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FAMIGLIA
In Italia ai 2,5 milioni di famiglie povere si aggiungono altri 2,4 milioni di nuclei a rischio. Aumentano divorzi e single, in crescita le nascite. Le stime dell’Eurispes in un convegno a Torino di Federcasalinghe e Provincia.
In Italia oltre alle tradizionali 2milioni 500mila famiglie povere (pari a circa 8 milioni di soggetti), contabilizzate dalla statistica ufficiale, occorre aggiungere altri 2milioni 400mila nuclei familiari a rischio povertà (corrispondenti a 7milioni e mezzo di persone). E’ quanto stimato dall’Eurispes, utilizzando i parametri riferiti alle fasce di reddito, in merito al numero di famiglie italiane che sono seriamente a rischio povertà. Non solo: secondo l’istituto di ricerca il quadro si fa ancora più drammatico se si pensa che, tra le famiglie povere, nel 2002, il 33,3% delle famiglie monogenitoriali, il 21,1% delle coppie con due figli, il 33,9% delle coppie con 3 o più figli, non hanno avuto, spesso o qualche volta, i soldi per comprare cibo necessario, per pagare le bollette per l’abitazione (luce, gas, telefono, ecc.) o per sostenere spese per cure mediche. I dati, preoccupanti, sono contenuti all’interno del dossier dal titolo “Le famiglie italiane tra crisi, bisogni e nuove tendenze demografiche”, illustrato oggi a Torino, in occasione del convegno relativo alla presentazione del primo rapporto sui servizi di informazione alla famiglia e monitoraggio dei bisogni, promosso da Donneuropee-Federcasalinghe e Provincia di Torino. Nella stessa occasione viene presentata una ricerca sulle nuove richieste di servizi dei nuclei familiari, curata da Fita-Confindustria e un’analisi sui servizi già operativi completata da Sint. Federcasalinghe, che sta organizzando la propria trasformazione verso una Holding di supporto alle donne e anche alla famiglia nelle loro difficoltà quotidiane, intende con l’analisi di questi studi diversi, ma sinergici, porre le basi di una forte strategia sociale, culturale e politica. Nell’occasione, presentati anche gli strumenti informativi, dedicati alle famiglie già attivi e operanti su tutto il territorio nazionale. Ma torniamo allo studio sulle famiglie, realizzato dall’Eurispes.
La ricerca non tralascia aspetti che evidenziano il cambiamento della famiglia nel corso degli anni. Lo studio rileva che se dovessero risultare corrette le ultime previsioni delle Nazioni Unite, in Italia nel quinquennio 2045-2050 il tasso di fecondità totale dovrà essere di 4,2 figli per donna nell’ipotesi media, e questo per poter assicurare una popolazione costante ossia una popolazione a crescita zero. Ma, si evidenzia, “una crescita della fecondità che porti in tempi così ridotti a triplicare i livelli di fecondità attuale è da considerare un evento assai improbabile”. E questo anche se la serie storica delle nascite della popolazione residente mostra come, a partire dal 1998, ci sia stata una leggera crescita nelle nascite: da 532.843 unità si è raggiunta la quota di 538.198 secondo i dati del 2002. Il confronto tra il numero di figli per donna all’interno di un più vasto arco temporale, in particolare quello tra gli anni 1960 e 1995, mostra un forte calo delle nascite in tutte le zone di Italia, al Nord, al Centro e al Sud. Le famiglie più numerose continuano a vivere al Sud mentre quelle costituite da padre, madre e figlio si concentrano nel Centro e nel Nord-Italia. Se si analizza l’andamento del tasso di fecondità totale per regione, si osserva come le regioni più prolifiche risultino essere quelle del Sud: la Campania ha un Tft pari a 1,49; la Sicilia pari a 1,42. Unica regione del Nord che si discosta dall’andamento atteso è il Trentino Alto Adige che ha un tasso di fecondità totale pari a 1,47. In Sardegna, Liguria e Abruzzo si registrano i livelli più bassi: 1,04 nella prima, 1,11 in Liguria e 1,15 in Abruzzo.
Altro aspetto studiato: l’andamento del matrimonio. In Italia il numero dei matrimoni risulta essere in forte diminuzione: a partire dalla fine degli anni Ottanta in cui si è raggiunto il numero più elevato delle celebrazioni – 321.272 nel 1989 – si sono registrati sempre meno eventi tanto che nel 2002 i matrimoni celebrati sono stati pari a 265.635, l’unica eccezione nell’andamento decrescente si è verificata nel 2000 con 280.488 riti celebrati. Il numero dei matrimoni religiosi risulta essere nettamente superiore a quello dei matrimoni civili (con un rapporto di tre a uno), anche se la percentuale di tali celebrazioni è costantemente diminuita dal 1986 ad oggi: nel 1986, infatti, la percentuale di matrimoni religiosi sul totale delle unioni registrate era pari all’85,8% mentre nel 2000 era pari al 75,6%. Ci si sposa di meno, ma anche più tardi. L’età media delle donne al primo matrimonio risulta avere un andamento non costante anche se, a partire dalla metà degli anni Settanta, risulta essersi alzata: nel 2000 le donne si sposavano, in media, a 26,5 anni ossia quasi tre anni in ritardo rispetto a quanto avveniva mediamente nel corso degli anni Settanta. Le forti asimmetrie delle coppie in termini di età, di livello di istruzione, di status economico sono decisamente mutate: gli uomini e le donne hanno raggiunto un livello di parità, le scelte dei singoli non dipendono più dal loro sesso. Dal 1969 al 1998 la percentuale delle coppie in cui le donne hanno un livello di istruzione più elevato dei loro partner è cresciuta dal 10% ad oltre il 20%. Nella maggioranza delle coppie, il 65% circa, i due membri della coppia hanno la stessa istruzione. Inoltre, ogni unione coniugale ha un inizio, una durata ed una fine. Lo scioglimento del legame ha una grandissima rilevanza sociale e sul piano dell’incidenza nella dinamica demografica. Nella nostra legislazione il divorzio è stato reso legittimo solo nel 1970, anno in cui sono state riconosciute le nuove unioni che prima non avevano valore legale. Lo scioglimento del legame matrimoniale consta di due momenti: la separazione seguita dal divorzio. Il numero delle separazioni e dei divorzi è cresciuto molto dall’inizio degli anni Novanta ad oggi: da 44.018 separazioni nel 1990 si è raggiunta la quota di 75.890 nel 2001. Mentre i divorzi, con un andamento non lineare, sono passati da 27.682 a 40.051, aumentando di oltre 12.000 unità. Infine, la famiglia di ieri e quella di oggi. Dal 1951 ad oggi il numero delle famiglie in Italia è cresciuto di quasi dieci milioni di unità: nel 1951 si avevano, infatti, 11.814.402 famiglie mentre nel 2001 ben 21.810.676; la crescita è costante, circa due milioni di unità ogni dieci anni. L’analisi della distribuzione delle famiglie per ripartizione geografica evidenzia una crescita omogenea nelle diverse aree del Paese. Vi è una prevalenza di nuclei familiari nella zona nord-occidentale dell’Italia dove nel 2001 vi erano 6.217.200 unità. Nell’Italia meridionale, invece, ci sono, nello stesso anno, 4.748.274 unità. Come era prevedibile, però, le famiglie del Nord sono meno numerose: 2,4-2,5 componenti in media per nucleo, mentre al Sud si è prossimi ai tre componenti in media. In Italia si è passati dai 3,9 componenti nel 1951 ai 2,5 nel 2001. I dati evidenziano una realtà in continuo mutamento: le famiglie crescono in valore assoluto ma diminuiscono per numero dei componenti. Se analizziamo nello specifico la distribuzione percentuale delle famiglie per numero medio di componenti, infatti, possiamo notare come dal 1961 al 2000 si è riscontrato un consistente aumento delle famiglie costituite da persone sole; nel quarantennio considerato, infatti, la loro prevalenza è più che raddoppiata passando dal 10,6% al 24,9%.
Ma torniamo ad un problema senpre più impellente, quello della povertà delle famiglie. Afferma il presidente dell’istituto di ricerca, Gian Maria fara: “La ridefinizione dei meccanismi di protezione e assistenziali in un modello welfaristico che sta divenendo sempre più residuale e selettivo, in una fase di congiuntura negativa, sta assumendo contorni piuttosto complessi e di difficile regolazione. Lo spettro della povertà – così come emerge dai dati - si sta allargando e le cause sono molteplici: lo smantellamento progressivo del Welfare, la caduta verticale della qualità dei servizi – dalla sanità ai trasporti –, la trasformazione del mercato del lavoro che impone un nuovo darwinismo sociale, l’impoverimento dei ceti medi costretti, per la prima volta dopo decenni, a difendersi dal pericolo di una incalzante proletarizzazione”. Il dossier dell’Eurispes evidenzia che l’Italia dedica appena lo 0,9% della ricchezza nazionale alle politiche familiari. Tutti gli altri Paesi dell’Unione a 15 spendono molto di più per la famiglia, a partire dal Portogallo e dai Paesi Bassi che destinano l’1,2% del loro Pil alle politiche familiari. Seguono (in ordine crescente): Irlanda 1,9%, Grecia 2,1%, Regno Unito 2,4%, Belgio 2,6%, Austria 2,9%, Francia e Germania 3%, Lussemburgo e Finlandia 3,4%, Svezia 3,5%, Danimarca 3,8%. L’Italia, evidenzia l’Eurispes, è pertanto abbondantemente al di sotto della media dell’Unione Europea, che è pari al 2,3%. Solo la Spagna sta peggio con lo 0,4% del Pil. La difficoltà delle famiglie italiane a concepire figli (il tasso di fecondità medio per la donna italiana è pari a 1,2: il più basso d’Europa) a causa degli scogli economici e della latitanza delle politiche a sostegno della famiglia. La Francia invece spendendo il 3% del Pil della politica familiare, pari a 80 miliardi di euro, può permettersi il più elevato tasso di fecondità, con 1,9 bambini per donna.
Note:
Fonte: IstLazioat, 2003
Fonte: IstLazioat, 2003
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