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dialogo interculturale:
il ponte

…" Imparare a conoscere la
lingua, la storia, la cultura, le abitudini, i pregiudizi e stereotipi,
le paure delle diverse
comunità’ conviventi e’ un passo essenziale nel rapporto interetnico..."
alex langer
IL
PONTE indica la relazione quale struttura esistenziale
fondamentale
IL
PONTE si attraversa nei due sensi : è
simbolo di reciprocità.
IL
PONTE è necessario per superare i solchi,
le fratture che separano i popoli e i luoghi prossimi
IL
PONTE indica il superamento degli ostacoli
naturali , il suo attraversamento apre alla novità dell’altro.
IL
PONTE mette in comunicazione due realtà ,
agevola il superamento della diffidenza o delle lacerazioni
pregiudiziali ,
assegna
alle realtà messe in dialogo pari dignità.
nadia
scardeoni
Materiali da
http://helios.unive.it/
Introduzione alla
comunicazione interculturale
1.1 Comunicare: “scambiare messaggi vincenti”
Esistono molte definizioni di
“comunicazione” a seconda del punto da cui si osserva il fenomeno:
quelle del linguista e del semiologo non sono certo le stesse del
sociologo, dello studioso di comunicazione aziendale o del massmediologo.
Per i nostri fini abbiamo optato per una definizione estremamente
semplice e l’abbiamo posta nel titoletto del paragrafo. Le quattro
parole scelte per il titolo sono fondamentali, come in ogni definizione,
e quindi mette conto discuterle in dettaglio.
Comunicare
Questo verbo descrive l’atto volontario, programmato,
consapevole di scambiare messaggi per perseguire il proprio fine.
La comunicazione non va confusa con l’informazione, che di
solito è involontaria ed è costituita da “sintomi” e “segnali” (un tuono
è un sintomo che ci informa dell’arrivo di un temporale; l’arrossire o
il sudore sono segnali che informano il nostro interlocutore del nostro
stato d’animo). Sintomi e segnali non sono volontari e intenzionali,
mentre lo sono i segni di cui si sostanzia la comunicazione, tant’è vero
che per i propri fini (cioè per scambiare messaggi vincenti) una persona
può anche mentire, cioè inviare segni falsi, mentre non si può
falsificare l’informazione.
Scambiare
Comunicare non significa “inviare dei segni
monodirezionali”, compiere degli atti comunicativi in solitudine:
secondo la saggezza popolare, infatti, parlare da soli è un segno di
follia.
La maggior parte della comunicazione è dialogica, ma anche
quando è monologica, come in una conferenza, il conferenziere che sa
comunicare tiene molto in considerazione il feedback dato dal sorriso
degli ascoltatori, dalla loro postura, dal fatto che continuino o
smettano di prendere appunti, e così via. Ed il saggista che sa scrivere
si pone il problema della chiarezza concettuale ed espositiva che
facilita il compito del lettore, della necessità di definire i termini
che forse il lettore non conosce, e così via: il lettore, per quanto
implicito, è ben presente nella mente di chi sa comunicare per iscritto.
Messaggi
Non ci si scambia solo parole: ciò che viene scambiato
tra i partecipanti ad un evento comunicativo è un messaggio, cioè una
struttura complessa composta di lingua verbale e di linguaggi non
verbali: gesti, grafici, icone, oggetti, indicatori di ruoli sociali,
layout grafico, ecc.
Il messaggio orale viene creato in maniera cooperativa per
cui i vari interlocutori collaborano alla sua creazione, negoziano
significati e linguaggi per giungere ad un messaggio conclusivo
accettato da tutti (anche nel caso di una lite ci sono elementi
accettati da tutti i litiganti: il fatto di essere in disaccordo, la
possibilità di andare sopra le righe, l’estremizzazione delle posizioni,
il rischio di una conclusione traumatica dell’evento comunicativo,
ecc.), mentre nel messaggio scritto ¾ tranne in scritture interattive
come, ad esempio, quella consentita dalle chat lines di Internet o dalla
posta elettronica ¾ questa negoziazione non è possibile.
Vincenti
Si comunica per raggiungere effetti pragmatici ben
precisi; nella comunicazione aziendale, “vincere” significa far
prevalere il proprio punto di vista sull’organizzazione dell’azienda,
sulle priorità strategiche, sui metodi di progettazione e produzione,
sulle prospettive di commercializzazione, sui prezzi da spuntare, e così
via. In quella accademica si comunica per veder accettato ed apprezzato
il proprio impianto concettuale e metodologico di ricerca e per
ottenere, dove possibile, un sostegno economico oltre che scientifico.
Nelle istituzioni internazionali si comunica per far prevalere la
visione “politica” in senso lato del proprio paese, della NATO, dell’ONU
o di qualunque altro ente di cui si sia espressione.
Nella comunicazione (apparentemente) monodirezionale il
conferenziere o lo scrittore lottano per vincere la noia o le
distrazioni degli ascoltatori e dei lettori; vinta questa prima
battaglia, la loro vittoria definitiva si realizza quando l’ascoltatore
o il lettore accettano, data la forza del messaggio, di modificare le
proprie idee, di ridisegnare l’architettura della propria conoscenza
[1].
Comunicazione vs Espressione
Abbiamo già visto sopra la contrapposizione tra
comunicazione intenzionale e informazione non intenzionale; è necessario
sgombrare il campo anche da un’altra contrapposizione che può risultare
ambigua: quella tra comunicazione ed espressione.
Si tratta di una dicotomia fortemente difesa dagli idealisti,
almeno fino a Croce, e abbandonata dagli anni Cinquanta in poi ritenendo
che anche l’uso espressivo della lingua sia in realtà una forma di
comunicazione.
Oggi si tende a riproporre la dicotomia: la differenza tra le
due nozioni sta nel fatto che nella “comunicazione” l’atto di discorso,
cioè la decisione di creare un messaggio, prevede un destinatario
intenzionalmente individuato ed avviene per uno scopo sociale, mentre
nella “espressione” non si parla o scrive a qualcuno per produrre un
risultato pragmatico, ma il tutto si esaurisce nell’atto stesso di
produrre il testo (o il quadro, la canzone, ecc.,): una lettera sulla
propria depressione è “comunicazione”, una poesia sulla stessa
depressione è “espressione”.
1.2 Situazione comunicativa, evento comunicativo
La comunicazione non si realizza se
non in “eventi” che hanno luogo in un “contesto situazionale”. Si
tratta di concetti da chiarire, perché proprio in alcuni dei loro
fattori si hanno delle variabili che risultano fonti di incidenti nella
comunicazione interculturale.
Secondo le prime definizioni, da Malinowsky a Fishman, la
“situazione comunicativa” veniva definita da quattro variabili:
a. luogo: Fishman parlava genericamente di
“luogo”, ma l’etnometodologia della comunicazione ha scisso il “luogo”
in due, il setting fisico e la scena culturale (Hymes 1972); la
caratteristica qualificante della comunicazione interculturale è quella
di avvenire tra persone che vengono da scene diverse e che,
indipendentemente dal setting fisico in cui si trovano, conservano le
regole e i valori del luogo culturale da cui provengono;
b. tempo: il tempo pare una costante, ma in realtà è una
variabile culturale e crea significativi problemi di comunicazione
interculturale, tant’è che dedicheremo a questo tema il paragrafo 2.1;
c. argomento: si tratta di un fattore di rischio perché gli
interlocutori, convinti l’argomento di cui stanno parlando sia
condiviso, possono dimenticare che i valori che sottostanno a tale
argomento di cui parlano non sono sempre condivisi nelle varie culture (cfr.
6.1);
d. ruolo dei partecipanti: è un altro elemento di grave
difficoltà: in ogni cultura lo status sociale viene attribuito e
mantenuto secondo valori e regole proprie, spesso fortemente distanti,
se non contrastanti, tra culture e culture. Nel prossimo capitolo tre
paragrafi (2.2, 2.3 e 2.4) sono dedicati a questo aspetto.
Dagli anni Settanta in poi la ricerca
sociolinguistica, quella pragmatica e quella di etnometodologia della
comunicazione hanno aggiunto altri fattori da tenere in considerazione
nel momento in cui si vuole analizzare un “evento comunicativo”.
Oltre agli elementi della situazione (elencati ai punti a, b,
c, d), un evento include:
e. un testo linguistico e...
f. ...dei messaggi extralinguistici: nella comunicazione
interculturale, che è di solito condotta in inglese (o, meglio, nel bad
English internazionale), le norme linguistiche sono abbastanza
condivise e proprio sulla lingua si focalizzano l’attenzione e lo sforzo
di chi parla: cercare il lessico appropriato, evitare errori grossolani,
ecc.; invece le norme dei linguaggi non verbali non vengono prese in
considerazione, quasi che i gesti, la mimica facciale, le distanze
interpersonali, ecc., fossero dei concetti universali. Proprio a queste
norme è legato uno dei principali problemi della comunicazione
interculturale e quindi verranno dedicati loro due capitoli;
g. degli scopi dichiarati e non che i partecipanti
perseguono: i messaggi sono vincenti nella misura in cui questi scopi
pragmatici sono raggiunti; le varie culture regolano in maniera diversa
il modo in cui si possono rendere espliciti certi scopi - e si tratta di
regole che coinvolgono valori fortemente marcati (cfr. capitolo 2) come
la gerarchia, lo status, il rapporto uomo-donna: il modo di velare o
enfatizzare gli scopi cambia da cultura a cultura – e anche all’interno
della stessa cultura, della stessa famiglia, si è notato ad esempio come
spesso uomo e donna si dicano You Just Don’t Understand Me (è il
titolo di Tannen 1990) a causa del modo femminile di velare i propri
scopi e i desideri, contrapposto al modo proprio dell’uomo che li mette
in luce;
h. degli atteggiamenti psicologici (o “chiavi”, come le
chiama Hymes 1972) che i partecipanti hanno nei confronti degli
interlocutori, della sua cultura, della sua azienda, istituzione o
università: sarcasmo, ironia, rispetto, ammirazione, diffidenza, ecc.,
emergono nel testo linguistico e soprattutto nei linguaggi non verbali,
per cui informano l’interlocutore su atteggiamenti che certo non
si vorrebbero comunicare (cfr. 1.1).
Spesso su questo piano possono sorgere fraintendimenti: la sensazione di
imbarazzo e di difficoltà di un asiatico si esprime, come indicatore di
“chiave”, con un sorriso, che l’occidentale prende come indicatore di
una chiave diversa, positiva, disponibile e rilassata;
i. la grammatica contestuale (basilare per l’analisi del
discorso interculturale secondo Scollon-Scollon, 1995) include, oltre a
molti dei parametri di Fishman e Hymes, anche il concetto di sequenza
prevista per un dato evento, che in alcune culture può essere
ritualizzata o abbastanza rigida e prevedibile, mentre in altre porta ad
avere una maggiore flessibilità: ne consegue che chi viene da una
cultura del primo tipo ha la sensazione di trovarsi nelle sabbie mobili,
nell’incapacità di gestire l’evento comunicativo.
Alcuni eventi possono essere
brevissimi (il grido "aiuto" di chi sta annegando, seguito dal tuffo del
bagnino), altri possono richiedere anche mesi, come alcune operazioni
commerciali (dalla visita alla fiera alla ricevuta di pagamento,
passando attraverso preventivi, ordinativi, fatture pro-forma e reali,
lettere di addebito e accredito, eventuali reclami, giustificazioni,
ecc.): maggiore è la durata dell’evento, più probabile è lo scontro
deliberato o l’errore involontario sul piano culturale.
Ci sono poi degli eventi particolarmente ritualizzati (una
cena formale, una conferenza, una riunione di un consiglio
d’amministrazione, una presentazione, ecc.) che ogni cultura gestisce
secondo regole proprie, la cui mancata conoscenza porta a situazioni
spiacevoli in cui la comunicazione viene fortemente appesantita e, in
alcuni casi, diviene impossibile. Dedicheremo il capitolo 6 ad alcuni di
tali eventi.
1.3 Posizioni “up” e “down” e rischio di
“escalation”
Con una metafora, la comunicazione
può essere definita come una partita a scacchi. E’ una situazione in cui
ogni giocatore si propone di vincere. Per tal fine egli dispone di una
serie di strumenti (la lingua e i linguaggi non verbali) e può
eseguire delle mosse.
Come in una partita, ogni giocatore cerca di trovarsi in una
posizione che le teorie sistemiche della comunicazione (Bateson 1972)
definiscono Posizione up e cerca di tenere l’avversario-interlocutore-collaboratore
in Posizione down: tenta cioè di non lasciargli l’iniziativa sul
modo in cui gestire l’evento comunicativo, la partita, cerca di impedire
che sia l’altro ad avere la scelta delle strategie, degli argomenti, e
così via (un’applicazione della teoria sistemica della comunicazione
alla vita aziendale è in Schmidt 1990). Se gli interlocutori sanno
comunicare, cioè condividono e rispettano le regole del gioco, la
partita giunge a conclusione normalmente; se invece le regole sono mal
conosciute o applicate si può arrivare ad un’escalation in cui
entrambi vogliono essere up: la comunicazione abortisce o si
giunge alla lite incontrollata
Questa normale dialettica tra posizioni up e down
può essere fortemente turbata dalle differenze culturali. Una mossa
permessa in una cultura (interrompere, ad esempio) può essere vietata in
altre; l’uso di strumenti quali il tono di voce o il modo di gesticolare
che sono normali in una data cultura può essere vissuto come aggressivo
o invadente in altre culture, producendo così messaggi non condivisi:
l’italiano che interrompe, alza la voce e gesticola può irritare un
interlocutore scandinavo che interpreta queste forme come attacchi e
reagisce di conseguenza. Ma l’italiano non voleva attaccare e quindi si
sorprende della reazione dello svedese, si sente aggredito e a sua
volta, reagisce alzando il tono di voce, e così si innesca una reazione
a catena che rallenta o blocca lo scambio comunicativo per un po’ - o
addirittura lo porta ad esito infelice, per cui nessuno dei due può
raggiungere gli scopi per cui si erano riuniti.
Questo studio vuole essere un contributo ad evitare che si verifichino
fenomeni di escalation non voluta.
1.4 I pezzi sulla scacchiera della comunicazione
Proseguendo la metafora della
comunicazione come una partita a scacchi in cui tutti i partecipanti
vogliono vincere, dovremo prendere in considerazione i “pezzi”, gli
strumenti con cui viene giocata la partita.
Gli esseri umani hanno come strumenti comunicativi il corpo,
oggetti sul corpo ed intorno ad esso, la lingua.
Spesso si è portati a credere che la comunicazione
linguistica sia tutta la comunicazione. Soprattutto chi usa una
lingua straniera, e quindi ha problemi superiori a chi usa la lingua
materna, focalizza buona parte della sua attenzione sulla lingua e perde
di vista i linguaggi non verbali: tuttavia
· tra il 75 e l’80% delle informazioni che raggiungono
la nostra corteccia cerebrale passa attraverso gli occhi (Birkenbihl
1991)
· solo il 10-15% giunge dall’orecchio.
Siamo dunque molto più “visti” che
“ascoltati”, e molto spesso è proprio sulla base di quel che si vede
(aspetto, vestiario, ecc.) di una persona che si decide se ascoltarla o
non.
Inoltre il funzionamento del nostro cervello nel momento in
cui comprende un messaggio prevede che i due emisferi cerebrali
procedano con un ordine ben preciso, indipendentemente dalla qualità
dello stimolo verbale o visivo o audiovisivo che ricevono:
· prima si attiva l’emisfero destro del cervello
(quello analogico, globale, visivo, emotivo)
· poi i dati così pre-elaborati vengono passati all’emisfero
sinistro (logico, razionale, linguistico, analitico).
Dunque siamo prima “visti” e poi
“ascoltati”.
La priorità temporale e la prevalenza quantitativa dei
linguaggi visivi non intaccano certo il primato del linguaggio verbale
come strumento di comunicazione - ma si deve prestare attenzione a non
sottovalutare gli aspetti non verbali, che risultano particolarmente
connotati nelle diverse culture, per cui un gesto o un oggetto o un
vestito eleganti a Firenze sono insignificanti o ineleganti a Mosca: i
primi missionari in Congo pretendevano che le donne si coprissero il
seno, cosa che in quella cultura solo le prostitute facevano...
Dedicheremo l’intero capitolo 3 alla comunicazione effettuata
con il corpo, con i suoi movimenti, con i suoi odori e rumori, con la
distanza tra i corpi, con gli oggetti sopra e intorno ai corpi; il
capitolo 4 invece verterà sui principali problemi interculturali legati
alla lingua.
1.5 Le mosse nella scacchiera comunicativa
Quando si comunica si persegue un
macro-scopo (raggiungere un accordo all’interno di un gruppo di
progetto, condurre a buon fine una trattativa, convincere un’università
straniera a cooperare in un progetto Socrates, ecc.) per mezzo di una
serie di atti comunicativi che perseguono dei micro-scopi: nella
metafora della comunicazione come partita a scacchi questi atti
corrispondono a delle “mosse” comunicative: attaccare, rinunciare,
rimandare, interrompere, ironizzare, e così via (Schmidt 1990).
Siccome gli eventi comunicativi tipici del mondo aziendale,
produttivo, commerciale, legale sono competitivi e quindi fortemente
caratterizzati da mosse che ciascuno compie per passare in posizione
up o per far scendere down l’interlocutore, l’analisi di tali
mosse comunicative è fondamentale in un discorso sulla comunicazione
interculturale – e lo è ancor di più se si considera che chi parla
ricorre spesso a tutte le mosse disponibili nella sua cultura senza
tener conto del fatto che alcune di queste possono essere vietate o non
significative in altre culture.
Dedicheremo quindi il capitolo 5 ad un’elencazione delle
principali mosse comunicative, che sono una ventina, viste in
prospettiva interculturale.
1.6 Un modello di competenza comunicativa
Sulla base di quanto detto sopra,
possiamo procedere a delineare un modello di “competenza comunicativa”,
cioè di ciò che una persona deve possedere e padroneggiare per poter
comunicare. Abbiamo trattato altrove con ampiezza questo tema (Balboni
1998, Balboni-Luise 1994), quindi ci basterà qui accennarne nelle linee
essenziali.
La competenza comunicativa può essere visualizzata come una piramide a
tre lati [2],
ciascuno dei quali indica un “sapere” o “saper fare”:
a. saper fare lingua
Si tratta di saper comprendere, leggere, scrivere, fare un monologo (ad
esempio tenere una conferenza, fare la presentazione di un progetto,
ecc.), partecipare a un dialogo, oltre ad altre “abilità linguistiche”
che non rientrano nel fuoco di questo studio interculturale: queste
componenti della competenza comunicativa sono dei processi
universali, anche se i prodotti, cioè i testi che vengono
compresi o scritti, i dialoghi in quella data situazione, ecc., variano
da cultura a cultura per effetto delle regole comprese nelle altre due
facce della piramide.
Offriremo un approfondimento specifico su due abilità (monologare e
dialogare; cfr. cap. 6), mentre il discorso sulle altre abilità è
diffuso in tutto il volume;
b. saper fare con la lingua
Questa faccia della piramide include la dimensione
- sociale: chi sa comunicare deve sapere come individuare e
rispettare i rapporti di ruolo (o come attaccarli, se è il caso), sa
attribuire correttamente lo status sociale e gerarchico ai vari
partecipanti all’evento comunicativo, è appropriato nell’uso di
appellativi (titoli, Mr/Ms, ecc.), e così via: questa grammatica
sociolinguistica cambia fortemente non solo tra culture, ma anche
all’interno di culture che gli estranei considerano omogenee (si pensi
all’espressione della formalità e del rispetto in Lombardia, Veneto o
Sicilia...)
- pragmatica: comunicare efficacemente significa raggiungere i
propri scopi, vincere la partita; tale obiettivo è perseguito attraverso
una serie di atti, cioè di “mosse” intenzionali, mirate ad un effetto
preciso; anche la grammatica pragmalinguistica è fortemente connotata
culturalmente: come si è detto, atti accettabili in una cultura non lo
sono in altre
- culturale: la grammatica antropolinguistica e quella, più in
generale, antropologica di una comunità costituisce il tessuto comune su
cui si intrecciano tutti gli eventi in una data cultura; variando le
culture, variano queste grammatiche e nascono i problemi di cui ci
occupiamo i questo studio.
A questa seconda faccia della piramide è stata dedicata molta parte di
questo volume (oltre che, specificamente, il capitolo 5), perché
ovviamente è qui che si trovano i maggiori problemi di comunicazione
interculturale;
c. sapere i linguaggi verbali e non-verbali
Questa “faccia” include le grammatiche tradizionalmente indicate con
tale nome (per due secoli si è ritenuto che sapere una lingua
significasse conoscerne pronuncia, lessico e morfosintassi) e quelle,
generalmente trascurate, dei linguaggi non-verbali. Avremo quindi una:
c.1. competenza linguistica di cui fanno parte le componenti
·
lessicale, ad esempio la scelta delle parole, il modo di modificarle e
di crearne di nuove, ecc.
· morfosintattica, cioè meccanismi quali il singolare e il
plurale, il modo di chiedere, di negare, di vietare, di esprimere
comparazioni, di parlare del passato e del futuro, ecc.
· testuale, cioè la serie di meccanismi che garantiscono coerenza
logica e coesione formale a un testo, nonché le regole dei vari generi
(dialogo, conferenza, barzelletta, lettera, ecc.); si tratta di una
grammatica molto complessa e delicata: un testo costruito in linea
retta, straight to the point, è corretto per un americano ma rude
per un cinese, che preferisce un procedimento a spirale, come vedremo
· fonologica, che riguarda la pronuncia: non si hanno problemi di
comunicazione interculturale in questo settore
· paralinguistica, cioè quella componente “esterna” della
competenza fonologica che riguarda il tono di voce, la sottolineatura
delle parole, la velocità con cui si parla, e così via: qui i problemi
sono invece rilevanti.
A questa componente della competenza comunicativa è
dedicato il capitolo 4;
c.2. competenza extralinguistica: essa comprende
le competenze
·
cinesica, cioè l’uso comunicativo del corpo, delle sue posture e dei
suoi movimenti
· prossemica, che riguarda l’uso comunicativo delle distanze
interpersonali
· vestemica e oggettemica, che consentono di utilizzare per la
comunicazione l’abbigliamento e altri oggetti di vario tipo e natura.
Dedichiamo il capitolo 3 a questa componente della
competenza comunicativa - che rappresenta il settore dove avvengono i
maggiori errori interculturali, perché in genere si è poco consapevoli
del ruolo dei linguaggi non verbali e quindi li si monitorizza poco
durante la comunicazione.
Questo modello di competenza
comunicativa (cfr. Balboni-Luise 1994 e Balboni 1998 per un
approfondimento) descrive la competenza nella lingua/cultura
materna, ma per definizione (trattandosi di un modello universale) deve
essere applicabile anche alla descrizione della competenza nella
lingua/cultura straniera e nella comunicazione interculturale.
1.7 I parametri per valutare i problemi comunicativi
interculturali
Esistono molti parametri elaborati
dalle scienze della comunicazione e da quelle del linguaggio per
valutare di volta in volta la qualità di una mossa o di uno strumento di
comunicazione.
Tra questi i più produttivi nella nostra prospettiva sono i seguenti,
cui faremo costantemente riferimento nella trattazione dei vari aspetti
della comunicazione interculturale:
a) formale vs. informale
Si tratta di un’opposizione essenziale, se non altro perché nella
comunicazione “l’abito fa il monaco”: come abbiamo detto siamo prima
visti e poi ascoltati e un errore sul piano della formalità richiesta in
una data situazione può compromettere lo scambio.
Ogni cultura ha il suo modo particolare di identificare formalità ed
informalità, non solo nel linguaggio, ma anche nel modo di comportarsi,
di scegliere un regalo, di abbigliarsi;
b) polite vs. unpolite
Usiamo i termini inglesi perché essi includono non solo il “ben
educato” italiano, ma anche un concetto di adeguatezza alla situazione,
nonché un fattore di gentilezza e di rispetto sociale che va oltre
quella che in italiano noi definiamo “buona educazione”: ad esempio, la
sequenza “io e te”, comune in Italia, viene vissuta come unpolite
in Germania, Inghilterra, America, dove du und ich oppure you and I
sono invece richiesti; negli studi di pragmatica comunicativa esiste una
versione più forte del concetto di politeness: essa esprime
l’accettazione di un rapporto gerarchico (Scollon-Scollon 1995: cap. 3),
ma in questo studio useremo il termine nella sua accezione più diffusa,
visto che il nostro oggetto è la comunicazione e non l’antropologia
delle organizzazioni gerarchiche. (Sulla politeness cfr. Goody
1987; Clyne 1994:13ss);
c) forza mascherata vs. esplicita
In una “lotta” quale è la comunicazione la forza non va sempre
evidenziata, perché l’interlocutore potrebbe offendersi e interrompere
lo scambio: si pensi ad un gruppo di progetto che si scioglie perché una
personalità troppo dominante prevarica gli altri, si pensi ad una
trattativa che si arena di fronte ad una mossa comunicativa ritenuta
offensiva; spesso in una situazione formale la forza delle frasi e degli
atti comunicativi non può essere esplicita, per cui gli imperativi, il
verbo “dovere”, i gesti imperiosi della mano sono esclusi (cfr.
l’analisi dei directives in Clyne 1994: 63ss).
In questo campo la complessità interculturale è notevole: in
inglese un divieto viene raramente espresso con un esplicito “no, you
may not go” e la sua forza viene piuttosto mascherata con un
delicato “I’m afraid you can’t possibly go there, I’m sorry”; di
converso, ci sono culture, come ad esempio quella ebraica, che
privilegiano l’espressione diretta del proprio pensiero, in maniere che
appaiono brusche a tutti gli occidentali e che quindi sono destinate a
creare problemi nel momento in cui vengono tradotte linguisticamente, ma
non culturalmente, in inglese: quale problema un israeliano possa avere
con un greco, che maschera la forza ancor più che un americano, è facile
da immaginare; il problema si presenta quotidianamente anche all’interno
della cultura americana: i bianchi mascherano la forza dei loro atti
linguistici, mentre i neri, come gli ebrei, ritengono giusto esprimere
con forza le proprie opinioni, richieste, intenzioni (Wierzbicka
1991: 88ss; 121ss).
Direttività/implicitezza è una dicotomia fondamentale sia
nelle negazioni, come abbiamo visto sopra, sia nell’uso degli
imperativi: un inglese li usa per le istruzioni semplici, ma il più
delle volte, se deve davvero regolare il comportamento altrui, usa i
cosiddetti whimperatives, creati di solito ricorrendo a could,
should oppure would: tutto sono, tranne che richieste,
suggerimenti, consigli.
A complicare il problema, si ricordi poi che l’opposizione
esplicito/implicito per la forza pragmatica di un atto comunicativo è
regolata anche da un altro fattore, quello del genere del parlante: non
solo il maschio è in genere più esplicito della donna (Tannen 1990), ma
molte culture non consentono alla donna di essere esplicita nelle sue
richieste o nei suoi ordini.
Questa osservazione riprende l’idea di Grice che esista nella
comunicazione un “principio cooperativo” che permette ai parlanti di
lasciare molto di implicito nei propri atti comunicativi, nella certezza
che l’interlocutore li disambiguerà per conto suo – ma allo stesso tempo
le osservazioni fatte sopra permettono di notare che il principio
funziona all’interno di una data lingua-cultura, ma non è un universale
della comunicazione, tant’è vero che molte incomprensioni interculturali
nascono proprio dalla mancanza di un principio condiviso di
cooperazione;
d) politicamente corretto vs. scorretto
Ancorché tradotta in italiano, l’espressione politically correct
è culturalmente di matrice nordamericana; si tratta di un parametro di
giudizio che sta lentamente penetrando in Europa: non tanto in Gran
Bretagna, dove la consonanza con gli Stati Uniti è spesso più
linguistica che culturale, quanto nel BeNeLux e nell’area scandinava.
In base a questo parametro puramente culturale, quindi
estremamente rilevante nella nostra prospettiva, la scelta lessicale ha
valore “politico”: rientrano in questa sfera il rispetto etnico (ad
esempio “persona di colore”, che abbiamo preso in prestito
dall’americano per indicare un non-bianco; in italiano è invece
politicamente marcata la scelta tra “negro” e “nero”), il concetto di
parità tra uomo e donna, che è facilmente realizzabile nella lingua
inglese, dove il femminile è poco marcato per cui si riduce alle coppie
he/she, his/her, man/woman, ma che diviene spesso ridicolo in
italiano, dove il genere maschile o femminile distingue tutti i nomi,
gli articoli, gli aggettivi e spesso i pronomi...
In America la political correctness porta a situazioni
impensabili per gli europei: ad esempio il concetto di parità tra i
sessi può far sì che un uomo, aprendo la porta e cedendo il passo ad una
signora, si senta apostrofare come sessista;
e) uso libero vs. taboo
Solo la consuetudine e l’attenzione precisa consentono a persone che
frequentano ambiti internazionali di cogliere il continuo variare degli
argomenti di uso libero e di quelli tabooizzati. Spesso, ad esempio, gli
stessi italiani non si rendono conto di quanto sia taboo nella nostra
cultura l’accenno alle cure psicologiche: il consiglio di andare da uno
psicologo o da uno psicoanalista viene sentito come offesa, significa
“sei matto!”; l’italiano del nord cui uno straniero chiede qualcosa
sulla mafia esorcizza anzitutto il problema (“Primo, la mafia è in
Sicilia; secondo: Riina è in galera, ce la faremo”) e poi cambia
discorso. Allo stesso modo, un inglese rimesta in ogni turbidume della
Royal family ma reagisce se lo fa un non-inglese (soprattutto se
lo fa un Americano, cui si ribatte elencando le segretarie e le stagiste
del Presidente Clinton).
Ogni cultura ha dei taboo noti e ne ha altri che mutano rapidamente: ad
esempio il cenno al passato comunista dell’Europa orientale oppure al
fascismo pinochettiano in Cile è delicatissimo perché molte delle
persone che oggi hanno contatti con stranieri da posizioni manageriali
ed accademiche elevate hanno una storia personale in quei regimi e
quindi la semplice battuta di un italiano, a tavola, per riempire un
silenzio, può essere vissuta molto male dall’interlocutore e innescare
meccanismi di escalation.
Altre volte ci sono taboo incomprensibili per alcuni: da quello delle
carezze in testa a un bambino nelle Filippine, che fanno passare
l’italiano affettuoso per un pedofilo incallito, a quello che riguarda
la riservatezza degli europei sulla propria famiglia, atteggiamento che
non è compreso dai giapponesi: informarsi sulla famiglia
dell’interlocutore, sui figli, sull’eventuale divorzio sia suo sia dei
genitori, ecc., è normale in una cultura come quella nipponica in cui la
famiglia di provenienza rappresenta la credenziale base di una
personalità.
Tre taboo da ritenere universali (anche se vi sono eccezioni) sono
eros e thanatos, cioè i discorsi riguardanti il sesso e la morte, e
quelli sulle secrezioni del corpo (sudore, muco, cerume, sperma, urina,
feci, vomito). Anche i discorsi sulla digestione e sui sentimenti
personali vanno considerati taboo nelle culture di origine inglese;
f) cooperativo vs. arroccato
L’atteggiamento delle persone che sono impegnate in uno scambio
comunicativo può essere di due tipi: arroccato (“In questo momento ho la
parola io, quindi questo è il mio ‘territorio’ e nessuno intervenga
mentre esprimo il mio pensiero”) oppure cooperativo (“Sebbene io abbia
la parola, vi permetto di intervenire per integrare, correggere,
sostenere quanto dico”). Tendenzialmente gli italiani appartengono a
questo secondo gruppo, ma la loro disponibilità a collaborare si scontra
con l’irritazione fortissima dei nordici se vengono interrotti: essi
possono sentirsi talmente offesi da rinunciare a proseguire nel loro
discorso.
Anche un’intera cultura, non solo una persona, può essere valutata
secondo questa dicotomia. Ad esempio, le culture asiatiche, soprattutto
quella giapponese, sono globalmente arroccate di fronte a uno straniero:
“uno dei maggiori problemi [...] è che una volta commesso un grave
‘errore culturale’ risulta spesso impossibile porvi rimedio e possono
passare parecchi mesi prima che ci si renda conto che rifiuti gentili
significano in realtà isolamento e messa al bando” (Gannon 1994; trad.
it. 1997: 30).
Indietro
1 L’idea di evento
comunicativo come “battaglia” è insita nella nostra cultura: se, sulla
base delle teorie della conceptual metaphor theory (Lakoff-Johnson
1980), osserviamo le metafore militaristiche relative alla comunicazione
entrate nell’uso collettivo troviamo, ad esempio, che le affermazioni
sono “indifendibili”, che si devono “attaccare” i punti deboli
dell’argomentazione altrui, che le critiche “colpiscono il segno”, (in
inglese e francese si usano target e cible, ancor più
marcati), che si “demoliscono” e “distruggono” argomentazioni, che si
“vincono” discussioni solo se si ha una “strategia” precisa, che si
procede per “botta” e risposta, che si “sparano” dati e cifre, che su un
dato argomento non si “cede di un millimetro”, e così via (per alcuni
degli esempi chi scrive è debitore a Danesi-Mollica 1998: 5).
2 Byram-Zarate 1994 utilizzano, per definire la competenza
comunicativa interculturale, un modello diverso da quello della
competenza comunicativa intraculturale:
a.
saper essere, abbandonando l’etnocentrismo
b.
saper apprendere, osservando la pluralità culturale del
mondo
c.
sapere i tratti caratterizzanti della cultura con cui si
ha a che fare
d.
saper fare una sintesi di quanto osservato nei punti
precedenti.
Ci pare che il punto “a” rientri in un atteggiamento psicologico
di relativismo culturale che non ha nulla a che fare con una
“competenza”; “b” e “c” fanno parte della competenza “matetica”, cioè il
saper apprendere (vi abbiamo dedicato il capitolo 7), non di quella
comunicativa; il punto “d” è un corollario e non si configura come un
“sapere” autonomo.
Abbiamo riportato questo modello di competenza comunicativa
interculturale solo perché è tra i più diffusi, ma riteniamo che sia
difficilmente sostenibile sia nel modo in cui viene articolato,
mescolando componenti da diversi ambiti concettuali, sia sul piano
teorico: un modello di “competenza”, nel senso in cui la definisce
Chomsky, non può variare da situazione a situazione: il modello di
competenza comunicativa è per definizione lo stesso in ambito sia
intraculturale sia interculturale. E’ scopo di questo studio dimostrare
che il modello di competenza comunicativa usato nella letteratura
sociolinguistica e glottodidattica per il primo ambito può essere usato
anche per descrivere il secondo.
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Apprendere e insegnare la
comunicazione interculturale |
Indietro |
“L’acquisizione delle abilità di
comunicazione interculturale passa attraverso tre fasi:
consapevolezza, conoscenza e abilità.
Tutto comincia con la consapevolezza: il
riconoscere che ciascuno porta con sé un particolare software mentale
che deriva dal modo in cui è cresciuto, e che coloro che sono cresciuti
in altre condizioni hanno, per le stesse ottime ragioni, un diverso
software mentale. [...]
Poi dovrebbe venire la conoscenza: se dobbiamo interagire con altre
culture, dobbiamo imparare come sono queste culture, quali sono i loro
simboli, i loro eroi, i loro riti [...].
L’abilità di comunicare tra culture deriva dalla consapevolezza, dalla
conoscenza e dall’esperienza personale”
(Hofstede 1991: 230-231).
Crediamo
che questa citazione, tratta da uno dei padri della ricerca sulla
comunicazione interculturale, sia illuminante sul piano didattico.
Riprendiamo le tre nozioni evidenziate da Hofstede: consapevolezza,
esperienza ed abilità.
Il presente volume ha come scopo quello di portare alla
consapevolezza della varietà del mondo e di come questa influisca
sull’interazione tra persone che appartengono a culture differenti. Nel
complesso del volume, questo ultimo capitolo, specificamente didattico,
illustrerà come ogni persona, in maniera autonoma o in contesti di
formazione, possa trarre vantaggio dalla propria esperienza di
comunicazione interculturale, come possa continuare ad imparare dalla
propria interazione con membri di altre culture, costruendo giorno dopo
giorno la propria abilità, che nel nostro linguaggio specifico abbiamo
sempre definito “competenza comunicativa interculturale”.
Riprendiamo ora la “filosofia” interculturale che abbiamo
esposto nel paragrafo 0.3 per costruire su quelle basi una proposta
didattica coerente con tutta l’impostazione del volume. Se è vero che
entrare in una prospettiva interculturale non significa abbandonare i
propri valori ma (a) conoscere gli altri, (b) tollerare le differenze
almeno fino a quando non entrano nella sfera dell’immoralità che,
secondo i nostri standard, non intendiamo accettare, (c) rispettare le
differenze che non ci pongono problemi morali ma che rimandano solo alle
diverse culture, (d) accettare il fatto che alcuni modelli culturali
degli altri possono essere migliori dei nostri e, in questo caso, (e)
mettere in discussione i modelli culturali con cui siamo cresciuti; e se
è vero che l’interculturalità come l’abbiamo definita noi è un
atteggiamento di fondo, che prende atto della ricchezza insita nella
varietà, che non si propone l’omogenizzazione ma mira soltanto di
permettere un’interazione il più piena e fluida possibile tra le diverse
culture, ne consegue che formare alla comunicazione (e, più in generale,
ad un atteggiamento) interculturale significa formare:
a) persone che
consapevolmente scelgono quali modelli comunicativi e culturali
accettare, tollerare, rifiutare nelle varie situazioni in cui si trovano
ad operare
b) operatori che sanno evitare i conflitti involontari dovuti alle
differenze culturali
c) protagonisti di un mondo che alle pulizie etniche sostituiscono la
curiosità, il rispetto, l’interesse per soluzioni diverse da quelle
proprie.
Con
queste finalità un corso di formazione alla comunicazione interculturale
non è più un semplice “addestramento”, un training finalizzato ad un
bisogno immediato, ma si colloca nella sfera dell’educazione, che cambia
la natura delle persone e, indirettamente, quella della società in cui
viviamo.
Proporremo anzitutto, nei paragrafi 7.1 e 7.2, due strumenti
che chiunque (un formatore di personale oppure una persona che vuole
migliorare la propria competenza comunicativa interculturale) può
portare con sé vita natural durante e continuare a compilare,
raccogliendovi il frutto delle sue osservazioni.
In 7.3 daremo infine alcune indicazioni sulla metodologia
della formazione in questo settore.
7.1 Uno strumento per
l’osservazione culturale
Una
“cultura” è l’insieme dei “modelli culturali” messi in atto da un popolo
per rispondere a bisogni di “natura”: nutrirsi, procreare, proteggersi
dal freddo, vivere in gruppo, ecc.
Poiché siamo cresciuti all’interno dei modelli della nostra
cultura, ne siamo generalmente inconsapevoli: ci sembra ad esempio
“naturale”, mentre è “culturale”, che ci sia un capofamiglia e non una
capofamiglia, che non si debba picchiare chi ha idee diverse dalle
nostre (ma sono passati pochi decenni dal fascismo, dagli anni di
piombo... e negli stadi di calcio ci si picchia oggi per tifo, neppure
per idee), che la gerarchia sia fatta in un certo modo, che nelle scuole
e nelle università un docente faccia domande di cui sa già la risposta,
e così via.
E’ quindi necessario saper osservare la propria cultura
mentre si osserva quella altrui. Gli antropologi hanno individuato
parametri e metodiche di osservazione sofisticatissimi; ma per i nostri
fini è meglio ricorrere ad una nozione sociolinguistica più semplice ma
più maneggevole, cioè quella di “ambito” situazionale. Per ogni ambito
vengono indicati alcuni modelli culturali che si possono osservare per
comprendere come davvero funziona la nostra cultura, per osservarci
dall’esterno, così come ci vedono membri di altre culture con i quali
vogliamo comunicare.
Il modello che proponiamo qui di seguito è basato su Balboni
1996a, a cui si rimanda per approfondimenti. Si può usare questa
tassonomia creando un file di banca dati in computer oppure in un
normale quaderno a fogli mobili con una voce per ogni pagina: in questa
griglia si può possono poi registrare
a. le riflessioni sui modelli culturali del nostro paese
b. le osservazioni che si fanno mano a mano le vicende
professionali o i momenti di vacanza ci portano in contatto con altre
culture.
Il fatto di avere delle voci da osservare porta a “vedere”
degli atteggiamenti, dei gesti, dei valori della nostra cultura che
prima passavano inosservati, quasi fossero naturali e non culturali, e
che nella stessa scheda queste osservazioni si mescolino con quelle
relative ad altre culture, mettendo le basi per un comparazione
interculturale.
Che sia realizzata su computer o su carta, questa tassonomia
rappresenta uno strumento semplice ma efficace per uscire dagli
stereotipi e creare, se possibile, dei sociotipi.
I domini che abbiamo selezionato, e che abbiamo articolato in
una serie di voci che ciascuno può modificare o integrare a seconda dei
propri interessi, sono i seguenti:
DOMINIO 1: LE RELAZIONI SOCIALI
a) Rapporto con uno
straniero
b) Rapporto giovani / adulti
c) Rapporto con i superiori
d) Corteggiamento, relazione amorosa
e) Relazioni omosessuali
f) Uso di offrire sigarette, bevande, ecc.
g) Modo di riparare ad errori, scusarsi
eccetera |
DOMINIO 2: L'ORGANIZZAZIONE SOCIALE
a) Sistema
istituzionale ed elettorale
b) Sistema giudiziario
c) Sistema bancario e finanziario
d) L'industria
e) L'agricoltura
f) Il terziario
g) Le tele-comunicazioni
h) I trasporti
i) I mass media
j) La criminalità
k) La/e religione/i
eccetera |
DOMINIO 3: LA CASA E LA FAMIGLIA
a) Dimensione della
famiglia
b) Ruoli nella famiglia
c) Rapporto genitori-figli
d) Autonomia dei figli da ragazzini, età dell’uscita da casa
e) Tipologia della casa
f) Tradizione e innovazione nelle case
g) Proprietà e affitto di abitazioni
h) Pulizia della casa
i) La casa di città
j) La casa di paese
k) La casa in campagna
l) Interesse della famiglia per la casa: pulizia, restauro, ecc.
eccetera |
DOMINIO 4: LA CITTA'
a) Rapporto
città-cittadina-paese-campagna
b) Rapporto centro-periferia
c) Traffico privato e traffico pubblico
d) Strutture produttive e città
e) Divertimento, sport e città
f) Città e cultura
g) Il governo della città
h) La città e gli abitanti: come questi si sentono “cittadini”,
padroni della città
i) Città e sostegno alle famiglie: asili, ricoveri, ecc.
j) Città e scuole
k) I problemi della droga
eccetera |
DOMINIO 5: LA SCUOLA
a) Scuola privata e
pubblica
b) Livelli scolastici
c) Prestigio sociale della scuola, degli insegnanti
d) Rapporto scuola-mondo del lavoro
e) Tradizione e innovazione nella scuola
f) Ruolo delle famiglie nella scuola
g) Le lingue straniere
h) Scuola come formazione personale e/o professionale
eccetera |
DOMINIO 6: I MASS MEDIA
a) MM pubblici e
privati
b) Autonomia dei MM, MM e politica
c) I giornali quotidiani
d) I settimanali politici e culturali
e) I settimanali per pubblici speciali (donne, sport, ecc.)
f) La pornografia
g) Televisione: informazione e intrattenimento
h) La radio
i) Il cinema d'autore e quello popolare
j) Presenza di mass media stranieri
k) Letteratura d'autore e d'evasione
eccetera. |
7.2 Uno strumento per
l’osservazione della comunicazione interculturale
Molti
esempi contenuti contenuti in questo libro, così come le raccolte
aneddotiche della letteratura sulla comunicazione interculturale in
azienda e come i siti Internet sulla comunicazione interculturale (cfr.
8.1) sono obsoleti nel momento in cui vengono pubblicati: la rapidità
degli scambi internazionali che portano le persone e le immagini
televisive e multimediali in giro per il mondo fanno sì che
l’interscambio di modelli culturali e di modelli di comunicazione
interculturale sia fluidissimo, costante, inarrestabile e non
descrivibile in tempo reale.
Al contrario, la struttura concettuale che abbiamo posto alla
base di questo volume non si modifica con il tempo: il concetto di
competenza comunicativa interculturale collocata sullo sfondo di alcuni
valori culturali e di alcuni fattori di particolare rischio comunicativo
(essenzialmente, quanto discusso nei paragrafi 1.6, 1.7 e nel capitolo
2) ci pare un modello universale, almeno allo stato attuale della
ricerca, ci pare cioè in grado di descrivere il fenomeno
indipendentemente dal luogo e ieri come oggi o domani – fatto salvo il
cambiamento indotto dalla comparsa di strumenti comunicativi di massa,
del computer, ecc.
Se è vero che il modello di descrizione della competenza
comunicativa interculturale è affidabile, allora chi opera in ambiente
internazionale può creare, come abbiamo detto già per la griglia
presentata in 7.1, un file oppure impostare un quaderno a fogli mobili
indicando gli elementi della competenza comunicativa interculturale da
tenere sotto osservazione quando si interagisce con stranieri, quando si
va all’estero, quando si raccontano aneddoti a tavola, quando si
guardano film stranieri.
L’elenco è implicito nell’indice di questo volume e può
essere arricchito, specialmente per quanto riguarda i valori culturali,
da alcune voci riprese dalla griglia del paragrafo precedente. I modelli
culturali e comunicativi da osservare sono:
Valori culturali di fondo
a) Il tempo
b) La gerarchia e il potere
c) Il rispetto sociale e la “correttezza politica”
d) Attribuzione e mantenimento dello status: la necessità di
salvare la faccia |
Uso del corpo per fini comunicativi
a) Sorriso
b) Occhi
c) Espressioni del viso
d) Braccia e mani
e) Gambe e piedi
f) Sudore (e profumo)
g) Rumori corporei
h) Toccarsi i genitali
i) Distanza frontale tra corpi
j) Contatto laterale
k) Il bacio
l) Lo spazio personale nel luogo di lavoro |
Uso di oggetti per fini comunicativi
a) Vestiario
b) Status symbol
c) Oggetti che si offrono: sigarette, liquori, ecc.
d) Regali
e) Danaro
f) Biglietti da visita |
La lingua
a) Tono di voce
b) Velocità
c) Sovrapposizione di voci
d) Superlativi e comparativi
e) Forme interrogativa e negativa
f) Altri aspetti grammaticali
g) Titoli e appellativi
h) Registro formale/informale
i) Struttura del testo |
Mosse comunicative
a) Abbandonare
b) Attaccare
c) Cambiare argomento
d) Concordare
e) Costruire
f) Difendersi
g) Dissentire
h) Domandare
i) Esporsi
j) Incoraggiare
k) Interrompere |
l) Ironizzare
m) Lamentarsi
n) Ordinare
o) Proporre
p) Riassumere
q) Rimandare
r) Rimproverare
s) Scusarsi
t) Sdrammatizzare
u) Tacere
v) Verificare la comprensione |
Situazioni comunicative
a) Dialogo
b) Telefonata
c) Conferenza
d) Presentazione della propria azienda, dei propri prodotti
e) Partecipazione a cocktail party, pranzo o cena
f) Riunione, lavoro di gruppo |
7.3 Insegnare
comunicazione interculturale
I due
paragrafi precedenti si basano su un’idea di apprendimento auto-diretto
e continuo che, a nostro avviso, rappresenta la modalità formativa
naturale per una persona impegnata nel fare quotidiano.
Tuttavia, riprendendo la metafora informatica, per imparare
ad imparare è necessario essere “formattati” in maniera giusta. La
formattazione è costituita dall’esperienza di apprendimento. La maggior
parte delle persone che operano in aziende, università e istituzioni
diplomatiche hanno nella propria storia di formazione due tipi di
esperienze:
a) insegnamento frontale in
aula
Dalla scuola all’università, alla maggior parte dei corsi di
formazione aziendali la modalità di formazione ritenuta naturale è
quella per cui chi “sa” veicola la propria conoscenza a chi “non sa”
verbalmente o con il supporto di qualche lucido o video
In realtà non è possibile parlare frontalmente della
comunicazione interculturale, non è possibile “insegnarla”, se non nei
termini che abbiamo cercato di proporre in questo studio: intendendo
cioè l’insegnamento frontale come sensibilizzazione al problema e
fornendo strumenti di analisi e catalogazione.
Ma se non sono condotte con una metodologia precisa (vedi
sotto), le lezioni frontali servono esattamene come le dimostrazioni di
tecnici informatici che montano un programma e, cliccando a velocità
inumana su icone e bottoni e cartelle e quant’altro, “spiegano” al
povero utente come funziona il programma: sul momento gli pare anche di
aver capito ma, uscito il tecnico, non è più neppure capace di avviare
il programma;
b) simulazioni più o meno
strutturate e controllate
Le simulazioni rappresentano la modalità “alla moda” nei
corsi di formazione aziendale, dove sono stati importati dalla
tradizione americana che, a differenza di quella italiana, utilizza
moltissimo la simulazione dalla scuola primaria al college. Di fronte a
questa importazione dal fascinoso nome inglese di roleplay gli adulti
italiani si rassegnano, ma lo fanno malvolentieri.
D’altro canto non si possono impostare giochi di ruolo
interculturali perché sono irrimediabilmente falsi: i problemi
interculturali sono di software di sistema, cioè di cultura profonda e
inconscia, di meccanismi di cui non siamo consapevoli, e nelle
simulazioni si lavora solo su ciò di cui si è consci e consapevole
[1]
.
Nessuna
delle due modalità, né quella tradizionale né quella innovativa, è
quindi funzionale all’insegnamento della competenza comunicativa
interculturale. Non lo è perché, parafrasando il discorso di Wilhem Von
Humboldt sull’insegnamento delle lingue straniere: “non si può insegnare
[la comunicazione interculturale], si può al massimo creare le
condizioni perché qualcuno l’apprenda”.
Per individuare una metodologia, un “come”, dobbiamo dunque
partire da una riflessione sui fini, sul “perché”. In questa prospettiva
dunque possiamo dire che la formazione del personale aziendale,
accademico e diplomatico impegnato in ambiente multiculturale può aver
senso, a nostro avviso, solo se essa
a) mira a rendere consapevoli le
persone dei problemi della comunicazione interculturale
b) le rende consapevoli del fatto che non si tratta di differenze
esotiche, di superficie, del tipo “il mondo è bello perché è vario”, ma
che si tratta di diversi software mentali, che operano cioè alla radice
stessa dell’interazione in un evento comunicativo
c) offre alle persone degli strumenti concettuali, semplici e
chiari (ma non per questo banalizzati, anche se dai cenni si può
cogliere che i problemi della competenza comunicativa interculturale
sono più sofisticati di quelli che abbiamo scelto di trattare
esplicitamente) quali quelli che abbiamo esposto nel capitolo 1,
relativamente alle nozioni di comunicazione, di competenza comunicativa
e di parametri di valutazione, nonché quelli esposti nel capitolo 2
relativo ai valori culturali che fanno da sfondo agli eventi
comunicativi
d) offre alle persone degli strumenti operativi, quali le liste di
punti da osservare che abbiamo presentato nei due paragrafi precedenti,
in questo capitolo; qualunque azienda o università può facilmente
trasformare quegli elenchi in un software, basato su un programma di
data base, da dare in dotazione al proprio personale per l’osservazione
continua - e la condivisione delle osservazioni con il resto
dell’azienda attraverso una banca dati aziendale che raccolga le
esperienze individuali
e) soprattutto, convince le persone che la realtà muta ogni
giorno, per cui le varie culture - sempre più interrelate - si
modificano, si integrano, per altri versi si ri-differenziano, per cui è
necessario continuare ad osservare giorno dopo giorno, anno dopo anno,
con l’occhio dello scienziato che osserva, cataloga e interpreta ciò che
avviene (sulla base delle chiavi che ha avuto nei corsi di formazione o
in volumi come questo)
f) fa scoprire che la comunicazione interculturale è certo
complessa, crea problemi, rallenta le operazioni, ma che l’alternativa è
una società omologata che costringe tutti a rinunciare alle proprie
radici e ai propri valori in nome di valori più universali - scelti da
chi? Fa scoprire, in altre parole, concludendo la metafora informatica,
che il mondo perfetto non è quello in cui tutti hanno Windows o
Macintosh o Unix, ma in cui ciascuno ha il sistema operativo che
preferisce o che si è trovato nel suo computer e che questo non gli crea
difficoltà nel collegarsi con altri.
Su queste premesse, nell’organizzazione di
corsi di formazione la metodologia non potrà che essere quella che
a) parte dalla
condivisione delle esperienze di comunicazione interculturali
effettivamente vissute dai partecipanti al corso, esperienze, aneddoti,
incidenti, impressioni che vengono elicitate dal formatore fin
dall’inizio della sessione;
b) prosegue fornendo la griglia di analisi, quale ad esempio
quella indicata in 7.2
c) insegna ai corsisti ad osservare spezzoni di video:
- film, in cui attori e registi si sforzano di essere “naturali” e
quindi di imitare consapevolmente gesti, distanze, mosse della vita
quotidiana, rendendole però facilmente osservabili proprio perché
arte-fatte
- talk show e spettacoli di varietà in cui ci sono interazioni spontanee
- telegiornali, tribune politiche, ecc., in cui abbiamo monologhi che si
alternano a dialoghi
- registrazioni autentiche di lavori di gruppo, di presentazioni
aziendali, di conferenze, di negoziazioni e trattative.
Non importa, in molti di questi casi, se non si capisce la lingua: la
massa di informazioni non-verbali e relazionali che si può ricavare è
immensa e il fatto di non poter contare sull’input verbale costringe,
finalmente, ad osservare tutto il restante meccanismo di comunicazione.
Lo scopo
di questa attività non è quello di istruire sui contenuti ma piuttosto
di far apprendere un metodo di osservazione, e quindi la sintesi
conclusiva dell’incontro non sarà basata sulle informazioni che si sono
date e che sono servite da esemplificazione, ma sul modo in cui i
partecipanti al corso sono riusciti ad osservare i personaggi dei video,
ad osservare se stessi “in differita”, richiamando alla mente episodi
del proprio vissuto che a questo punto assumono una luce nuova e vengono
interpretati in maniera diversa.
Come si nota, dunque, l’esperienza personale dei soggetti i
formazione rappresenta il punto di partenza e quello conclusivo di un
percorso che, dovendo solo rendere consapevoli e dare strumenti, non
richiede più di due giornate di lavoro e che può essere svolto anche con
gruppi relativamente numerosi: condividere le esperienze di 20 persone
arricchisce molto di più di quello che è possibile in un gruppo elitario
di 5 partecipanti.
Quanto
detto finora si riferisce a corsi specificamente organizzati per la
formazione interculturale di quadri, funzionari, tecnici, dirigenti,
ecc. Un caso diverso è rappresentato dall’introduzione di tematiche
interculturali all’interno dei normali corsi di formazione linguistica,
sia nelle scuole superiori che nelle università e nelle aziende.
Esiste una letteratura ormai consolidata sul tema, che
abbiamo cercato di riorganizzare in maniera innovativa in Balboni 1996
[2]
, ma è una letteratura spesso basata sugli stereotipi anziché sui
sociotipi. Inoltre, nell’insegnamento linguistico l’attenzione è e
rimane ancor oggi eccessivamente concentrata sull’aspetto verbale e
ignora di fatto le componenti non verbali: la correttezza
morfosintattica e la fluidità rappresentano i valori positivi,
dimenticando che si può essere corretti e fluent fin che si vuole ma se
non si raggiungono i propri scopi socio-pragmatici, che possono essere
raggiunti solo se si comunica anche sul piano socio-culturale, non si sa
usare la lingua straniera.
In sintesi, diremo che non si può relegare l’aspetto
culturale solo ad un momento dell’Unità Didattica, ma che la riflessione
(inter)culturale deve pervadere tutto l’insegnamento, deve sgorgare ogni
volta che i testi e i materiali didattici usati ne offrono lo spunto.
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1 L’opinione opposta è sostenuta
– in maniera non
sufficientemente convincente, a nostro avviso
– in alcuni saggi e
relazioni di esperienze da Dietmar Larcher e Helga Moser Rabenstein in
un volume molto interessante, Baur-Montali 1994. Il “vizio” di fondo di
questi approcci basati sulla simulazione di scambi comunicativi in
ambiente interculturale è che essi tendono ad applicare il principio “ti
butto in acqua: adesso nuota”, che sul piano didattico può funzionare
con bambini ma non è adatto ad adulti che hanno poco tempo, sono
fortemente razionali nel loro approccio ai problemi, non amano sbagliare
di fronte a colleghi.
2 Tra i
volumi più interessanti: Attard 1996, Baur-Montali 1994, Byram-Zarate
1994, Cain 1994, Garcia 1994, Nalesso 1997, Prodomou 1992, Valdes 1986
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Problemi di comunicazione
interculturale con allievi stranieri adulti |
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Prof. Paolo E. Balboni
Il fatto che gli studenti adulti con cui si lavora
abbiano una padronanza base dell’italiano, per cui la comunicazione
elementare è garantita, può far dimenticare che ogni persona
· sul piano concettuale, continua a pensare
secondo le proprie regole e categorie culturali
· sul piano comunicativo, assume la grammatica e il lessico della
lingua italiana ma conserva i propri codici extra-linguistici:
gestualità, distanza interpersonale, simboli di status e di
gerarchia, ecc., che vengono percepito come universali, mentre cambiano
in ogni cultura
In altre parole, si controlla
l’aspetto formale della lingua, ma perde di vista il fatto che la lingua
non è solo pronuncia, lessico e grammatica, ma è una realtà ben più
complessa e legata a fattori culturali, per cui un gesto o un vestito
possono contraddire quanto detto dalla lingua, possono deviare
l’attenzione dell’interlocutore da quello che viene detto al modo in cui
lo si dice, possono creare momenti di tensione e anche errori
irreparabili.
Vedremo dunque qui di seguito alcuni aspetti della
comunicazione interculturale che vanno tenuti in considerazione
nell’interazione con studenti stranieri adulti. Verranno elencati molti
aspetti curiosi, talvolta sorprendenti: lo scopo non è quello di dare
una sventagliata di informazioni sminuzzate, bensì di
· “aprire gli occhi”, facendo notare alle persone che operano in
ambiente multiculturale alcuni aspetti da osservare
· fornire una griglia logica degli strumenti comunicativi e delle
principali mosse comunicative, dei valori e dei parametri da tenere in
conto, in modo che l’osservazione non sia casuale ed episodica, ma possa
trasformarsi in appunti all’interno di una griglia che incrocia le
nazionalità e gli aspetti gli aspetti della comunicazione.
Prima di muovere all’analisi è anche
utile ricordare che gli esseri umani comunicano con il loro corpo, con
oggetti, oltre che con la lingua. Spesso si crede che la comunicazione
linguistica sia tutta la comunicazione, tuttavia,
· 83% delle informazioni che raggiungono la nostra corteccia cerebrale
passa attraverso gli occhi
· solo 11% giunge dall’orecchio...
Siamo dunque più, molto più “visti” che “ascoltati”, e
molto spesso è solo dopo aver deciso, sulla base di quel che si vede
(aspetto, vestiario, ecc.) di una persona che si decide se ascoltarla o
non.
Inoltre il funzionamento del nostro cervello nel momento in
cui procede alla comprensione prevede che i due emisferi cerebrali
procedano con un ordine ben preciso, indipendente dalla qualità dello
stimolo verbale o visivo che ricevono: prima si attiva l’emisfero destro
del cervello (quello analogico, globale, visivo, emotivo) e poi i
dati così pre-elaborati vengono passati all’emisfero sinistro (logico,
razionale, linguistico, analitico): siamo dunque prima “visti”
e poi “ascoltati”.
La priorità temporale e la prevalenza quantitativa non
intaccano certo il primato della lingua come strumento di comunicazione
- ma si deve prestare attenzione a non sottovalutare gli aspetti non
verbali, che risultano particolarmente connotati nelle diverse culture.
1. I parametri per valutare i problemi interculturali
Esistono molti parametri elaborati
dalle scienze della comunicazione e da quelle del linguaggio per
valutare di volta in volta la qualità di una mossa o di uno strumento di
comunicazione. Tra questi i più produttivi nella nostra prospettiva
sono:
a) formale vs. informale: si tratta di un’opposizione essenziale,
se non altro perché nella comunicazione “l’abito fa il monaco”, siamo
prima visti e poi ascoltati, e un errore sul piano della formalità che è
richiesta in molte situazioni può compromettere lo scambio. Ogni cultura
ha il suo modo particolare di identificare formalità ed informalità, non
solo nel linguaggio, ma anche nel modo di comportarsi, di scegliere un
regalo, di abbigliarsi;
b) polite vs. unpolite: usiamo i termini inglesi perché essi
includono non solo il “ben educato” italiano, ma anche un concetto di
adeguatezza alla situazione, nonché un concetto di gentilezza e di
rispetto sociale che va oltre la cosiddetta “buona educazione”: ad
esempio, la sequenza “io e te” viene vissuta come unpolite in
Germania, Inghilterra, America, dove “du und ich” o “you and I” sono
invece richiesti;
c) forza mascherata vs. esplicita: in una “lotta” quale è la
comunicazione la forza non va sempre evidenziata, perché l’interlocutore
potrebbe offendersi e interrompere lo scambio;
d) politicamente corretto vs. scorretto: ancorché tradotta in
italiana l’espressione politically correct è culturalmente di
matrice nordamericana; si tratta di un parametro che sta lentamente
penetrando in Europa: non tanto in Gran Bretagna, dove la consonanza con
gli Stati Uniti è spesso più linguistica che culturale, quanto nel
BeNeLux e nell’area scandinava. In base a questo parametro puramente
culturale, quindi estremamente rilevante nella nostra prospettiva,
la scelta lessicale ha valore “politico”: rientrano in questa sfera il
rispetto etnico (ad esempio “persona di colore”, che abbiamo preso in
prestito dall’americano per indicare un non-bianco; in italiano è
politicamente marcata la scelta tra “negro” e “nero”), le pari
opportunità al mondo femminile, facilmente realizzabile in inglese, dove
il femminile è poco marcato (he/she, his/her, man/woman) diviene
spesso ridicola in italiano, dove il genere maschile o femminile
distingue tutti i nomi, gli articoli, gli aggettivi e spesso i
pronomi...
e) uso libero vs. taboo: solo la consuetudine e l’attenzione
precisa consente a persone che frequentano ambiti internazionali di
cogliere il continuo variare degli argomenti di uso libero e di quelli
tabooizzati. Spesso, ad esempio, gli stessi italiani non si rendono
conto di quanto sia taboo nella nostra cultura l’accenno alle cure
psicologiche: il consiglio di andare da uno psicologo o da uno
psicoanalista viene sentito come offesa, significa “sei matto!”;
l’italiano del nord cui uno straniero chiede qualcosa sulla mafia
esorcizza il problema (“Primo, la mafia è in Sicilia, in parte del Sud;
secondo: Riina è in galera, ce la faremo”) e poi cambia discorso. Allo
stesso modo, un inglese mesta in ogni turbidume della royal family
ma reagisce se lo fa un non-inglese (soprattutto se lo fa un Americano,
cui si ribatte elencando le segretarie e stagiste del Presidente Clinton).
Ogni cultura ha dei taboo noti e ne ha altri che mutano rapidamente, e
solo due taboo sono da ritenersi universali (anche se vi sono eccezioni)
sono eros e thanatos, cioè i discorsi riguardanti il sesso e la
morte. Anche i discorsi sulla digestione e sui sentimenti personali
vanno considera taboo nelle culture di origine inglese;
f) atteggiamento cooperativo vs. arroccato: l’atteggiamento
delle persone che stanno comunicando può essere arroccato, del tipo “in
questo momento ho la parola io, quindi questo è il mio momento e nessuno
intervenga mentre emetto il mio messaggio”, oppure può essere
cooperativo: “sebbene tu abbia la parola, mi permetto di intervenire per
integrare, correggere, sostenere quanto tu dici”. Tendenzialmente gli
italiani appartengono a questo secondo gruppo, ma la loro disponibilità
a collaborare si scontra con l’irritazione fortissima dei nordici se
vengono interrotti: essi possono sentirsi talmente offesi da rinunciare
a proseguire nel loro discorso.
2. Alcuni valori problematici sul piano comunicativo
Vedremo in questo paragrafo alcuni
valori, alcuni software of the mind, come dice Hofstede, di cui è
di solito inconsapevoli e che possono creare problemi.
2.1 Il tempo
Nulla pare più naturale ad una
persona che la nozione di tempo (la cui esistenza in fisica è messa in
dubbio da molte filosofie di questo secolo...). E’ ovvio a un
italiano che la giornata inizia con l’alba, mentre è ovvio a molti
asiatici e africani pensare che la giornata finisca con il tramonto e
che quindi l’inizio della giornata successiva coincida con l’inizio
della notte. E’ ovvio che Natale sia d’inverno, Pasqua a
primavera e così via, perché usiamo il calendario solare - ma l’altra
sponda del mediterraneo usa il calendario lunare, quindi le festività
progrediscono di undici giorni all’anno...
Se l’esempio fatto sopra ha grande valore per far intuire la
complessità del problema, esso non pone problemi sul piano comunicativo.
Ma il concetto di tempo crea, per altri versi, molti problemi su quello
relazionale:
· il concetto di puntualità, ad esempio, è molto
cangiante: per le culture industrializzate la puntualità è essenziale,
per un orientale o un arabo spesso è un’indicazione di massima;
· tempo come corda o come elastico: secondo gli orientali e, per
certi versi, anche per molti centroamericani e brasiliani, noi europei e
i nordamericani viviamo il tempo come una corda tesa: può anche
rilassarsi, ma rimane pur sempre della stessa dimensione, della stessa
natura; per gli orientali, invece il tempo è un elastico, che di
norma è in posizione di riposo, si tende nel momento in cui c’è una
ragione per farlo, poi torna a rilassarsi
· “il tempo è danaro”: questa frase è naturale in una
cultura industriale, ma certe sue applicazioni creano forti problemi
comunicativi: una telefonata americana va straight to the point,
mentre una telefonata italiana inizia comunque con convenevoli, e in
molte culture tagliare i convenevoli (al telefono, in incontri privati,
in una trattativa, anche tra sconosciuti: si pensi all’acquisto di un
tappeto in un negozio arabo...) è disdicevole: un interlocutore sente di
star perdendo tempo (e danaro) e l’altro sente di essere di fronte ad
una persona rude, incivile - e il problema comunicativo si innesca
· orrore del tempo “vuoto”: il rifiuto del silenzio è tipico di
molte culture, per cui in molte lingue ci sono riempitivi da usare in
macchina, a tavola, durante le pause di riflessione: è quel small
talk in cui eccellono gli anglosassoni e che invece non interessa
agli scandinavi (quanti minuti di silenzio, di “tempo vuoto” ci sono in
un film di Bergman? Per contrapposto, pensiamo al sovrapporti si scene e
di dialoghi in un montaggio americano), gli arabi, gli orientali in
genere. Un cinese ben educato, anche se sa bene la risposta, lascia
passare qualche secondo dopo una domanda intelligente, per dimostrare
quanto sia degna di pensarci bene prima di rispondere
· il tempo futuro: sono ben note interiezioni quali l’arabo
inshallah o il suo omologo spagnolo si Dios quiere,
se Dio vuole. Non si tratta di mero fatalismo, come può pensare un
europeo, ma di una radicata necessità religiosa, esplicita nel Corano,
di riconoscere sempre che il futuro è nelle mani di Dio e che quindi
anche l’uso del tempo futuro dei verbi può risultare blasfemo: una sfida
a Dio
|
1.2
il tempo strutturato: la scaletta, l’ordine del giorno, l’agenda
dei lavori sono, per i latini, “utili suggerimenti” , ma per uno
svedese si tratta di una riedizione delle tavole della legge: frasi
come “possiamo saltare questo punto e tornarci dopo” oppure “questo
punto lo completiamo in seguito: tanto una soluzione si trova” sono
degli affronti personali per il nordico, per la sua strutturazione
del tempo che si deve trasformare in progetto e in azione. |
2.2 La gerarchia e lo status
La gerarchia è la concretizzazione di
un’idea del potere; a seconda delle culture le comunicazioni interne
alla gerarchie vengono regolate sulla base di quell’idea di potere: una
gerarchia italiana non ammette che una persona che svolge una funzione
di quarto livello faccia avere proposte o obiezioni al livello 2 senza
passare per il suo superiore di terzo livello; se crede che quest’ultimo
gli sia ostile, può con qualche rischio rivolgersi ad un pari grado del
suo superiore; in un’azienda americana invece il lift boy può
fare avere un progetto a un funzionario di altissimo livello: se la
proposta è buona, può saltare vari livelli - e se è cattiva si licenzia
senza dare il tempo ai suoi superiori di licenziarlo. In altre parole,
in alcuni casi si comunica tra funzioni, in altri tra persone; siccome
ogni persona ricopre una funzione in una gerarchia, i problemi
comunicativi vengono risolti da diversi mix delle due componenti a
seconda di ogni cultura.
In molte culture asiatiche e africane il concetto di
gerarchia è fortissimo e viene esibita, non solo con status symbol ma
anche con domande che si pongono al primo incontro e che a noi possono
sembrare quasi impertinenti: la prima domanda è “come ti chiami?” e la
secondo può facilmente essere “che professione fai?”. In Turchia, in
un’università di carattere internazionale, un professore universitario è
stato redarguito per aver tagliato il panettone e servito da bere
durante una festina natalizia; sempre per restare in Turchia, alcuni
commensali socialdemocratici (quindi ideologicamente restii
all’accentuazione delle gerarchie), si sono stupiti in un ristorante
gestito da un italiano quando, a fine serata, il gestore italiano ha
invitato il capocuoco italiano a sedersi alla sua tavola: aveva infranto
la gerarchia.
Alla base della gerarchia c’è il
concetto di “status” che può essere attribuito dalla società o
guadagnato sul campo. In molte culture, ad esempio quella cinese, l’età
è un fattore di status: l’anziano, in quanto anziano, merita rispetto.
Si tratta di un caso di status “attribuito”: oltre al caso dell’età,
sono esempi di status attribuito sia l’appartenenza a
un’aristocrazia (si pensi al ruolo dei “principi” arabi, che guidano le
delegazioni e conducono trattative indipendentemente dalla loro abilità)
sia il sesso, per cui in molte culture orientali e in quella araba la
donna non ha status alto quindi è esclusa dalla comunicazione con
stranieri. In questi casi di status “attribuito” l’insegnante italiano
commette infrazioni gravissime se cerca di rompere le convenzioni,
spingendo membri di età inferiore a sostituirsi all’anziano per avere
una comunicazione più precisa e snella: spesso ciò può compromettere il
contatto. Il problema non si pone quando il prestigio di status non è
“attribuito” ma acquisito sul campo, con la propria preparazione,
il proprio curriculum.
Connesso al problema dello status e del suo riconoscimento da
parte di tutti i partecipanti a un evento comunicativo c’è quello del
rifiuto di “perdere la faccia”: un arabo giungerà a negare platealmente
l’evidenza, in alcune situazioni, e potrà attribuire al demonio un
incidente da lui provocato di fronte agli interlocutori pur di non
perdere la faccia. In questo caso, pretendere scuse è un’offesa
definitiva, tale da far chiudere il rapporto: significa voler far
pubblicamente perdere la faccia.
Il problema del “salvare la faccia” è fortemente sentito in
molte culture asiatiche, africane e latino-americane, dove viene
definita con la parola honra.
3. La comunicazione non verbale
3.1 Uso del corpo per fini comunicativi
Tutto il corpo, che è fonte di molte
“informazioni” involontarie quali il sudore, il tremito, l’arrossire,
ecc., viene utilizzato anche per “comunicare”, cioè per veicolare
significati volontari, o per sottolineare significati espressi con la
lingua.
Vedremo quindi cosa “dicono” le varie parti del corpo,
tralasciando interpretazioni psicologiche (ad esempio: braccia conserte
= chiusura nei confronti dell’interlocutore) che pur essendo
intuitivamente valide rientrano tuttavia nell’ambito delle
interpretazioni.
a. Sorriso
Spesso chi ascolta sorride. In Europa questo esprime un
generico accordo, o almeno attesta la comprensione di quanto si sta
dicendo; in altre culture questa interpretazione non è altrettanto
certa: ad esempio, per non offendere un ospite straniero con un diniego,
un giapponese imbarazzato può limitarsi a sorridere e mantenere il
silenzio, in quanto non vige la nostra equazione “silenzio = assenso”
(“chi tace acconsente”). In una trattativa interpretare il dissenso come
assenso è grave.
b. Occhi
In Occidente guardare l’interlocutore negli occhi è inteso
come un segno di franchezza, ma in molte culture, ad esempio in Asia, il
fissare una persona dritto negli occhi può essere una sfida (o un
richiamo erotico). Mentre in Cina guardare negli occhi di chi parla è un
segno di attenzione, in Giappone ci si guarda di quando in quando, ma
mai durante un commiato: gli occhi vanno focalizzati a terra, in un
punto a lato della persona che si sta salutando.
Gli occhi abbassati, quasi chiusi in una fessura, significano
disattenzione e noi in Europa, ma in Giappone possono rappresentare una
forma di rispetto, ad esempio verso un conferenziere: gli si comunica
che l’attenzione è massima, che non si vuol correre il rischio di
distrarsi - ma il conferenziere europeo che non conosca questa
convenzione ha la certezza che i suoi ascoltatori si sono addormentati.
c. Espressioni del viso
Esprimere le proprie emozioni, sensazioni, giudizi,
pensieri con la mimica facciale è una cosa “ovvia” nell’Europa
mediterranea, in Russia e, in parte, in America, ma in Europa
settentrionale ci si attende che queste espressioni siano abbastanza
controllate, mentre in Oriente esse sono poco gradite, preferendo
educare i bambini fin da piccoli ad una certa imperscrutabilità, cioè ad
una riservatezza riguardo i propri sentimenti.
d. Braccia e mani
Spesso non si sa dove tenere braccia e mani: incrociarle
davanti al petto dà un senso di chiusura, tenerle allacciate dietro il
corpo può dare la sensazione di un’eccessiva informalità. Quindi di
solito si tengono accanto al corpo o si pone una mano in tasca. Molte
culture, ad esempio quella turca e quella cinese, non accettano entrambe
le mani in tasca.
Al di là di queste considerazioni, ci sono vari problemi di
significati che le nostre mani portano portano agli interlocutori:
· si ritiene, soprattutto in culture euro-americane, che
una stretta di mano stritolante dimostri sincerità e “virilità”, ma
questo non Ë vero per altre culture, dove l’eccesso di forza è solo
fonte di fastidio; in Oriente la stretta di mano è inusuale, per cui non
sempre sanno dosarne la forza
· i gesti della mano spesso sottolineano o sostituiscono le parole, ma
essi hanno diversi significati: il segno di vittoria tipico di W.
Churchill (la "v" con indice e medio) significa “vittoria” se il palmo è
rivolto verso l’interlocutore, ma è un insulto (ha più forza di un
chiaro “va a fartelo mettere...”) se il dorso della mano è rivolto
all’interlocutore: corrisponde, ma con forza maggiore, al medio teso che
esce dal pugno chiuso in America; ci sono due gesti che hanno causato
due famose gaffe di Bush e Clinton: il primo ha effettuato il
gesto americano con il pugno chiuso e il pollice eretto verso l'alto che
significa "OK", ma il contesto era Manila, ed in estremo Oriente quel
gesto corrisponde al medio che esce eretto dal pugno chiuso... Clinton
ha usato un altro segno americano per dire “OK”, quello fatto con
pollice e indice uniti a formare una "O", ma lo ha fatto alla Duma di
Mosca, e nei paesi slavi quel gesto significa “Ti faccio un ... grande
così”
· Gli italiani muovono molto le mani mentre parlano: ciò spesso li fa
ritenere aggressivi, invadenti, e la cosa è grave se questa sensazione
viene confermata dal tono di voce, dalle frequenti interruzioni, e così
via, come vedremo in seguito. In tutto il mondo i comici che vogliono
imitare gli italiani muovono istericamente braccia e mani e parlano a
voce alta. Si tenga anche presente che il cinema italiano più noto nel
mondo, da Salvatores a Amelio, da Sordi a Troisi passando per La
Piovra (lo spettacolo più visto al mondo nella storia del
cinema) è di ambiente meridionale, dove l’uso delle mani è
particolarmente accentuato.
e. Gambe e piedi
In molte culture accavallare le gambe non ha alcun valore
comunicativo, mentre in incrociarle, cioè appoggiare la caviglia al
ginocchio lasciando quindi che si veda la suola delle scarpe, viene
ritenuto unpolite e comunica scarso rispetto; gli arabi tuttavia vivono
questi atteggiamenti in maniera molto risentita, perché ritengono che si
comunichi disprezzo sia quando si mostra la suola della scarpa sia
quando, avendo semplicemente accavallato le gambe, si fa oscillare,
quasi nel gesto di dare calcetti che hanno un significato molto forte:
“vattene da qui”.
Nelle culture scandinave e in quelle orientali spesso
togliersi le scarpe è un gesto naturale, che indica relax.
f. Sudore (e profumo)
Il sudore è naturale e può informare sulla tensione emotiva
di una persona (ponendo il problema di come detergerlo in pubblico);
l’odore di sudore ha invece valore comunicativo: assolutamente bandito
in culture come quella italiana (chi si accorge di odorare si sente a
disagio, quindi le sue performance, anche linguistiche, sono intaccate),
in altre culture è considerato normale; nel mondo arabo un maschio
deodorato è meno “maschio”, e se è sensibilmente profumato è un
pervertito. Il sudore ha un valore positivo, di sincera partecipazione,
in Giappone (come nelle discoteche occidentali).
Quanto ai profumi, la definizione di "buono" e di "modica
quantità" varia da cultura a cultura: in Giappone sono particolarmente
intensi anche tra maschi, in Italia i profumi devono essere artificiali,
non riscontrabili in natura.
g. Rumori corporei
In quasi tutte le culture ciò che esce dal corpo è
considerato negativamente e quindi si pone il problema culturale di come
liberarsene con discrezione.
Soffiarsi il naso (per quanto discretamente) è permesso nelle
culture occidentali, mentre in Giappone è considerato irrispettoso e
volgare. Lo stesso vale per il ruttare e dar sfogo a rumori intestinali,
vietati nelle culture occidentali e meglio tollerati in Asia; in
Giappone una specie di risucchio indica soddisfazione dopo un pasto.
Il ruttare dopo un pasto, sebbene stia lentamente declinando
come uso, è ancora talvolta permesso (ma era richiesto, come indice di
sazietà e piacere) dopo un pasto in Scandinavia, Russia, Sud-est
asiatico.
Vomitare è escluso in molte culture, ma non in tutte; in
quella Giapponese, in particolare, il vomitare per postumi di
un’ubriacatura è una sorta di omaggio ai compagni con cui si è passato
una bella serata, bevendo ritualmente senza curarsi egoisticamente del
proprio malessere successivo.
Sputare e scatarrare è comunissimo in Oriente e, in parte,
nelle culture arabe e nere africane, mentre è vietato in quelle
occidentali.
f. Toccarsi piedi e genitali
Alcune culture orientali accettano, anche se si tratta di un
costume in regresso, il fatto di accarezzarsi i piedi in una specie di
massaggio rilassante, senza che questo abbia alcun significato
irrispettoso
E’ invece “poco educato” in Italia ma decisamente offensivo
in altre culture, ad esempio quella greca, il gesto abituale degli
adolescenti di sistemarsi i genitali, schiacciati dai jeans: significa,
soprattutto in momenti di tensione, di lite, “ti mostro che cosa sei: un
c...”.
3.2 Distanza tra corpi
Tutti gli animali vivono in una sorta
di bolla virtuale che rappresenta la loro intimità e che ha il raggio
della distanza di sicurezza, cioè quella che consente di difendersi da
un attacco o di iniziare una fuga. Negli uomini, essa è data dalla
distanza del braccio teso (circa 60 cm.).
La “bolla” è un dato di natura, mentre da sua dimensione e il
suo valore di intimità sono dati di cultura e quindi variano:
l’infrazione alle regole “prossemiche”, cioè alla grammatica che regola
la distanza interpersonale, può generare una crisi comunciativa, cioè
far interpretare come aggressivi e invasivi, quindi necessari di una
reazione, dei movimenti di avvicinamento che non hanno questo
significato nella cultura di chi li ha compiuti.
Le culture nord-mediterranee ritengono che la sfera
dell’intimità, la “bolla”, sia data dalla distanza di un braccio teso:
che si avvicina di più invade il campo dell’altro, mettendolo a disagio
e dandogli la sensazione di essere aggredito (se poi questa invasione si
accoppia con un accentuato movimento delle mani ed un tono di voce alto,
tipici del Mediterraneo, la sensazione di un nordico di essere aggredito
si trasforma in certezza e genera una reazione). Ma nel Mediterraneo
arabo spesso che parla tocca l’interlocutore sul petto o sul
braccio.
Al capo opposto troviamo gli europei non mediterranei e gli
americani che richiedono che ciascuna “bolla” sia rispettata, per cui i
due interlocutori restano a distanza di un doppio braccio.
C’è una tendenza generalizzata nel mondo dei contatti
internazionali all’aumento della distanza interpersonale, forse dovuta
al fatto che la cinematografia è quasi interamente di origine
anglosassone e funge da “persuasore occulto” nell’imporre nuove
grammatiche di comunicazione interpersonale.
Quanto al contatto laterale vigono svariate regole: molti
mediterranei si prendono a braccetto (addirittura per mano nei paesi
arabi) anche tra maschi, cosa esclusa nel nord Italia e nel resto
d’Europa. Anche nelle zone rurali dell’Oriente sopravvive l’abitudine di
prendersi per mano tra persone dello stesso sesso - ma in Giappone il
prendersi a braccetto ha una connotazione sessuale, così come il
camminare molto vicini, a contatto di spalla, anche se la ragazza sta
qualche centimetro avanti.
3.3 Uso di oggetti
Si è spesso osservato che, a
differenza di quanto recita la saggezza popolare, nella comunicazione
"l'abito fa il monaco”: gli oggetti che poniamo sul nostro corpo ed
intorno ad esso nei luoghi di abitazione o di lavoro, la macchina che si
usa, ecc., sono tutti status symbol, e in alcuni casi sono
indicatori di rispetto per l’interlocutore. Poiché il rispetto mostrato
per l’interlocutore è un dato essenziale ma variante in ogni cultura,
può spesso succedere che la nostra indicazione di rispetto non venga
compresa o venga mal interpretata.
a. Vestiario
La formalità dell’abbigliamento è essenziale per comunicare
il rispetto che si porta ad una persona.
In Italia un vestito "formale" include camicia, cravatta,
giacca; negli USA è sufficiente la cravatta, anche con una camicia a
maniche corte e la giacca poggiata sullo schienale — atteggiamento che
da noi sarebbe di amichevole informalità. In Oriente il concetto di
formale in abito europeo è ancora impreciso.
Una giacca cammello o di tweed inglese è adeguata ad un
incontro formale in uffici, università, ecc. in Europa e in Oriente ma
non in America dove un impiegato o un funzionario non vengono accettati
in ufficio se non hanno un abito grigio, blu o nero: cammello, tweed,
toppe di pelle sui gomiti sono per il weekend. La sola strategia per non
commettere errori è costituita dal parlarne chiaramente.
b. Status symbol
Gli status symbol variano da cultura a cultura, da
classe a classe, e spesso non vengono compresi dagli interlocutori di
altre culture, per cui non vengono posti in atto comportamenti attesi:
ad esempio stemmini sul bavero (in Italia si usano al massimo quelli di
Rotary e Lions), cravatte con il colore di Oxford o Harvard, e così via,
sono strumenti di comunicazione sociale molto rilevanti in America e
irrilevanti in Italia.
Tra gli status symbol hanno un ruolo particolare
quelli che indicano la ricchezza: un Rolex d’oro al polso, pesanti
catene su petti villosi o sui polsi, grevi anelli con pietra preziosa
sulle dita robuste di un arabo o di uno slavo possono portare l’europeo
“raffinato” a pensare di trovarsi di fronte ad un buzzurro, ad una
esibizione di ricchezza rapidamente e spesso malamente acquisita, di un
parvenu mentre in quelle culture l’esibizione di ricchezza è
culturalmente approvata; anche la possibilità di accedere a servizi rari
è uno status symbol: il telefono cellulare, che gli italiani spengono
prima di una riunione e che non va esibito perché ormai di uso
generalizzato, è segno di forte vicinanza al potere in Africa o
nell’Europa slava, dove i ripetitori cellulari sono pochi e quindi i
numeri disponibili sono limitati.
c. Oggetti che si offrono: sigarette, liquori,
ecc.
Offrire è sempre un gesto di rispetto e accettare significa
ricambio di rispetto; in culture in cui il rispetto interpersonale ha
molto valore (Africa, Asia ma, in parte, anche America Latina) il
rifiuto può essere uno sgarbo: rifiutare un tè alla menta in un
bicchiere opacizzato dall’uso può essere un desiderio giustificato, ma è
offensivo per l’arabo che lo ha offerto. In questi casi l’eventuale
rifiuto va giustificato con ragioni di salute (un finto diabete è la
soluzione in molti casi) o di ordine religioso.
Anche l'insistere nell’offrire o lo schernirsi nell’accettare
sono regolati dalla cultura: ad esempio, nel sud d'Italia si insiste
molto, secondo la tradizione greca, in un modo che un Inglese ritiene
francamente eccessivo, invadente, imbarazzante.
Ci sono poi problemi legati a ciò che si può offrire: oggi,
offrire una sigaretta in America può essere un insulto (e in Giappone
non si offrono affatto), come offrire alcool a un arabo, o come
insistere per far bere vino a un commensale inglese o americano che dopo
la cena deve tornare a casa in macchina.
d. Regali
In Cina regalare un orologio, che richiama il passare del
tempo, è un memento mori, quindi assolutamente inaccettabile,
come i fiori (soprattutto bianchi) in Oriente, i crisantemi in Italia, i
fiori gialli in Messico... : il comunicare rispetto e amicizia con i
regali è spesso rischioso. In Giappone esiste una vera e propria cultura
della confezione dei regali., che indica lo status della persona cui
viene fatto, mentre in Germania regalare fiori con il cellophane intorno
è offensivo...
I regali costituiscono un importante mezzo di comunicazione
sia intimo (regalare fiori è dunque “rischioso”), sia sociale, in
occasione di inviti a cene, ecc. La tendenza è sempre più quella ad
aprire il regalo, soprattutto se si tratta di un pacchetto, per
comunicare il fatto che è stato gradito;
e. Danaro
Il danaro ha un fortissimo valore di status symbol,
come indicatore non solo di ricchezza, ma anche di successo sociale. Le
culture differiscono molto sul modo di esibire il danaro: a fronte di
culture europee, più o meno legate al concetto di understatement,
per cui si dimostra la ricchezza con il possesso di oggetti lussuosi
(abbigliamento, automobili, ecc.) ma non parlando apertamente di danaro,
troviamo la cultura americana, quelle Orientali e quelle di molti paesi
emergenti in cui l’esibizione del danaro è accettata e ricercata.
Se in Italia parliamo ancora di “vil danaro” e la parola
“lucrare” è ignobile, mentre “senza fine di lucro” è puro, le culture
puritane ricordano che l’amor di Dio per la persona giusta si vede anche
sotto forma di gratificazione materiale: per cui anche i cattolici
americani, intrisi di puritanesimo, possono esibirsi nello spillare alle
vesti della Madonna mazzette di dollari durante le processioni, ed è
possibile che una persona venga presentata anche con riferimento al suo
reddito annuo: he makes half a million a year! Parlare del
proprio stipendio è assolutamente fuori luogo in Italia, tranne tra
colleghi e per solidarietà sindacale, mentre è naturale in culture in
cui il danaro va mostrato. Quindi non deve stupire se, di fronte a un
italiano che si scusa se la commessa della libreria non ha tagliato il
prezzo dalla sovraccoperta di un libro da regalare, troviamo l’americano
che dice il costo del regalo, per comunicare l’estremo valore in cui
tiene la persona cui è stato fatto.
4. Aspetti verbali
La lingua è prima di tutto
espressione sonora, ma è anche costituita dalla scelta delle parole, dal
modo in cui usiamo alcuni aspetti della grammatica e, soprattutto, da
quello in cui strutturiamo i nostri “testi”.
4.1 Uso della voce
La nostra voce può dare l’impressione
che siamo rinunciatari o aggressivi, indipendentemente da quello che
effettivamente vorremmo essere; il nostro silenzio è del tutto neutro in
Scandinavia, assolutamente imbarazzante in Italia...
L’aspetto sonoro della voce è un po’ come quello visivo: è il
primo ad essere percepito e, proprio perché viene analizzato in maniera
inconsapevole, anche in questo caso si può dire che “l’abito fonologico
fa il monaco”: l’inglese che sente due italiani che discutono
serenamente ritiene che stiano litigando, mentre magari stanno
semplicemente constatando di essere d’accordo, ma lo fanno con un tono
di voce e un reciproco interrompersi che in Inghilterra verrebbe usato
solo in un litigio.
Se consideriamo che gli italiani agitano le mani, hanno una
grande mimica facciale, invadono la “bolla” dell’interlocutore, vediamo
come l’alto tono di voce e l’interrompersi aggiungono una conferma di
“aggressività”.
C’è poi il problema della sovrapposizione di voci. Le culture
mediterranee l’accettano, quasi tutte le altre la vietano, sia sotto
forma di interruzione, sia come parlare contemporaneo. Pare che questa
sia invece una caratteristica propria degli italiani, tant’è vero che
nella metafora scelta da Gannon per descrivere l’Italia, (un paese che è
paragonato a un’opera lirica) il parlare insieme viene equalizzato al
duetto o al quartetto tipico del melodramma.
4.2. Alcune scelte lessicali
Abbiamo già trattato il tema dei
taboo nel paragrafo sui parametri di giudizio della comunicazione
interculturale, mentre abbiamo solo accennato al problema della
“correttezza politica”, che qui riprendiamo, isieme agli insidcatori di
status, cioè gli appellativi quali “signore/a/ina” o i titoli
quali “dott.”, “ing.”, ecc. Il loro uso cambia significativamente da
cultura a cultura.
Iniziamo dall’abitudine comune in Italia, a scuola come tra
colleghi, di chiamare una persona per cognome: si tratta di una scelta
abbastanza inusuale in Europa, e del tutto fuori luogo nel mondo
anglofono: “Brown, come here” è usato solo dal sergente cattivo
nel campo di addestramento dei marines...
Il cognome, in inglese, va sempre preceduto da un
appellativo, che può essere Dr in ambito accademico (solo per
coloro che hanno ottenuto un PhD), ma di norma è Mr per un
uomo e, oggi, Ms (pronunciato come se fosse scritto Miz)
per una donna. La classica distinzione tra Mrs e Miss è
contestata nel nome della parità tra uomo e donna, in quanto solo di una
donna si viene a sapere se è sposata o non.
I titoli che corrispondono ad un professione (“Ingegnere”,
“Architetto”) non sono accettati: le uniche professioni che hanno un
titolo sono quella medica (Dr) e la docenza universitaria (Prof).
Le culture spagnola, italiana e tedesca accentuano i titoli e gli
appellativi, mentre quelle scandinave e anglosassoni li sfumano; la
Francia sta evolvendo in direzione anglosassone.
Quanto al formale/informale, notiamo
che ad esempio in Svezia durante gli anni Settanta c’è stato un
abbandono generalizzato del “lei” a favore di “tu”, mentre in Francia
vous resta molto usato; Italia il passaggio dal “lei” al “tu” tra
colleghi è rapido, così come in inglese, dove darsi del tu significa
usare il nome di battesimo anziché Mr/Ms + cognome, che indica un
registro formale.
Anche nell’appiattimento della seconda persona, cioè nella
generalizzazione dell’informalità, la necessità di indicare il registro
formale rimane viva. In inglese come in italiano l’uso dei
condizionale nelle offerte (“would you like...”, “vorresti / le
piacerebbe”) oppure la richiesta di autorizzazione e di pareri
(“Secondo te, posso...”; “Che ne diresti se...”) comunicano un senso di
rispetto e di formalità. Questo viene sottolineato anche
dall’eliminazione di interiezioni e parole di natura volgare (quali “fucking”,
“incazzato”, ecc.) e dall’uso intensivo di espressioni che attutiscono
la forza delle nostre richieste, quali “per piacere”, “grazie”. E così
via.
Culture che si esprimono in inglese, che devono quindi
marcare con forme linguistiche la mancanza dell’alternanza tra “tu/lei”,
“du/Sie”, “tu/vous”, “tu/Ud.”, “tu/vocé”,
ecc., tendono a usare moltissimo please e thank you, anche
laddove un italiano non li userebbe; il loro mancato uso fa ritenere a
un anglofono che noi siamo poco polite, il che risulta grave se si
aggiunge al tono di voce, alla |