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Reg. Tribunale Lecce n. 662 del 01.07.1997
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da Antimafia

DOSSIER
La mafia del Ponte

 Organizzazioni criminali, grandi holding finanziarie e società di costruzioni guardano con sempre maggiore attenzione alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, una delle opere più devastanti rilanciate dal governo Berlusconi-Lunardi.
 Come si stanno preparando i poteri forti di Calabria e Sicilia al grande appuntamento del Ponte? Potranno essere gli appalti l’occasione per un nuovo patto politico-economico-militare tra le mafie e la borghesia locale e nazionale? 
E chi sono realmente gli Uomini del Partito del Ponte? 
 

Antonio Mazzeo  - Luglio 2002

Cap. 1 – Mani criminali sull’affare del Ponte

Tra le possibili cause dell’accelerazione del processo di 'mafiosizzazione’ e concentrazione dei poteri criminali nell’area dello Stretto di Messina, trova sempre più credito l’attesa suscitata dal sogno trentennale di realizzare un’infrastruttura per l’attraversamento stabile dello Stretto, oltre 14.000 miliardi di lire d’investimenti per un ponte di appena tre chilometri di lunghezza (1).


Questa tesi trova conforto in quasi tutti i più recenti rapporti semestrali sullo stato della criminalità organizzata in Italia della Direzione Investigativa Antimafia. Il primo allarme sugli interessi suscitati tra le organizzazioni mafiose dalla ventilata realizzazione dell’infrastruttura, è stato rilanciato in un comunicato Ansa del 22 aprile 1998. “La DIA – si legge - è preoccupata dalla grande attenzione della ‘ndrangheta e di Cosa Nostra per il progetto relativo alla realizzazione del ponte sullo Stretto”. “Appare chiaro – aggiunge la Direzione Investigativa Antimafia – che si tratta di interessi tali da giustificare uno sforzo inteso a sottrarre il più possibile l’area della provincia di Messina all’attenzione degli organismi giudiziari ed investigativi” (2).


Le mani sul Ponte
La DIA torna sull’argomento con una più approfondita valutazione, nella sua seconda relazione semestrale per l’anno 2000. Soffermandosi sulla ristrutturazione territoriale dei poteri criminali in Calabria e in Sicilia, il rapporto segnala come le ultime indagini hanno evidenziato che “le famiglie di vertice della ‘ndrangheta si sarebbero già da tempo attivate per addivenire ad una composizione degli opposti interessi che, superando le tradizionali rivalità, consenta di poter aggredire con maggiore efficacia le enormi capacità di spesa di cui le amministrazioni calabresi usufruiranno nel corso dei prossimi anni”. Nel mirino delle cosche, secondo la DIA, innanzi tutto i progetti di sviluppo da finanziare con i contributi comunitari previsti dal piano “Agenda 2000“ per le ‘aree depresse’ del Mezzogiorno, stimati per la sola provincia di Reggio Calabria in oltre cinque miliardi di euro nel periodo 2000-2006. “Altro terreno fertile ai fini della realizzazione di infiltrazioni mafiose nell’economia legale – aggiunge il rapporto della DIA - è rappresentato dal progetto di realizzazione del ponte sullo stretto di Messina, al quale sembrerebbero interessate sia le cosche siciliane che calabresi. Sul punto è possibile ipotizzare l’esistenza di intese fra Cosa nostra e ‘ndrangheta ai fini di una più efficace divisione dei potenziali profitti”.


A prova del patto comune tra le due organizzazioni criminali per la cogestione dei flussi finanziari previsti per la megainfrastruttura, gli investigatori segnalano in particolare i “collegamenti” emersi in ambito giudiziario nella gestione dei grandi traffici di stupefacenti, tra malavitosi gravitanti nell’area catanese e personaggi di spicco della ‘ndrangheta appartenenti al clan Morabito di Africo Nuovo. L’asse strategico tra questi potentissimi gruppi criminali ed il loro sofisticato modus operandi è stato evidenziato dalle indagini sull’infiltrazione mafiosa nella realizzazione dei grandi appalti pubblici nella provincia di Messina, e in particolare nella gestione di attività illecite nella locale Università degli Studi (3).


La Direzione Investigativa Antimafia ha arricchito questi elementi d’analisi con gli ultimi due rapporti semestrali sulle attività d’indagine espletate nell’anno 2001. Ciò che più preoccupa gli investigatori è la nuova struttura della ‘ndrangheta sorta dopo le guerre tra le cosche degli ultimi decenni, un’organizzazione criminale “vivacissima” nel settore del traffico internazionale di stupefacenti e con sempre maggiori possibilità di infiltrazione negli affari economico-imprenditoriali, anche grazie alla ridotta attenzione generale in tema di lotta alla mafia (4). “Gli attuali standard organizzativi – si legge nella relazione della DIA - hanno consentito l’acquisizione di ingenti introiti finanziari in grado di sviluppare, accanto ai tradizionali business, attività di natura imprenditoriale, apparentemente lecite, che si presentano a costituire veicoli d’infiltrazione della malavita all’interno del sistema economico. Una siffatta strategia della ‘ndrangheta è quanto mai allarmante, soprattutto nell’attuale fase di sviluppo calabrese, nella quale al sistema imprenditoriale privato sono attribuite grandi responsabilità per il progresso dell’economia regionale, soprattutto nel quadro dei cospicui contributi comunitari per il piano pluriennale ‘Agenda 2000’ e con quelli, pure prossimi, relativi alla realizzazione del Ponte di Messina”.


A questa infrastruttura, è dedicato un passaggio chiave del rapporto della Direzione antimafia: “Le prospettive di guadagno che ne deriveranno non potranno non interessare le principali famiglie mafiose operanti in Calabria. Inoltre l’entità degli interessi per la costruzione del Ponte e la particolarità dell’opera, sono tali da far ritenere possibile un’intesa tra le famiglie reggine e Cosa Nostra, in vista di una gestione non conflittuale delle opportunità di profitto che ne deriveranno”. Come si vede, gli investigatori confermano la possibilità di un’intesa ‘ndrangheta-Cosa Nostra per la suddivisione degli appalti relativi al Ponte dello Stretto, una compartecipazione affaristica in linea all’impostazione data a Cosa Nostra in Sicilia dagli uomini affiliati a Bernardo Provenzano, incline alla trattativa ‘politica’ con le istituzioni dello Stato ed al recupero del coordinamento regionale delle organizzazioni mafiose. E’ appunto questa strategia d’intervento che ha restituito alla mafia la possibilità di sfruttare a pieno le sue risorse economiche principali: lo sfruttamento parassitario delle attività commerciali e imprenditoriali locali e il controllo nel settore degli appalti pubblici e delle imprese siciliane e nazionali che operano nell’isola.


Secondo la DIA, Cosa Nostra avrebbe ripristinato un elevato grado di controllo sull’imprenditoria, specialmente quella del settore edile, intercettando sia gli investimenti pubblici sia quelli privati, “vuoi mediante l’estorsione pura e semplice, vuoi con la partecipazione diretta ai lavori”. “Con la conseguenza – conclude la Direzione antimafia - che una rilevante quota delle risorse investite viene sottratta alla realizzazione dell’opera, determinandone una esecuzione non rispondente ai criteri qualitativi stabiliti e la necessità di dare ricorso ad ulteriori e non previsti finanziamenti”. Uno scenario particolarmente preoccupante proprio perché affermatosi in prospettiva della “prossima realizzazione di una straordinaria serie di opere indispensabili per l’adeguamento delle strutture dell’isola agli standard nazionali ed europei” (5).


Il grande affare del consorzio ‘Ndrangheta-Cosa nostra S.p.A.

Sin qui le relazioni ufficiali del massimo organo d’investigazione antimafia. Alle considerazioni precedenti vanno aggiunte le dichiarazioni di due tra i maggiori rappresentanti degli organi giudiziari dello Stretto, l’ex procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Salvatore Boemi, e il procuratore capo di Messina, Luigi Croce.


Boemi, occupatosi di importanti indagini sulle infiltrazioni mafiose nel tessuto economico calabrese e sull’asse ‘ndrangheta-eversione di destra-massoneria e politica (6), ha ripetutamente messo in guardia sui sempre più provati interessi mafiosi per l’accaparramento degli enormi investimenti pubblici in arrivo a Reggio Calabria. “Il Ponte è il grande affare del terzo millennio per Sicilia e Calabria: se non se ne interessa la mafia, ne sarei sorpreso” ha commentato nel corso dello speciale sul Ponte della trasmissione ‘Sciuscià’ di Michele Santoro, nel febbraio 2001. "Il ponte sullo Stretto lo vogliono tutti, sarà un affare da 15 mila miliardi" ha poi spiegato il dottor Boemi al giornalista Mario Portanova ."Già fra la richiesta "ambientale" e i subappalti, la mafia si appropria del 25 per cento dei soldi pubblici che arrivano in Calabria" (7). Nonostante l’infiltrazione dei gruppi criminali nei grandi appalti, lo stesso Boemi ha dovuto lamentare la “cancellazione” del pool antimafia di Reggio Calabria, la “fine di una stagione” di contrapposizione alle cosche e ai comitati d’affari che “si preparano al varo del ponte sullo Stretto e ai miliardi europei di Agenda 2000” (8).


Nel mirino delle cosche ci sarebbero anche i quasi mille miliardi relativi al cosiddetto ‘Decreto Reggio Calabria’, i finanziamenti del Piano Urban per la riqualificazione del centro urbano e quelli relativi alla costruzione di nuovi pontili per il collegamento marittimo Reggio-Messina. “Relativamente al problema del ponte sullo Stretto – ha aggiunto il procuratore Boemi - vorrei capire come si possa conciliare questo investimento sull'attraversamento stabile con i nuovi progetti per dar vita a corsie preferenziali ai fini del potenziamento del traghettamento dello stesso Stretto di Messina” (9). Il magistrato cioè, oltre a denunciare il rischio d’infiltrazione criminale, pone il dito contro la logica degli sprechi delle risorse economiche e finanziarie e l’assenza di una politica organica dei trasporti da parte delle classi dirigenti locali e nazionali.


Dall’altra parte dello Stretto, ha fatto eco al dottor Boemi, il Procuratore capo della Repubblica di Messina, Luigi Croce. Nel corso di un convegno organizzato dalla locale Associazione antiusura, il magistrato ha denunciato i “contrastanti ed inquietanti” segnali inviati alla città dal mondo criminale: “È forse all'orizzonte, in vista anche della possibile costruzione del Ponte, un'alleanza ancor più stretta tra Cosa Nostra e 'Ndrangheta che passa per la città dello Stretto, per cui la crisi delle organizzazioni locali potrebbe semplicemente aprire la strada a un'invasione da parte delle organizzazioni mafiose esogene”. Anche il dottor Croce denuncia il clima di “generale rilassamento” in tema di contrasto della criminalità, fattore che alimenterebbe nella provincia di Messina gli interessi dei gruppi mafiosi e dei settori dell’imprenditoria in rapporto con le cosche. “In alcuni casi hanno costituito una vera e propria “mafia bianca”, meno appariscente di quella dei Riina, dei Santapaola e, su scala più ridotta, degli Sparacio, ma non meno perniciosa per lo sviluppo della città” (10).


Sui tentativi d’infliltrazione della mafia per l’accaparramento del flusso delle risorse previste da ‘Agenda 2000’ e dai progetti per le grandi opere infrastrutturali come il Ponte sullo Stretto, è recentemente intervenuta anche la Procura di Palermo attraverso il procuratore aggiunto Roberto Scarpiato. L’allarme è stato ripreso dagli allora ministri del tesoro Vincenzo Visco e delle finanze Ottaviano del Turco. Visco, riferendosi espressamente al Ponte sullo Stretto, ha richiesto che “i controlli e l'azione di prevenzione siano organizzati con grande attenzione, grande energia e grande decisione”. Del Turco, già presidente della Commissione parlamentare antimafia che aveva indagato su criminalità-politica e affari nel messinese, ha commentato che il Ponte “deve riunire due realtà, quelle di Messina e Reggio Calabria, in cui ci sono stati fenomeni che hanno coinvolto la vita delle amministrazioni. E visto che la mafia si è occupata di tutti gli appalti anche di minima entità si può immaginare che non metta gli occhi su un appalto di 5-6 mila miliardi?” (11).


Un impatto criminale top secret

Le dichiarazioni degli ex ministri Del Turco e Visco sono il frutto di intuizioni soggettive, oppure trovano un fondamento ‘scientifico’ e documentale? In realtà è difficile credere che i due componenti dell’esecutivo abbiano parlato del ‘rischio infiltrazione’ senza una lettura del rapporto sul cosiddetto ”impatto criminale del Ponte”, commissionato nell’anno 2000 al centro studi Nomos del Gruppo Abele di Torino dagli advisor chiamati dal Ministero dei lavori pubblici a valutare la fattibilità dell’opera (12). Nonostante le conclusioni di questo studio siano state secretate dai committenti e dallo stesso governo, alcuni dei passaggi chiave sono stati rivelati in un articolo dello studioso Giovanni Colussi pubblicato dal settimanale Carta, ed in un saggio del sociologo Rocco Sciarrone sulla rivista Meridiana. E’ bene riportarne alcuni passi.


“Sono state prese in considerazione le due possibilità offerte dal ministero dei lavori pubblici e da quello del tesoro: Ponte sullo Stretto e trasporto multimodale” scrive Colussi. “Trattandosi di un’esperienza con pochi precedenti, gli autori hanno dovuto ragionare su un modello interpretativo che potesse offrire un’efficace descrizione dell’opportunità criminale che si apriva, per i mafiosi, con un’opera come il Ponte. Ed è stato scelto un modello di analisi essenzialmente qualitativo, non essendo disponibili dati sufficienti che consentissero la costruzione di indicatori efficaci sul piano quantitativo. La storia dei gruppi criminali presenti sul territorio, e la loro reattività alle opportunità offerte da altre Grandi Opere, sono state incrociate con le caratteristiche dell’opera in quanto tale: modalità di costruzione, la presenza o meno di manodopera specializzata, il livello tecnologico richiesto nelle varie fasi della lavorazione. Si è cercato quindi di identificare, attraverso un’analisi del know-how criminale presente in loco, le parti più a rischio di infiltrazione mafiosa” (13).


Per ciò che concerne il contesto geocriminale in cui s’inserisce il progetto, i ricercatori di Nomos confermano come lo Stretto di Messina si caratterizzi per essere un’area ad alta densità mafiosa “in cui le attività criminali sono strutturate e coordinate a livello organizzativo, e quindi realizzate con sistematicità” (14). Analizzando il modo con cui mafie e imprenditoria locale e nazionale hanno interagito principalmente in Calabria per la realizzazione di grandi opere pubbliche (l’autostrada Salerno-Reggio, il porto e la centrale di Gioia Tauro, ecc.), il rapporto rileva la notevole capacità dei gruppi criminali di inserirsi nei grandi appalti pubblici. “La ‘ndrangheta ha, infatti, saputo imporsi in molte delle numerose infrastrutture costruite in Calabria dagli anni sessanta ad oggi. E spesso le strategie di infiltrazione sono state realizzate stringendo rapporti di collusione con le imprese titolari degli appalti” e instaurando “rapporti di scambio reciprocamente vantaggiosi con il mondo della politica e dell’imprenditoria” (15). Dato il contesto delle relazioni intercorse e dato il controllo pressoché totale del territorio da parte della ‘ndrangheta, Nomos giunge a dichiarare “pienamente fondato” il rischio criminalità della localizzazione dell’infrastruttura in quest’area. Si è di fronte ad un “danno atteso”, in cui si prefigura un rapporto di ‘cooperazione’ tra le cosche per l’accaparramento degli appalti. A tal fine la ‘ndrangheta si è dotata, sul modello della struttura organizzativa della mafia siciliana, di un organismo unitario e centralizzato di coordinamento in grado di appianare le controversie interne (16). Si ritiene infine plausibile un vero e proprio “accordo di cartello” tra i vertici delle cosche di ambedue le regioni: alle stesse conclusioni, come abbiamo visto, sono giunti gli investigatori della Direzione Nazionale Antimafia.


Lo scenario degli appalti
Un elemento che rende particolarmente attrattivo il Ponte alle cosche criminali – secondo il rapporto di Nomos - è l’ingente somma prevista per la sua realizzazione, e soprattutto il fatto che si è di fronte ad un’iperconcentrazione degli investimenti in un’area territoriale limitata. E’ possibile prevedere che rispetto a questa particolare condizione dell’opera, i gruppi mafiosi metteranno in atto fondamentalmente due tipi di strategie per accaparrarsi l’enorme flusso finanziario previsto. La prima strategia, scrive Sciarrone, “ha a che fare direttamente con il controllo del territorio e si sostanzia concretamente nel meccanismo della estorsione-protezione. La seconda riguarda l’attività imprenditoriale dei mafiosi e di loro eventuali soci e si traduce empiricamente nell’inserimento dei lavori da eseguire”. Il pagamento del ‘pizzo’ sui lavori affidati in appalto o in concessione, la protezione su scambi e accordi pattuiti da terzi, il controllo e l’intermediazione rispetto al mercato locale del lavoro, il collegamento e la mediazione con i circuiti politico-amministrativi, appaiono le attività più prevedibili, anche perché sono le meglio sperimentate dalle organizzazioni criminali. “La realizzazione di un’opera come Il Ponte – aggiunge Sciarrone - potrebbe costituire altresì una favorevole opportunità per rapporti economici e attività imprenditrici che vanno fondamentalmente in due direzioni: attraverso imprese costituite e gestite direttamente da esponenti del gruppo criminale e attraverso la costituzione di fatto (se non di diritto) di società con imprenditori ‘puliti’” (17). Questi interventi sono favoriti appunto dall’organizzazione stessa che si è data la mafia calabrese, in grado ormai di poter agire con imprese e società che, in vario modo, “sono da essa controllate e che, assumendo forme del tutto legali, sono in grado di utilizzare tutti gli strumenti tecnico-giuridici idonei a rendere “invisibile” la presenza mafiosa” (18).


E’ tuttavia più credibile l’ipotesi che i gruppi criminali puntino alla gestione diretta dei lavori. Come rilevato dall’ex procuratore di Reggio Calabria, Salvatore Boemi, la ‘ndrangheta non punta alle “estorsioni di piccolo cabotaggio”, ma all’ingresso da protagonista nella gestione diretta delle opere previste nella provincia di Reggio. “Non vorrei – ha spiegato Boemi - che si ripetesse in questa occasione l'errore che si fece, anni fa, ai tempi del costruendo Quinto Centro Siderurgico di Gioia Tauro, quando si rincorrevano piccoli affari mafiosi e si perdeva di vista che la mafia era entrata nella grande torta” (19). Basta pensare al grado di condizionamento esercitato dalla ‘ndrangheta durante i lavori di costruzione della megacentrale a carbone, ancora una volta a Gioia Tauro. “Non c‘era più soltanto il classico inserimento delle ‘ndrine nei lavori di sub appalto – scrive lo storico Enzo Ciconte – ma c’era l’individuazione dell’impresa a “partecipazione mafiosa” la cui caratteristica essenziale era di “far capo, comunque al mafioso, ma gestita da un insospettabile prestanome. Inoltre, c’era anche il consorzio d’imprese che univa insieme imprese mafiose e imprese non mafiose, e c’era la complicità degli organi istituzionali dell’ENEL” (20).


Sino a qui, in realtà, l’analisi del centro studi del Gruppo Abele di Torino non appare originale, poiché non ci sarebbero differenze particolari del ‘rischio criminalità’ nel caso della realizzazione del Ponte dello Stretto o di una qualsivoglia megainfrastruttura in qualsiasi parte del territorio a controllo mafioso. Se però si tengono in conto le specificità tecniche del progetto (il Ponte in sé con le strutture portanti e le relative infrastrutture d’accesso, di collegamento e di servizio), è possibile definire un impatto criminale che ha carattere di unicità nel panorama delle Grandi Opere. In verità Nomos sostiene che l’elevato contenuto tecnologico dell’infrastruttura e la necessità di reperire manodopera qualificata possano essere fattori d’ostacolo per l’inserimento dei gruppi mafiosi. “La maggior parte degli elementi che compongono l’impalcato e le torri sono prefabbricati e preassemblati. Per questi lavori, si può ipotizzare che le possibilità d’infiltrazione da parte di imprese mafiose o a compartecipazione mafiosa siano ridotte. Molto dipenderà comunque da come saranno articolati, lottizzati e appaltati i lavori stessi” (21).


Una tesi difficile da condividere, anche perché risponde ad una visione assai riduttiva delle capacità d’impresa delle organizzazioni mafiose e che non tiene conto delle risultanze delle più recenti indagini. Esiste realmente questa divisione di competenza tecnologica tra la grande impresa ‘legale’ e l’impresa in mano ai boss? E non è forse vero che attraverso l’investimento in borsa di quantità inimmaginabili di denaro sporco, le organizzazioni criminali siano entrate in possesso di cospicui pacchetti azionari delle maggiori imprese ‘tecnologizzate’ così da divenire esse stesse imprese mafiose o a capitale mafioso? La scalata mafiosa al Gruppo Ferruzzi, holding finanziaria con vasti interessi nel settore delle infrastrutture a tecnologia avanzata è l’esempio più noto di questo processo di trasformazione del ruolo imprenditoriale della criminalità. Proprio alla vigilia della realizzazione delle grandi opere promesse dal governo Berlusconi, sono stati raccolti ulteriori segnali che comproverebbero una evoluzione in tal senso delle relazioni mafia-imprenditoria. Il procuratore Pier Luigi Vigna, in una sua recente audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia, ha fatto esplicito riferimento ad “una vera e propria mimetizzazione in atto delle imprese colluse con la mafia”, fenomeno che si accompagna ad un vasto movimento delle imprese stesse, una “sorta di trasmigrazione” da una regione all’altra. Molte società cioè, avrebbero deciso di trasferire la loro attività e di abbandonare la Sicilia, lasciando il mercato libero ai grandi gruppi imprenditoriali del Nord. E’ questo il frutto di un accordo più o meno tacito, oppure è il segnale di una modifica in atto delle stesse composizioni societarie delle holding finanziarie a capo delle grandi imprese?


Al di là di una possibile sottovalutazione delle capacità tecnologiche delle imprese mafiose, il rapporto Nomos è importante perché giunge a quantificare la percentuale delle opere che tuttavia sarebbero a specifico rischio d’infiltrazione criminale. Il dato di per sé è allarmante: secondo il ricercatore Giovanni Colussi circa il 40 per cento delle opere potrebbe alimentare i circuiti mafiosi (22). E’ nei settori più tradizionali dell’intervento criminale nei lavori pubblici (movimenti terra, trasporti, forniture di materiali inerti e calcestruzzi), in cui è più facile glissare normative e certificazioni antimafia, che secondo i ricercatori di Torino è possibile un “maggior grado di permeabilità all’azione di gruppi criminali”. Il Ponte è un megamonumento di cemento ed acciaio (è prevista la produzione e la movimentazione di oltre 1,1 milioni di tonnellate di cemento, 780.000 metri cubi d’inerti, 69.000 tonnellate d’acciaio, oltre 1,3 milioni di metri cubi di materia di risulta). I mafiosi “cercheranno di inserirsi proprio in attività di questo tipo, che costituiscono ormai da tempo i settori che privilegiano e che in genere tendono a monopolizzare” (23).


“Per quanto riguarda le torri – spiega ancora Rocco Sciarrone - un rischio criminalità potrebbe in ipotesi manifestarsi nella fase di scavo e della realizzazione delle fondazioni, il cui volume complessivo è di 86.400 mc in Sicilia e di 72.400 mc in Calabria. In questo caso, imprese mafiose – già esistenti o più probabilmente costituite ad hoc – potrebbero rivendicare una partecipazione diretta ai lavori, soprattutto per le fasi di scavo e di movimentazione terra. Lo stesso rischio può essere segnalato per quanto riguarda le strutture di ancoraggio dei cavi di sospensione, per le quali è previsto un volume di 328.000 mc in Sicilia e di 237.000 mc in Calabria”. “Se si tiene inoltre conto che per la realizzazione del manufatto occorrono in totale circa 860.000 mc di calcestruzzo, il rischio criminalità appare di gran lunga più elevato data la tradizionale specializzazione dei gruppi mafiosi nel cosiddetto ‘ciclo del cemento’. Lo stesso rischio si rileva in tutte quelle lavorazioni con procedure esecutive di tipo standardizzato, che riguardano, ad esempio, verniciature, saldature, pavimentazioni, ecc.” (24).


“Da dove verrà tutto il cemento necessario a costruire il ponte?”, si domanda il sociologo Osvaldo Pieroni, autore di un eccellente volume che analizza i limiti dell’infrastruttura. “E chi gestisce in quest’area il mercato delle attività estrattive, del cemento, delle costruzioni e degli appalti?”. E’ lo stesso Pieroni a fare un lungo elenco di famiglie storiche della ‘ndrangheta reggina: i Mammoliti, i Mazzaferro e i Piromalli di Gioia Tauro, gli Iamonte di Melito Porto Salvo, i Barreca di Pellaro, i Pesce e i Pisano di Taurianova, i Serraino, i Viola e gli Zagari di Roccaforte del Greco, i Fazzolari e gli Albanesi di Molochio (25). I nomi sono gli stessi di quelli segnalati dai più recenti rapporti della Direzione nazionale Investigativa Antimafia, accanto ai clan Mancuso e Morabito, di cui si denuncia l’enorme pericolosità “in virtù dei già percorribili segnali di infiltrazione nel tessuto imprenditoriale legale”, capace di “condizionare le procedure di gare d’appalto”.


Gallerie, ferrovie e viadotti, la vera manna della mafia del Ponte
Ma è nell’ambito dei lavori per i collegamenti ferroviari e stradali, in buona parte previsti in galleria (21,7 Km in Sicilia e 25,9 Km in Calabria) e delle rampe di accesso al Ponte, che secondo Nomos il rischio criminalità è ancora più alto ed evidente. Tali lavori prevedono notevoli volumi di scavo e discarica, oltre al fabbisogno di inerti lapidei per calcestruzzi. Si avranno complessivamente 4,2 milioni di mc di scavo sul versante siciliano e 3,9 milioni di mc su quello calabrese e nonostante le dimensioni di queste opere, il progetto della Società Stretto di Messina non fornisce ipotesi credibili sulla localizzazione e l’utilizzo delle cave e delle discariche necessarie.


Ci sono poi le infrastrutture di servizio al Ponte, che nel progetto comprendono un volume complessivo di fabbricati per ciascun versante di 2.800 mc, un’area di servizio-ristoro in Sicilia (38.000 mc), un centro commerciale e di ristoro in Calabria (35.000 mc), un centro direzionale sempre in Calabria con un’area d’assistenza e soccorso ed una caserma della polizia (15.000 mc), un albergo ad anfiteatro (23.500 mq), un museo (2.300 mq). “Si tratta di opere rilevanti, che richiederanno un impegno finanziario non indifferente e che facilmente possono richiamare gli interessi dei gruppi mafiosi” afferma il sociologo Rocco Sciarrone. “Il rischio criminalità è dunque particolarmente elevato, tenendo peraltro presente che tali opere saranno considerate secondarie – e anche oggettivamente marginali – rispetto alla realizzazione del manufatto e delle sue infrastrutture principali. Il livello di “guardia” potrebbe essere più basso e ciò comporterebbe di conseguenza un maggior grado di vulnerabilità di queste opere rispetto a eventuali infiltrazioni mafiose” (26).


Un altro settore particolarmente sensibile alla penetrazione mafiosa è quello relativo all’offerta di servizi necessari per il funzionamento dei cantieri. Oltre alla tradizionale funzione di guardiania, “i mafiosi cercheranno con molta probabilità di inserirsi nelle fasi di installazione e organizzazione dei cantieri, e successivamente anche nella gestione dei loro canali di approvvigionamento. E’ dunque ipotizzabile il tentativo di controllare il rifornimento idrico e quello di carburante, la manutenzione di macchine e impianti e la relativa fornitura di pezzi di ricambio, il trasporto di merci e persone” (27). Un’ultima nota del rapporto Nomos sul rischio criminalità è riservata al ruolo che i mafiosi potrebbero cercare di assumere, in termini di intermediazione e speculazione, sui terreni da espropriare per la costruzione delle infrastrutture di collegamento e di servizio. Segnali d’allarme in tal senso, sono stati raccolti dal Forum sociale di Messina tra gli abitanti della frazione di Faro-Capo Peloro, in occasione del recente campeggio di lotta contro il Ponte sullo Stretto.


Un 40% delle opere ad alto “rischio di azione criminale” significano 5.600-6.000 miliardi di lire d’investimenti pronti a finire nelle mani delle imprese di mafia. Nonostante lo scenario di forte illegalità e incompatibilità socioterritoriale del progetto Ponte, il vecchio governo di centrosinistra guidato da Giuliano Amato ha scelto di occultare i risultati del rapporto, e per bocca del sottosegretario ai lavori pubblici, on. Antonino Mangiacavallo, ha ridimensionato l’”impatto criminale” dell’infrastruttura, assimilandola ad un qualsiasi progetto per il trasporto multimodale. “Il maggior pericolo, nel caso della realizzazione del Ponte, non appare legato né alla natura dell'opera né alla sua unitarietà” ha dichiarato Mangiacavallo, rispondendo ad una serie di interrogazioni parlamentari. “A rendere più rischiosa tale soluzione sembra solo essere la sua maggiore dimensione finanziaria rispetto alla multimodalità, ma se le risorse pubbliche liberate dalla scelta dello scenario multimodale venissero impiegate per rendere tale stesso scenario più robusto, costruendo ponti, aeroporti e strade (...), l'impatto sulla sicurezza dei due scenari diverrebbe simile” (28). Nonostante il contorto gioco di parole, il sottosegretario conferma implicitamente che la mafia è pronta a spartirsi i lavori di realizzazione del manufatto.


Al grande appuntamento con il mostro tra Scilla e Cariddi le autorità si stanno accingendo impreparate e senza gli strumenti idonei ad impedire il grande banchetto delle cosche criminali siculo-calabre. Debole e per lo meno inopportuna è la soluzione auspicata dagli stessi ricercatori del Gruppo Abele, che nel rapporto sul ‘rischio criminalità’ per i lavori del Ponte prospettano la creazione di una task force guidata dai magistrati “che opererebbero come aggiunti presso le DDA di Messina e Reggio Calabria, coordinati dalla Direzione Nazionale Antimafia e coadiuvati da un apposito nucleo della DIA, allo scopo di compiere una sistematica attività d’indagine e di prevenzione nei confronti di tutti i soggetti economici impegnati nell’opera” (29)


Valutare come altissimi i costi in termini di militarizzazione e controllo mafioso del territorio nel momento in cui si aprirebbero i cantieri per il Ponte, dovrebbe portare ad una seria messa in discussione del valore e della fattibilità dell’opera stessa. E’ particolarmente ingenuo pensare che l’enorme impatto sociocriminale previsto possa essere ‘bilanciato’ e ‘controllato’ dal potenziamento degli organismi d’indagine e magari di polizia. Il processo di militarizzazione della Sicilia, la realizzazione di megaimpianti di guerra sotto il controllo dei più efficienti sistemi d’intelligence degli Stati Uniti, non ha assolutamente impedito l’infiltrazione criminale nei cantieri e nei servizi delle basi e degli aeroporti. Di contro, esso è stato funzionale alla composizione di nuovi e più agguerriti blocchi sociali moderati e al potenziamento della forza politico-militare della mafia. La realizzazione delle grandi opere militari ha avuto l’effetto, non certamente secondario, di ridurre gli spazi d’espressione democratica e d’organizzazione dei soggetti sociali antagonisti al modello di sviluppo dominante e al complesso bellico-industriale. C’è poi da chiedersi perché mai dovrebbe avere esito positivo l’implementazione di una task force di magistrati e agenti speciali, in un’area dove le forti contiguità tra i poteri hanno impedito l’esercizio della giustizia e persino inquinato e depistato indagini strategiche per colpire i santuari del crimine…

Non è un caso che l’ipotesi di un ‘nucleo speciale d’indagini’ sia piaciuta ai grandi Signori del Ponte. L’on. Nino Calarco, direttore della Gazzetta del Sud e presidente della Stretto di Messina, a proposito del rischio d’infiltrazione mafiosa negli appalti è giunto a proporre di nominare l’ex procuratore distrettuale della DDA di Reggio Calabria, Salvatore Boemi, a capo della task-force che il governo dovrebbe istituire per la verifica della legalità. “Boemi sarebbe l’uomo giusto anche perché è stato il primo a sollevare il problema delle possibili infiltrazioni mafiose” (30). Un tentativo di cooptazione e di legittimazione delle classi dirigenti locali che non può che essere respinto per la sua inutilità e pericolosità. Quali sarebbero poi le garanzie e i supporti che il nuovo governo potrebbe mai dare a task force del tipo di quella proposta per la ‘vigilanza’ dei lavori del Ponte? Illuminante in proposito quanto ha dichiarato recentemente il ministro delle infrastrutture Pietro Lunardi: “Ci siamo preoccupati d’investire una piccolissima parte delle somme destinate alla realizzazione delle grandi opere per la sicurezza contro il rischio criminalità. Abbiamo siglato un accordo con il ministero degli Interni e del Tesoro in virtù del quale sui cantieri per le grandi opere saranno presenti tutori dell’ordine a garanzia che tutto avvenga al riparo dalle pressioni mafiose. Monitoraggio costante, dunque, sui cantieri, come peraltro sta già avvenendo in altre zone d’Italia” (31). Nient’altro che fumo: piccolissime somme di denaro e qualche tutore dell’ordine in più. Per Lunardi, del resto, l’infiltrazione mafiosa nella gestione delle grandi opere non può essere argomento d’allarme. “Mafia e Camorra ci sono e dovremo convivere con questa realtà” ha esternato il ministro nell’agosto 2001. “Questo problema non ci deve impedire di fare le infrastrutture. Noi andiamo avanti a fare le opere che dobbiamo fare, e questi problemi di Camorra, che ci saranno, per carità, ognuno se li risolverà come vuole”.


Guerra e stragi per i lavori del Ponte
L’infiltrazione delle organizzazioni mafiose nella gestione delle risorse finanziarie finalizzate alla realizzazione del Ponte non è un processo recente, e soprattutto non è stato né lineare né indolore. Al contrario, esso è passato attraverso una fase di grave conflitto tra le maggiori cosche calabresi, culminata in una vera e propria guerra che, nella seconda metà degli anni ’80, ha disseminato di morti (oltre 600) le strade della provincia di Reggio Calabria. Lo scontro militare scoppiò nell’ottobre del 1985 a seguito dell’assassinio del boss di Archi Paolo De Stefano, intimamente legato ai poteri economici, politici e massonici. Di lui sono stati provati i legami con la Banda della Magliana e con gli ambienti dell’eversione di estrema destra, alla quale si sarebbe accostato “negli anni in cui frequentava l’Ateneo messinese, ed attraverso tali ambienti con altri ancora più potenti ed influenti a livello nazionale, quali quelli dei servizi segreti, della massoneria deviata, del terrorismo internazionale e dei grandi trafficanti internazionali di armi e droga” (32).


L’eliminazione di Paolo De Stefano fu la risposta, immediata, all’attentato con un’autobomba cui era miracolosamente scampato il boss Antonino Imerti, detto ‘nano feroce’, ma che costò la vita a tre persone. Gli inquirenti non tardarono ad individuare la causa scatenante del conflitto tra le cosche. “A quanto pare - scrive Enzo Ciconte - la guerra era da mettere in relazione agli appalti pubblici attorno a Villa San Giovanni in vista della costruzione del ponte sullo stretto di Messina che avrebbe dovuto collegare stabilmente le sponde della Calabria e della Sicilia” (33). Alla stessa conclusione sarebbe giunto il Tribunale di Reggio Calabria, in una sua recente ordinanza di arresto contro 191 affiliati alla ‘ndrangheta: “Tra le ragioni alla base della “guerra di mafia” che ha interessato l’area di Reggio Calabria tra il 1985 e il 1991, sembra esserci anche il controllo dei futuri appalti relativi alla costruzione del Ponte sullo Stretto” (34). La tesi viene sposata dalla Commissione parlamentare antimafia in visita nel 1989, nella provincia di Reggio Calabria. Pur senza fare esplicito riferimento all’infrastruttura, la Commissione, soffermandosi sul caso di Villa San Giovanni, comune che aveva visto cadere sotto i colpi di lupara affiliati alle cosche e uomini politici locali, affermava che “i giudici hanno chiarito che in questa località si è sviluppato uno scontro fra cosche per la gestione di una cospicua, futura erogazione di denaro. (...). E’ ragionevole pensare che al centro delle attenzioni da parte della criminalità organizzata possa essere stato il Comune più importante e produttivo (Villa San Giovanni) ove peraltro deve essere decisa la realizzazione di importanti opere pubbliche” (35).


In realtà lo scatenamento del conflitto seguì di poco gli annunci favorevoli alla realizzazione dell’opera “in tempi brevi” da parte dell’allora governo presieduto da Bettino Craxi. Il leader socialista arrivò perfino a fissare le date del progetto: “i lavori del Ponte dovranno iniziare nel 1988 e terminare nel 1996” (36). Le aspettative furono alimentate dalla firma, sempre nel 1985, della convenzione Stato-Società dello Stretto di Messina che metteva nero su bianco sui tempi di realizzazione dell’infrastruttura. L’anno successivo il ministero dei lavori pubblici diretto da Claudio Signorile stanziava 220 miliardi per ulteriori studi e sondaggi nell’area tra Scilla e Cariddi (37).


Il rapporto diretto guerra di mafia-Ponte ha trovato riscontro nelle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Filippo Barreca, deponendo durante il processo contro il boss Giorgio De Stefano ed altri 34 affiliati alla ‘ndrangheta di Reggio Calabria, ha spiegato che il conflitto tra Paolo De Stefano e Antonino Imerti verteva proprio su chi dovesse esercitare la leadership sulla gestione delle opere infrastrutturali: “Liberando il territorio da Antonino Imerti, Paolo De Stefano si assicurava il controllo della zona e, quindi, dei futuri lavori”.

L’ex affiliato alla ‘ndrina Filippo Barreca ha aggiunto che fu proprio l’esigenza di appropriarsi dei cospicui finanziamenti per le opere pubbliche a spingere le cosche a ricomporre il conflitto “L’interesse a che fosse ristabilita la pace in provincia di Reggio scaturiva da una serie di motivazioni, alcune di ordine economico (pacchetto Reggio Calabria e realizzazione del ponte sullo Stretto) e altre di politica criminale” ha dichiarato Barreca ai magistrati calabresi. “Anche i siciliani presero posizione nel senso che andava imposta la pace fra le cosche del Reggino, essendo in gioco grossi interessi economici la cui realizzazione veniva compromessa da quella guerra. Mi riferisco al ponte sullo Stretto nonché ad opere pubbliche che dovevano essere appaltate su Reggio Calabria”.


Il procedimento giudiziario scaturito dalla cosiddetta ‘Operazione Olimpia’ ha accertato l’intervento dei maggiori esponenti di Cosa Nostra siciliana per favorire la rappacificazione tra le cosche calabresi, accanto ai vecchi patriarchi della ‘ndrangheta emigrati in Canada e ad alcuni esponenti politici reggini vicini ai poteri massonici e all’eversione di estrema destra. La pace di Reggio rappresentò una vera e propria svolta nella storia della ‘ndrangheta, che si riorganizzò sul modello delle ‘commissioni’ delle province siciliane e con una struttura sempre più impermeabile alle possibili infiltrazioni esterne. Le ‘ndrine ne uscirono dunque rafforzate e ben organizzate per partecipare alla spartizione delle nuove opere pubbliche programmate nell’area.


L’estorsione sui sondaggi

Una conferma degli interessi di Cosa Nostra nella gestione delle attività relative alla realizzazione del Ponte è venuta da un altro importante collaboratore di giustizia, il messinese Gaetano Costa, che ha riferito di un incontro tenutosi a Roma intorno all’82-83 tra il suo ex braccio destro Domenico Cavò, poi assassinato, e il boss Pippo Calò, mente economica delle cosche vincenti di Palermo, “per discutere una questione concernente l’inserimento della mafia nella gestione di alcuni sondaggi geologici in vista della possibile realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina”.


Questa dichiarazione ha trovato conferme in ambito processuale, nel cosiddetto procedimento ‘Olimpia 4’, condotto contro le famiglie dei Rosmini, dei Serraino, degli Imerti, dei Condello, dei Latella e dei Paviglianiti, responsabili di una serie di episodi estorsivi e di un vasto traffico di stupefacenti nella provincia di Reggio Calabria (38). Grazie ai collaboratori di giustizia è stata, infatti, provata l’attività estorsiva nei confronti dei responsabili della ATP - Giovanni Rodio S.p.A. di Milano, la società incaricata delle trivellazioni e dei sondaggi idrogeologici nel corso degli studi di fattibilità del Ponte sullo Stretto, da parte di Ciccio Ranieri, boss di Campo Piale, legato al clan Imerti (39).


Per questa estorsione, Ciccio Ranieri è stato condannato in appello a tre anni e quattro mesi di reclusione; ad accusarlo, è stato il pentito di mafia Maurizio Marcianò, che ha pure identificato i dirigenti della società che gli avevano versato alcuni milioni di lire. L’atteggiamento dei funzionari della Rodio S.p.A. è stato scarsamente collaborativo e in sede di dibattimento è accaduto perfino che il capo cantiere dell'impresa, arrivato dall'estero per testimoniare, nonostante l’ammonimento del presidente della Corte, insistesse nel non riconoscere l'imputato Ranieri (40).





Cap. 2 – Messina, il Ponte e i Poteri Occulti

Lo Stretto di Messina, snodo degli interessi criminali
Molto si è scritto sulla potenza criminale della ‘ndrangheta e sulla sua capacità di penetrazione nel tessuto socioeconomico della Calabria. Un po’ meno si sa delle organizzazioni criminali esistenti nel territorio messinese e solo dopo lo scoppio del cosiddetto ‘Caso Messina’ nell’inverno-primavera del 1998, mass-media, inquirenti e membri della Commissione parlamentare antimafia hanno iniziato ad approfondire il ruolo e la portata della mafia della città dello Stretto. E’ opportuno un approfondimento per comprendere a pieno il contesto criminale in cui dovrebbe sorgere la grande infrastruttura per il collegamento tra i promontori di Scilla e di Cariddi.


E stata ancora una volta la Direzione Investigativa Antimafia ad analizzare opportunamente il ruolo storico giocato da Messina per l’alleanza strategico-operativa delle cosche siciliane e delle ‘ndrine calabresi. Le risultanze delle indagini hanno accertato che grazie alla sua posizione geografica, la provincia di Messina rappresenta uno “snodo vitale”, una sorta di “area comune”, non solo per l’economia siciliana ma anche per gli interessi di Cosa Nostra e della ‘ndrangheta.


La provincia di Messina, scrive la DIA, è “caratterizzata da vivaci e complesse dinamiche criminali locali in cui si evidenziano costanti interferenze mafiose di diversa estrazione e provenienza che, tuttavia, non sembrano mirare alla impostazione di un modello di struttura criminale verticistico con competenza su tutto il territorio della provincia. Si registra l’influenza di circuiti malavitosi collegati alla Calabria, anche in funzione di proiezioni verso zone ad elevata criminalità mafiosa del catanese e del palermitano, contigue a quella messinese”.


Storicamente la “massiccia infiltrazione” nel territorio peloritano dei Corleonesi e dei clan catanesi è riferibile ai primi anni ‘80, mentre nel corso degli anni ‘70, la città dello Stretto era inserita a pieno titolo nella sfera di influenza della ‘ndrangheta calabrese. In quegli anni i boss dei gruppi emergenti della criminalità messinese erano “immediatamente sottordinati” ai capi storici della ‘ndrangheta quali Antonio Macrì di Siderno, Girolamo Piromalli di Gioia Tauro e Domenico Tripodo di Reggio Calabria. La città ed il suo hinterland furono trasformati nel luogo favorevole alla permanenza dei latitanti, alcuni affiliati persino ai gruppi camorristi campani (ad esempio il clan Misso, coinvolto nella strage al rapido 804 dell’antivigilia di Natale del 1984).


Nel sottolineare la sinergia criminale della ‘ndrangheta e di Cosa Nostra, accanto alle più pericolose organizzazioni criminali internazionali e alle aree ‘grigie’ della finanza e della politica, la DIA ha specificato che in quest’ambito Messina è stata assunta a ‘snodo di traffici e collegamenti’. “Si tratta di interessi che ben potrebbero giustificare uno sforzo di sottrarre il più possibile l’area della provincia di Messina all’attenzione degli organismi giudiziari ed investigativi creando una sorta di cuscinetto in cui allocare la sede di interessi comuni e di rilevante importanza strategica”. La città dello Stretto è stato punto di riferimento di un vasto traffico internazionale di armi e di riciclaggio di denaro proveniente dal commercio di stupefacenti o di proventi di tangenti finite a politici, imprenditori mafiosi, funzionari pubblici, a seguito del massiccio investimento in opere pubbliche o di edilizia turistico-immobiliare, in buona parte dal devastante impatto socioambientale. Come ha sottolineato il Procuratore della Repubblica di Messina Luigi Croce, nel capoluogo, “realtà morente sul piano imprenditoriale”, hanno trovato ampio impulso le estorsioni e lo spaccio degli stupefacenti, mentre “massicci appaiono gli inserimenti negli appalti dei lavori pubblici e nel riciclaggio di denaro, con il successivo reimpiego in attività imprenditoriali apparentemente lecite” (41). Le indagini giudiziarie sulla cosiddetta ‘Mani Pulite dello Stretto’ hanno evidenziato che negli anni ‘80 sono state finanziate nella provincia opere pubbliche per ben 17.000 miliardi, un dato che corrisponde al 32% del valore dei finanziamenti di opere in tutta la Sicilia.


Secondo quanto raccontato alla Commissione Antimafia da Angelo Siino, il collaboratore di giustizia già ‘ministro-massone dei lavori pubblici’ di Cosa Nostra, tutti gli appalti pubblici della provincia, comprese le opere di minor rilievo, sono stati “scanditi” dalle ‘famiglie’ di Palermo e di Catania. “Le imprese messinesi potevano competere, vincere secondo un codice governato dai due tronconi di Cosa Nostra garantendo il rispetto delle competenze territoriali delle imprese”, scrive la Commissione parlamentare nella sua bozza di relazione sul ‘Caso Messina’. “Tale Governo era pagato con una sorta di tassa che derivava dai proventi dell’appalto. Le imprese che pagavano potevano continuare a svolgere la propria attività. Quelle che venivano dichiarate ‘insolventi’ perdevano ogni speranza di poter svolgere qualunque lavoro. (...). Questa regia occulta assicurata dalle famiglie siciliane e calabresi spiega la relativa tranquillità ‘militare’ del territorio messinese. Ma questa pace, interrotta di tanto in tanto da regolamenti di conti sanguinari, era pagata con il prezzo altissimo della perdita di quel livello minimo di legalità, di trasparenza, che fanno di un mercato qualunque un’area del libero confronto tra energie economiche che si confrontano su un terreno di pari opportunità”. Nonostante la Commissione antimafia eviti ogni classificazione, è indubbio che questo sistema abbia prodotto quell’”interazione tra le organizzazioni criminali e il blocco sociale a composizione interclassista, egemonizzato da strati illegali-legali” proprio della cosiddetta ‘borghesia mafiosa’, nell’accezione dei maggiori studiosi in materia (42) .


La fitta rete tra poteri forti
Una delle contraddizioni più stridenti di Messina è stata sottolineata ancora dalla Commissione parlamentare antimafia: è quella che ha per oggetto “gli intrecci di interessi, le alleanze e persino i legami di parentela ai livelli più alti di responsabilità della vita istituzionale”. “Una tendenza al condizionamento della vita politica, sociale, economica, giudiziaria, culturale, accademica – continua il documento dell’Antimafia – tanto più efficace quanto più grande si manifestino i legami, gli intrecci tra le istituzioni che contano: la magistratura da un lato, il mondo accademico, quello economico e finanziario dall’altro”.


A Messina, spesso, ampi settori della magistratura hanno ostentato familiarità e amicizia con il potere politico ed imprenditoriale. Negli anni ‘90 si è verificato che nella poltrona più alta della Procura sedesse uno stretto congiunto del Rettore dell’Università, al centro di delicate indagini perché socio di un’azienda a conduzione familiare che ha fornito farmaci al Policlinico universitario a prezzi sovradimensionati. Le recenti inchieste della Procura di Catania hanno evidenziato un vasto circuito di contiguità e collusioni tra importanti magistrati giudicanti e inquirenti del distretto di Messina e i maggiori boss criminali dello Stretto e finanche la concertazione di una strategia di depistaggi e falsi pentitismi tesi alla protezione della cupola politico-affaristica-mafiosa della provincia. Soffermandosi proprio sul distretto giudiziario peloritano, la Commissione antimafia ha evidenziato “conflitti profondi, divisioni irrimediabili, guasti talmente forti da mettere in discussione la certezza dei più elementari diritti alla giustizia che spettano ad ogni comunità democratica, ad ogni consorzio civile”.


Nel sentire comune, a Messina ‘giustizia non è mai stata fatta’; corruzioni, omissioni, benevolenze, superficialità in indagini e sentenze sono sotto gli occhi di tutti, e continuano ad essere oggetto di procedimenti giudiziari e delle attività ispettive del Consiglio Superiore della Magistratura. La sfiducia nella Giustizia ha pesato come un macigno sulle possibilità di sviluppo democratico di un’intera collettività.


Il crocevia dell’eversione neofascista e della massoneria deviata
La relazione della Commissione antimafia, che pure ha il pregio di aver messo le dita su alcune delle piaghe di Messina (malaffare nell’Università, caso giustizia, inquietante gestione di alcuni pentiti, ecc.), ha preferito non analizzare altri elementi che pure hanno favorito il fenomeno mafioso e l’instaurarsi di un blocco di potere che nelle sue dinamiche, per certi aspetti, appare similare ai gruppi dominanti nelle narcodemocrazie dell’America Latina.


Il Comitato per la pace e il disarmo unilaterale di Messina, pubblicando nel 1998 il volume ‘Le mani sull’Università’, ha denunciato come per l’ingresso in città della criminalità mafiosa alla fine degli anni ‘60, sia stato centrale il legame dei gruppi criminali con le organizzazioni di estrema destra (Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale) che operavano in quegli anni a Messina grazie alle coperture di ampi settori della magistratura e delle autorità di pubblica sicurezza.


Alle medesime conclusioni è giunta recentemente la Procura di Messina rinviando a giudizio decine di affiliati al clan di Africo dei Morabito, che in legame con le cosche del messinese e del barcellonese hanno cogestito i maggiori appalti infrastrutturali e di gestione dei servizi dell’Ateneo e dell’Opera Universitaria, controllando altresì il mercato a pagamento degli esami e delle lauree (Operazione ‘Panta Rei’). Nell’ateneo di Messina si è consumato un patto scellerato tra affiliati alle ‘ndrine e militanti neonazisti finalizzato alla gestione di appalti di forniture e servizi e alla realizzazione della cosiddetta ‘strategia della tensione’ per bloccare i processi di democratizzazione in atto nel paese.


La convergenza tra i poteri criminali è già stata al centro di numerose inchieste (si pensi alle risultanze cui sono giunte la Commissione parlamentare sulla P2 o le procure che indagano sulle stragi – Milano, Firenze, Reggio Calabria, ecc.). Quello che non si sapeva è che Messina ha avuto un ruolo strategico all’interno del panorama eversivo nazionale, anche grazie al fatto che in città si sviluppò parallelamente un’altissima concentrazione di logge massoniche ‘ufficiali’ e ‘deviate’ (43). E’ stata la stessa Direzione Investigativa Antimafia a sottolineare come a Messina la massoneria potrebbe essere stata “il canale di collegamento con ambienti politico-affaristici di altissimo livello, normalmente non alla portata delle cosche tradizionali”.


Nell’area dello Stretto hanno operato importanti iscritti alla P2 di Licio Gelli, tra cui ex questori ed ex comandanti dell’Arma e il nucleo più numeroso del sud Italia di appartenenti all’organizzazione militare segreta Gladio (44). Senza enfasi è possibile affermare che molti dei segreti della storia della Repubblica passino da Messina. Alcuni dei protagonisti della stagione delle bombe nell’università negli anni ‘70, sono stati condannati per le grandi stragi politico-mafiose del ’92-’93, mentre altri sono stati indagati all’interno dell’inchiesta, oggi archiviata, sui cosiddetti ‘Sistemi criminali’, i mandanti coperti della strategia destabilizzante degli ultimi anni, tra massoneria, servizi segreti ed alta finanza. Come vedremo più avanti, perlomeno uno di questi personaggi è stato in relazione con i maggiori gruppi finanziari ed industriali che concorrono alla realizzazione del Ponte sullo Stretto.


Messina metafora del Mezzogiorno senza sviluppo
Messina ha così assunto il ruolo di centro nevralgico per l’accumulazione e il riciclaggio di denaro sporco; è il luogo dove si è fatta asfissiante la concentrazione dei poteri economici e criminali; è l’area strategica per la concertazione di progetti lesivi dello sviluppo democratico del paese, protagonisti le mafie siciliane e calabresi e quelli che impropriamente vengono definiti ‘poteri occulti’, le logge massoniche, alcuni gruppi di derivazione neofascista e certi segmenti paraistituzionali presumibilmente legati ai servizi segreti ‘deviati’. Ma più che il teatro di una spy story dai confini indefinibili Messina è forse solo una metafora di un Sud asservito ad un modello di sviluppo che ha dilapidato immense risorse del territorio, ha visto il trasferimento a Nord d’inestimabili capitali finanziari e di saperi, ha accresciuto la disoccupazione e consegnato intere aree al dominio della borghesia mafiosa.


La radiografia tracciata dal CENSIS nel suo rapporto del marzo 1998 su ‘Legalità e sviluppo a Messina’, evidenzia come la città dello Stretto sia caratterizzata da buona parte dei fattori socioeconomici che hanno condannato al sottosviluppo il Mezzogiorno d’Italia. Innanzi tutto, l’esclusiva vocazione al terziario e l’alto tasso di disoccupazione (45). A Messina, dopo la frenetica urbanizzazione degli anni Sessanta e Settanta, nell’ultimo decennio è stata registrata la fuga dal centro urbano del 2,5% della popolazione. La valutazione del CENSIS dei consumi culturali ha delineato una situazione di ‘scarsa vitalità’ e la bassa propensione alla creazione di associazioni a carattere artistico e culturale. Di contro il numero degli operatori finanziari è ben al di sopra della media nazionale, mentre la quantità di sportelli bancari è in linea con i valori nazionali (46). Ciò, spiega il rapporto dell’istituto di ricerca è “elemento di ambiguità anziché di sviluppo, in un contesto sospettato di riciclaggio”. A questa specificità messinese si aggiungono i fenomeni tipici di tante aree del Sud, l’assenza di mobilità sociale, il sempre maggiore disagio dovuto ai processi di cattiva urbanizzazione (baraccopoli post-terremoto 1908 mai risanate, creazione di quartieri ghetto, assenza di servizi sociali e verde pubblico attrezzato), la deindustrializzazione (a Messina le tradizionali attività legate alla trasformazione agrumaria e alla cantieristica sono pressoché collassate), la crisi del settore edilizio (ambito ‘protetto’ dalle amministrazioni, che in assenza di Piano regolatore in soli 30 anni ha visto triplicare il patrimonio immobiliare della città, contro un aumento della popolazione di appena il 25%).


Il CENSIS ha posto altresì l’accento sulla ‘debolezza’ della società civile, “sia come incapacità di rappresentare pubblicamente i grandi problemi (sottosviluppo, disagio sociale, inefficienza delle istituzioni, ecc.), sia come poca disponibilità all’impegno per la soluzione dei problemi stessi”. In una realtà caratterizzata dall’arretratezza socioeconomica, ciò non può che privilegiare l’insediamento mafioso.


La città e le istituzioni di Messina hanno vissuto la ‘rimozione’ pressoché generale del fenomeno criminale. Sempre il CENSIS ipotizza che questo atteggiamento sia stato favorito da una ‘convergenza d’interessi’, “alcuni in buona fede, altri dubbi, altri sicuramente tesi a creare una copertura per una presenza che alla fine degli anni Ottanta era forte e pervasiva”. Come si vede una tesi similare a quanto denunciato dalla Direzione Investigativa Antimafia, nella sua radiografia sui processi criminali in atto nell’altra città dello Stretto, Reggio Calabria. Questa fitta rete d’interessi piccoli e grandi ha impedito che per anni il problema della mafia a Messina emergesse nella coscienza civica. Ha altresì accelerato – aggiunge il CENSIS - l’evoluzione della rete criminale, cresciuta sull’estorsione e l’usura e “dunque sulla capacità di inserirsi nell’economia territoriale, stringendo una sempre più fitta strategia d’intervento con l’imprenditoria e ampi settori della vita politica”.


E’ nel settore del prestito usuraio che si è particolarmente realizzata la contiguità della criminalità con i settori ‘produttivi’. Messina, oggi, si colloca al terzo posto, dopo Napoli e Roma, tra le province d’Italia più a rischio d’usura. E il capitale d’usura non sarebbe tutto d’origine mafiosa, ma proverrebbe in parte da soggetti insospettabili, che vedono nel ‘prestito di denaro’ un investimento redditizio e a basso rischio. Questo sistema illegale ha trovato il suo migliore terreno di coltura in quei settori caratterizzati dalla gestione clientelare delle aziende di credito, dalla scarsa professionalità degli imprenditori, dalla recessione, dalla “tendenza del sistema economico a perseguire la rendita piuttosto che il rischio imprenditoriale”. E’ in questo contesto sociale perverso, frantumato, deideologizzato, che attecchisce e si sviluppa il sogno-mito del collegamento stabile tra Scilla e Cariddi.


Una nuova cattedrale per il deserto meridionale
Il polo siderurgico di Gioia Tauro, l’Italsider di Bagnoli e Taranto, i poli chimici siciliani di Gela, Milazzo, Priolo. Per decenni le grandi concentrazioni industriali altamente inquinanti o le megainfrastrutture sono state le uniche ricette del ‘modello di sviluppo’ proposto per il Mezzogiorno. Il Ponte, in linea con il passato, è la panacea offerta alla gente dello Stretto, chimera “capace di enormi ricadute economiche ed occupazionali e di accelerare la crescita socioeconomica e l’integrazione delle popolazioni dell’area dello Stretto”. “Quando il manufatto sarà pronto – ha dichiarato enfaticamente il neoministro delle infrastrutture Pietro Lunardi – si registrerà una trasformazione del territorio straordinaria sotto i profili urbanistico, economico e sociale” (47).


Come rilevato dal CENSIS, la filosofia che sta dietro il progetto del Ponte è la stessa che vede nella grande opera pubblica la chance privilegiata di riscatto del Mezzogiorno: “Una filosofia niente affatto nuova, e che ha per lungo tempo guidato la politica degli interventi pubblici nel Meridione. Una filosofia che ha portato ad una serie di storiche disfatte dello Stato nella battaglia per lo sviluppo del Sud”. Filosofia, prosegue il CENSIS, dominata da alcune dinamiche perverse: “la cultura delle inaugurazioni contro quella delle manutenzioni (realizzata l’opera ne si trascura la gestione); la tendenza al gigantismo a scapito di una diffusione degli interventi; la tendenza a posizionare le opere sulla base di considerazioni elettorali o assistenziali e non nel quadro di un progetto organico di sviluppo; la tendenza a considerare l’opera pubblica come un pretesto per l’erogazione di rendite a più livelli; l’asistematicità dell’intervento; l’incertezza dei finanziamenti”.


Il Ponte assume così l’aspetto di un’imponente ‘Cattedrale sullo Stretto’, o più correttamente di un’infrastruttura che accelera il processo di ‘desertificazione’ dei trasporti del sud Italia, dove restano incomplete le reti autostradali e ferroviarie e insufficiente la viabilità secondaria (specie in Calabria e Sicilia), e dove si è ancora lontani dal definire un progetto di sistema delle comunicazioni, che punti al rilancio della rete portuale e del cabotaggio. Il sogno-modello del Ponte - e non è casuale - si afferma nel momento stesso in cui nell’area dello Stretto è in atto il progressivo smantellamento del sistema di trasporto pubblico delle ferrovie a favore delle compagnie private in mano ad imprenditori assistiti, ben protetti dal potere politico locale e nazionale, strenui oppositori d’ogni politica d’integrazione del sistema dei trasporti da e verso la Sicilia.


I cavalieri neri dello Stretto
L’attraversamento dello Stretto si è così trasformato nel Pozzo di San Patrizio di due potenti gruppi armatoriali, opportunisticamente consorziatosi: sono essi che guardano con sempre più interesse alle opere di finanziamento e di realizzazione di una megainfrastruttura tra Scilla e Cariddi. Da una parte, in Calabria, i M. della Caronte S.p.A. (48), con il patriarca Amedeo senior, passato alla storia dell’Italia repubblicana per essere stato uno dei maggiori finanziatori della rivolta di Reggio Calabria nel 1970 (49). Dall’altra il gruppo Franza, comproprietario della Tourist Ferry Boat, la seconda grande impresa che opera tra Messina e Villa San Giovanni e che nel solo anno 2000 ha fatturato con il trasporto del gommato oltre 60 miliardi di lire (50).


Due società armatoriali che una recente inchiesta della Procura di Messina ha provato essere state assoggettate per anni al pagamento del pizzo dalla ‘ndrangheta calabrese, in particolare dal gruppo guidato dal boss di Archi Paolo De Stefano, e dalle cosche messinesi guidate da Domenico Cavò, Salvatore Pimpo e Mario Marchese. Le dazioni annue sarebbero state di oltre mezzo miliardo di lire, a cui si sarebbe aggiunta l’assunzione di amici e parenti di uomini affiliati alle cosche. La Caronte e la Tourist si sarebbero sottoposte silenziosamente al sistema estorsivo pur di accrescere in piena tranquillità i propri fatturati con il monopolio del trasporto di auto e tir tra Messina e Villa San Giovanni (51).


Per anni si è creduto che fossero i ‘signori del traghettamento privato’ i rappresentanti locali di quei “poteri occulti” che si sarebbero opposti alla realizzazione del Ponte sullo Stretto. In realtà è stato il contrario. Con il Ponte i due gruppi armatoriali hanno tutto da guadagnare, ed in vista della sua realizzazione sono state riorganizzate società ed holding ed avviate invadenti strategie di mercato e d’immagine.


La famiglia M., in particolare, ha tentato di entrare direttamente nella gestione delle opere relative all’attraversamento stabile dello Stretto di Messina, costituendo ad hoc la Società Ponte d’Archimede (presidente Elio M., figlio di Amedeo senior) e brevettando il progetto di un ponte sommerso, ancorato ai fondali da una serie di tiranti metallici. Il progetto di fattibilità tecnica è stato presentato per conto delle società Saipem, Snamprogetti, Spea e Tecnomare, ha ricevuto cospicui finanziamenti da parte dell’Unione europea ed ha visto il coinvolgimento del Politecnico di Milano e dell’Università Federico II di Napoli. Tuttavia l’ipotesi di un ponte semi sommerso è stato scartato dalla Società Stretto di Messina che ha preferito l’alternativa del ponte sospeso (52).


Ciò non ha significato la resa finale del gruppo armatoriale e attraverso Amedeo M. junior, eletto parlamentare di Forza Italia nel ’94 e nel ’97, è stata intrapresa una battaglia nelle maggiori sedi istituzionali contro l’ipotesi ‘ponte sospeso’, a difesa del progetto del ‘ponte d’Archimede’. Amedeo M. junior è perfino giunto a scrivere direttamente a Silvio Berlusconi per chiedere di “approfondire i motivi che hanno sempre privilegiato il progetto Ponte a scapito di un tunnel collegante lo Stretto” e ad invitare, l’allora ministro dei lavori pubblici Antonio Di Pietro, a considerare “i progetti relativi al tunnel dello Stretto di Messina che costano un terzo rispetto al ponte e hanno un impatto ambientale meno dannoso” (53).


Gli interventi dell’ex deputato di Forza Italia non sono stati proficui e presto l’intero partito-azienda ha preso le distanze non solo dall’ipotesi progettuale del gruppo M., ma perfino dello stesso Amedeo junior, non ricandidato alle ultime politiche. Hanno certamente pesato in questa scelta le gravi accuse di contiguità con la criminalità organizzata calabrese di cui è stato vittima il politico-imprenditore dello Stretto. Accuse finite al vaglio del tribunale di Reggio Calabria che nel marzo 2001 ha condannato l’on. Amedeo M. junior, a cinque anni e quattro mesi per associazione mafiosa e voto di scambio con le cosche. Per i giudici, è stata dimostrata “una perfetta sintonia d’intenti del M. sia con le cosche reggine sia con quelle delle altre aree calabresi di maggior peso criminale, dalla Piana di Gioia Tauro al cosentino” e la “rilevanza e influenza nella risoluzione di questioni interne alla ‘ndrangheta”. Nella sentenza di condanna di Amedeo M., i giudici hanno descritto i rapporti “accertati sin dalla giovinezza” con il boss Paolo De Stefano (54), le “frequentazioni affettuose” con le famiglie Alvaro e Mammoliti e gli “interventi e l’assistenza” in sede istituzionale e giudiziaria a favore del clan Rosmini-Serraino (55).


Amicizie pericolose
“M. – si legge nel dispositivo di sentenza del Tribunale di Reggio Calabria – era per le sue qualità familiari ed economiche, ritenuto idoneo a rivestire direttamente cariche pubbliche elevate per la realizzazione dei propri interessi” (56). In precedenza Amedeo M. junior era stato accusato dal pentito Rocco Nasone di averlo incontrato in occasione delle elezioni amministrative del 1988 e di aver ricevuto 10 milioni per sostenerlo elettoralmente. Alle successive elezioni regionali, il M. si sarebbe recato frequentemente a Scilla per incontrare gli affiliati Vincenzo e Pasquale Gaietti; secondo un collaboratore di giustizia di Sibari, il M. avrebbe inoltre partecipato nell’aprile 1992 ad una cena elettorale assieme ad altri mafiosi in favore del candidato liberale Attilio Bastianini (57).


Stando al collaboratore Pasquale Nucera, affiliato al clan Iamonte di Melito Porto Salvo, Amedeo M. junior, nel settembre 1991, qualche mese prima della campagna elettorale che avrebbe segnato l’avvento della Seconda repubblica, sarebbe stato tra i partecipanti della riunione annuale delle famiglie della ‘ndrangheta presso il santuario della Madonna dei Polsi in Aspromonte. “Era presente – ha dichiarato Nucera - seppure defilato, M. junior ‘il pelato’, appartato con Antonino Mammoliti di Castellace”. Il vertice sarebbe stato di rilevanza strategica e vi sarebbero intervenuti, tra gli altri, esponenti mafiosi di Canada, Australia, Stati Uniti e Francia e uno strano personaggio presumibilmente legato ai servizi segreti. Nel corso della riunione, sempre secondo il Nucera, il boss calabrese Francesco Nirta avrebbe fatto riferimento all’inizio di una campagna per la conquista del potere politico, grazie ad “uomini nuovi per formare un partito che sia espressione diretta della criminalità mafiosa da portare al successo elettorale attraverso una campagna terroristica” (58). Sei mesi più tardi avrebbe preso il via la lunga stagione delle stragi, gli assassinii dei giudici Falcone e Borsellino prima, gli attentati a Roma, Firenze e Milano dopo.

"Sulle dichiarazioni dei pentiti contro di lui ci sono riscontri di tutti i generi", ha rilevato il procuratore di Reggio Calabria Salvatore Boemi. "Il rapporto fra M. e la mafia è organico. Lui mette in contatto imprese e clan e in cambio chiede voti. È riuscito a imporre come vicepresidente della Provincia uno come Giuseppe Aquila, barista della Caronte e nipote di Demetrio Rosmini, boss dell'omonimo clan che nella guerra di mafia dei primi anni Novanta si alleò con lo schieramento Serraino-Condello-Imerti, contro la potente famiglia De Stefano" (59). La gestione del servizio bar-ristorazione a bordo delle unità navali della Caronte S.p.A., presso cui era impiegato l’Aquila, era stato affidato dai M. prima a Bruno Campolo e successivamente al figlio Giuseppe Campolo. Bruno Campolo è stato condannato a otto anni di reclusione per traffico di droga, ma neanche dopo la condanna "venne a mancare il rapporto di fiducia con la famiglia M.", come segnalano i magistrati reggini che hanno indagato sull’ex parlamentare di Forza Italia.


Anche al fratello Elio Armando M., presidente della Società Ponte d’Archimede, sono state contestate relazioni d’affari con personaggi chiacchierati. In particolare egli è stato titolare del 51% delle azioni della Sogesca, società di cui il restante 49% era nelle mani di Giancarlo Liberati, esponente locale di Forza Italia e, secondo i magistrati, “uomo della ‘Ndrangheta, legato ai Molè e ai Piromalli di Gioia Tauro” (60). La Sogesca era stata fondata con il nome di In.co.tur e lo scopo societario prevedeva la fornitura di servizi navali; poi si era trasformata in Sogesca per la gestione degli appalti nel settore edile, ottenendo il subappalto per la costruzione della Scuola allievi carabinieri di Reggio Calabria. Nel 1997 la società fu dichiarata fallita ma la successiva inchiesta rivelò una serie di presunte irregolarità contabili e amministrative. A pesare sui bilanci in rosso una lunga serie d’assunzioni per fini clientelari ed elettorali. Per il fallimento della Sogesca, il giudice del Tribunale di Reggio ha deciso recentemente il rinvio a giudizio di Elio Armando M., del fratello Amedeo junior e di altri sei imputati. Un procedimento avviato in stralcio all’inchiesta sulla bancarotta dell’azienda edile, relativo ad una presunta estorsione ai danni della società Edilmil e che vedeva sotto accusa l’ex parlamentare di Forza Italia, Giancarlo Liberati e l’ex vicepresidente della Provincia, Giuseppe Aquila, si è invece concluso con l’assoluzione di tutti gli imputati (61).


L’impero dei Franza
Sono sicuramente state meno esplicite e più coperte le “attenzioni” relative alla realizzazione del Ponte del secondo gruppo armatoriale dello Stretto, quello con sede nella città di Messina. Eppure anche la famiglia Franza concorre a partecipare al grande banchetto degli appalti e dei subappalti.


Meno nazionalmente noti dei ‘soci’ M., i Franza sono a capo di un vero e proprio impero economico-finanziario, che dal settore del traghettamento privato in Sicilia si estende a quello industriale, alla cantieristica (62), all’edilizia privata (63) e al settore turistico-alberghiero, dove grazie alla controllata Framon Hotels, i Franza gestiscono in tutta Italia diciotto alberghi, con un giro d’affari di 100 miliardi e 600 dipendenti. I Franza hanno creato anche società per la gestione dei Beni Culturali e dei Servizi multimediali (Tourinternet e Datacom). Tra le proprietà della famiglia, ci sono immobili per un valore di oltre trenta miliardi e pacchetti azionari della maggiore emittente radiofonica delle città di Messina e Reggio Calabria (Antenna dello Stretto) e d’importanti società sportive locali, in particolare del Messina Calcio che milita in serie B (64).


Insomma, una vera e propria holding, di cui è però la gestione del traghettamento del gommato l’attività più redditizia. Un vero e proprio moltiplicatore di utili e profitti che erroneamente si ritiene ‘a rischio’ nel caso in cui entrasse in funzione il Ponte. In realtà la megainfrastruttura non ha fatto mai paura al gruppo messinese. Nel 1986, quando era in corso un vero e proprio scontro politico tra le classi dirigenti calabresi e siciliane relativo alla reale fattibilità dell’opera (65), intervenne pubblicamente a difesa del progetto del Ponte, l’ingegnere Giuseppe Franza, fondatore dell’omonimo impero finanziario. “Come operatore economico – dichiarò Franza - ritengo che un’opera così grandiosa aiuti il nostro territorio, risolva il problema del collegamento con l’altra sponda e crei comunque un così vasto movimento da rivoluzionare tutta la nostra realtà economica e sociale. Gli effetti positivi si vedranno già durante la costruzione a parte poi, ad opera ultimata, il beneficio del richiamo turistico e ambientale nonché l’interesse culturale per un manufatto di alta ingegneria e di tecnica specializzata”. Nell’occasione l’ingegnere Franza espresse inaspettatamente il proprio dissenso verso l’ipotesi progettuale sostenuta dal socio M.. “Contrario mi ritengo al tunnel che trovo un congiungimento anomalo, che non potrà mai dare al territorio gli stessi benefici del ponte sospeso” (66).


Gli farà eco, otto anni più tardi, la consorte Olga Mondello Franza, succeduta alla guida della holding dopo la morte del fondatore. “Per noi, la costruzione del ponte sarebbe un grande business. Durante i dieci anni occorrenti alla realizzazione dell’opera il nostro lavoro aumenterebbe notevolmente. E poi lavoreremmo a pieno ritmo per diversificare l’attività. Per noi il problema non si pone. Il Ponte sullo Stretto non ci fa paura” (67).


Le parole non permettono fraintendimenti. Il gruppo Franza, in altre parole, è pronto per concorrere direttamente alla realizzazione dell’opera, sia per capitalizzare il presumibile aumento del traffico nello Stretto in concomitanza dei lavori di esecuzione, e sia per ampliare la quota del proprio mercato quando, a Ponte ultimato, l’alto costo del passaggio attraverso l’infrastruttura spingerà sempre più automobilisti a scegliere la fedeltà con il traghettamento. E’ forse casuale che sia stata proprio l’amministratrice della Tourist Olga Franza, a fare da anfitrione del ministro Pietro Lunardi, durante la sua visita a Messina nell’aprile 2002 ai luoghi in cui dovrebbe essere realizzato il Ponte sullo Stretto? (68). E come spiegare che tale disponibilità si sia ripetuta qualche mese dopo durante il sopralluogo tra Scilla e Cariddi del neopresidente della Stretto di Messina Giuseppe Zamberletti e dell’intero consiglio d’amministrazione al seguito?


In realtà al grande appuntamento del Ponte, la potente famiglia dello Stretto si è preparata a dovere, innanzi tutto promuovendo una grande intesa con le maggiori imprese di costruzioni della provincia di Messina, fondando nel giugno 1997, il Consorzio Costruttori Messinesi per competere con le maggiori imprese del Nord nel settore delle grandi opere pubbliche in via di finanziamento nella provincia di Messina e per la gestione di società miste per lo sviluppo dei servizi pubblici e privati. In realtà il nuovo consorzio appare lo strumento più idoneo per accrescere il peso dell’imprenditoria locale nella contrattazione diretta degli appalti e dei subappalti per la realizzazione del grande manufatto (69). Per non dimenticare che attorno al Ponte dovrebbero sorgere infrastrutture turistico-immobiliari e ‘culturali’, settori dove il Gruppo Franza non conosce avversari nell’area dello Stretto.


Banche e finanziarie per la cementificazione dello Stretto
Ma è particolarmente nel settore bancario e finanziario, strategico per la reperibilità di parte dei finanziamenti necessari alla realizzazione del Ponte sullo Stretto, che il gruppo Franza è intervenuto attivamente e con lungimiranza. Da sempre vicini agli uomini di vertice dei maggiori istituti presenti nel capoluogo dello Stretto (70), attraverso la Cofimer, cassaforte finanziaria del gruppo, i Franza hanno acquisito nei primi anni ’90 lo 0,51% del pacchetto azionario della Banca Commerciale italiana (COMIT), successivamente entrata a far parte del Gruppo Banca Intesa Bci (71).


Nel 1999 la famiglia Franza ha fatto ingresso nella cordata d’imprenditori siciliani (72) e istituti di credito del Nord (le banche popolari di Vicenza, Novara e Verona), sorta per concorrere all’acquisizione di Medio Credito Centrale, e attraverso esso, della controllata Banco di Sicilia. Un’operazione arenatasi a causa dell’intervento della Banca di Roma che è riuscita a battere la concorrenza e ad annettersi il prestigioso istituto bancario dell’isola. Il gruppo armatoriale messinese tuttavia, è riuscito ad inserire un proprio rappresentante (Pietro Franza, figlio secondogenito dei consorti Giuseppe e Olga Mondello), nel consiglio d’amministrazione della Banca di Credito Popolare di Siracusa, entrata a far parte del gruppo che fa capo alla Banca Antoniana Popolare Veneta (73). E’ da rilevare come alla direzione generale dell’Antonveneta e alla vicepresidenza della Banca Popolare di Siracusa sieda il dottor Silvano Pontello, già addetto alla presidenza della Banca Privata di Michele Sindona, il finanziere originario della provincia di Messina che mise a servizio di Cosa Nostra e dei poteri eversivi internazionali il proprio impero bancario.


Ma il vero colpo nell’universo creditizio, il Gruppo Franza lo ha messo a segno di recente inserendosi in Consortium, la finanziaria cui aderisce un gruppo d’imprenditori e di banche italiane e che nel marzo 2001 ha scalato con successo l’impero di Mediobanca, acquisendone il 14,5% del pacchetto azionario. Sono due holding lussemburghesi, la Work and Finance e la Tourist Internacional, società riconducibili al Gruppo Franza di Messina, a possedere attualmente il 5% delle quote della Consortium (74). Quest’operazione fa della famiglia messinese uno dei maggiori centri finanziari del paese. Oggi i Franza operano attivamente sulla Borsa di Londra grazie alla Sofig Invest (75), e sempre attraverso la Cofimer controllano il pacchetto di maggioranza di un’importante società di gestione finanziaria, la Marathon Holding, con un patrimonio di oltre 150 miliardi di lire (76).


Che il sistema bancario guardi con estrema attenzione all’ipotesi di fattibilità del Ponte non è un segreto. Nel settembre del 2001, presso il ministero delle infrastrutture diretto da Pietro Lunardi, si sono tenute le audizioni di una decina di banche nazionali ed estere, interessate a vagliare la finanziabilità dell’infrastruttura. Tra i principali istituti presentatisi la Banca Opi (S.Paolo-Imi), la Abn Amro, la Banca Intesa Bci ed Unicredito: come abbiamo visto in Banca Intesa è confluita la Banca Commerciale di cui è azionista la Cofimer dei Franza, mentre Unicredito è socia in Consortium-Mediobanca delle holding lussemburghesi degli armatori messinesi.


C’è infine un’ultima ‘coincidenza’ che conferma la spinta pro-infrastruttura dei maggiori istituti di credito. Recentemente la Banca Popolare di Lodi ha deliberato lo stanziamento di 500 milioni di euro di crediti agevolati a favore delle imprese interessate alla costruzione del Ponte di Messina. La Popolare di Lodi, oggi il nono gruppo bancario d’Italia, ha acquisito ben sette istituti di credito in Sicilia, tra cui la Banca del Sud di Messina, presieduta dal defunto on. Giuseppe Merlino, sindaco andreottiano di Messina negli anni ’70, poi deputato all’Assemblea siciliana e assessore regionale, ritenuto uno dei ‘soci ombra’ del Gruppo armatoriale dei Franza (77). Vedremo in seguito con quali obiettivi il sistema bancario italiano guarda alla finanziazione delle opere di realizzazione del Ponte dello Stretto e come siano forti in quest’ambito gli interessi delle industrie del cemento e quelli delle maggiori società edili nazionali.








Cap. 3 – La borghesia elettiva del Ponte dello Stretto

Monopolio dell’informazione e partito del cemento
Pur essendo rimasto ancorato alla fase preprogettuale, la megainfrastruttura per l’attraversamento dello Stretto ha già causato i primi dissesti sul tessuto sociale di Messina. Il modello-ponte ha favorito tra le forze politiche e culturali, tra gli imprenditori e la collettività, un preoccupante atteggiamento di passività, la mancanza di fantasia e di ricerca di uno sviluppo soft, autocentrato ed ecocompatibile, il disimpegno istituzionale a reperire finanziamenti per progetti alternativi, l’assoggettamento al sistema politico-clientelare dominante portavoce dell’istanza progettuale.


La scelta consociativa del Ponte che a Messina vede uniti da Alleanza Nazionale ai Democratici di Sinistra (78), i sindacati, le forze economiche e cultural-educative, l’Ateneo universitario, i club service, finanche i massimi vertici della Chiesa locale - con la sola esclusione e conseguente marginalizzazione e criminalizzazione dei circoli di Verdi e Rifondazione Comunista - ha reso impossibile la dialettica democratica sul futuro della città. Il ‘ponte immaginato’ è causa e conseguenza stessa della crisi di democrazia a Messina.


Assai raramente i mass-media hanno dato voce a chi ha espresso pareri scientifici controtendenza e manifestato dissenso e perplessità sulle compatibilità socioambientali dell’opera, sulla sua fattibilità sia dal punto di vista tecnologico che sulle possibilità di reperimento degli ingenti finanziamenti necessari, e sulla dubbia vocazione occupazionale del manufatto (79). La campagna stampa ossessiva del maggiore organo d’informazione di Messina e della Calabria, la Gazzetta del Sud, ha impedito il confronto tra le parti, ha avvelenato le competizioni elettorali, ha irresponsabilmente mistificato dati ed informazioni e demonizzato gli avversari.


“Preoccupata di smussare ogni angolo, generando oggettivamente una sorta di assuefazione verso i drammi regionali - scrive il sociologo Fulvio Mazza in un volume sul ruolo dell’editoria nel Mezzogiorno - la Gazzetta del Sud ha avuto un ruolo determinante di costruzione del consenso pro-infrastruttura e di cloroformizzazione delle coscienze e dei vissuti, disincentivando l’impegno sociale e politico delle collettività e dunque contribuendo al clima generale di apatia e insofferenza”. E’ stato “il giornale dei notabili che tarpa le ali a quel poco di società civile calabrese che esiste e che tenta di decollare” aggiunge Fulvio Mazza. “Da ‘giornale-ponte’ tra la Sicilia e la Calabria, è diventato il ‘giornale del Ponte’, sponsorizzando qualsiasi iniziativa e qualsiasi politico (dalla destra ai diessini di governo) favorevoli alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina” (80).


L’interventismo dell’organo di stampa a favore della megainfrastruttura dello Stretto ha ragioni antiche, risponde ad interessi economici profondi neanche tanto dissimulati. Un’azione di ‘intossicazione dell’informazione’ esercitata in pieno regime di monopolio anche grazie alla fitta rete di compartecipazioni che legano la società editoriale della Gazzetta del Sud a quelle dei quotidiani ‘cugini’ dell’isola, detentori a loro volta della proprietà di quasi tutte le maggiori emittenti televisive siciliane. Nei fatti non esiste testata nel sud Italia che non intrecci i propri azionisti con quelli del ‘giornale del Ponte’ e se poi si pensa agli accordi di mercato per la coproduzione delle pagine di politica interna ed estera con i quotidiani del Gruppo Monti (La Nazione di Firenze, Il Resto del Carlino di Bologna, Il Giorno di Milano) o a quelli per la stampa presso le industrie tipografiche siciliane dei maggiori quotidiani nazionali, possiamo affermare che la forza monopolistica della società editoriale che sta dietro la Gazzetta del Sud è invadente quasi quanto l’’anomalia’ italiana rappresentata dal gruppo politico-economico di Mediaset. Basterà un’occhiata alla proprietà e agli uomini che siedono nel consiglio d’amministrazione della Gazzetta per comprendere come mai il quotidiano e i suoi soci-alleati della carta stampata si siano caratterizzati per il furore nella crociata a favore di quattro immense torri ed una lunga campata di cemento armato ed acciaio che sconvolgeranno il paesaggio dello Stretto (81).


Nino Calarco l’Uomo del Ponte
A simbolizzare il ruolo della Gazzetta del Sud di portavoce ideologico del ‘partito del Ponte’ c’è la figura del suo più che trentennale direttore Nino Calarco, sino al dicembre dello scorso anno presidente della Società Stretto di Messina (82). La sua nomina ai vertici della società cui è stata affidata la progettazione della megainfrastruttura, risale all’estate del 1990, con decreto dell’allora presidente del consiglio Giulio Andreotti, persona a cui Calarco è rimasto particolarmente legato, al punto da invitarlo, insieme all’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, ad un importante appuntamento pubblico a Messina nella primavera del 1997 (83).


Nino Calarco non ha mai nascosto le tendenze politiche ultramoderate ed ha ricoperto per una legislatura il ruolo di senatore della repubblica, dal 1979 al 1983, nelle file della Democrazia Cristiana (84). E’ la stessa ala moderata del partito a volerlo tra i propri membri nella costituenda Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, presidente un’altra DC, l’on. Tina Anselmi. Eppure il quotidiano diretto da Calarco si era caratterizzato fino allora per numerosi articoli contro i giudici che indagavano sulla superloggia di Licio Gelli definiti "filocomunisti", e di cui s’ipotizzava la partecipazione ad un ipotetico 'complotto'.


Nonostante la scoperta delle liste della P2, il quotidiano siciliano continuerà a pregiarsi dei fondi e degli editoriali di alcuni giornalisti risultati affiliati, in particolare di Alberto Sensini, già capo dell'ufficio romano del Corriere della Sera, poi direttore della Nazione (85), dell’ex parlamentare socialdemocratico Costantino Belluscio (86) e di Gustavo Selva (tessera P2 n. 1814), già direttore del Gr2 Rai, poi europarlamentare DC, oggi senatore di AN.


Nino Calarco dovette lasciare l’incarico in Commissione parlamentare a seguito dell’inaspettata non rielezione al Senato, nel 1983. Sette anni più tardi però, l’establishment governativo della prima Repubblica gli offrì la presidenza alla Stretto di Messina, società costituita nel 1981 dal Gruppo Iri-Italstat, dalle Ferrovie dello Stato, dall’ANAS e dalle Regioni Calabria e Sicilia (87). Calarco subentrò ad un altro ex parlamentare democristiano messinese, l’on. Oscar Andò, padre dell’allora sindaco di Messina Antonino Andò; vicepresidente fu nominato Gianfranco Gilardini, in passato manager del gruppo finanziario Agnelli-Fiat, mentre ad amministratore delegato della Stretto di Messina fu insediato il dottor Baldo de Rossi (Italstat).


L'essere stato abbastanza critico a riguardo di certi atteggiamenti della società non addebitabili all'on. Andò e non solo attraverso il giornale che dirigo (...), ma soprattutto attraverso i miei interventi esterni in dibattiti, tavole rotonde, conferenze internazionali, avr forse sensibilmente contribuito a convincere l'on. Andreotti ad accogliere la proposta in tal senso delle forze politiche siciliane e calabresi, con la neutralità delle opposizioni. E' la spiegazione che Nino Calarco ha dato delle motivazioni della scelta fatta a suo favore dall'esecutivo. Alla fin fine, si saranno detti, scegliamo uno che ci far conoscere correttamente i momenti progettuali. Infatti, oltre a dover rispondere al potere politico, Calarco dovr farlo nei confronti dei lettori della Gazzetta. E i lettori, si sa, giudicano un direttore giorno per giorno. Uno che, per professione, non è mai incline, come ogni giornalista, a tenersi niente nel cassetto...” (88).


Né Calarco, né le forze politiche di maggioranza e d'opposizione hanno avuto mai dubbi sull'opportunit che il Presidente della Stretto di Messina abbia continuato a mantenere contestualmente la carica di direttore della Gazzetta del Sud, anzi questo è stato presentato come elemento di trasparenza pubblica e di modello per raccogliere le tendenze di giudizio dei lettori-cittadini-futuri utenti del Ponte. Peccato che il sistema abbia funzionato più da fabbrica del consenso che da supervisore dei consensi-dissensi sull’operato della Società e sulla valenza dell’iter progettuale.


Ciò non ha impedito al presidente-direttore Nino Calarco di assumere ulteriori incarichi che ne hanno rafforzato il ruolo di ‘uomo del Ponte’, cementificando gli interessi del gruppo editoriale attorno all’infrastruttura. Egli è stato prima nominato direttore della Rtp-Radio Televisione Peloritana, maggiore emittente televisiva dell’area dello Stretto, e poi presidente della Fondazione Bonino-Pulejo, azionista di maggioranza della SES-Società Editrice Siciliana, comproprietaria della Gazzetta del Sud e delle due reti televisive della Rtp (89). Con il risultato che oltre a poter giudicare da sé il proprio operato e quello della Stretto di Messina, Nino Calarco e il gruppo imprenditoriale a capo delle sue testate, hanno potuto estendere il potere lobbista a favore del mostro di cemento tra il mitico Stretto di Scilla e Cariddi.


La fabbrica del consenso
C’è una vicenda che è emblematica del potere di pressione politica che è stato esercitato in regime monopolistico dagli uomini della Gazzetta del Sud a favore del Ponte e della Società che lo ha progettato, nonostante il quotidiano - nelle intenzioni di Calarco - avrebbe dovuto essere l’organo ‘neutrale’ per far “conoscere correttamente i momenti progettuali”. La vicenda è emersa in occasione di un’indagine della Procura di Reggio Calabria su un presunto caso di malasanità che nell’anno 2000 ha visto coinvolti il direttore generale dell’Asl, l’assessore regionale alla sanità, alcuni politici di vertice del centrosinistra e perfino gli affiliati alla potente cosca di Mario Audino (90).


Secondo l’accusa, a fare da “mediatore” tra i differenti protagonisti dell’affare, il noto giornalista Paolo Pollichieni, responsabile della redazione reggina della Gazzetta del Sud: per gli inquirenti era “capace di scatenare campagne di stampa a comando e di condizionare le decisioni della giunta regionale”. Il giornalista sarebbe stato in stretto contatto con l’imprenditore Giovanni Minniti, sospettato di collusioni con la criminalità organizzata, amministratore unico della EdiIminniti, società vincitrice di appalti per decine di miliardi accanto alla CMC - Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna. I contatti di Pollichieni, ritenuto la memoria storica di tutti i fatti di cronaca nera della regione, si estendevano ai maggiori palazzi del potere nazionale, compresi ministeri e l’Alto comando dei Carabinieri (91).


Intercettando le telefonate di Pollichieni, i giudici di Reggio scoprono le frequenti chiamate ad uno dei massimi esponenti della politica nazionale,

l'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Marco Minniti, successivamente passato al ministero della difesa (92). Il politico diessino è tra i maggiori sostenitori della realizzazione del Ponte di Messina, e proprio di ponte e Società dello Stretto, gli investigatori gli sentiranno parlare con Pollichieni in più di un’occasione. Durante un incontro a Scilla il 30 luglio 1999 tra il sottosegretario e il redattore della Gazzetta del Sud, quest’ultimo telefona con un cellulare al proprio direttore-presidente Nino Calarco. “La chiamo oggi perché sono qui con Marco e la voleva salutare”. Il cellulare viene poi passato al politico diessino. Calarco e Minniti parlano di politica e dell'ex presidente Francesco Cossiga, infine il direttore si rivolge per chiedere un favore: “Senti una cosa... l'unica potenza che tu non riesci a esplicare... con questi maledetti burocrati del ministero dei Lavori pubblici... ancora questo decreto del bando non c'è!”.


L’argomento in questione riguarda un bando per il finanziamento della Società Stretto di Messina, che Nino Calarco vorrebbe che fosse acquisita dall’ANAS. Della questione il direttore dice di averne parlato direttamente con il Presidente del consiglio Giuliano Amato. “E Con Giuliano Amato come è andata?” gli chiede Marco Minniti. “Favoloso, favoloso” gli risponde Calarco. “Però il problema caro Marco è che bisogna trovare nella Finanziaria un po' di spiccioli perché io debbo chiudere la società perché non ho più una lira! ... Non è che è una grossa cifra... 4... 5 miliardi... “.


Una decina di giorni più tardi Pollichieni e Minniti si rincontrano per chiamare nuovamente il direttore Calarco. Quest’ultimo ritorna sul tema del finanziamento della Stretto di Messina: “Marco, ti volevo segnalare due cose... primo che in questa Finanziaria... qualche cosa la dovete inserire... L'altro è che Bargone rema contro... ancora... dice che è andato da D'Alema... a dire... ma quale, il ponte sullo Stretto!”. Minniti interrompe per rassicurare il presidente: “Ho capito va boh... adesso vedo io...” (93).


“L'interessamento richiestomi, che io ritengo legittimo nella sostanza, non nella forma – ha spiegato Marco Minniti - era finalizzato alla concessione di fondi per il pagamento degli advisor”. “Devo precisare - ha poi aggiunto - che lo stanziamento dei fondi era stato autonomamente previsto dal ministero del Tesoro proprio per il pagamento degli advisor”. Minniti cioè, conferma di essere intervenuto istituzionalmente per perorare la causa del presidente Calarco, anche se però la decisione di pagare le parcelle ai consulenti per la progettazione sarebbe stata presa ‘autonomanente’ dall’esecutivo. “Non mi sono più interessato della questione Ponte sullo Stretto di Messina – ha concluso - ma ritengo che con l'approvazione della Legge finanziaria sia stato concesso il finanziamento necessario al pagamento degli advisor” (94).


La pubblicazione sul settimanale Panorama degli stralci delle telefonate tra il giornalista Pollichieni, il direttore Calarco e il sottosegretario Minniti e le implicite conferme dell’azione di lobbing sul governo degli uomini della Gazzetta del Sud non sono stati sufficienti a sollevare in sede parlamentare l’evidente conflitto di interessi del presidente della Stretto di Messina. Diversamente è successo due mesi più tardi, quando nel corso di un’intervista ai giornalisti Rai di ‘Sciuscià’, il sen. Calarco, nel rispondere sulla possibilità d’infiltrazione criminale nella realizzazione del Ponte arrivava a dichiarare: “ Se la mafia fosse in grado di costruire il Ponte, benvenuta la mafia”.


Il Ponte prima di tutto, perfino al di là dei confini della legalità e dei comuni valori di giustizia. Stavolta insorsero i parlamentari di Verdi e Rifondazione e alcuni Democratici di Sinistra e furono chieste le dimissioni di Nino Calarco dalla carica di presidente della Stretto di Messina. Il conflitto però durò appena qualche giorno. Il governo decise di non revocare l’incarico e Calarco rifiutò di dimettersi limitandosi a dichiarare all’Ansa di essersi “pentito di aver detto e fatto registrare quella frase” pur respingendo “con fermezza, la interpretazione capziosa e strumentale che ne è stata fatta”. “Se gli onorevoli interroganti non sono riusciti a percepire il senso della mia provocatoria affermazione – aggiunse - significa che abbiamo raggiunto il massimo dell'incultura. Non mi resta che ripetere la famosa frase di Aldo Moro ‘ma quanto sono noiosi’” (95).


Il Calarco pernsiero sul possibile rapporto mafia-Ponte è certamente più che singolare e lo dimostra quanto affermato in occasione di un recente Festival dell’Unità a Messina (ottobre 1999). “Il ponte è stato contrastato dai ‘poteri forti’ – ha denunciato il direttore della Gazzetta del Sud, pur astenendosi dallo specificare chi e come si nasconderebbe dietro questi ‘poteri’. “Anche la mafia non vuole il Ponte e non vuole controlli sullo Stretto, come dimostrano i venticinque anni che non sono bastati per attivare il sistema radar Vts che farebbe scoprire tutti i traffici illeciti che vi si consumano, a partire dal contrabbando” (96). Per Calarco in pratica, la criminalità organizzata ha tutto da perdere con la realizzazione della megainfrastruttura. La militarizzazione del territorio che ne deriverebbe, impedirebbe la realizzazione dei traffici che si realizzano nello Stretto. Peccato che di questi traffici la Gazzetta del Sud non sia mai stata prodiga d’inchieste e di denunce.

La Fondazione, il Ponte ed altro ancora

Nino Calarco oltre ad aver ricoperto contestualmente il ruolo di direttore delle maggiori testate giornalistiche e televisive dell’area dello Stretto, presiede la Fondazione Bonino-Pulejo, espressione di uno dei più agguerriti gruppi politico-economico-imprenditoriali locali che ha convertito le proprie attività ‘benefiche’ a strumento di propaganda a favore della fattibilità dell’”ottava meraviglia del mondo”, il Ponte sullo Stretto di Messina.


La Fondazione prende il nome dai coniugi Uberto Bonino e Maria Sofia Pulejo, entrambi scomparsi, fondatori della Società Editrice Siciliana e della controllata Gazzetta del Sud. Una rapida occhiata alla biografia del cavaliere-industriale Uberto Bonino per comprenderne l’importanza nella recente storia del capoluogo dello Stretto. Figlio di un ammiraglio della Regia Marina, Bonino acquisì un ingente patrimonio finanziario grazie alla produzione e alla distribuzione della farina per conto del Comando Alleato sbarcato in Sicilia nel 1943, le stesse attività che consentirono ad un oscuro avvocato di provincia, Michele Sindona, a sperimentare le proprie doti affaristiche.


Alla fine della seconda guerra mondiale, Uberto Bonino fece ingresso in politica, fondando a Messina il partito liberale con il massone Gaetano Martino, futuro ministro degli esteri (97). Bonino venne eletto con il PLI nella costituente del 1946; poi fu riconfermato alle politiche del 1948. Transitato nelle file del partito monarchico, venne rieletto alle tornate del ’55 e del ’58. Dopo un breve ritiro dalla vita politica attiva, Bonino si ricandidò con successo nel ’72 con l’MSI alle elezioni per il rinnovo del Senato (98). L’attività politica si alternò con quella di imprenditore e di filantropo; dopo una presidenza ventennale della Banca di Messina, istituto di cui Bonino ha detenuto un pacchetto di minoranza sino all’avvento di Michele Sindona (99), il cavaliere fondò la SES - Società Editrice Siciliana e nel 1973 l’omonima Fondazione, che nei disegni del senatore-editore doveva trasformarsi innanzi tutto nel centro propulsore delle attività didattiche e di ricerca dell’Università di Messina.


Oggi, la Fondazione Bonino-Pulejo è la principale entità finanziatrice delle attività didattiche e di ricerca dell’Università e di quelle culturali dell’Opera universitaria (100). Vengono finanziate borse di studio, specializzazioni, ricerche, seminari e corsi di laurea brevi; la Fondazione ha istituito persino un Centro per il trattamento dei neurolesi in consorzio con l’Ateneo di Messina e la locale facoltà di Medicina. Per sottolineare il grado di coesione esistente tra la grande impresa editoriale meridionale e l’università, lo statuto della Fondazione prevede la presenza di diritto nel proprio consiglio d’amministrazione dei Rettori vecchi e nuovi dell’Ateneo e dell’amministratore della SES-Società Editrice Siciliana (101).


L’occupazione dell’Università da parte della Fondazione è un processo che è proseguito anche in questi ultimi anni segnati dal “rinnovamento nella legalità” voluto dal nuovo rettore Gaetano Silvestri, dopo lo scoppio del ‘caso Messina’ e della scoperta del dominio dell’Ateneo da parte delle cosche di ‘ndrangheta. Di questo bisogna dare atto alle capacità di coinvolgimento trasversale del direttore-presidente. E’ innegabile che con la guida assunta da Nino Calarco, la Fondazione Bonino Pulejo è riuscita ad allineare fedelmente docenti e ricercatori al grande ‘partito del Ponte’, con la conseguenza che l’Università di Messina è mancata ai suoi doveri istituzionali di analisi sui possibili impatti socio-ambientali, e peggio, nella ricerca di strategie alternative di sviluppo economiche per l’area dello Stretto.


Troppo spesso, così, uno dei maggiori atenei del Mezzogiorno ha legato la propria immagine al sogno progettuale della megainfrastruttura. Nel settembre del 1994, ad esempio, le Università di Messina e Reggio Calabria insieme alla Fondazione Bonino Pulejo e al Consorzio dell’Istituto Superiore dei Trasporti di Reggio Calabria hanno organizzato un convegno internazionale sui trasporti nell’area dello Stretto in cui i relatori, tutti, si sono detti favorevoli alla realizzazione del Ponte. Significativamente a concludere i lavori, è stato chiamato il direttore della Gazzetta e presidente della Società Stretto di Messina Nino Calarco.


Otto anni più tardi, in piena campagna di rilancio delle Grandi Opere e dell’ipotesi progettuale del Ponte, la Fondazione è scesa in campo accanto alle Università dello Stretto e al ministero dell’Istruzione, finanziando l’indagine del Consorzio interuniversitario Almalaurea sulla ‘condizione occupazionale dei laureati’. L’appuntamento scientifico si è trasformato in una tribuna del presidente Calarco per richiamare attorno al Ponte “l’attenzione delle facoltà di Ingegneria di Messina e di Reggio Calabria” e quella degli studenti e dei neolaureati ingegneri a cui l’infrastruttura potrà fornire “centinaia” di posti di lavoro (102).


In realtà le due facoltà di ingegneria dello Stretto si sono particolarmente distinte nell’organizzare importanti meeting ‘scientifici’ a sostegno degli elementi tecnico-strutturali del megaprogetto. E più dell’improbabile sbocco occupazionale per i propri laureati esse sperano di ottenere un riconoscimento diretto e concreto dal Ponte: il professore Aurelio Misiti, a