mischiato;
ma vedemolo per fede perfettamente, e per ragione lo vedemo con ombra
d'oscuritade, la quale incontra per mistura del mortale con
l'immortale. E ciò dee essere potentissimo argomento che in
noi l'uno e l'altro sia; e io così credo, così affermo
e così certo sono ad altra vita migliore dopo questa passare,
là dove quella gloriosa donna vive de la quale fu l'anima mia
innamorata quando contendea, come nel seguente capitolo si ragionerà.
Capitolo IX
Tornando al proposito, dico che in questo verso che comincia: Trova
contraro tal che lo distrugge, intendo manifestare quello che
dentro a me l'anima mia ragionava, cioè l'antico pensiero
contra lo nuovo. E prima brievemente manifesto la cagione del suo
lamentevole parlare, quando dico: Trova contraro tal che lo
distrugge L'umil pensero, che parlar mi sole D'un'angela che 'n cielo
è coronata. Questo è quello speziale pensiero, del
quale detto è di sopra che solea esser vita de lo cor
dolente. Poi quando dico: L'anima piange, sì ancor len
dole, manifesto l'anima mia essere ancora da la sua parte, e con
tristizia parlare: e dico che dice parole lamentandosi, quasi come si
maravigliasse de la subita transmutazione, dicendo: Oh lassa a me,
come si fugge Questo piatoso che m'ha consolata! Ben può
dire "consolata", ché ne la sua grande perdita
questo pensiero, che in cielo salia, le avea data molta consolazione.
Poi appresso, ad iscusa di sé dico che si volge tutto lo mio
pensiero, cioè l'anima, de la quale dico questa affannata,
e parla contra gli occhi; e questo si manifesta quivi: De li occhi
miei dice questa affannata. E dico ch'ella dice di loro e contra
loro tre cose. La prima è che bestemmia l'ora che questa donna
li vide. E qui si vuol sapere che avvegna che più cose ne
l'occhio a un'ora possano venire, veramente quella che viene per
retta linea ne la punta de la pupilla, quella veramente si vede, e ne
la imaginativa si suggella solamente. E questo è però
che 'l nervo per lo quale corre lo spirito visivo, è diritto a
quella parte; e però veramente l'occhio l'altro occhio non può
guardare, sì che esso non sia veduto da lui; ché, sì
come quello che mira riceve la forma ne la pupilla per retta linea,
così per quella medesima linea la sua forma se ne va in quello
ch'ello mira: e molte volte, nel dirizzare di questa linea, discocca
l'arco di colui al quale ogni arme è leggiere. Però
quando dico che tal donna li vide, è tanto a dire
quanto che li occhi suoi e li miei si guardaro.
La seconda cosa che dice, si è che riprende la sua
disobedienza, quando dice: E perché non credeano a me di
lei? Poi procede a la terza cosa, e dice che non dee sé
riprendere di provvedimento, ma loro di non ubbidire; però che
dice che alcuna volta, di questa donna ragionando, dicesse: Ne li
occhi di costei doverebbe esser virtù sopra me, se ella avesse
aperta la via di venire; e questo dice quivi: Io dicea: Ben ne li
occhi di costei. E ben si dee credere che l'anima mia conoscea la
sua disposizione atta a ricevere l'atto di questa donna, e però
ne temea; ché l'atto de l'agente si prende nel disposto
paziente, sì come dice lo Filosofo nel secondo de l'Anima. E
però se la cera avesse spirito da temere, più temerebbe
di venire a lo raggio del sole che non farebbe la pietra, però
che la sua disposizione riceve quello per più forte
operazione.
Ultimamente manifesta l'anima nel suo parlare la presunzione loro
pericolosa essere stata, quando dice: E non mi valse ch'io ne
fossi accorta Che non mirasser tal, ch'io ne son morta. Non là
mirasser, dice, colui di cui prima detto avea: Colui che le
mie pari ancide. E così termina le sue parole, a le quali
risponde lo novo pensiero, sì come nel seguente capitolo si
dichiarerà.
Capitolo X
Dimostrata è la sentenza di quella parte ne la qual parla
l'anima, cioè l'antico pensiero che si corruppe. Ora
seguentemente si dee mostrare la sentenza de la parte ne la qual
parla lo pensiero nuovo avverso; e questa parte si contiene tutta nel
verso che comincia: Tu non se' morta. La qual parte, a bene
intendere, si vuole in due partire: che ne la prima lo pensiero
avverso riprende l'anima di viltade; e appresso comanda quello che
far dee quest'anima ripresa, cioè ne la seconda parte, che
comincia: Mira quant'ell'è pietosa.
Dice adunque, continuandosi a l'ultime sue parole: Non è vero
che tu sie morta; ma la cagione per che morta ti pare essere, si è
uno smarrimento nel quale se' caduta vilmente per questa donna che è
apparita: - e qui è da notare che, sì come dice Boezio
ne la sua Consolazione, "ogni subito movimento di cose non
avviene sanza alcuno discorrimento d'animo" -; e questo vuol
dire lo riprendere di questo pensiero. Lo quale si chiama "spiritello
d'amore" a dare a intendere che lo consentimento mio piegava
inver di lui; e così si può questo intendere
maggiormente, e conoscere la sua vittoria, quando dice già
"anima nostra", facendosi familiare di quella. Poi, com'è
detto, comanda quello che far dee quest'anima ripresa per venir lei a
sé, e lei dice: Mira quant'ell'è pietosa e umile;
ché sono proprio rimedio a la temenza, de la qual parea
l'anima passionata, due cose, e sono queste che, massimamente
congiunte, fanno de la persona bene sperare, e massimamente la
pietade, la quale fa risplendere ogni altra bontade col lume suo. Per
che Virgilio, d'Enea parlando, in sua maggiore loda pietoso lo
chiama. E non è pietade quella che crede la volgar gente, cioè
dolersi de l'altrui male, anzi è questo uno suo speziale
effetto, che si chiama misericordia ed è passione; ma pietade
non è passione, anzi è una nobile disposizione d'animo,
apparecchiata di ricevere amore, misericordia e altre caritative
passioni.
Poi
dice: Mira anco quanto è saggia e cortese ne la sua
grandezza. Or dice tre cose, le quali, secondo quelle che per noi
acquistar si possono, massimamente fanno la persona piacente. Dice
"saggia": or che è più bello in donna che
savere? Dice "cortese": nulla cosa sta più bene in
donna che cortesia. E non siano li miseri volgari anche di questo
vocabulo ingannati, che credono che cortesia non sia altro che
larghezza; e larghezza è una speziale, e non generale,
cortesia! Cortesia e onestade è tutt'uno: e però che ne
le corti anticamente le vertudi e li belli costumi s'usavano, sì
come oggi s'usa lo contrario, si tolse quello vocabulo da le corti, e
fu tanto a dire cortesia quanto uso di corte. Lo qual vocabulo se
oggi si togliesse da le corti, massimamente d'Italia, non sarebbe
altro a dire che turpezza. Dice ne la sua grandezza. La
grandezza temporale, de la quale qui s'intende, massimamente sta bene
accompagnata con le due predette