USCITA DI EMERGENZA

Mi sono chiesto tante volte cos’è la libertà, questa condizione di grazia che rincorriamo e quasi mai raggiungiamo. Mi sono chiesto se esistono davvero uomini liberi.

Osservo l’intorno, le strade dove i ragazzi stazionano perché non sanno cosa fare: per molti il tempo è una comoda convenzione, una tabella di marcia da espletare ed ogni sur-plus di tempo è da riempire in qualche modo, e la strada diventa il prosieguo per dare un contenuto al proprio essere. Per non parlare degli altri ragazzi, quelli che ancora non sono uomini, e che non si riconoscono nei più grandi, per i quali in strada c’è la scoperta del contesto di forza, dove il legame cresce e si rafforza nella trasgressione e….. autoghettizzazione.

Osservo ancora più in là, e vedo gli adulti tutti in corsa, tutti presi e affannati dalle mete da afferrare, dai rimpianti che premono alle porte, dai rimorsi che sono zittiti dal benessere da agguantare a tutti i costi.

E osservando ancora a questi giorni, alle masse in piazza, ai giovani ed ai meno giovani in cammino, agli slogans e agli ordini impartiti, alle grida di gioia, alle urla di dolore, ai morti ed ai feriti, ai giusti ed agli ingiusti, mi chiedo dove sta la libertà degli uomini liberi, liberi di governare e di decidere per tutti.

Degli uomini liberi di non condividere né accettare deleghe in bianco, dove sta la libertà di dissentire, di sottrarsi dall’effetto di mille politiche confutate o che potranno esserlo in futuro.

Dalla mia cella, dalla mia testa ignorante, osservo senza il peso di una bandiera, da reietto, da colpevole e detenuto, osservo e rifletto sulle libertà che non hanno colore nè facili entusiasmi, le libertà che sono di tutti, e conoscono la paura, e non mi rimane resto nelle tasche, solo somme da pagare.

Libertà di manifestare, libertà di protestare, libertà di non accettare, libertà di parola, libertà di prenderle e di darle, libertà di morire in nome dei più alti ideali, eppure in loro nome sono state commesse le nefandezze più inenarrabili.

Questa non è la trama di un film già visto altre volte, come qualcuno si ostina a raccontare.

E’ un film nuovo di zecca, dell’era digitale, e sebbene nulla del passato potrà mai ritornare, qui non c’è la possibilità di gridare: "ehi regista fammi uscire dalla trama del film, mi sono stancato. voglio ritornarmene a casa".

Con la mente ripercorro uno sceneggiato di tanti anni addietro, dove utopie e romanticismi sociali, sconvolsero drammaticamente il paese, finchè si perse il conto dei morti e dei feriti.

Quella fu una degenerazione sociale fisiologica al sistema di allora, il 68 reclamava il giusto cambiamento, ma pochi uomini condussero alla eliminazione non solo di tante persone, ma addirittura di una intera generazione.

Oggi lo scenario investe una libertà che non è quella invocata ieri, perché coinvolge confini, terre, mondi, uomini e politiche; non ci sono più quegli slogans né quei compartimenti stagni.

Non ci si ammazza più per concetti quali: colpire al cuore dello stato, o per fronteggiare gli strumenti di annichilimento statuali.

In questo presente ciò che più colpisce è il canto di gioia che si innalza nelle marce, nei raduni, parole come "solidarietà, amore, giustizia, debito dei paesi più poveri, ambiente, organismi geneticamente modificati".

Parole che non sono slogans, né bollettini o comunicati di alcuna nuova e scellerata brigata, né frutto di qualche eredità inconsapevole.

Parole e stili di vita che di per sé, sono, o dovrebbero essere, diga insormontabile per qualunque ritorno al passato, che non posseggono propri colori e brevetti, ma sono comportamenti alti di tutti e per tutti, per te, per me, fino al Papa.

Genova ha comunque insegnato qualcosa a ognuno di noi. Le botte fanno male, ma passano, mentre i segni che non si vedono lasciano tracce indelebili. So per certo che alla violenza non è possibile guarire con altra violenza.

Tanti uomini grandi per autorevolezza hanno ribadito di non cadere nella trappola della violenza, di non riesumare pagine di un libro ingiallito dal tempo.

Io so per esperienza che non è un’arma a fare di un uomo un rivoluzionario, so che una pistola fa di un uomo un futuro assassino, e quando questo accade, non ci sono giustificazioni né attenuanti: c’è il baratro, da cui risalire è assai difficile.

Non faccio parte di alcun movimento per la pace, ma comprendo che essa rappresenta il mondo umano senza bisogno di tessere o bandiere, è una canzone che ha note di evidenza reale che appartengono a tutti, potenti e non.

Non è con il bastone, con le bottiglie incendiarie, o peggio con il fucile, che le richieste di giustizia, di solidarietà, di democrazia possono transitare da una istanza politica a una scelta morale, ma con la fede della ragione, della mia, della tua, dell’altro: questo può avvicinare a un’idea di imparzialità e giustizia.

Vincenzo Andraous
Carcere di Pavia
Tutor Casa del Giovane di Pavia

Agosto 2001


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