Alessandro Manzoni
Adelchi
ALLA DILETTA E VENERATA SUA MOGLIE
ENRICHETTA LUIGIA BLONDEL
LA QUALE INSIEME CON LE AFFEZIONI CONIUGALI E CON LA SAPIENZA MATERNA POTÉ SERBARE UN ANIMO VERGINALE CONSACRA QUESTO ADELCHI
L'AUTORE
DOLENTE DI NON POTERE A PIÙ SPLENDIDO E A PIÙ DUREVOLE MONUMENTO RACCOMANDARE IL CARO NOME E LA MEMORIA DI TANTA VIRTÙ.
NOTIZIE STORICHE
FATTI ANTERIORI ALL'AZIONE COMPRESA NELLA TRAGEDIA
Nell'anno 568, la nazione longobarda, guidata dal suo re Alboino, uscì dalla Pannonia, che abbandonò agli Avari; e ingrossata di ventimila Sassoni e d'uomini d'altre nazioni nordiche, scese in Italia, la quale allora era soggetta agl'imperatori greci; ne occupò una parte, e le diede il suo nome, fondandovi il regno, di cui Pavia fu poi la residenza reale. Con l'andar del tempo, i Longobardi dilatarono in più riprese i loro possessi in Italia, o estendendo i confini del regno, o fondando ducati, più o meno dipendenti dal re. Alla metà dell'ottavo secolo, il continente italico era occupato da loro, meno alcuni stabilimenti veneziani in terra ferma, l'esarcato di Ravenna tenuto ancora dall'Impero, come pure alcune città marittime della Magna Grecia. Roma col suo ducato apparteneva pure in titolo agli imperatori; ma la loro autorità vi si andava restringendo e indebolendo di giorno in giorno, e vi cresceva quella de' pontefici. I Longobardi fecero, in diversi tempi, delle scorrerie su queste terre; e tentarono anche d'impossessarsene stabilmente.
754 - Astolfo, re de' Longobardi, ne invade alcune, e minaccia il rimanente. Il papa Stefano II si porta a Parigi, e chiede soccorso a Pipino, che unge in re de' Franchi. Pipino scende in Italia; caccia Astolfo in Pavia, dove lo assedia, e, per intercessione del papa, gli accorda un trattato, in cui Astolfo giura di sgomberare le città occupate.
755 - Ripartiti i Franchi, Astolfo non mantiene il patto, anzi assedia Roma, e ne devasta i contorni. Stefano ricorre di nuovo a Pipino: questo scende di nuovo: Astolfo corre in fretta alle Chiuse dell'Alpi: Pipino le supera, e spinge Astolfo in Pavia. Vicino a questa città, si presentarono a Pipino due messi di Costantino Copronimo imperatore, a pregarlo, con promesse di gran doni, che rimettesse all'Impero le città dellesarcato, che aveva riprese ai Longobardi. Ma Pipino rispose che non avea combattuto per servire né per piacere agli uomini, ma per divozione a San Pietro, e per la remissione de' suoi peccati; e che, per tutto l'oro del mondo, non vorrebbe ritogliere a San Pietro ciò che una volta gli aveva dato. Così fu troncata brevemente nel fatto quella curiosa questione, sul diritto della quale s'è disputato fino ai nostri giorni inclusivamente: tanto l'ingegno umano si ferma con piacere in una questione mal posta. Astolfo, stretto in Pavia, venne di nuovo a patti, e rinnovò le vecchie promesse. Pipino se ne tornò in Francia, e mandò al papa la donazione in iscritto.
756 - Muore Astolfo: Desiderio, nobile di Brescia, duca longobardo, aspira al regno; raduna i Longobardi della Toscana, dove si trovava, speditovi da Astolfo, e viene da essi eletto re. Ratchis, quel fratello d'Astolfo, ch'era stato re prima di lui, e s'era fatto monaco, ambisce di nuovo il regno; esce dal chiostro, fa raccolta di uomini e va contro Desiderio. Questo ricorre al papa ; il quale, fattogli promettere che consegnerebbe le città già occupate da Astolfo, e non ancora rilasciate, consente a favorirlo, e consiglia a Ratchis di ritornarsene a Montecassino. Ratchis ubbidisce e Desiderio rimane re de' Longobardi.
Non si sa precisamente in qual anno, ma certo in uno dei primi del suo regno, Desiderio fondò, insieme con Ansa sua moglie, il monastero di San Salvatore, che fu poi detto di Santa Giulia, in Brescia: Ansberga, o Anselperga, figlia di Desiderio, ne fu la prima badessa.
758 - Alboino, duca di Benevento, e Liutprando, duca di Spoleto, si ribellano a Desiderio, mettendosi sotto la protezione di Pipino. Desiderio gli attacca, gli sconfigge, fa prigioniero Alboino, e mette in fuga Liutprando. In quest'anno, o nel seguente, fu associato al regno il figliuolo di Desiderio, nelle lettere de' papi e nelle cronache chiamato Adelgiso, Atalgiso, o anche Algiso, ma negli atti pubblici, Adelchis.
Nell'anno 768 morì Pipino; il regno de' Franchi fu diviso fra Carlo e Carlomanno suoi figli. Le lettere a Pipino, di Paolo I e di Stefano III, successori di Stefano II, sono piene di lamenti e di richiami contro Desiderio, il quale non restituiva le città promesse, anzi faceva nuove occupazioni.
770 - Bertrada, vedova di Pipino, desiderosa di stringer legami d'amicizia tra la sua casa e quella di Desiderio, viene in Italia, e propone due matrimoni: di Desiderata o Ermengarda, figlia di Desiderio, con uno de' suoi figli, e di Gisla sua figlia con Adelchi. Stefano III scrive ai re Franchi la celebre lettera, con la quale cerca di dissuaderli dal contrarre un tal parentado. Ciononostante, Bertrada condusse seco in Francia Ermengarda; e Carlo, che fu poi detto il magno, la sposò. Il matrimonio di Gisla con Adelchi non fu concluso.
771 - Carlo, non si sa bene per qual cagione, ripudia Ermengarda, e sposa Ildegarde, di nazione Sveva. La madre di Carlo biasimò il divorzio; e questo fu cagione del solo dissapore che sia mai nato tra loro. Muore Carlomanno: Carlo accorre a Carbonac nella Selva Ardenna, al confine de' due regni: ottiene i voti degli elettori: è nominato re in luogo del fratello; e riunisce così gli stati divisi alla morte di Pipino. Gerberga, vedova di Carlomanno, fugge co' suoi due figli, e con alcuni baroni, e si ricovera presso Desiderio. Carlo ne fu punto sul vivo.
772 - A Stefano III succede Adriano. Desiderio gli spedisce un'ambasciata per chiedergli la sua amicizia: il nuovo papa risponde che desidera stare in pace con quel re, come con tutti i cristiani; ma che non vede come possa fidarsi d'un uomo il quale non ha mai voluto adempir la promessa, fatta con giuramento, di rendere alla Chiesa ciò che le appartiene. Desiderio invade altre terre della Donazione.
FATTI COMPRESI NELL'AZIONE DELLA TRAGEDIA
772-774 - Mentre Carlo combatteva contro i Sassoni, ai quali prese Eresburgo (secondo alcuni, Stadtberg nella Vestfalia), Desiderio, per vendicarsi di lui, e inimicarlo a un tempo col papa, pensò d'indur questo a incoronar re de' Franchi i due figli di Gerberga; e gli propose, con grande istanza, un abboccamento. Per un re barbaro e di tempi barbari, il ritrovato non era senza merito. Ma Adriano si mostrò, come doveva, allienissimo dal secondare un tal disegno; del resto, disse d'esser pronto ad abboccarsi col re, dove a quei fosse piaciuto, quando però fossero state restituite alla Chiesa le terre occupate. Desiderio ne invase dell'altre, e le mise a ferro e fuoco. In tali angustie, e dopo avere invano spedito un'ambasciata, a supplicarlo e ad ammonirlo, Adriano mandò un legato a chieder soccorso a Carlo. Poco dopo, arrivarono a Roma tre inviati di questo, Albino suo confidente, Giorgio vescovo, e Wulfardo abate, per accertarsi se le città della Chiesa erano state sgomberate, come Desiderio voleva far credere in Francia. Il papa, quando partirono, mandò in loro compagnia una nuova ambasciata, per fare un ultimo tentativo con Desiderio; il quale, non potendo più ingannar nessuno, disse che non voleva render nulla. Con questa risposta i Franchi se ne tornarono a Carlo, il quale svernava in Thionville; dove gli si presentò pure Pietro, il legato d'Adriano.
Circa quel tempo, dovette il re de' Franchi ricevere una men nobile ambasciata, inviatagli segretamente da alcuni tra' principali longobardi, per invitarlo a scendere in Italia, e ad impadronirsi del regno, promettendogli di dargli in mano Desiderio o le sue ricchezze.
Carlo radunò il campo di maggio, o, come lo chiamano alcuni annalisti, il sinodo, in Ginevra; e la guerra vi fu decisa. S'avviò quindi con l'esercito alle Chiuse d'Italia. Erano queste una linea di mura, di bastite e di torri, verso lo sbocco di Val di Susa, al luogo che serba ancora il nome di Chiusa. Desiderio le aveva ristaurate e accresciute; e accorse col suo esercito a difenderle. I Franchi di Carlo vi trovarono molto maggior resistenza, che quelli di Pipino. Il monaco della Novalesa, citato or ora, racconta che Adelchi, robusto, come valoroso, e avvezzo a portare in battaglia una mazza di ferro, gli appostava dalle Chiuse, e piombando loro addosso all'improvviso, co' suoi, percoteva a destra e a sinistra, e ne faceva gran macello. Carlo, disperando di superare le Chiuse, né sospettando che ci fosse altra strada per isboccare in Italia, aveva già stabilito di ritornarsene, quando arrivò al campo de' Franchi un diacono, chiamato Martino, spedito da Leone, arcivescovo di Ravenna; e insegnò a Carlo il passo per scendere in Italia. Questo Martino fu poi uno de' successori di Leone su quella sede.
Mandò Carlo per luoghi scoscesi una parte scelta dell'esercito, la quale riuscì alle spalle de' Longobardi, e gli assalì; questi, sorpresi dalla parte dove non avevano pensato a guardarsi, e essendo tra loro de' traditori, si dispersero. Carlo entrò allora col resto de' suoi nelle Chiuse abbandonate. Desiderio, con parte di quelli che gli eran rimasti fedeli, corse a chiudersi in Pavia; Adelchi in Verona, dove condusse Gerberga co' figliuoli. Molti degli altri Longobardi sbandati ritornarono alle loro città: di queste alcune s'arresero a Carlo, altre si chiusero e si misero in difesa. Tra quest'ultime fu Brescia, di cui era duca il nipote di Desiderio, Poto, che, con inflessione leggiera, e conforme alle variazioni usate nello scrivere i nomi germanici, è in questa tragedia nominato Baudo. Questo, con Answaldo suo fratello, vescovo della stessa città, si mise alla testa di molti nobili, e resistette a Ismondo conte, mandato da Carlo a soggiogare quella città. Più tardi, il popolo, atterrito dalle crudeltà che Ismondo esercitava contro i resistenti che gli venivano nelle mani, costrinse i due fratelli ad arrendersi.
Carlo mise l'assedio a Pavia, fece venire al campo la nuova sua moglie, Ildegarde; e vedendo che quella città non si sarebbe arresa così presto, andò, con vescovi, conti e soldati, a Roma, per visitare i limini apostolici e Adriano, dal quale fu accolto come un figlio liberatore. L'assedio di Pavia durò parte dell'anno 773 e del seguente: non credo che si possa fissar più precisamente il tempo, senza incontrar contradizioni tra i cronisti, e questioni inutili al caso nostro, e forse insolubili. Ritornato Carlo al campo sotto Pavia, i Longobardi, stanchi dall'assedio, gli apriron le porte. Desiderio, consegnato da' suoi Fedeli al nemico fu condotto prigioniero in Francia, e confinato nel monastero di Corbie, dove visse santamente il resto de' suoi giorni. I Longobardi accorsero da tutte le parti a sottomettersi, e a riconoscer Carlo per loro re. Non si sa bene quando si presentasse sotto Verona: al suo avvicinarsi, Gerberga gli andò incontro coi figli, e si mise nelle sue mani. Adelchi abbandonò Verona, che s'arrese; e di là si rifugiò a Costantinopoli, dove, accolto onorevolmente, si fermò: dopo vari anni, ottenne il comando d'alcune truppe greche, sbarcò con esse in Italia, diede battaglia ai Franchi, e rimase ucciso.
Nella tragedia, la fine di Adelchi si è trasportata al tempo che uscì da Verona. Questo anacronismo, e l'altro d'aver supposta Ansa già morta prima del momento in cui comincia l'azione (mentre in realtà quella regina fu condotta col marito prigioniera in Francia, dove morì), sono le due sole alterazioni essenziali fatte agli avvenimenti materiali e certi della storia. Per ciò che riguarda la parte morale, s'è cercato d'accomodare i discorsi de' personaggi all'azioni loro conosciute, e alle circostanze in cui si sono trovati. Il carattere però d'un personaggio, quale è presentato in questa tragedia, manca affatto di fondamenti storici: i disegni d'Adelchi, i suoi giudizi sugli avvenimenti, le sue inclinazioni, tutto il carattere in somma è inventato di pianta, e intruso tra i caratteri storici, con un'infelicità, che dal più difficile e dal più malevolo lettore non sarà, certo, così vivamente sentita come lo è dall'autore.
USANZE CARATTERISTICHE ALLE QUALI SI ALLUDE NELLA TRAGEDIA.
ATTO I, Scena II, v. 149 - Il segno dell'elezione de' re longobardi era di mettere loro in mano un'asta.
SCENA III, v. 212 - Alle giovani longobarde si tagliavano i capelli quando andavano in marito: le nubili sono dette nelle leggi: figlie in capelli. Il Muratori dice, senza però addurne prove, ch'erano chiamate intonse; e vuole che di qui sia venuta la voce tosa, che vive ancora in qualche dialetto di Lombardia.
SCENA V, v. 335 - Tutti i Longobardi in caso di portar l'armi, e che possedevano un cavallo, eran tenuti a marciare; il Giudice poteva dispensarne un piccolissimo numero.
ATTO III, SCENA I, v. 78 - Ne' costumi germanici, il dipendere personalmente da' principali era, già ai tempi di Tacito, una distinzione ambita. Questa dipendenza, nel medio evo, comprendeva il servizio domestico e il militare; ed era un misto di sudditanza onorevole e di devozione affettuosa. Quelli che esercitavano questa condizione erano dai Longobardi chiamati Gasindi: ne' secoli posteriori invalse il titolo domicellus; e di qui il donzello, che è rimasto nella parte storica della lingua. Questa condizione, diversa affatto dalla servile, si trova ugualmente ne' secoli eroici; ed è una delle non poche somiglianze che hanno quei tempi con quelli che Vico chiamò della barbarie seconda. Patroclo, ancor giovinetto, dopo aver ucciso, in una rissa, il figlio d'Anfidamante, è mandato da suo padre in rifugio in casa del cavalier Peleo, il quale lo alleva, e lo mette al servizio d'Achille, suo figlio.
SCENA IV, v. 212 - L'omaggio si prestava dai Franchi in ginocchio, e mettendo le mani in quelle del nuovo signore.
ATTO IV, SCENA II, v. 221 - Una delle formalità del giuramento presso i Longobardi, era di metter le mani su dell'armi, benedette prima da un sacerdote.
CORO NELL'ATTO IV, ST. 7 - Carlo, come i suoi nazionali, era portato per la caccia. Un poeta anonimo, suo contemporaneo, imitatore studioso di Virgilio, come si poteva esserlo nel secolo IX, descrive lungamente una caccia di Carlo, e le donne della famiglia reale, che la stanno guardando da un'altura.
CORO SUDDETTO, ST. 10 - Si dilettava anche molto dei bagni d'acque termali: e perciò fece fabbricare il palazzo d'Aquisgrana.
Il vocabolo Fedele, che torna spesso in questa tragedia, c'è sempre adoperato nel senso che aveva ne' secoli barbari, cioè come un titolo di vassallaggio. Non trovando altro vocabolo da sostituire, e per evitar l'equivoco che farebbe col senso attuale, non s'è potuto far altro che distinguerlo con l'iniziale grande. Drudo, che aveva la stessa significazione, ed è d'evidente origine germanica, riuscirebbe più strano, essendo serbato a un senso ancor più esclusivo. Nella lingua francese, il fidelis barbarico s'è trasformato in féal, e c'è rimasto; e le cagioni della differente fortuna di questo vocabolo nelle due lingue, si trovano nella storia de' due popoli. Ma c'è pur troppo, tra quelle così differenti vicende, una trista somiglianza: i Francesi hanno conservato nel loro idioma questa parola a forza di lacrime e di sangue; e a forza di lacrime e di sangue è stata cancellata dal nostro.
PERSONAGGI
Longobardi:
Desiderio, re
Adelchi, suo figlio, re
Ermengarda, figlia di Desiderio
Ansberga, figlia di Desiderio, badessa
Vermondo, scudiero di Desiderio
Anfrido, Teudi, scudieri d'Adelchi
Baudo, duca di Brescia
Giselberto, duca di Verona
Ildechi, Indolfo, Farvaldo,Ervigo, Guntigi, duchi
Amri, scudiero di Guntigi
Svarto, soldato
Franchi:
Carlo, re
Albino, legato
Rutlando, Arvino, conti
Latini:
Pietro, legato d'Adriano papa
Martino, diacono di Ravenna
Duchi, scudieri, soldati longobardi, donzelle, suore del monastero di San Salvatore, conti e vescovi franchi, un araldo
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
Palazzo reale in Pavia
Desiderio, Adelchi, Vermondo
Vermondo
O mio re Desiderio, e tu del regno
Nobil collega, Adelchi; il doloroso
Ed alto ufizio che alla nostra fede
Commetteste, è fornito. All'arduo muro
Che Val di Susa chiude, e dalla franca
La longobarda signoria divide,
Come imponeste, noi ristemmo; ed ivi,
Tra le franche donzelle, e gli scudieri,
Giunse la nobilissima Ermengarda;
E da lor mi divise, ed alla nostra
Fida scorta si pose. I riverenti
Lunghi commiati del corteggio, e il pianto
Mal trattenuto in ogni ciglio, aperto
mostrar che degni eran color d'averla
Sempre a regina, e che de' Franchi stessi
Complice alcuno in suo pensier non era
Del vil rifiuto del suo re; che vinti
Tutti i cori ella avea, trattone un solo.
Compimmo il resto della via. Nel bosco
Che intorno al vallo occidental si stende,
La real donna or posa: io la precorsi,
L'annunzio ad arrecar.
Desiderio
L'ira del cielo,
E l'abbominio della terra, e il brando
Vendicator, sul capo dell'iniquo,
Che pura e bella dalle man materne
La mia figlia si prese, e me la rende
Con l'ignominia d'un ripudio in fronte!
Onta a quel Carlo, al disleal, per cui
Annunzio di sventura al cor d'un padre
È udirsi dir che la sua figlia è giunta!
Oh! questo dì gli sia pagato: oh! cada
Tanto in fondo costui, che il più tapino,
L'ultimo de' soggetti si sollevi
Dalla sua polve, e gli s'accosti, e possa
Dirgli senza timor: tu fosti un vile,
Quando oltraggiasti una innocente.
Adelchi
O padre,
Ch'io corra ad incontrarla, e ch'io la guidi
Al tuo cospetto. Oh lassa lei, che invano
Quel della madre cercherà! Dolore
Sopra dolor! Su queste soglie, ahi! troppe
Memorie acerbe affolleransi intorno
A quell'anima offesa. Al fiero assalto
Sprovveduta non venga, e senta prima
Una voce d'amor che la conforti.
Desiderio
Figlio, rimanti. E tu, fedel Vermondo,
Riedi alla figlia mia; dille che aperte
De' suoi le braccia ad aspettarla stanno...
De' suoi, che il cielo in questa luce ancora
Lascia. Tu al padre ed al fratel rimena
Quel desiato volto. Alla sua scorta
Due fidate donzelle, e teco Anfrido
Saran bastanti: per la via segreta
Al palazzo venite, e inosservati
Quanto si puote: in più drappelli il resto
Della gente dividi, e, per diverse
Parti, gli invia dentro le mura.
(Vermondo parte)
SCENA SECONDA
Desiderio, Adelchi
Desiderio
Adelchi,
Che pensiero era il tuo? Tutta Pavia
Far di nostr'onta testimon volevi?
E la ria moltitudine a goderne,
Come a festa, invitar? Dimenticasti
Che ancor son vivi, che ci stan d'intorno
Quei che le parti sostenean di Rachi,
Quand'egli osò di contrastarmi il soglio?
Nemici ascosi, aperti un tempo; a cui
L'abbattimento delle nostre fronti
È conforto e vendetta!
Adelchi
Oh prezzo amaro
Del regno! oh stato, del costor, di quello
De' soggetti più rio! se anche il lor guardo
Temer ci è forza, ed occultar la fronte
Per la vergogna; e se non ci è concesso,
Alla faccia del sol, d'una diletta
La sventura onorar!
Desiderio
Quando all'oltraggio
Pari fia la mercé, quando la macchia
Fia lavata col sangue; allor, deposti
I vestimenti del dolor, dall'ombre
La mia figlia uscirà: figlia e sorella
Non indarno di re, sovra la folla
Ammiratrice, leverà la fronte
Bella di gloria e di vendetta. - E il giorno
Lungi non è; l'arme, io la tengo; e Carlo,
Ei me la die': la vedova infelice
Del fratel suo, di cui con arti inique
Ei successor si feo, quella Gerberga
Che a noi chiese un asilo, e i figli all'ombra
Del nostro soglio ricovrò. Quei figli
Noi condurremo al Tebro, e per corteggio
un esercito avranno: al Pastor sommo
Comanderem che le innocenti teste
Unga, e sovr'esse proferisca i preghi
Che danno ai Franchi un re. Sul franco suolo
Li porterem dov'ebbe regno il padre,
Ove han fautori a torme, ove sopita
Ma non estinta in mille petti è l'ira
Contro l'iniquo usurpator.
Adelchi
Ma incerta
È la risposta d'Adrian? di lui
Che stretto a Carlo di cotanti nodi,
Voce udir non gli fa che di lusinga
E di lode non sia, voce di padre
Che benedice? A lui vittoria e regno
E gloria, a lui l'alto favor di Piero
Promette e prega; e in questo punto ancora
I suoi legati accoglie, e contro noi
Certo gl'implora; contro noi la terra
E il santuario di querele assorda
Per le città rapite.
Desiderio
Ebben, ricusi:
Nemico aperto ei fia; questa incresciosa
Guerra eterna di lagni e di messaggi
E di trame fia tronca; e quella al fine
Comincerà dei brandi: e dubbia allora
La vittoria esser può? Quel dì che indarno
I nostri padri sospirar, serbato
È a noi: Roma fia nostra: e, tardi accorto,
Supplice invan, delle terrene spade
Disarmato per sempre, ai santi studi
Adrian tornerà; re delle preci,
Signor del Sacrifizio, il soglio a noi
Sgombro darà.
Adelchi
Debellator de' Greci,
E terror de' ribelli, uso a non mai
Tornar che dopo la vittoria, innanzi
Alla tomba di Pier due volte Astolfo
Piegò l'insegne, e si fuggì; due volte
Dell'antico pontefice la destra,
Che pace offrìa, respinse, e sordo stette
All'impotente gemito. Oltre l'Alpe
Fu quel gemito udito: a vendicarlo
Pipin due volte le varcò: que' Franchi
Da noi soccorsi tante volte e vinti,
Dettaro i patti qui. Veggo da questa
Reggia il pian vergognoso ove le tende
Abborrite sorgean, dove scorrea
L'ugna de' franchi corridor.
Desiderio
Che parli
Or tu d'Astolfo e di Pipin? Sotterra
Giacciono entrambi: altri mortali han regno,
Altri tempi si volgono, brandite
Sono altre spade. Eh! se il guerrier che il capo
Al primo rischio offerse, e il muro ascese,
Cadde e perì, gli altri fuggir dovranno,
E disperar? Questi i consigli sono
Del mio figliuol? Quel mio superbo Adelchi
Dov'è, che imberbe ancor vide Spoleti
Rovinoso venir, qual su la preda
Giovinetto sparviero, e nella strage
Spensierato tuffarsi, e su la turba
De' combattenti sfolgorar, siccome
Lo sposo nel convito? Insiem col vinto
Duca ribelle ei ritornò: sul campo,
Consorte al regno il chiesi: un grido sorse
Di consenso e di plauso, e nella destra
- Tremenda allor - l'asta real fu posta.
Ed or quel desso altro veder che inciampi
E sventure non sa? Dopo una rotta
Così parlar non mi dovresti. Oh cielo!
Chi mi venisse a riferir che tali
Son di Carlo i pensier, quali or gli scorgo
Nel mio figliuol, mi colmeria di gioia.
Adelchi
Deh! perché non è qui! Perché non posso
In campo chiuso essergli a fronte, io solo,
Io, fratel d'Ermengarda! e al tuo cospetto,
Nel giudizio di Dio, nella mia spada,
La vendetta ripor del nostro oltraggio!
E farti dir, che troppo presta, o padre,
Una parola dal tuo labbro uscia!
Desiderio
Questa è voce d'Adelchi. Ebben, quel giorno
Che tu brami, io l'affretto.
Adelchi
O padre, un altro
Giorno io veggo appressarsi. Al grido imbelle,
Ma riverito, d'Adrian, vegg'io
Carlo venir con tutta Francia; e il giorno
Quello sarà de' successor d'Astolfo
Incontro al figlio di Pipin. Rammenta
Di chi siam re; che nelle nostre file
Misti ai leali, e più di lor fors'anco,
Sono i nostri nemici; e che la vista
D'un'insegna straniera ogni nemico
In traditor ti cangia. Il core, o padre,
Basta a morir; ma la vittoria e il regno
È pel felice che ai concordi impera.
Odio l'aurora che m'annunzia il giorno
Della battaglia, incresce l'asta e pesa
Alla mia man, se nel pugnar, guardarmi
Deggio dall'uom che mi combatte al fianco.
Desiderio
Chi mai regnò senza nemici? il core
Che importa? e re siam dunque indarno? e i brandi
Tener chiusi dovrem nella vagina
Infin che spento ogni livor non sia?
Ed aspettar sul soglio inoperosi
Chi ci percota? Havvi altra via di scampo
Fuorché l'ardir? Tu, che proponi alfine?
Adelchi
Quel che, signor di gente invitta e fida,
In un dì di vittoria, io proporrei:
Sgombriam le terre de' Romani; amici
Siam d'Adriano: ei lo desia.
Desiderio
Perire,
Perir sul trono, o nella polve, in pria
Che tanta onta soffrir. Questo consiglio
Più dalle labbra non ti sfugga: il padre
Te lo comanda.
SCENA TERZA
Vermondo che precede Ermengarda e detti, donzelle che l'accompagnano
Vermondo
O regi, ecco Ermengarda.
Desiderio
Vieni, o figlia; fa cor.
(Vermondo parte: le Donzelle si scostano)
Adelchi
Sei nelle braccia
Del fratel tuo, dinanzi al padre, in mezzo
Ai fidi antichi tuoi; sei nel palagio
De' re, nel tuo, più riverita e cara
D'allor che ne partisti.
Ermengarda
Oh benedetta
Voce de' miei! Padre, fratello, il cielo
Queste parole vi ricambi; il cielo
Sia sempre a voi, quali voi siete ad una
Vostra infelice. Oh! se per me potesse
Sorgere un lieto dì, questo sarebbe,
Questo, in cui vi riveggo - Oh dolce madre!
Qui ti lasciai: le tue parole estreme
Io non udii; tu qui morivi - ed io...
Ah! di lassù certo or ci guardi: oh! vedi;
Quella Ermengarda tua, che di tua mano
Adornavi quel dì, con tanta gioia,
Con tanta pièta, a cui tu stessa il crine
Recidesti quel dì, vedi qual torna!
E benedici i cari tuoi, che accolta
Hanno così questa reietta.
Adelchi
Ah! nostro
È il tuo dolor, nostro l'oltraggio.
Desiderio
E nostro
Sarà il pensier della vendetta.
Ermengarda
Oh padre,
Tanto non chiede il mio dolor; l'obblìo
Sol bramo; e il mondo volentier l'accorda
Agl'infelici; oh! basta; in me finisca
La mia sventura. D'amistà, di pace
Io la candida insegna esser dovea:
Il ciel non volle: ah! non si dica almeno
Ch'io recai meco la discordia e il pianto
Dovunque apparvi, a tutti a cui di gioia
Esser pegno dovea.
Desiderio
Di quell'iniquo
Forse il supplizio ti dorrìa? quel vile,
Tu l'ameresti ancor?
Ermengarda
Padre, nel fondo
Di questo cor che vai cercando? Ah! nulla
Uscir ne può che ti rallegri: io stessa
Temo d'interrogarlo: ogni passata
Cosa è nulla per me. Padre, un estremo
Favor ti chieggio: in questa corte, ov'io
Crebbi adornata di speranze, in grembo
Di quella madre, or che farei? ghirlanda
Vagheggiata un momento, in su la fronte
Posta per gioco un dì festivo, e tosto
Gittata a' piè del passeggiero. Al santo
Di pace asilo e di pietà, che un tempo
La veneranda tua consorte ergea,
- Quasi presaga - ove la mia diletta
Suora, oh felice! la sua fede strinse
A quello Sposo che non mai rifiuta,
lascia ch'io mi ricovri. A quelle pure
Nozze aspirar più non poss'io, legata
D'un altro nodo; ma non vista, in pace
Ivi potrò chiudere i giorni.
Adelchi
Al vento
Questo presagio: tu vivrai: non diede
Così la vita de' migliori il cielo
All'arbitrio de' rei: non e' in lor mano
Ogni speranza inaridir, dal mondo
Tôrre ogni gioia.
Ermengarda
Oh! non avesse mai
Viste le rive del Ticin Bertrada!
Non avesse la pia, del longobardo
Sangue una nuora desiata mai,
Né gli occhi vòlti sopra me!
Desiderio
Vendetta,
Quanto lenta verrai!
Ermengarda
Trova il mio prego
grazia appo te?
Desiderio
Sollecito fu sempre
Consigliero il dolor più che fedele,
E di vicende e di pensieri il tempo
Impreveduto apportator. Se nulla
Al tuo proposto ei muta, alla mia figlia
Nulla disdir vogl'io.
SCENA QUARTA
Anfrido, e DETTI
Desiderio
Che rechi, Anfrido?
Anfrido
Sire, un legato è nella reggia, e chiede
Gli sia concesso appresentarsi ai regi.
Desiderio
Donde vien? Chi l'invia?
Anfrido
Da Roma ei viene,
Ma legato è d'un re.
Ermengarda
Padre, concedi
Ch'io mi ritragga.
Desiderio
O donne, alle sue stanze
La mia figlia scorgete; a' suoi servigi
Io vi destino: di regina il nome
Abbia e l'onor.
(Ermengarda parte con le Donzelle)
Desiderio
D'un re dicesti, Anfrido?
Un legato... di Carlo?
Anfrido
O re, l'hai detto.
Desiderio
Che pretende costui? quali parole
Cambiar si ponno fra di noi? qual patto
Che di morte non sia?
Anfrido
Di gran messaggio
Apportator si dice: ai duchi intanto,
Ai conti, a quanti nella reggia incontra,
Favella in atto di blandir.
Desiderio
Conosco
L'arti di Carlo.
Adelchi
Al suo stromento il tempo
D'esercitarle non si dia.
Desiderio
Raduna
Tosto i Fedeli, Anfrido, e in un con essi
Ei venga.
(Anfrido parte)
Desiderio
Il giorno della prova è giunto:
Figlio, sei tu con me?
Adelchi
Sì dura inchiesta
Quando, o padre, mertai?
Desiderio
Venuto è il giorno
Che un voler solo, un solo cor domanda:
Dì, l'abbiam noi? Che pensi far?
Adelchi
Risponda
Il passato per me: gli ordini tuoi
Attender penso, ed eseguirli.
Desiderio
E quando
A' tuoi disegni opposti sieno?
Adelchi
O padre!
Un nemico si mostra, e tu mi chiedi
Ciò ch'io farò? Più non son io che un brando
Nella tua mano. Ecco il legato: il mio
Dover fia scritto nella tua risposta.
SCENA QUINTA
Desiderio, Adelchi, Albino, fedeli longobardi
Desiderio
Duchi, e Fedeli; ai vostri re mai sempre
Giova compagni ne' consigli avervi,
Come nel campo. - Ambasciator, che rechi?
Albino
Carlo, il diletto a Dio sire de' Franchi,
De' Longobardi ai re queste parole
Manda per bocca mia: Volete voi
Tosto le terre abbandonar di cui
L'uomo illustre Pipin fe' dono a Piero?
Desiderio
Uomini longobardi! in faccia a tutto
Il popol nostro, testimoni voi
Di ciò mi siate; se dell'uom che questi
Or v'ha nomato, e ch'io nomar non voglio,
Il messo accolsi, e la proposta intesi,
Sacro dover di re solo potea
Piegarmi a tanto. - Or tu, straniero, ascolta.
Lieve domando il tuo non è; tu chiedi
Il segreto de' re: sappi che ai primi
Di nostra gente, a quelli sol da cui
Leal consiglio ci aspettiamo, a questi
Alfin che vedi intorno a noi, siam usi
Di confidarlo: agli stranier non mai.
Degna risposta al tuo domando è quindi
Non darne alcuna.
Albino
E tal risposta è guerra.
Di Carlo in nome io la v'intimo, a voi
Desiderio ed Adelchi, a voi che poste
Sul retaggio di Dio le mani avete,
E contristato il Santo. A questa illustre
Gente nemico il mio signor non viene:
Campion di Dio, da Lui chiamato, a Lui
Il suo braccio consacra; e suo malgrado
Lo spiegherà contro chi voglia a parte
Star del vostro peccato.
Desiderio
Al tuo re torna,
Spoglia quel manto che ti rende ardito,
Stringi un acciar, vieni, e vedrai se Dio
Sceglie a campione un traditor. - Fedeli!
Rispondete a costui.
Molti fedeli
Guerra!
Albino
E l'avrete,
E tosto, e qui: l'angiol di Dio, che innanzi
Al destrier di Pipin corse due volte,
Il guidator che mai non guarda indietro,
Già si rimette in via.
Desiderio
Spieghi ogni duca
Il suo vessillo; della guerra il bando
Ogni Giudice intìmi, e l'oste aduni;
Ogni uom che nutre un corridor, lo salga,
E accorra al grido de' suoi re. La posta
È alle Chiuse dell'Alpi.
(al Legato)
Al re de' Franchi
Questo invito riporta.
Adelchi
E digli ancora,
Che il Dio di tutti, il Dio che i giuri ascolta
Che al debole son fatti, e ne malleva
L'adempimento o la vendetta, il Dio,
Di cui talvolta più si vanta amico
Chi più gli è in ira, in cor del reo sovente
Mette una smania, che alla pena incontro
Correr lo fa; digli che mal s'avvisa
Chi va de' brandi longobardi in cerca,
Poi che una donna longobarda offese.
(partono da un lato i re con la più parte de' longobardi e dall'altro il legato)
SCENA SESTA
Duchi rimasti
Indolfo
Guerra, egli ha detto!
Farvaldo
In questa guerra è il fato
Del regno.
Indolfo
E il nostro.
Ervigo
E inerti ad aspettarlo
Staremci?
Ildechi
Amici, di consulte il loco
Questo non è. Sgombriam; per vie diverse
Alla casa di Svarto ognuno arrivi.
SCENA SETTIMA
Casa di Svarto
Svarto
Un messaggier di Carlo! Un qualche evento,
Qual ch'ei pur sia, sovrasta. - In fondo all'urna,
Da mille nomi ricoperto, giace
Il mio; se l'urna non si scote, in fondo
Si rimarrà per sempre; e in questa mia
Oscurità morrò, senza che alcuno
Sappia nemmeno ch'io d'uscirne ardea.
- Nulla son io. Se in questo tetto i grandi
S'adunano talor, quelli a cui lice
Essere avversi ai re; se i lor segreti
Saper m'è dato, è perché nulla io sono.
Chi pensa a Svarto? chi spiar s'affanna
Qual piede a questo limitar si volga?
Chi m'odia? chi mi teme? - Oh! se l'ardire
Desse gli onor! se non avesse in pria
Comandato la sorte! e se l'impero
Si contendesse a spade, allor vedreste,
Duchi superbi, chi di noi l'avria.
Se toccasse all'accorto! A tutti voi
Io leggo in cor; ma il mio v'è chiuso. Oh! quanto
Stupor vi prenderia, quanto disdegno,
Se ci scorgeste mai che un sol desio
A voi tutti mi lega, una speranza...
D'esservi pari un dì! - D'oro appagarmi
Credete voi. L'oro! gittarlo al piede
Del suo minor, quello è destin; ma inerme,
Umil tender la mano ad afferrarlo,
Come il mendico...
SCENA OTTAVA
Svarto, Ildechi; poi altri che sopraggiungono
Ildechi
Il ciel ti salvi, o Svarto:
Nessuno è qui?
Svarto
Nessun. Qual nuove, o Duca?
Ildechi
Gravi; la guerra abbiam coi Franchi: il nodo
Si ravviluppa, o Svarto; e fia mestieri
Sciorlo col ferro: il dì s'appressa, io spero,
Del guiderdon per tutti.
Svarto
Io nulla attendo,
Fuor che da voi.
Ildechi
(a Farvaldo che sopraggiunge)
Farvaldo, alcun ti segue?
Farvaldo
Vien su' miei passi Indolfo.
Ildechi
Eccolo.
Indolfo
Amici!
Ildechi
Vila! Ervigo!
(ad altri che entrano)
Fratelli! Ebben: supremo
È il momento, il vedete: i vinti in questa
Guerra, qual siasi il vincitor, siam noi,
Se un gran partito non si prende. Arrida
La sorte ai re; svelatamente addosso
Ci piomberan; Carlo trionfi; in preso
Regno, che posto ci riman? Con uno
De' combattenti è forza star. - Credete
Che in cor di questi re siavi un perdono
Per chi voleva un altro re?
Indolfo
Nessuna
Pace con lor.
Altri duchi
Nessuna!
Ildechi
È d'uopo un patto
Stringer con Carlo.
Farvaldo
Al suo legato...
Ervigo
È cinto
Dagli amici de' regi; io vidi Anfrido
Porglisi al fianco: e fu pensier d'Adelchi.
Ildechi
Vada adunque un di noi; rechi le nostre
Promesse a Carlo, e con le sue ritorni,
O le rimandi.
Indolfo
Bene sta.
Ildechi
Chi piglia
Quest'impresa?
Svarto
Io v'andrò. Duchi, m'udite.
Se alcun di voi quinci sparisce, i guardi
Fieno intesi a cercarlo; ed il sospetto
Cercherà l'orme sue, fin che le scopra.
Ma che un gregario cavalier, che Svarto
Manchi, non fia che più s'avvegga il mondo,
Che d'un pruno scemato alla foresta.
Se alla chiamata alcun mi noma, e chiede:
Dov'è? dica un di voi: Svarto? io lo vidi
Scorrer lungo il Ticino; il suo destriero
Imbizzarrì, giù dall'arcion nell'onda
Lo scosse; armato egli era, e più non salse.
Sventurato! diranno; e più di Svarto
Non si farà parola. A voi non lice
Inosservati andar: ma nel mio volto
Chi fisserà lo sguardo? Al calpestio
Del mio ronzin che solo arrivi, appena
Qualche Latin fia che si volga; e il passo
Tosto mi sgombrerà.
Ildechi
Svarto, io da tanto
Non ti credea.
Svarto
Necessità lo zelo
Rende operoso; e ad arrecar messaggi
Non è mestier che di prontezza.
Ildechi
Amici!
Ch'ei vada?
Duchi
Ei vada.
Ildechi
Al di novello in pronto
Sii, Svarto; e in un gli ordini nostri il fieno.
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Campo de' Franchi in Val di Susa
Carlo, Pietro
Pietro
Carlo invitto, che udii? Toccato ancora
Il suol non hai dove il secondo regno
Il Signor ti destina; e di ritorno
Per tutto il campo si bisbiglia! Oh! possa,
Dal tuo labbro real tosto smentita,
L'empia voce cader! L'età ventura
Non abbia a dir che sul principio tronca
Giacque un'impresa risoluta in cielo,
Abbracciata da te. No; ch'io non torni
Al Pastor santo, e debba dirgli: il brando,
Che suscitato Iddio t'avea, ricadde
Nella guaina; il tuo gran figlio volle,
Volle un momento, e disperò.
Carlo
Quant'io
Per la salvezza di tal padre oprai,
Uomo di Dio, tu lo vedesti, il vide
Il mondo, e fede ne farà. Di quello
Che resti a far, dal mio desir consiglio
Non prenderò, quando m'ha dato il suo
Necessità. L'Onnipotente è un solo.
Quando all'orecchio mi pervenne il grido
Del Pastor minacciato, io, su gl'infranti
Idoli vincitor, dietro l'infido
Sassone camminava; e la sua fuga
Mi batteva la via; ristetti in mezzo
Della vittoria, e patteggiai là dove
Tre dì più tardi comandar potea.
Tenni il campo in Ginevra; al voler mio
Ogni voler piegò; Francia non ebbe
Più che un affar; tutta si mosse, al varco
D'Italia s'affacciò volenterosa,
Come al racquisto di sue terre andria.
Ora, a che siam tu il vedi: il varco è chiuso.
Oh! se frapposti tra il conquisto e i Franchi
Fosser uomini sol, questa parola
Il re de' Franchi proferir potrebbe:
Chiusa è la via? Natura al mio nemico
Il campo preparò, gli abissi intorno
Gli scavò per fossati; e questi monti,
Che il Signor fabbricò, son le sue torri
E i battifredi: ogni più picciol varco
Chiuso è di mura, onde insultare ai mille
Potrieno i dieci, ed ai guerrier le donne.
- Già troppo, in opra ove il valer non basta,
Di valenti io perdei: troppo, fidando
Nel suo vantaggio, il fiero Adelchi ha tinta
Di Franco sangue la sua spada. Ardito
Come un leon presso la tana, ei piomba,
Percote, e fugge. Oh ciel! più volte io stesso,
Nell'alta notte visitando il campo,
Fermo presso le tende, udii quel nome
Con terror proferito. I Franchi miei
Ad una scola di terror più a lungo
Io non terrò. S'io del nemico a fronte
Venir poteva in campo aperto, oh! breve
Era questa tenzon, certa l'impresa...
Fin troppo certa per la gloria. E Svarto,
Un guerrier senza nome, un fuggitivo,
L'avria con me divisa, ei che già vinti
Mi rassegnò tanti nemici. Un giorno,
Men che un giorno bastava: Iddio mel niega.
Non se ne parli più.
Pietro
Re, all'umil servo
Di Colui che t'elesse, e pose il regno
Nella tua casa, non vorrai tu i preghi
Anco inibir. Pensa a che man tu lasci
Quel che padre tu nomi. Il suo nemico
Già provocato a guerra avevi, in armi
Già tu scendevi, e ancor di rabbia insano,
Più che di tema, il crudo veglio al santo
Pastor mandava ad intimar, che ai Franchi
Desse altri re: - tu li conosci. - Ei tale
Mandò risposta a quel tiranno: immota
Sia questa man per sempre; inaridisca