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Reg. Tribunale Lecce n. 662 del 01.07.1997
Direttore responsabile: Dario Cillo

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PRESENTAZIONE DELLA TERZA EDIZIONE L'ATLANTE DELLE PROVINCE

 

Giunge alla sua terza edizione dopo l'esordio avvenuto nel 1995 in occasione della XXIX Assemblea Generale dell'Unione delle Province Italiane, e la seconda ristampa, riveduta e corretta, prodotta nel corso dell'anno successivo. In questa terza edizione, che pure conserva l'impianto e garantisce la continuità dei contenuti e dei riferimenti delle due edizioni precedenti, si sono introdotte alcune innovazioni significative a cui gli autori affidano l'aspirazione di proporre nuove immagini ed interpretazioni dell'Italia delle Province. La prima innovazione riguarda intanto la veste editoriale con la quale il documento si presenta. La seconda innovazione riguarda l'aggiornamento delle informazioni rappresentate nelle diverse sezioni tematiche; gli indicatori proposti dall'Atlante sono infatti riferiti sistematicamente al 1998 salvo limitati argomenti per i quali non è stato possibile disporre di informazioni più recenti che non quelle riferite al 1996-97. Esito dell'aggiornamento è anche la possibilità, che è stata sfruttata in questa terza edizione, di riferire i numerosi confronti internazionali che l'Atlante propone non più alla dimensione comunitaria dei 12 paesi della CEE, quanto piuttosto al nuovo spazio politico ed economico dell'Unione Europea e dei suoi 15 paesi membri. Infine, accanto a più modeste puntualizzazioni e precisazioni editoriali, compaiono nell'edizione 1999alcune significative integrazioni tematiche. Argomento principale delle nuove esplorazioni condotte dall'Atlante delle Province è innanzitutto il tema dei servizi, in particolare nei settori dell'istruzione superiore e della assistenza sanitaria che sempre maggiore rilievo rivestono nella attività amministrativa delle Province. Così la dotazione di servizi è analizzata in relazione alla loro concreta fruibilità da parte della popolazione distribuita negli oltre ottomila comuni italiani che quotidianamente si rivolgono ai centri – di numero assai inferiore – nei quali è concentrata l'offerta di questi servizi rari. Le dimensioni e la distribuzione della domanda e dell'offerta, messe in relazione con l'impiego di sofisticati modelli di simulazione delle condizioni operative della mobilità, consentono di evidenziare le condizioni di disagio nella fruizione dei servizi, condizioni che talora sono del tutto indipendenti dalla ampiezza della offerta stessa, e di costruire un panorama quanto mai significativo delle gerarchie e dei divari territoriali leggibili nel paese. Nella versione informatica dell'Atlante è riportata, in una apposita appendice, una immagine regionale della articolazione e del dettaglio con il quale sono stati costruiti gli indicatori relativi alla accessibilità ai servizi ed alla modellizzazione della mobilità, consentendo di apprezzarne l'efficacia e la assoluta novità. Un secondo fronte "tematico" di particolare interesse è quello che nasce dall'aggiornamento dei giudizi sulla distribuzione della ricchezza, giudizio che trae alimento dall'inedita iniziativa dell'Istituto Centrale di Statistica di dare corso ad un censimento intermedio dell'industria e dei servizi a cadenza intermedia rispetto al tradizionale intervallo decennale. Il nuovo panorama informativo ci ha così consentito di elaborare un aggiornato indicatore a base comunale sulla formazione del Prodotto Interno Lordo (PIL) e di utilizzarlo come riferimento per una articolata gamma di interpretazioni della posizione di ciascuna delle province italiane in una virtuale graduatoria multidimensinale che tien conto non solo delle dimensioni complessive della ricchezza prodotta da ciascuna comunità provinciale ma anche della sua interna e difforme distribuzione. Risalta, dal confronto con quanto era emerso nelle edizioni precedenti, l'approfondirsi del divario riscontrabile nella capacità di generare ricchezza tra le diverse aree del paese, pur nel quadro di una trasformazione dei sentieri di crescita dei diversi sistemi locali che la dimensione regionale – e tanto meno quella della grandi ripartizioni statistiche – fa fatica a spiegare, Altri argomenti, proposti già nella seconda edizione, sono stati arricchiti di nuove considerazioni e meritano di essere richiamati per la loro attualità. In primo luogo il tema della mobilità, sempre più centrale nell'organizzazione della vita contemporanea. L'Atlante propone una intera sezione di rappresentazioni e di indicatori che traggono origine da una articolata e realistica modellizzazione delle relazioni tra insediamenti umani e distribuzione delle funzioni residenziali, produttive e di servizio sul territorio e fornisce immagini inconsuete del disagio (e viceversa delle opportunità) che alla società derivano dalle forme che nel tempo è venuta assumendo la sua organizzazione nello spazio. Un secondo tema è quello dei parchi e della offerta ambientale. Attraverso una puntuale ed aggiornata ricognizione delle aree protette che sono state istituite ormai in tutte le Regioni del Paese, l'Atlante offre una prima immagine del rilievo demografico (ma anche economico e politico) delle comunità locali che ospitano nel proprio territorio Parchi nazionali e regionali. Una rappresentazione preliminare a più approfondite valutazioni sul rapporto tra ambiente naturale ed insediamenti umani ed alle sue implicazioni in termini di organizzazione della offerta ambientale e di valorizzazione economica, una rappresentazione che consente di fornire una inedita misura dell'impatto sociale di una politica così importante. Per il resto l'Atlante si ripropone nel solco della linea di lavoro e riflessione sulla caratterizzazione delle 103 Province italiane che già distingueva le precedenti edizioni, con l'intento di far risaltare i differenziati e multiformi modelli di organizzazione territoriale che le contraddistinguono. Diversità dei contesti problematici e delle condizioni insediative, ambientali, culturali e sociali; diversità che i modelli organizzativi e gli stessi riferimenti istituzionali elaborati nella esperienza delle Regioni, troppo spesso non hanno saputo cogliere e valorizzare. Tra le più rilevanti ragioni di diversità che le condizioni ambientali e lo sviluppo sociale hanno determinato nell'organizzazione territoriale delle province sta l'estrema diversificazione del rapporto con i comuni quanto a numerosità, dimensione e caratterizzazione specifica. Una delle peculiarità dell'Atlante che permane anche in questa terza edizione (oltre a quella di riferirsi a tutte le 103 province oggi esistenti) è proprio quella di considerare la provincia come una sorta di "federazione" di comuni. Abbiamo così cercato di caratterizzare le province non limitandoci a descrivere i valori medi che ciascun fenomeno presenta in ambito provinciale (stemperando così statisticamente le differenze interne) ma puntando invece a misurare il diverso rilievo che nel contesto provinciale assumono le comunità locali che sono specificamente caratterizzate da quel fenomeno. Un esempio: per descrivere la caratterizzazione industriale delle province abbiamo scelto di rappresentare non il valore medio provinciale di un indicatore di industrialità (il numero di occupati all'industria per 100 abitanti o l'incidenza percentuale del Valore Aggiunto Industriale sul Prodotto Interno Lordo), ma piuttosto di rappresentare il peso delle comunità locali marcatamente caratterizzate nella propria fisionomia dalla presenza industriale: concretamente, i comuni che superano tanto una soglia di concentrazione di addetti all'industria (300 unità), quanto una soglia di intensità della presenza industriale (15 addetti per 100 abitanti) e nei quali le attività industriali contribuiscano per oltre il 40% della formazione del P.I.L. Non è forse questa l'unica particolarità di questo Atlante che lo distingue da altri e più ricorrenti approcci. La scelta stessa dei temi da affrontare ha cercato di dare spazio a profili di indagine meno consueti, che privilegiano la dimensione organizzativo-istituzionale sulla più tradizionale analisi socio-economica. Nelle sue quattro sezioni, l'Atlante discute, tra i modelli interpretativi possibili, il modello insediativo delle province italiane, per cercare di misurare il peso delle diverse tipologie territoriali, il modello organizzativo, per mettere a fuoco le condizioni strutturali del rapporto con gli attori locali di livello comunale e sovracomunale, il modello socio-economico per fornire una caratterizzazione delle dinamiche locali e il modello fisico-ambientale per aprire una riflessione sui quadri ambientali presenti nei diversi contesti provinciali. Anche in questa terza edizione, nonostante il rilievo degli sforzi compiuti e l'esperienza redazionale ormai accumulata, emergerà evidente dalla lettura il carattere largamente provvisorio ed asistematico dello sforzo sin qui compiuto: più vecchi di un anno, non possiamo non riproporre ai lettori la preghiera di accogliere con benevolenza il contriuto di riflessione e ricerca che essa proponei, e l'invito a partecipare con suggerimenti e considerazioni sull'impianto e la struttura dell'opera a farle acquisire una fisionomia sempre più matura e compiuta. Già in occasione della prima uscita dell'Atlante delle Province non nascondevamo l'ambizione di giungere nel tempo ad edizioni più mature ed articolate, capaci di fornire immagini e riflessioni più sofisticate sull'evoluzione di questo nostro multiforme Paese. Questa ambizione ha trovato nella seconda edizione dell'Atlante, e nel successo di pubblico che ha incontrato, una conferma della propria legittimità, e la ragione per proseguire nell'impegno che questa terza edizione testimonia, fornendo al tempo stesso una misura della molta strada che è ancora da compiere per arrivare a risultati pienamente soddisfacenti. Una strada che ci ripromettiamo di percorrere con i nostri lettori e con le Province d'Italia, per consolidare nel tempo, se ciò ci sarà concesso dagli eventi e dalle istituzioni, un periodico appuntamento con l'Atlante delle Province, che proponga via via nuovi spunti tematici e nuove rappresentazioni e promuova una consapevolezza non consueta e una immagine non rituale della geografia dei sistemi territoriali e delle realtà istituzionali del nostro paese.

E' ormai profondamente avvertita, crediamo, l'esigenza di "disegnare" una nuova geografia politica, una geografia per le politiche che superi immagini ormai stereotipe prodotte da interpretazioni dicotomiche dello sviluppo del Paese: dalla contrapposizione Nord-Sud (solo parzialmente messa in discussione dal discorso sulla "terza Italia"), a quella tra città e campagna (o tra urbano e rurale, nel linguaggio più avvertito delle politiche europee), dalla contrapposizione tra montagna e pianura a quella tra le città metropolitane e le altre. Tutti tentativi di isolare un solo aspetto, per quanto cruciale, e di organizzare attorno a questo, politiche la cui efficacia è minata alle fondamenta dalla eccessiva semplicità dell'approccio. Certo, una diversa categorizzazione richiede un rinnovamento del linguaggio ed anche un maggiore sforzo di cooperazione per la sua definizione, ed implica una ricerca non scontata sui confini dei paesaggi tipizzati. Ma già ora si può cominciare a discutere di alcune categorie territoriali che possono essere pensate come punto di partenza, assolutamente preliminare, di una riflessione che traguardi un Atlante utile alla decisione politico-amministrativa. Si può, perciò, a nostro parere, cominciare a discutere dei sistemi urbani e della loro dimensione ormai sistematicamente "più che comunale", ad inventare una strategia per le reti urbane e per le "città capitali", a ripensare al territorio rurale finalmente nella sua dimensione europea, a riconoscere le aree marginali con una selettività che aiuti l'intervento e ne valorizzi il connotato di risorsa ambientale nazionale, a concepire i paesaggi culturali (e i centri storici tra questi) come "fattori influenti" nelle politiche di ri-organizzazione del territorio. Solo alcuni spunti che ci sentiamo di proporre per un "progetto editoriale" che immagina di attuarsi per tappe, mantenendo un legame continuo con lo sviluppo delle politiche del territorio, verificando così continuamente la propria efficacia ed utilità come strumento per l'orientamento, la comprensione, la scelta consapevole. Uno strumento di riflessione che aiuti a riconoscere nelle "differenze", in una nuova geografia delle specificità (dei caratteri distintivi e delle discontinuità), una risorsa utile per fondare nuovi modelli di cooperazione e nuove regole di concertazione, coinvolgendo in questo l'intero sistema delle autonomie locali, che si dovrà assumere, nella prospettiva, gran parte dell'onere di una riproposizione "sostenibile" ed efficace della funzione di Servizio Pubblico

 

L'ACCESSIBILITÁ AI SERVIZI

Il tema della disponibilità e della diffusione sul territorio nazionale dei servizi compare in primo piano in questa terza edizione dell'Atlante delle Province. Si tratta di un tema che conosce un momento di grande attualità nel dibattito politico e che l'Atlante affronta, secondo la sua tradizione, nell'ottica di valutare lo "stato di salute" delle province italiane "misurandolo" non solo in relazione alla dotazione complessiva di importanti servizi sociali quali gli istituti scolastici e i presidi ospedalieri, ma soprattutto in rapporto alla accessibilità che questi servizi mostrano in relazione alla effettiva dislocazione sul territorio della popolazione che ne determina la maggiore o minore fruibilità. L'attenzione è stata quindi concentrata sulla offerta dei servizi più rari tra quelli di uso quotidiano, focalizzandosi in particolare sulla distribuzione dei presidi scolastici dell'istruzione secondaria superiore e sulla offerta del settore ospedaliero e selezionando le sedi in grado di offrire una soglia di offerta minimamente articolata e significativa (in merito ai criteri di selezione impiegati si veda il Glossario in appendice). La distribuzione territoriale dei presidi scolastici e sanitari consente di evidenziare i problemi e le situazioni di disagio che sfuggono ad una considerazione meramente quantitativa delle dotazioni disponibili nelle diverse province del paese. Basti osservare, a questo proposito, la distribuzione relativa alla istruzione secondaria superiore: se infatti le province del centro sud presentano nella generalità dei casi una dotazione scolastica (misurata dal numero di classi di scuola media superiore in rapporto alla popolazione residente) significativamente superiore al dato medio nazionale, in queste stesse province è talvolta presente una grave condizione di disagio determinata dalla scarsa accessibilità alle strutture scolastiche da parte della popolazione distribuita nel territorio. Emblematico è il caso delle province di Nuoro, Potenza, Matera che compaiono ai primi posti della graduatoria nazionale per il numero di classi per 1000 abitanti (cfr. tav. 01) ma che contemporaneamente sono tra le province nelle quali è maggiormente diffuso il disagio nel raggiungere le sedi scolastiche. Questa condizione di disagio è misurata dalla percentuale di popolazione che impiega un tempo maggiore di trenta minuti per raggiungere la sede scolastica più vicina (cfr. tav.0.2, tav.0.3). Una considerazione più generale del fenomeno fa emeregere come le province situate sulla dorsale appenninica e – sia pure in minor misura - lungo la catena alpina, sono quelle che presentano le situazioni di maggiore svantaggio. Leggermente diversa è la situazione territoriale che si presenta quando, in luogo del disagio, si voglia indagare l'altro lato della medaglia, descrivendo le realtà caratterizzate da una ottima accessibilità ai servizi; come indicatore di questa situazione è stata selezionata la percentuale di popolazione per la quale i tempi di accesso alle strutture scolastiche sono contenuti entro la soglia di 20 minuti che rappresenta una durata del pendolarismo per motivi di studio del tutto accettabile. Le tavole statistiche e le rappresentazioni cartografiche elaborate al riguardo (cfr.tav.0.4) propongono una gerarchia delle province italiane che presentano una buona accessibilità al servizio nettamente più favorevole alle province del nord, oltrechè nelle grandi concentrazioni demografiche delle maggiori aree metropolitane meridionali. Il confronto fra gli indici basati sulla popolazione totale e quelli calcolati sulla base della popolazione in età scolare (anni 15-24, cfr.tav.0.5), non mostra differenze sostanziali pur rimarcando una generale diminuzione di popolazione svantaggiata nel caso di popolazione in età scolare; quando ciò accade si è in presenza di aree marginali all'interno del territorio provinciale abitate da una percentuale relativamente più alta di popolazione anziana.

 
Raffrontando queste tavole (cfr. tav.0.1 tav.0.2 tav.0.3 tav.0.4 tav.0.5 ) a quelle relative all'accessibilità ai presidi ospedalieri (cfr. tav.0.6 tav.0.7 tav.0.8) si osserva una maggiore capillarità del servizio scolastico. Anche la presenza della rete di presidi ospedalieri e la sua distribuzione in relazione alle sedi della popolazione residente, è stata infatti valutata misurando i tempi impiegati per il raggiungimento del servizio, utilizzando la soglia dei trenta minuti per delineare una condizione di disagio (cfr. tav.0.7) e quella di venti minuti per indicare viceversa la presenza di una condizione favorevole ( cfr. tav.0.8). Le province con il maggiore disagio nella accessibilità al servizio ospedaliero si collocano in corrispondenza delle aree interne e delle catene montuose degli Appennini e delle Alpi (cfr. tav.0.7 ) e in particolare nelle regioni del centro-sud. In questo caso le condizioni di disagio territoriale si associano e si sovrappongono frequentemente alla insufficiente dotazione dei servizi in campo ospedaliero: la distribuzione dei posti letto nei presidi ospedalieri pubblici e nelle case di cura private accreditate, rapportata alla popolazione ( cfr.tav.0.6). segnala una geografia assai diversificata dalla quale risalta però una dotazione media nelle regioni meridionali assai più bassa che nel resto del Paese.



0. L'ACCESSIBILITÁ AI SERVIZI TAVOLE

TAV. 0.1 – Dotazione scolastica in termini di numero di classi (istruzione secondaria) per 1000 residenti


TAV. 0.2 – Incidenza percentuale della popolazione residente dei Comuni accessibile ai centri scolastici (istruzione secondaria) in oltre 30 minuti


TAV. 0.3 – Incidenza percentuale della popolazione in età scolare dei Comuni accessibile ai centri scolastici (istruzione secondaria) in oltre 30 minuti


TAV. 0.4 – Incidenza percentuale della popolazione residente dei Comuni accessibile ai centri scolastici (istruzione secondaria) in meno di 20 minuti


TAV. 0.5 – Incidenza percentuale della popolazione in età scolare dei Comuni accessibile ai centri scolastici (istruzione secondaria) in meno di 20 minuti


TAV. 0.6 – Numero dei posti letto nei presidi ospedalieri (pubblici e privati) per 1000 residenti al 1998


TAV. 0.7 – Incidenza percentuale della popolazione residente accessibile ai presidi ospedalieri in oltre 30 minuti


TAV. 0.8 – Incidenza percentuale della popolazione residente accessibile ai presidi ospedalieri in meno di 20 minuti

 

1.    IL MODELLO INSEDIATIVO

 

1.0. CENTRALITA' E PERIFERICITA'


Uno degli elementi di maggiore originalità del presente lavoro è costituito dall'indagine sull'accessibilità dei Comuni italiani. Con tale concetto si intende la misura della centralità o perifericità di una determinata località, tenendo conto sia della distribuzione della popolazione sia della funzionalità delle varie reti di trasporto. In pratica, per ogni località considerata - comune o frazione comunale - si riesce così a calcolare il numero dei residenti che possono accedervi entro un determinato arco di tempo, ad esempio 30 o 60 minuti. Sia che si valuti la centralità di una località riguardo a una popolazione accessibile di 200 mila abitanti in 30 minuti (cfr. tav. 1.0.1), sia che tale raffronto sia fatto con 1 milione di residenti nell'arco di 60 minuti (cfr. tav. 1.0.2), i risultati confermano la medesima geografia delle province italiane. Con la sola esclusione delle metropoli centro-meridionali (Roma, Napoli, Bari, Palermo e in parte Catania) che presentano valori simili a quelli riscontrabili nell'area padana e nel sistema della Val d'Arno per le quali vale il modello della metropoli reticolare, vi è uno stacco netto fra il nord da un lato ed il centro-sud dall'altro. I migliori livelli di accessibilità - con alte percentuali di popolazione nei comuni selezionati rispetto al totale provinciale - si concentrano nelle province lombarde e del basso Veneto, in tutta l'Emilia-Romagna, nella Toscana settentrionale: sono aree densamente abitate e dove oltre il 70% dei residenti usufruisce di condizioni agevolate negli spostamenti a breve e medio raggio. Anche al nord, peraltro, non mancano le debite eccezioni, rappresentate dall'estrema cornice alpina, che evidenzia valori critici di perifericità: Aosta, Sondrio, Trento, Bolzano, Belluno sono, da questo punto di vista, in tutto assimilate alle zone appenniniche centro-meridionali. Basandosi sui dati censuari è anche possibile verificare l'evoluzione dell'accessibilità in tutta Italia, nell'arco di un quarantennio nel secondo dopoguerra. Non può non suscitare qualche sorpresa il fatto di trovare in vetta alla graduatoria delle province con le maggiori perdite di centralità ( cfr. tav. 1.0.3), alcune di quelle segnalate per gli alti valori assoluti misurati nel 1991. Ad esempio, Rovigo, Ferrara, Mantova pur facendo parte dell'area padana denunciano rilevanti perdite di accessibilità. Per contro, zone evidenziate per la loro perifericità hanno avuto buone performance, come Cagliari, Crotone, Imperia e l'intero arco alpino, dove la situazione, tutt'altro che ottimale, non è comunque peggiorata. Negativa invece la tendenza di località già fortemente penalizzate (Campobasso, Enna, L'Aquila, Isernia, tutta la Sardegna settentrionale) che vedono ulteriormente diminuire gli standard di centralità nell'arco di tempo considerato. Il raffronto con le province che presentano invece una dinamica positiva (cfr. tav. 1.0.4) non dà risultati esattamente speculari: il motivo è che, all'interno della medesima provincia, possono esistere comuni con evoluzioni fortemente disomogenee. Così, ad esempio, Forlì-Cesena, Modena, Pescara e Palermo appaiono quasi "dilaniate" da due trend opposti: verso la crescita della centralità delle zone urbane e/o costiere, verso un aumento della perifericità delle aree interne e/o montuose. A questa immagine strutturale delle condizioni di centralità e perifericità delle diverse parti del territorio nazionale è quanto mai interessante associare le considerazioni sulle concrete modalità con cui i sistemi di trasporto presenti nel territorio e la dislocazione delle attività umane consentono alla popolazione di muoversi quotidianamente con maggiore o minore disagio. L'indagine sulle Origini e sulle Destinazioni dei movimenti pendolari che è stata rilevata dal Censimento, fornisce una mappa delle condizioni e del disagio, della mobilità quanto mai eloquente. Le aree di massima centralità del paese (il sistema padano e del Valdarno, le concentrazioni metropolitane del centro sud) sono anche le aree di massima mobilità territoriale, quelle, per intendersi, dove in un numero significativo di realtà comunali oltre il 60% degli spostamenti per motivi di lavoro avviene valicando i confini comunali (cfr. tav. 1.0.5). Una limitata eccezione a questa corrispondenza la si ha nelle aree pugliesi ed emiliano-romagnole caratterizzate dalla presenza di comuni di grande vastità, che ovviamente assorbono al proprio interno percentuali di spostamenti più elevate di quelle dei comuni lombardi o campani di assai più ridotta dimensione territoriale e talora anche demografica. Nel Nord del Paese, le aree del disagio nella mobilità si collocano frequentemente all'interno di queste zone di più frequente mobilità intercomunale: così i comuni nei quali la mobilità di medio-lungo raggio che impegna i pendolari in un viaggio di oltre 30 minuti, supera la soglia "fisiologica" del 20%, assumono un rilevante peso all'intorno dell'area metropolitana milanese e nelle "Province metropolitane" di Genova, Firenze e Venezia, oltre alle realtà periferiche dell'imperiese e del Verbano-Cusio-Ossola. Nel Centro-sud, invece, l'area del disagio si allarga, ed oltre alle aree metropolitane di Roma e Napoli (ed alle molte province confinanti che di queste aree sono tributarie) molte province siciliane, pugliesi, lucane, molisane e sarde presentano una elevata incidenza di comunità con un elevato livello di disagio nella mobilità (cfr. tav. 1.0.6). Congestione e concentrazione territoriale da un lato, rarefazione delle opportunità di impiego e difficoltà di esercizio dei sistemi di trasporto dall'altro, sono quindi le ragioni di un disagio che si manifesta ai suoi minimi termini solo nelle aree del centro e del nord-est caratterizzate da un assetto territoriale più distribuito. Condizioni ancora più disagiate nell'esercizio della mobilità pendolare, che implicano tempi di percorrenza di oltre 60 minuti (si ricorda, per il solo viaggio di andata) coinvolgono quote non trascurabili della popolazione in un numero ristretto di comunità che si concentrano tutte all'interno degli ambiti di gravitazione delle grandi aree metropolitane di Milano, Roma e Napoli (cfr. tav. 1.0.7). Una minore ma non trascurabile incidenza la si riscontra in altre due province, molto particolari: quella di Venezia, con la sua mobilità lagunare, e quella di Verbania, caratterizzata dalla più eccentrica collocazione nello scenario insediativo padano. Paradossalmente (ma non troppo) l'Italia che ha minimizzato il disagio dei propri spostamenti per lavoro è anche l'Italia che a lavorare va in automobile (e ci va da sola). E' proprio l'Italia del centro e del nord-est quella in cui la maggior parte delle comunità locali si è organizzata per spostarsi in auto (e come conducente) per raggiungere i luoghi di lavoro (cfr. tav. 1.0.8). Sono le province dello sviluppo diffuso, quelle dei "distretti industriali" Prato, Pordenone, Perugia, Biella e Modena ad occupare i 5 posti della graduatoria dei pendolari più motorizzati. Significativa è anche la geografia degli spostamenti non motorizzati (cfr. tav. 1.0.9) che segnala le aree di maggiore ruralità del Sud (le Province di Nuoro, Enna, Vibo Valentia, Crotone, Salerno, Benevento, Isernia, Campobasso) come del Nord del Paese (Imperia, Vercelli, Alessandria, Piacenza, Rovigo, Ferrara e Ravenna). Il peso delle aree metropolitane risalta anche quando si cerchi di individuare le aree del disagio nella mobilità studentesca: sono le aree tributarie dei grandi atenei di Milano-Pavia e Roma (e in misura assai più ridotta di Padova - Venezia e Firenze - Pisa) a generare pendolarismi significativi oltre l'ora. Non così per i grandi atenei del Meridione dove una organizzazione dei trasporti sicuramente più "faticosa" sembrerebbe addirittura escludere la possibilità stessa di pendolarismi di lungo raggio obbligando gli utenti a trasferirsi nelle sedi universitarie (cfr. tav. 1.0.10).

1.0 CENTRALITA' E PERIFERICITA'


TAV. 1.0.1 - Incidenza percentuale della popolazione residente dei Comuni con oltre 200.000 abitanti accessibili in 30'


TAV. 1.0.2 - Incidenza percentuale della popolazione r esidente dei Comuni con oltre 1.000.000 di abitanti accessibili in 60'


TAV. 1.0.3 - Incidenza percentuale della popolazione residente dei Comuni con variazione dell'accessibilità inferiore al –20% nel Secondo Dopoguerra


TAV. 1.0.4 - Incidenza percentuale della popolazione residente dei Comuni con variazione dell'accessibilità superiore al 20% nel Secondo Dopoguerra


TAV. 1.0.5 - Peso demografico dei comuni nei quali gli spostamenti per motivi di lavoro esterni al comune sono superiori al 60% degli spostamenti totali per motivi di lavoro


TAV. 1.0.6 - Peso demografico dei comuni nei quali gli spostamenti per motivi di lavoro a medio-lungo raggio (>30') sono superiori al 20% degli spostamenti totali per motivi di lavoro


TAV. 1.0.7 - Peso demografico dei comuni nei quali gli spostamenti per motivi di lavoro a lungo raggio (>60') sono superiori al 5% degli spostamenti totali per motivi di lavoro


TAV. 1.0.8 - Peso demografico dei comuni nei quali gli spostamenti per motivi di lavoro in auto come conducente sono superiori al 60% degli spostamenti totali per motivi di lavoro


TAV. 1.0.9 - Peso demografico dei comuni nei quali gli spostamenti per motivi di lavoro a piedi ed in bicicletta sono superiori al 25% degli spostamenti totali per motivi di lavoro


TAV. 1.0.10 - Peso demografico dei comuni nei quali gli spostamenti per motivi di studio a lungo raggio (>60') sono superiori al 5% degli spostamenti totali per motivi di studio

 

1.1. LE AGGLOMERAZIONI METROPOLITANE E I SISTEMI URBANI


Nell'Italia delle "Cento Città" il rapporto fra territorio provinciale e fenomeno urbano si presenta in misura estremamente variegata. Non solo, infatti si differenzia notevolmente il rango dei comuni capoluoghi, passando dai 2.697.131 abitanti di Roma ai 21.000 di Isernia (la cui provincia, con 91.824 residenti al 1998, è anche la più piccola d'Italia), ma muta anche il "peso" del capoluogo rispetto al resto della provincia (cfr. tav. 1.1.1): Trieste, dove oltre l'87% della popolazione vive nel capoluogo, è la provincia più polarizzata, seguita da Prato, mentre Caserta, Frosinone, Cuneo detengono una popolazione pari ad appena l'8-10% del totale provinciale. Se ci si limita al capoluogo persino centri metropolitani come Milano e Napoli sembrano relegati ad un ruolo nel complesso contenuto, contando circa un terzo della popolazione provinciale. In realtà, per valutare appieno la valenza di tali agglomerazioni occorre riferirsi ai sistemi urbani, la cui definizione costituisce un elemento di originalità del presente lavoro. Per l'individuazione dei sistemi urbani sono state valutate quelle aggregazioni commerciali che, per l'intensità di relazioni, per la densità abitativa e per la dinamica demografica, presentino caratteristiche omogenee e spiccatamente urbane. Emerge così (cfr. tav. 1.1.5) la rilevanza dei sistemi urbani di Napoli, Milano (in cui le agglomerazioni urbane valicano addirittura i confini provinciali), Roma e Genova. Di contro vi sono province dove i sistemi urbani ricoprono un'importanza decisamente poco marcata: Potenza, Agrigento, Enna, Vibo Valentia, Nuoro ed Oristano, ma anche Frosinone, Sondrio, Belluno. Raffrontando il dato della superficie dei sistemi urbani, in rapporto all'intera provincia (cfr. tav. 1.1.9), si sottolinea invece il ruolo delle concentrazioni di Torino e di Palermo, dove le agglomerazioni urbane non pervadono le rispettive e territorialmente grandi, province. I dati degli addetti all'industria manifatturiera, al settore terziario e alla pubblica amministrazione, nei capoluoghi (cfr. tavv. 1.1.2, 1.1.3, 1.1.4) e nei sistemi urbani (cfr. tavv. 1.1.6, 1.1.7, 1.1.8) confermano il ruolo di capoluoghi "pigliatutto" (Trieste, Prato) perché sostanzialmente identificati con la loro "piccola" provincia, di centri metropolitani di grande rango (Milano, Napoli, Roma, Palermo, Genova), di province "decentrate" (Frosinone, Caserta, Cuneo). Quest'ultima è il caso emblematico per la presenza di numerosi poli commerciali di buon calibro ( cfr. tav. 1.1.13) senza che la rete urbana raggiunga livelli e dimensioni soddisfacenti e competitivi.
Un'ulteriore sfaccettatura del rapporto fra città e provincia viene dal rapporto fra residenti nel maggior comune e in quello che lo segue nella scala demografica (cfr. tav. 1.1.14). E' una conferma per le metropoli, ma è anche una "sorpresa" per città medie come Padova e Verona, che presentano un rapporto di 1:10 fra comune leader e chi occupa la seconda postazione. Sul versante opposto si mettono in evidenza le province bipolari (Massa-Carrara, Varese-Busto, Trapani-Marsala, Macerata-Civitanova, Caltanissetta-Gela, Ragusa-Modica, Forlì-Cesena, Ascoli-S. Benedetto, Enna-Piazza Armerina), dove il rapporto demografico è paritario o quasi. L'analisi del numero dei comuni superiori ai 30 mila, ai 40 mila e ai 50 mila residenti (cfr. tavv. 1.1.10, 1.1.11, 1.1.12) evidenzia nuovamente le aree metropolitane, ma anche le province pugliesi (Bari, Foggia, Taranto, Brindisi), nonchè Salerno, Catania, Firenze, Perugia, come aree dove la rete di centri urbani è più fitta e consistente. Per contro, ben 48 province italiane su 103 non contano sul loro territorio più di un centro con oltre 30 mila residenti: una polverizzazione degli insediamenti urbani che riguarda in modo prevalente, anche se non esclusivo, il nord del Paese.


1.1 LE AGGLOMERAZIONI METROPOLITANE E I SISTEMI URBANI



TAV. 1.1.1 - Incidenza percentuale della popolazione residente nel Comune capoluogo al 1998

 
TAV. 1.1.2 - Incidenza percentuale degli addetti all' industria manifatturiera nel Comune capoluogo

 
TAV. 1.1.3 - Incidenza percentuale degli addetti ai servizi vendibili nel Comune capoluogo

 
TAV. 1.1.4 - Incidenza percentuale degli addetti alla Pubblica Amministrazione nel Comune capoluogo

 
TAV. 1.1.5 - Incidenza percentuale della popolazione residente nei sistemi urbani al 1998

 
TAV. 1.1.6 - Incidenza percentuale degli addetti all' industria manifatturiera nei sistemi urbani

 
TAV. 1.1.7 - Incidenza percentuale degli addetti ai servizi vendibili nei sistemi urbani

 
TAV. 1.1.8 - Incidenza percentuale degli addetti alla Pubblica Amministrazione nei sistemi urbani

 
TAV. 1.1.9 - Incidenza percentuale della superficie territoriale dei sistemi urbani al 1998

 
TAV. 1.1.10 - Numero Comuni con oltre 30.000 residenti al 1998

 
TAV. 1.1.11 - Numero Comuni con oltre 40.000 residenti al 1998

 
TAV. 1.1.12 - Numero Comuni con oltre 50.000 residenti al 1998

 
TAV. 1.1.13 - Numero Comuni individuati quali poli di 4° livello dall' Atlante Commerciale d' Italia (Somea)


TAV. 1.1.14 - Rapporto tra i residenti nel primo e nel secondo Comune al 1998 (ordinati per ampiezza demografica decrescente)

 

1.2. LE AREE RURALI


I parametri scelti per l'analisi delle aree rurali consentono di evitarne l'immediata identificazione con le zone a vocazione agricola. Il dato significativo è quello che emerge dalla densità di popolazione; la rarefazione degli insediamenti umani è certamente un indice di perifericità dell'area, di conservazione di un paesaggio e di un sistema sociale che presentano ancora rilevanti tratti di ruralità. Le graduatorie stilate sulla base della quota di territorio con meno di 50 abitanti per Kmq (cfr. tav. 1.2.1) e con meno di 100 abitanti per Kmq (cfr. tav. 1.2.2) sono dominate dalle province dell'arco alpino ed appenninico, della Sardegna interna (Nuoro e Oristano), con alcune significative ma comprensibili eccezioni (Grosseto e Viterbo). Sul versante opposto non sono soltanto le aree metropolitane a distinguersi nella densità abitativa, ma un po' a sorpresa anche le province padane (Treviso, Padova, Ravenna, Mantova) e pugliesi (Brindisi, Lecce, oltre alla metropoli Bari). Peraltro sono le aree intorno al Po e sul Tavoliere, insieme alla Sicilia (specialmente sud-orientale: Agrigento, Trapani, Ragusa), alla Sardegna centrale (Oristano, Nuoro), alle già citate e "rarefatte" Grosseto e Viterbo, a Cuneo e Imperia, le zone dove prevalgono i comuni con una popolazione occupata nel primario in misura superiore alla media europea (cfr. tav. 1.2.3): risalta dunque la divaricazione fra province con un'agricoltura altamente strutturata e aree dove l'attività agricola corrisponde ad un modello insediativo propriamente rurale. L'opposto è rappresentato anche in questo caso non solo e non tanto dalle metropoli (Milano, più che Roma o Torino), quando da aree manifatturiere come Prato, Trieste, Varese, Lecco, Como, Biella, Massa-Carrara, Pisa dove l'apporto dell'economia agricola è poco significativo. Nel raffronto fra popolazione prevalente dedita al primario e rilievo della superficie agricola utilizzabile ( cfr. tav. 1.2.4) emergono alcune "curiosità". Province come Imperia, Salerno, Cosenza, Latina presentano un'agricoltura in cui -per ragioni diverse, e legate sia alle pratiche colturali che al ruolo più o meno residuale del primario - il livello occupazionale è sensibilmente sganciato dalla quota di territorio riservata a questa attività: ad un forte rilievo occupazionale del settore agricolo non corrisponde affatto un'alta quota di territorio destinata a tale uso. Un ulteriore elemento è rappresentato dall'identificazione, all'interno del settore primario, dei sistemi agricoli specializzati - nelle diverse colture - e dalla misurazione del grado di coinvolgimento dei comuni nelle realtà provinciali (cfr. tav. 1.2.3). Così, ad esempio, Ferrara come Cuneo non compaiono più ai vertici della graduatoria delle province agricole, per la presenza di un settore agricolo diversificato, mentre Ravenna e Brindisi uniscono alla rilevanza del primario ivi presente la peculiarità di una marcata specializzazione.

 

1.2 LE AREE RURALI


TAV. 1.2.1 - Incidenza percentuale della superficie territoriale dei Comuni con densità demografica inferiore a 50 ab./Kmq al 1998

 
TAV. 1.2.2 - Incidenza percentuale della popolazione dei Comuni con densità demografica inferiore a 100 ab./Kmq al 1998

 
TAV. 1.2.3 - Incidenza percentuale della popolazione residente dei Comuni con una quota di occupati in agricoltura superiore alla media CEE

 
TAV. 1.2.4 - Incidenza percentuale della superficie dei Comuni con incidenza della S.A.U. sulla superficie territoriale superiore al 60%

 
TAV. 1.2.5 - Incidenza percentuale della S.A.U. dei Comuni appartenenti ai principali sistemi agricoli specializzati

 

1.3. LE AREE MONTANE



La presenza della montagna è una dominante in numerose province italiane, e condiziona le tipologie insediative e le caratteristiche socio-economiche di moltissime aree. Per un'analisi corretta il problema è rappresentato da una non univocità di definizione del termine "aree mont ane". Se si assume la classificazione ISTAT sono solamente 28 le province che non accolgono all'interno del loro territorio ambienti di montagna (cfr. tav. 1.3.2). Sulla base della definizione di aree svantaggiate di montagna data dalla direttiva CEE 268/75, le province non-montane scendono a 21: l'ISTAT, a differenza della CEE, considera estranee alla montagna Asti, Treviso, Gorizia, Trieste, Ravenna, Napoli, Caltanissetta, Cagliari, mentre Sassari è invece interessata dal fenomeno montano secondo l'ISTAT ed esclusa dalla CEE (cfr. tav. 1.3.4). Se la direttiva comunitaria, volta ad indirizzare politiche di sostegno, amplia lo spettro delle aree montane, si può più opportunamente adottare la definizione, ancorata a criteri fisici, che considera montani i comuni con oltre l'80% di superficie ad altitudine superiore ai 600 metri s.l.m. In tal modo la graduatoria ( cfr. tav. 1.3.5) vede primeggiare un gruppo di province che si potrebbero definire compiutamente montane (Aosta, Bolzano, Sondrio, Trento, Verbania, Belluno - per l'arco alpino - e L'Aquila, Isernia, Rieti - per l'Appennino). Estranee alla montagna -ovvero senza alcuna porzione di territorio ad altitudini superiori ai 600 metri - sono 34 province della pianura padana, della Toscana, delle Puglie, della Sicilia meridionale, della Sardegna. L'esame dei dati relativi alla popolazione residente in comuni montani (cfr. tavv. 1.3.1 e 1.3.3.) incrociati con quelli della superficie porta in rilievo le montagne scarsamente rilevanti dal punto di vista socio-economico e demografico (Torino è il caso emblematico con il 52% di superficie montana che accoglie il 6% di popolazione), da quelle ancora ricche di insediamenti umani, e veramente centrali per il modello di sviluppo dell'intera comunità provinciale (Aosta, Sondrio, Bolzano, Trento, ma anche Isernia e L'Aquila).

 

1.3 LE AREE MONTANE


TAV. 1.3.1 - Incidenza percentuale della popolazione residente nei Comuni montani al 1998

 
TAV. 1.3.2 - Incidenza percentuale della superficie territori ale dei Comuni montani


TAV. 1.3.3 - Incidenza percentuale della popolazione residente in Comuni svantaggiati di montagna al 1998

 
TAV. 1.3.4 - Incidenza percentuale della superficie territoriale dei Comuni svantaggiati di montagna

 
TAV. 1.3.5 - Incidenza percentuale della superficie dei Comuni con oltre l' 80% del territorio al di sopra di 600 metri s.l.m.

 

 

2.    IL MODELLO ORGANIZZATIVO

 

2.1. L'ARTICOLAZIONE DEL TESSUTO COMUNALE


Se si punta lo sguardo sull'organizzazione istituzionale delle province italiane, la diversificazione dell'assetto comunale è almeno pari alla varietà dei sistemi urbani. I confini amministrativi comunali sono condizionati da elementi geo-fisici e storici, che rendono tale dato relativamente persistente in un arco temporale assai vasto. Si va dai 315 comuni della provincia di Torino ai 6 di Trieste, da una dimensione media di 160 Kmq per i 28 comuni della provincia di Grosseto ai meno di 8 Kmq per i 163 comuni della provincia di Como (cfr. tav. 2.1.10), dai 41.500 residenti in media nei comuni triestini ai 1.621 abitanti che conta ciascuno dei 74 comuni valdostani ( cfr. tav. 2.1.9). L'indagine nei confronti dell'articolazione comunale si è orientata su tre livelli demografici - 1.000, 5 mila e 15 mila abitanti - rilevando sia la numerosità dei comuni nell'ambito di ciascuna provincia, sia la popolazione degli stessi ( cfr. tavv. da 2.1.1 a 2.1.6). Se si assume la soglia dei 5 mila abitanti come indicatore della dimensione necessaria ad assicurare un buon livello di servizi, si evidenzia la quota di paese con un robusto tessuto comunale, identificata nell'area tosco-emiliana (in particolare Prato, Pistoia, Firenze, Modena, Ravenna che presentano oltre il 55% dei comuni con più di 5 mila abitanti, con una popolazione in essi residente pari a oltre il 90% del totale provinciale), il Veneto orientale (Venezia, Treviso), Latina, l'importante area pugliese (Brindisi, Bari, Taranto e Lecce) e la Sicilia. Se l'analisi si sofferma sulla popolazione vengono invece fuori le metropoli (Napoli, Roma e Milano) che praticamente monopolizzano la quota dell'intera provincia. Speculare è la situazione di "polverizzazione" amministrativa e demografica, che trova i suoi estremi nell'arco alpino, nel nord-ovest, lungo la dorsale appenninica e in Sardegna (specialmente Oristano). Asti, Vercelli, Alessandria, Imperia, Aosta, Verbania, Rieti, Cuneo, Trento guidano la classifica, avendo più della metà dei comuni con meno di mille abitanti (cfr. tav. 2.1.2). Oltre la soglia dei 15 mila residenti l'armatura urbana persiste unicamente in Puglia, nell'area tosco-emiliana e nella Sicilia meridionale (cfr. tavv. 2.1.5 e 2.1.6). Una nota particolare merita l'individuazione, operata da queste analisi, dei "Piccoli comuni", per la cui definizione si sono incrociati elementi di carattere demografico con dati relativi alla dispersione territoriale e a fattori economici e produttivi. L'immagine così ricostruita (cfr. tavv. 2.1.7 e 2.1.8), se raffrontata con la geografia che si limita al dato popolazione - e in particolare alla popolazione di comuni con meno di mille residenti -, mette in risalto la preponderanza del sud, lungo la dorsale appenninica (Isernia, Benevento, Campobasso, Avellino, Potenza), e della Sardegna (Nuoro, Oristano): tenendo conto delle componenti del reddito si evidenzia il fenomeno dei comuni meridionali "piccoli perché poveri", rispetto a quelli semplicemente "piccoli perché piccoli" che si collocano prevalentemente, anche se non unicamente, al nord.



2.1 L' ARTICOLAZIONE DEL TESSUTO COMUNALE

 

TAV. 2.1.1 - Incidenza percentuale della popolazione dei Comuni con meno di 1.000 residenti al 1998


TAV. 2.1.2 - Incidenza percentuale dei Comuni con popolazione inferiore ai 1.000 residenti al 1998

 
TAV. 2.1.3 - Incidenza percentuale della popolazione dei Comuni con oltre 5.000 residenti al 1998

 
TAV. 2.1.4 - Incidenza percentuale dei Comuni con popolazione superiore ai 5.000 residenti al 1998


TAV. 2.1.5 - Incidenza percentuale della popolazione dei Comuni con oltre 15.000 residenti al 1998


TAV. 2.1.6 - Incidenza percentuale dei Comuni con popolazione superiore ai 15.000 residenti al 1998


TAV. 2.1.7 - Incidenza percentuale della popolazione residente nei "Piccoli Comuni" al 1998

 
TAV. 2.1.8 - Incidenza percentuale dei "Piccoli Comuni" al 1998

 
TAV. 2.1.9 - Dimensione demografica media dei Comuni al 1998

 
TAV. 2.1.10 - Dimensione territoriale media dei Comuni

 

 

2.2. I SOGGETTI SOVRACOMUNALI


L'altra faccia della medaglia, rispetto alla frammentazione comunale che nel complesso prevale sulle articolazioni storicamente più solide, è rappresentata dalla cooperazione interistituzionale, ovvero da quegli organismi ai quali, sia da parte dei soggetti del governo locale, sia da parte di norme nazionali e regionali, è affidato lo svolgimento di attività di rilievo sovracomunale. La presenza, il peso, le funzioni di queste strutture sono estremamente difficili da valutare per la mancanza di indagini a livello nazionale. Si può in ogni caso affermare che - salvo rare eccezioni - livelli intermedi di governo, interposti fra province e comuni, spesso limitati a ruoli settoriali, costituiscono una presenza consolidata. Per la mancanza di elementi che consentissero di offrire un'analisi d'assieme, si è scelto il soggetto rappresentato dalle Comunità Montane, il cui ruolo è stato ridefinito dalla L. 142/90 e dalla successiva normazione regionale (in alcuni casi in modo drastico, come in Sicilia, dove sono state soppresse). La presenza delle Comunità Montane è comunque diffusa e, a parte la già citata Sicilia, ne sono prive solo le province padane e il sud della Puglia (cfr. tav. 2.2.1). Quanto alla numerosità, si va dalle 13 Comunità Montane di Torino, alle 12 di Salerno, alle 11 di Cosenza e Trento, alle 9 di Cuneo, Belluno e Potenza, alle 9 della pur piccola Verbania. I dati sulla percentuale di comuni e di popolazione residente in Comunità Montana ( cfr. tavv. 2.2.2 e 2.2.3) presentano forti analogie, con ai primi posti l'arco alpino (Aosta, Sondrio, Bolzano, Trento, Belluno), l'Appennino centrale (L'Aquila, Isernia, Perugia) e meridionale (Potenza, Cosenza) oltre a Nuoro. Una discrasia fra numerosità dei comuni in Comunità Montane (45,4%) e popolazione negli stessi residente (10,6%) vale per la già segnalata Torino: Infine, si è voluta sottolineare la rilevanza - in termini di popolazione - della singola provincia rispetto alla regione di appartenenza (cfr. tav. 2.2.4). A parte il caso di "scuola" di Aosta (dove le due entità si identificano), fra le metropoli solo Roma (72,5%), Genova, Napoli e Torino raccolgono oltre il 50% della popolazione regionale, mentre emergono presenze significative in realtà medie, dove gioca l'esiguità della dimensione regionale: Perugia, Campobasso, Potenza. Trento e Bolzano si dividono praticamente a metà la popolazione di una regione bilingue.

 

2.2 I SOGGETTI SOVRACOMUNALI


TAV. 2.2.1 - Numero di Comunità Montane per Provincia

 
TAV. 2.2.2 - Incidenza percentuale dei Comuni appartenenti a Comunità Montane


TAV. 2.2.3 - Incidenza percentuale della popolazione al 1998 dei Comuni appartenenti a Comunità Montane


TAV. 2.2.4 - Incidenza percentuale della popolazione provinciale sul totale regionale al 1998

 

 

 

3.    IL MODELLO SOCIO-ECONOMICO

 

3.1. LA DISTRIBUZIONE DEL REDDITO


L'esame della ripartizione del reddito pro capite, vagliata attraverso la geografia comunale e provinciale, consente di costruire mappe della "povertà" (cfr. tavv. da 3.1.1 a 3.1.4) e della "ricchezza" (cfr. tavv. da 3.1.5 a 3.1.8) particolarmente interessanti e ricche di informazioni. Se viene confermata la disparità nord-sud che divide il paese, emergono anche le realtà "povere", seppure demograficamente ridotte, dell'intero arco alpino. Una netta linea di demarcazione attraversa l'Italia centrale sull'asse Pescara-Viterbo.A sud di tale divisione sono un'eccezione le province (come Messina, Siracusa e Ragusa) che abbiano meno del 90% dei comuni con un P.I.L. pro capite inferiore alla media europea. Se l'analisi considera la soglia del 75% del P.I.L. pro capite europeo, la frattura è altrettanto netta: a nord di Terni, solo Massa-Carrara ha tre quarti dei comuni al di sotto di quella soglia, mentre l'intera Calabria, la Basilicata, la Sicilia orientale presentano ben 9 comuni su 10 con redditi pro capite inferiori al 75% della media UE. Le mappe della "ricchezza", al contrario, sottolineano l'area centrale padana (Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma, Mantova), ma anche Aosta, le aree toscane e il nord-est, seppure in misura minore.
La disparità di distribuzione del reddito si manifesta invece senza significative correlazioni con la latitudine, bensì con le caratteristiche morfologiche del territorio. Il rapporto fra il P.I.L. medio dei dieci comuni più ricchi e dei dieci comuni più poveri della medesima provincia (cfr. tav. 3.1.9), dà un indice di squilibrio che vede primeggiare, al nord, Torino (valore 26,87), Trento, Alessandria, Biella, Milano - ovvero aree con un significativo territorio montano -, e al sud, Cagliari, Cosenza, Potenza, Avellino. Equilibrata invece la distribuzione del reddito fra le comunità provinciali di Rovigo, Modena, Agrigento, Arezzo, Matera, Reggio Emilia, Perugia, Ancona, Venezia, Terni, Verona, province dove indipendentemente dal livello assoluto di ricchezza - che è assai vario - vi è un assetto socio-economico e territoriale più omogeneo. Sfuggono a questo rilievo ben 19 province che non avendo più di 30 comuni non offrono raffronti significativi. Una interessante conferma "istituzionale" alla misura dei differenziali di sviluppo presenti nelle diverse province, viene dalla geografia delle aree di intervento dei Fondi strutturali europei (cfr. tav. 3.1.10). Tra le aree di maggiore concentrazione degli interventi, oltre alle province meridionali integralmente ricomprese nell'obiettivo 1, relativo alle regioni in ritardo di sviluppo, compaiono anche numerose province del centro-nord (Latina, Perugia, Terni, Grosseto, Livorno, Pisa, Prato, Massa-Carrara, La Spezia, Torino, Aosta, Verbania, Belluno, Rovigo, Gorizia) dove sono significativamente presenti problemi di declino industriale (obiettivo 2) o di sviluppo rurale (obiettivo 5b).

 

3.1 LA DISTRIBUZIONE DEL REDDITO


TAV. 3.1.1 - Incidenza percentuale della popolazione dei Comuni con P.I.L. pro capite inferiore al 75% della media U.E

 
TAV. 3.1.2 - Incidenza percentuale dei Comuni con P.I.L. pro capite inferiore al 75% della media U.E


TAV. 3.1.3 - Incidenza percentuale della popolazione residente dei Comuni con P.I.L. pro capite inferiore alla media U.E.

 
TAV. 3.1.4 - Incidenza percentuale dei Comuni con P.I.L. pro capite inferiore alla media U.E.

 
TAV. 3.1.5 - Incidenza percentuale della popolazione dei Comuni con P.I.L. pro capite superiore del 50% alla media U.E.

 
TAV. 3.1.6 - Incidenza percentuale dei Comuni con P.I.L. pro capite superiore del 50% alla media U.E.


TAV. 3.1.7 - Incidenza percentuale della popolazione dei Comuni con P.I.L. pro-capite superiore del 100% alla media U.E.

 
TAV. 3.1.8 - Incidenza percentuale dei Comuni con P.I.L. pro capite superiore del 100% alla media U.E.


TAV. 3.1.9 - Rapporto tra il prodotto interno lordo pro capite dei primi e degli ultimi 10 Comuni (solo Province con oltre 30 Comuni)

 

TAV. 3.1.10 - Peso demografico dei comuni interessati agli obiettivi comunitari (fase 1994-99)

 

 

3.2. LE SPECIALIZZAZIONI PRODUTTIVE


La distribuzione del reddito non è l'unico elemento di varietà nel panorama sociale delle province italiane. L'analisi delle specializzazioni produttive evidenzia le caratteristiche basilari di ogni area. Per il settore primario si mette in luce la differenza fra la vocazione agricola dell'area e la sua caratteristica di ruralità (come definita al par. 1.2), due elementi ben lungi dal coincidere. La specializzazione agricola ( cfr. tav. 3.2.1) tocca aree con livelli diversi di reddito (Rovigo, Ferrara, Forlì-Cesena, Brindisi, Ragusa, Crotone, Foggia, Benevento, Siracusa, Enna, Agrigento), ma tutte quelle caratterizzate dal "coinvolgimento" nel settore primario di comuni con oltre il 95% della popolazione provinciale. Pure facilmente identificabili sono i distretti manifatturieri, qui presentati secondo la complessa definizione che ne da il decreto di attuazione della legge 317/91 che chiama in causa il rilievo della presenza industriale, la presenza di specializzazioni produttive ed il prevalere della piccola e media impresa, nel tentativo di ricostruire - anche per via statistica - quella fitta trama di relazioni informali tra economia, società e territorio che ha costituito una
caratteristica peculiare del modello di sviluppo industriale italiano negli ultimi decenni. La geografia dei comuni che presentano caratteristiche da distretto, taglia a metà il paese lungo una diagonale che collega idealmente la valle dell'Arno (Pisa-Firenze) e quella del Tevere (Perugia) alla valle del Tronto (Ascoli P.-Teramo), e che separa le aree del centro-nord, dove il fenomeno è dominante, da quelle meridionali dove esso è praticamente assente (cfr. tav. 3.2.2). Tuttavia le aree in cui il modello del distretto è non solo territorialmente diffuso ma anche prevalente nel paesaggio sociale, è territorialmente più ristretto: Prato, Biella, Macerata, Lecco, Como, Brescia, Varese, Vicenza, Treviso, Modena e Pistoia costituiscono un ristretto club di province nelle quali i distretti manifatturieri ospitano oltre un terzo della popolazione residente ( cfr. tav. 3.2.3). Se poi si vuole misurare il peso economico dei distretti manifatturieri in base al grado di concentrazione che al loro interno mostra la occupazione industriale ( cfr. tav. 3.2.4), ci si accorge non solo che il peso produttivo dei distretti è sempre largamente superiore al loro peso demografico, ma anche che essi rappresentano una manifestazione non del tutto trascurabile della (modesta) presenza industriale nel Mezzogiorno: le Province di Avellino, Lecce e soprattutto Bari, presentano infatti concentrazioni produttive in aree di piccola e media impresa specializzata, tutt'altro che trascurabili anche in valore assoluto. Una citazione particolare merita in questo contesto la Provincia di Prato, dove il ristretto territorio provinciale in pratica coincide con il distretto industriale. E' la stessa Prato, però, a segnalarsi fra le aree "a declino industriale" (cfr. tav. 3.2.5), con l'80% della popolazione coinvolta, seguita a grande distanza dalle province di Varese, Gorizia, Vercelli, Verbania, Pavia, Biella, Pistoia, Livorno, tutte sopra il 10%. Le province dove la caratterizzazione turistica è più marcata (cfr. tav. 3.2.6) appaiono innanzitutto quelle del litorale romagnolo (Rimini, Ravenna), dell'arco alpino (Bolzano e Aosta, ma anche Belluno, Sondrio, Verbania), indi il litorale ligure (Savona, Imperia) e adriatico (Gorizia, Teramo). Di rilievo la specializzazione turistica delle zone termali (Pistoia, Parma, Padova, Siena), mentre fra le grandi capitali del turismo italiano solo Venezia si avvicina alle prima posizioni. L'incidenza del terziario avanzato ( cfr. tav. 3.2.7) è un dato di assoluto rilievo a Trieste, Roma, Genova e Rimini, spesso per effetto della presenza di poli di ricerca scientifica. Seguono a ruota le metropoli, mentre il sud denuncia ancora una volta il suo distacco: delle 37 province che non contano comuni aventi le caratteristiche selezionate, quasi tutte - con le eccezioni di Verbania, Prato, Imperia, Gorizia, Massa-Carrara, Livorno - fanno parte dell'Italia centro-meridionale e insulare. Infine, relativamente alla presenza di poli di formazione universitari (cfr. tav. 3.2.8), si evidenziano sedi dove la formazione superiore rappresenta una componente specializzata, che influisce sull'assetto economico e sociale dell'area: Padova, Pisa, Trieste, Pavia, Perugia, Messina, Parma e in misura minore L'Aquila, Cosenza, Siena, Ferrara e Salerno. La "geografia" della cultura accademica "ufficiale" non corrisponde quasi in nulla alla mappa del terziario avanzato precedentemente tracciata. Al sud, in particolare, dove la discrasia è più evidente, le università appaiono sganciate dai settori di produzione e ricerca che dovrebbero esserne il naturale sbocco.

3.2 LE SPECIALIZZAZIONI PRODUTTIVE

 

TAV. 3.2.1 - Percentuale di popolazione residente nei Comuni con incidenza del V.A. agricolo sul V.A. totale ai prezzi di mercato superiore alla media UE

 
TAV. 3.2.2 - Incidenza percentuale dei comuni aventi le caratteristiche da "distretto industriale" ai sensi della L. 317/91

 
TAV. 3.2.3 - Peso demografico dei comuni aventi caratteristiche da "distretto industriale" ai sensi della L. 317/91

 
TAV. 3.2.4 - Incidenza percentuale degli addetti all'industria manifatturiera nei comuni aventi caratteristiche da "distretto industriale" ai sensi della L. 317/91

 
TAV. 3.2.5 - Incidenza percentuale della popolazione dei Comuni in "declino" industriale


TAV. 3.2.6 - Percentuale di popolazione nei Comuni con oltre 100 addetti al turismo e con oltre 5 occupati nello stesso settore per 100 residenti


TAV. 3.2.7 - Percentuale popolazione nei Comuni con oltre 500 addetti al terziario avanzato e con oltre 3,5 addetti in questo settore per 100 residenti


TAV. 3.2.8 - Corsi di laurea universitari per Provincia

 

4. LE CONDIZIONI FISICO AMBIENTALI


Sono ancora troppo carenti le statistiche relative ai dati ambientali per consentire una valutazione se non esaustiva almeno soddisfacente del patrimonio naturale e paesistico delle province italiane. Per un primo approccio a queste tematiche si è scelta la strada di una tripartizione classica, volta a individuare gli ambienti alto montani, le pianure fertili e le aree costiere. A questo approccio squisitamente descrittivo abbiamo voluto aggiungere qualche preliminare considerazione sulla geografia delle politiche di conservazione e valorizzazione ambientale, a partire dai Parchi Nazionali e Regionali oggi presenti ed attivi. Per la montagna - assumendo la discriminante dei 1.600 metri di altitudine per le zone alpine e dei 1.200 per quelle appenniniche (cfr. tavv. 4.1 e 4.2) si evidenzia la grande rilevanza del fattore orografico per 17 province, che presentano una superficie con tali caratteristiche superiore al 10% dell'intero loro territorio. Per 7 di esse (sulle Alpi Aosta, Sondrio, Bolzano, Trento, Verbania, Belluno, e sugli Appennini L'Aquila), il fattore montagna appare determinante, con oltre un terzo del territorio (ma Aosta giunge ai tre quarti), in area montana. Se l'attenzione si rivolge alle pendenze, la graduatoria è sostanzialmente confermata con l'aggiunta di Lecco e Como (cfr. tav. 4.3), mentre la relativa minore asperità appenninica fa arretrare nella classifica le aree montane centro-meridionali. Per quanto attiene la pianura, 10 province presentano il 90% del territorio con pendenze inferiori al 10% ( cfr. tav. 4.4). Sono le province padane (Ferrara, Venezia, Cremona, Mantova, Rovigo, Padova), ma anche lombarde (Lodi, Milano) e pugliesi (Lecce, Taranto, Bari). La rilevanza delle aree costiere è manifesta nella penisola italiana: 56 province ne sono interessate, 25 presentano comuni bagnati dal mare nei quali risiede oltre la metà della popolazione provinciale (cfr.