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da Antimafia DOSSIER Organizzazioni criminali, grandi holding finanziarie e
società di costruzioni guardano con sempre maggiore attenzione alla
realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, una delle opere più
devastanti rilanciate dal governo Berlusconi-Lunardi. Antonio Mazzeo - Luglio 2002 Cap. 1 – Mani criminali sull’affare del Ponte Tra le possibili cause dell’accelerazione del processo di 'mafiosizzazione’
e concentrazione dei poteri criminali nell’area dello Stretto di
Messina, trova sempre più credito l’attesa suscitata dal sogno
trentennale di realizzare un’infrastruttura per l’attraversamento
stabile dello Stretto, oltre 14.000 miliardi di lire d’investimenti
per un ponte di appena tre chilometri di lunghezza (1). Questa tesi trova conforto in quasi tutti i più recenti rapporti
semestrali sullo stato della criminalità organizzata in Italia della
Direzione Investigativa Antimafia. Il primo allarme sugli interessi
suscitati tra le organizzazioni mafiose dalla ventilata realizzazione
dell’infrastruttura, è stato rilanciato in un comunicato Ansa del
22 aprile 1998. “La DIA – si legge - è preoccupata dalla grande
attenzione della ‘ndrangheta e di Cosa Nostra per il progetto
relativo alla realizzazione del ponte sullo Stretto”. “Appare
chiaro – aggiunge la Direzione Investigativa Antimafia – che si
tratta di interessi tali da giustificare uno sforzo inteso a sottrarre
il più possibile l’area della provincia di Messina all’attenzione
degli organismi giudiziari ed investigativi” (2). Le mani sul Ponte A prova del patto comune tra le due organizzazioni criminali per la
cogestione dei flussi finanziari previsti per la megainfrastruttura,
gli investigatori segnalano in particolare i “collegamenti” emersi
in ambito giudiziario nella gestione dei grandi traffici di
stupefacenti, tra malavitosi gravitanti nell’area catanese e
personaggi di spicco della ‘ndrangheta appartenenti al clan Morabito
di Africo Nuovo. L’asse strategico tra questi potentissimi gruppi
criminali ed il loro sofisticato modus operandi è stato evidenziato
dalle indagini sull’infiltrazione mafiosa nella realizzazione dei
grandi appalti pubblici nella provincia di Messina, e in particolare
nella gestione di attività illecite nella locale Università degli
Studi (3). La Direzione Investigativa Antimafia ha arricchito questi elementi
d’analisi con gli ultimi due rapporti semestrali sulle attività d’indagine
espletate nell’anno 2001. Ciò che più preoccupa gli investigatori
è la nuova struttura della ‘ndrangheta sorta dopo le guerre tra le
cosche degli ultimi decenni, un’organizzazione criminale “vivacissima”
nel settore del traffico internazionale di stupefacenti e con sempre
maggiori possibilità di infiltrazione negli affari
economico-imprenditoriali, anche grazie alla ridotta attenzione
generale in tema di lotta alla mafia (4). “Gli attuali standard
organizzativi – si legge nella relazione della DIA - hanno
consentito l’acquisizione di ingenti introiti finanziari in grado di
sviluppare, accanto ai tradizionali business, attività di natura
imprenditoriale, apparentemente lecite, che si presentano a costituire
veicoli d’infiltrazione della malavita all’interno del sistema
economico. Una siffatta strategia della ‘ndrangheta è quanto mai
allarmante, soprattutto nell’attuale fase di sviluppo calabrese,
nella quale al sistema imprenditoriale privato sono attribuite grandi
responsabilità per il progresso dell’economia regionale,
soprattutto nel quadro dei cospicui contributi comunitari per il piano
pluriennale ‘Agenda 2000’ e con quelli, pure prossimi, relativi
alla realizzazione del Ponte di Messina”. A questa infrastruttura, è dedicato un passaggio chiave del
rapporto della Direzione antimafia: “Le prospettive di guadagno che
ne deriveranno non potranno non interessare le principali famiglie
mafiose operanti in Calabria. Inoltre l’entità degli interessi per
la costruzione del Ponte e la particolarità dell’opera, sono tali
da far ritenere possibile un’intesa tra le famiglie reggine e Cosa
Nostra, in vista di una gestione non conflittuale delle opportunità
di profitto che ne deriveranno”. Come si vede, gli investigatori
confermano la possibilità di un’intesa ‘ndrangheta-Cosa Nostra
per la suddivisione degli appalti relativi al Ponte dello Stretto, una
compartecipazione affaristica in linea all’impostazione data a Cosa
Nostra in Sicilia dagli uomini affiliati a Bernardo Provenzano,
incline alla trattativa ‘politica’ con le istituzioni dello Stato
ed al recupero del coordinamento regionale delle organizzazioni
mafiose. E’ appunto questa strategia d’intervento che ha
restituito alla mafia la possibilità di sfruttare a pieno le sue
risorse economiche principali: lo sfruttamento parassitario delle
attività commerciali e imprenditoriali locali e il controllo nel
settore degli appalti pubblici e delle imprese siciliane e nazionali
che operano nell’isola. Secondo la DIA, Cosa Nostra avrebbe ripristinato un elevato grado
di controllo sull’imprenditoria, specialmente quella del settore
edile, intercettando sia gli investimenti pubblici sia quelli privati,
“vuoi mediante l’estorsione pura e semplice, vuoi con la
partecipazione diretta ai lavori”. “Con la conseguenza –
conclude la Direzione antimafia - che una rilevante quota delle
risorse investite viene sottratta alla realizzazione dell’opera,
determinandone una esecuzione non rispondente ai criteri qualitativi
stabiliti e la necessità di dare ricorso ad ulteriori e non previsti
finanziamenti”. Uno scenario particolarmente preoccupante proprio
perché affermatosi in prospettiva della “prossima realizzazione di
una straordinaria serie di opere indispensabili per l’adeguamento
delle strutture dell’isola agli standard nazionali ed europei”
(5). Il grande affare del consorzio ‘Ndrangheta-Cosa nostra S.p.A. Sin qui le relazioni ufficiali del massimo organo d’investigazione
antimafia. Alle considerazioni precedenti vanno aggiunte le
dichiarazioni di due tra i maggiori rappresentanti degli organi
giudiziari dello Stretto, l’ex procuratore aggiunto di Reggio
Calabria, Salvatore Boemi, e il procuratore capo di Messina, Luigi
Croce. Boemi, occupatosi di importanti indagini sulle infiltrazioni
mafiose nel tessuto economico calabrese e sull’asse ‘ndrangheta-eversione
di destra-massoneria e politica (6), ha ripetutamente messo in guardia
sui sempre più provati interessi mafiosi per l’accaparramento degli
enormi investimenti pubblici in arrivo a Reggio Calabria. “Il Ponte
è il grande affare del terzo millennio per Sicilia e Calabria: se non
se ne interessa la mafia, ne sarei sorpreso” ha commentato nel corso
dello speciale sul Ponte della trasmissione ‘Sciuscià’ di Michele
Santoro, nel febbraio 2001. "Il ponte sullo Stretto lo vogliono
tutti, sarà un affare da 15 mila miliardi" ha poi spiegato il
dottor Boemi al giornalista Mario Portanova ."Già fra la
richiesta "ambientale" e i subappalti, la mafia si appropria
del 25 per cento dei soldi pubblici che arrivano in Calabria"
(7). Nonostante l’infiltrazione dei gruppi criminali nei grandi
appalti, lo stesso Boemi ha dovuto lamentare la “cancellazione”
del pool antimafia di Reggio Calabria, la “fine di una stagione”
di contrapposizione alle cosche e ai comitati d’affari che “si
preparano al varo del ponte sullo Stretto e ai miliardi europei di
Agenda 2000” (8). Nel mirino delle cosche ci sarebbero anche i quasi mille miliardi
relativi al cosiddetto ‘Decreto Reggio Calabria’, i finanziamenti
del Piano Urban per la riqualificazione del centro urbano e quelli
relativi alla costruzione di nuovi pontili per il collegamento
marittimo Reggio-Messina. “Relativamente al problema del ponte sullo
Stretto – ha aggiunto il procuratore Boemi - vorrei capire come si
possa conciliare questo investimento sull'attraversamento stabile con
i nuovi progetti per dar vita a corsie preferenziali ai fini del
potenziamento del traghettamento dello stesso Stretto di Messina”
(9). Il magistrato cioè, oltre a denunciare il rischio d’infiltrazione
criminale, pone il dito contro la logica degli sprechi delle risorse
economiche e finanziarie e l’assenza di una politica organica dei
trasporti da parte delle classi dirigenti locali e nazionali. Dall’altra parte dello Stretto, ha fatto eco al dottor Boemi, il
Procuratore capo della Repubblica di Messina, Luigi Croce. Nel corso
di un convegno organizzato dalla locale Associazione antiusura, il
magistrato ha denunciato i “contrastanti ed inquietanti” segnali
inviati alla città dal mondo criminale: “È forse all'orizzonte, in
vista anche della possibile costruzione del Ponte, un'alleanza ancor
più stretta tra Cosa Nostra e 'Ndrangheta che passa per la città
dello Stretto, per cui la crisi delle organizzazioni locali potrebbe
semplicemente aprire la strada a un'invasione da parte delle
organizzazioni mafiose esogene”. Anche il dottor Croce denuncia il
clima di “generale rilassamento” in tema di contrasto della
criminalità, fattore che alimenterebbe nella provincia di Messina gli
interessi dei gruppi mafiosi e dei settori dell’imprenditoria in
rapporto con le cosche. “In alcuni casi hanno costituito una vera e
propria “mafia bianca”, meno appariscente di quella dei Riina, dei
Santapaola e, su scala più ridotta, degli Sparacio, ma non meno
perniciosa per lo sviluppo della città” (10). Sui tentativi d’infliltrazione della mafia per l’accaparramento
del flusso delle risorse previste da ‘Agenda 2000’ e dai progetti
per le grandi opere infrastrutturali come il Ponte sullo Stretto, è
recentemente intervenuta anche la Procura di Palermo attraverso il
procuratore aggiunto Roberto Scarpiato. L’allarme è stato ripreso
dagli allora ministri del tesoro Vincenzo Visco e delle finanze
Ottaviano del Turco. Visco, riferendosi espressamente al Ponte sullo
Stretto, ha richiesto che “i controlli e l'azione di prevenzione
siano organizzati con grande attenzione, grande energia e grande
decisione”. Del Turco, già presidente della Commissione
parlamentare antimafia che aveva indagato su criminalità-politica e
affari nel messinese, ha commentato che il Ponte “deve riunire due
realtà, quelle di Messina e Reggio Calabria, in cui ci sono stati
fenomeni che hanno coinvolto la vita delle amministrazioni. E visto
che la mafia si è occupata di tutti gli appalti anche di minima
entità si può immaginare che non metta gli occhi su un appalto di
5-6 mila miliardi?” (11). Un impatto criminale top secret Le dichiarazioni degli ex ministri Del Turco e Visco sono il frutto
di intuizioni soggettive, oppure trovano un fondamento ‘scientifico’
e documentale? In realtà è difficile credere che i due componenti
dell’esecutivo abbiano parlato del ‘rischio infiltrazione’ senza
una lettura del rapporto sul cosiddetto ”impatto criminale del Ponte”,
commissionato nell’anno 2000 al centro studi Nomos del Gruppo Abele
di Torino dagli advisor chiamati dal Ministero dei lavori pubblici a
valutare la fattibilità dell’opera (12). Nonostante le conclusioni
di questo studio siano state secretate dai committenti e dallo stesso
governo, alcuni dei passaggi chiave sono stati rivelati in un articolo
dello studioso Giovanni Colussi pubblicato dal settimanale Carta, ed
in un saggio del sociologo Rocco Sciarrone sulla rivista Meridiana. E’
bene riportarne alcuni passi. “Sono state prese in considerazione le due possibilità offerte
dal ministero dei lavori pubblici e da quello del tesoro: Ponte sullo
Stretto e trasporto multimodale” scrive Colussi. “Trattandosi di
un’esperienza con pochi precedenti, gli autori hanno dovuto
ragionare su un modello interpretativo che potesse offrire un’efficace
descrizione dell’opportunità criminale che si apriva, per i
mafiosi, con un’opera come il Ponte. Ed è stato scelto un modello
di analisi essenzialmente qualitativo, non essendo disponibili dati
sufficienti che consentissero la costruzione di indicatori efficaci
sul piano quantitativo. La storia dei gruppi criminali presenti sul
territorio, e la loro reattività alle opportunità offerte da altre
Grandi Opere, sono state incrociate con le caratteristiche dell’opera
in quanto tale: modalità di costruzione, la presenza o meno di
manodopera specializzata, il livello tecnologico richiesto nelle varie
fasi della lavorazione. Si è cercato quindi di identificare,
attraverso un’analisi del know-how criminale presente in loco, le
parti più a rischio di infiltrazione mafiosa” (13). Per ciò che concerne il contesto geocriminale in cui s’inserisce
il progetto, i ricercatori di Nomos confermano come lo Stretto di
Messina si caratterizzi per essere un’area ad alta densità mafiosa
“in cui le attività criminali sono strutturate e coordinate a
livello organizzativo, e quindi realizzate con sistematicità” (14).
Analizzando il modo con cui mafie e imprenditoria locale e nazionale
hanno interagito principalmente in Calabria per la realizzazione di
grandi opere pubbliche (l’autostrada Salerno-Reggio, il porto e la
centrale di Gioia Tauro, ecc.), il rapporto rileva la notevole
capacità dei gruppi criminali di inserirsi nei grandi appalti
pubblici. “La ‘ndrangheta ha, infatti, saputo imporsi in molte
delle numerose infrastrutture costruite in Calabria dagli anni
sessanta ad oggi. E spesso le strategie di infiltrazione sono state
realizzate stringendo rapporti di collusione con le imprese titolari
degli appalti” e instaurando “rapporti di scambio reciprocamente
vantaggiosi con il mondo della politica e dell’imprenditoria”
(15). Dato il contesto delle relazioni intercorse e dato il controllo
pressoché totale del territorio da parte della ‘ndrangheta, Nomos
giunge a dichiarare “pienamente fondato” il rischio criminalità
della localizzazione dell’infrastruttura in quest’area. Si è di
fronte ad un “danno atteso”, in cui si prefigura un rapporto di
‘cooperazione’ tra le cosche per l’accaparramento degli appalti.
A tal fine la ‘ndrangheta si è dotata, sul modello della struttura
organizzativa della mafia siciliana, di un organismo unitario e
centralizzato di coordinamento in grado di appianare le controversie
interne (16). Si ritiene infine plausibile un vero e proprio “accordo
di cartello” tra i vertici delle cosche di ambedue le regioni: alle
stesse conclusioni, come abbiamo visto, sono giunti gli investigatori
della Direzione Nazionale Antimafia. Lo scenario degli appalti E’ tuttavia più credibile l’ipotesi che i gruppi criminali
puntino alla gestione diretta dei lavori. Come rilevato dall’ex
procuratore di Reggio Calabria, Salvatore Boemi, la ‘ndrangheta non
punta alle “estorsioni di piccolo cabotaggio”, ma all’ingresso
da protagonista nella gestione diretta delle opere previste nella
provincia di Reggio. “Non vorrei – ha spiegato Boemi - che si
ripetesse in questa occasione l'errore che si fece, anni fa, ai tempi
del costruendo Quinto Centro Siderurgico di Gioia Tauro, quando si
rincorrevano piccoli affari mafiosi e si perdeva di vista che la mafia
era entrata nella grande torta” (19). Basta pensare al grado di
condizionamento esercitato dalla ‘ndrangheta durante i lavori di
costruzione della megacentrale a carbone, ancora una volta a Gioia
Tauro. “Non c‘era più soltanto il classico inserimento delle ‘ndrine
nei lavori di sub appalto – scrive lo storico Enzo Ciconte – ma c’era
l’individuazione dell’impresa a “partecipazione mafiosa” la
cui caratteristica essenziale era di “far capo, comunque al mafioso,
ma gestita da un insospettabile prestanome. Inoltre, c’era anche il
consorzio d’imprese che univa insieme imprese mafiose e imprese non
mafiose, e c’era la complicità degli organi istituzionali dell’ENEL”
(20). Sino a qui, in realtà, l’analisi del centro studi del Gruppo
Abele di Torino non appare originale, poiché non ci sarebbero
differenze particolari del ‘rischio criminalità’ nel caso della
realizzazione del Ponte dello Stretto o di una qualsivoglia
megainfrastruttura in qualsiasi parte del territorio a controllo
mafioso. Se però si tengono in conto le specificità tecniche del
progetto (il Ponte in sé con le strutture portanti e le relative
infrastrutture d’accesso, di collegamento e di servizio), è
possibile definire un impatto criminale che ha carattere di unicità
nel panorama delle Grandi Opere. In verità Nomos sostiene che l’elevato
contenuto tecnologico dell’infrastruttura e la necessità di
reperire manodopera qualificata possano essere fattori d’ostacolo
per l’inserimento dei gruppi mafiosi. “La maggior parte degli
elementi che compongono l’impalcato e le torri sono prefabbricati e
preassemblati. Per questi lavori, si può ipotizzare che le
possibilità d’infiltrazione da parte di imprese mafiose o a
compartecipazione mafiosa siano ridotte. Molto dipenderà comunque da
come saranno articolati, lottizzati e appaltati i lavori stessi”
(21). Una tesi difficile da condividere, anche perché risponde ad una
visione assai riduttiva delle capacità d’impresa delle
organizzazioni mafiose e che non tiene conto delle risultanze delle
più recenti indagini. Esiste realmente questa divisione di competenza
tecnologica tra la grande impresa ‘legale’ e l’impresa in mano
ai boss? E non è forse vero che attraverso l’investimento in borsa
di quantità inimmaginabili di denaro sporco, le organizzazioni
criminali siano entrate in possesso di cospicui pacchetti azionari
delle maggiori imprese ‘tecnologizzate’ così da divenire esse
stesse imprese mafiose o a capitale mafioso? La scalata mafiosa al
Gruppo Ferruzzi, holding finanziaria con vasti interessi nel settore
delle infrastrutture a tecnologia avanzata è l’esempio più noto di
questo processo di trasformazione del ruolo imprenditoriale della
criminalità. Proprio alla vigilia della realizzazione delle grandi
opere promesse dal governo Berlusconi, sono stati raccolti ulteriori
segnali che comproverebbero una evoluzione in tal senso delle
relazioni mafia-imprenditoria. Il procuratore Pier Luigi Vigna, in una
sua recente audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia,
ha fatto esplicito riferimento ad “una vera e propria mimetizzazione
in atto delle imprese colluse con la mafia”, fenomeno che si
accompagna ad un vasto movimento delle imprese stesse, una “sorta di
trasmigrazione” da una regione all’altra. Molte società cioè,
avrebbero deciso di trasferire la loro attività e di abbandonare la
Sicilia, lasciando il mercato libero ai grandi gruppi imprenditoriali
del Nord. E’ questo il frutto di un accordo più o meno tacito,
oppure è il segnale di una modifica in atto delle stesse composizioni
societarie delle holding finanziarie a capo delle grandi imprese? Al di là di una possibile sottovalutazione delle capacità
tecnologiche delle imprese mafiose, il rapporto Nomos è importante
perché giunge a quantificare la percentuale delle opere che tuttavia
sarebbero a specifico rischio d’infiltrazione criminale. Il dato di
per sé è allarmante: secondo il ricercatore Giovanni Colussi circa
il 40 per cento delle opere potrebbe alimentare i circuiti mafiosi
(22). E’ nei settori più tradizionali dell’intervento criminale
nei lavori pubblici (movimenti terra, trasporti, forniture di
materiali inerti e calcestruzzi), in cui è più facile glissare
normative e certificazioni antimafia, che secondo i ricercatori di
Torino è possibile un “maggior grado di permeabilità all’azione
di gruppi criminali”. Il Ponte è un megamonumento di cemento ed
acciaio (è prevista la produzione e la movimentazione di oltre 1,1
milioni di tonnellate di cemento, 780.000 metri cubi d’inerti,
69.000 tonnellate d’acciaio, oltre 1,3 milioni di metri cubi di
materia di risulta). I mafiosi “cercheranno di inserirsi proprio in
attività di questo tipo, che costituiscono ormai da tempo i settori
che privilegiano e che in genere tendono a monopolizzare” (23). “Per quanto riguarda le torri – spiega ancora Rocco Sciarrone -
un rischio criminalità potrebbe in ipotesi manifestarsi nella fase di
scavo e della realizzazione delle fondazioni, il cui volume
complessivo è di 86.400 mc in Sicilia e di 72.400 mc in Calabria. In
questo caso, imprese mafiose – già esistenti o più probabilmente
costituite ad hoc – potrebbero rivendicare una partecipazione
diretta ai lavori, soprattutto per le fasi di scavo e di
movimentazione terra. Lo stesso rischio può essere segnalato per
quanto riguarda le strutture di ancoraggio dei cavi di sospensione,
per le quali è previsto un volume di 328.000 mc in Sicilia e di
237.000 mc in Calabria”. “Se si tiene inoltre conto che per la
realizzazione del manufatto occorrono in totale circa 860.000 mc di
calcestruzzo, il rischio criminalità appare di gran lunga più
elevato data la tradizionale specializzazione dei gruppi mafiosi nel
cosiddetto ‘ciclo del cemento’. Lo stesso rischio si rileva in
tutte quelle lavorazioni con procedure esecutive di tipo
standardizzato, che riguardano, ad esempio, verniciature, saldature,
pavimentazioni, ecc.” (24). “Da dove verrà tutto il cemento necessario a costruire il ponte?”,
si domanda il sociologo Osvaldo Pieroni, autore di un eccellente
volume che analizza i limiti dell’infrastruttura. “E chi gestisce
in quest’area il mercato delle attività estrattive, del cemento,
delle costruzioni e degli appalti?”. E’ lo stesso Pieroni a fare
un lungo elenco di famiglie storiche della ‘ndrangheta reggina: i
Mammoliti, i Mazzaferro e i Piromalli di Gioia Tauro, gli Iamonte di
Melito Porto Salvo, i Barreca di Pellaro, i Pesce e i Pisano di
Taurianova, i Serraino, i Viola e gli Zagari di Roccaforte del Greco,
i Fazzolari e gli Albanesi di Molochio (25). I nomi sono gli stessi di
quelli segnalati dai più recenti rapporti della Direzione nazionale
Investigativa Antimafia, accanto ai clan Mancuso e Morabito, di cui si
denuncia l’enorme pericolosità “in virtù dei già percorribili
segnali di infiltrazione nel tessuto imprenditoriale legale”, capace
di “condizionare le procedure di gare d’appalto”. Gallerie, ferrovie e viadotti, la vera manna della mafia del Ponte Ci sono poi le infrastrutture di servizio al Ponte, che nel
progetto comprendono un volume complessivo di fabbricati per ciascun
versante di 2.800 mc, un’area di servizio-ristoro in Sicilia (38.000
mc), un centro commerciale e di ristoro in Calabria (35.000 mc), un
centro direzionale sempre in Calabria con un’area d’assistenza e
soccorso ed una caserma della polizia (15.000 mc), un albergo ad
anfiteatro (23.500 mq), un museo (2.300 mq). “Si tratta di opere
rilevanti, che richiederanno un impegno finanziario non indifferente e
che facilmente possono richiamare gli interessi dei gruppi mafiosi”
afferma il sociologo Rocco Sciarrone. “Il rischio criminalità è
dunque particolarmente elevato, tenendo peraltro presente che tali
opere saranno considerate secondarie – e anche oggettivamente
marginali – rispetto alla realizzazione del manufatto e delle sue
infrastrutture principali. Il livello di “guardia” potrebbe essere
più basso e ciò comporterebbe di conseguenza un maggior grado di
vulnerabilità di queste opere rispetto a eventuali infiltrazioni
mafiose” (26). Un altro settore particolarmente sensibile alla penetrazione
mafiosa è quello relativo all’offerta di servizi necessari per il
funzionamento dei cantieri. Oltre alla tradizionale funzione di
guardiania, “i mafiosi cercheranno con molta probabilità di
inserirsi nelle fasi di installazione e organizzazione dei cantieri, e
successivamente anche nella gestione dei loro canali di
approvvigionamento. E’ dunque ipotizzabile il tentativo di
controllare il rifornimento idrico e quello di carburante, la
manutenzione di macchine e impianti e la relativa fornitura di pezzi
di ricambio, il trasporto di merci e persone” (27). Un’ultima nota
del rapporto Nomos sul rischio criminalità è riservata al ruolo che
i mafiosi potrebbero cercare di assumere, in termini di
intermediazione e speculazione, sui terreni da espropriare per la
costruzione delle infrastrutture di collegamento e di servizio.
Segnali d’allarme in tal senso, sono stati raccolti dal Forum
sociale di Messina tra gli abitanti della frazione di Faro-Capo Peloro,
in occasione del recente campeggio di lotta contro il Ponte sullo
Stretto. Un 40% delle opere ad alto “rischio di azione criminale”
significano 5.600-6.000 miliardi di lire d’investimenti pronti a
finire nelle mani delle imprese di mafia. Nonostante lo scenario di
forte illegalità e incompatibilità socioterritoriale del progetto
Ponte, il vecchio governo di centrosinistra guidato da Giuliano Amato
ha scelto di occultare i risultati del rapporto, e per bocca del
sottosegretario ai lavori pubblici, on. Antonino Mangiacavallo, ha
ridimensionato l’”impatto criminale” dell’infrastruttura,
assimilandola ad un qualsiasi progetto per il trasporto multimodale.
“Il maggior pericolo, nel caso della realizzazione del Ponte, non
appare legato né alla natura dell'opera né alla sua unitarietà”
ha dichiarato Mangiacavallo, rispondendo ad una serie di
interrogazioni parlamentari. “A rendere più rischiosa tale
soluzione sembra solo essere la sua maggiore dimensione finanziaria
rispetto alla multimodalità, ma se le risorse pubbliche liberate
dalla scelta dello scenario multimodale venissero impiegate per
rendere tale stesso scenario più robusto, costruendo ponti, aeroporti
e strade (...), l'impatto sulla sicurezza dei due scenari diverrebbe
simile” (28). Nonostante il contorto gioco di parole, il
sottosegretario conferma implicitamente che la mafia è pronta a
spartirsi i lavori di realizzazione del manufatto. Al grande appuntamento con il mostro tra Scilla e Cariddi le
autorità si stanno accingendo impreparate e senza gli strumenti
idonei ad impedire il grande banchetto delle cosche criminali
siculo-calabre. Debole e per lo meno inopportuna è la soluzione
auspicata dagli stessi ricercatori del Gruppo Abele, che nel rapporto
sul ‘rischio criminalità’ per i lavori del Ponte prospettano la
creazione di una task force guidata dai magistrati “che opererebbero
come aggiunti presso le DDA di Messina e Reggio Calabria, coordinati
dalla Direzione Nazionale Antimafia e coadiuvati da un apposito nucleo
della DIA, allo scopo di compiere una sistematica attività d’indagine
e di prevenzione nei confronti di tutti i soggetti economici impegnati
nell’opera” (29) Valutare come altissimi i costi in termini di militarizzazione e
controllo mafioso del territorio nel momento in cui si aprirebbero i
cantieri per il Ponte, dovrebbe portare ad una seria messa in
discussione del valore e della fattibilità dell’opera stessa. E’
particolarmente ingenuo pensare che l’enorme impatto sociocriminale
previsto possa essere ‘bilanciato’ e ‘controllato’ dal
potenziamento degli organismi d’indagine e magari di polizia. Il
processo di militarizzazione della Sicilia, la realizzazione di
megaimpianti di guerra sotto il controllo dei più efficienti sistemi
d’intelligence degli Stati Uniti, non ha assolutamente impedito l’infiltrazione
criminale nei cantieri e nei servizi delle basi e degli aeroporti. Di
contro, esso è stato funzionale alla composizione di nuovi e più
agguerriti blocchi sociali moderati e al potenziamento della forza
politico-militare della mafia. La realizzazione delle grandi opere
militari ha avuto l’effetto, non certamente secondario, di ridurre
gli spazi d’espressione democratica e d’organizzazione dei
soggetti sociali antagonisti al modello di sviluppo dominante e al
complesso bellico-industriale. C’è poi da chiedersi perché mai
dovrebbe avere esito positivo l’implementazione di una task force di
magistrati e agenti speciali, in un’area dove le forti contiguità
tra i poteri hanno impedito l’esercizio della giustizia e persino
inquinato e depistato indagini strategiche per colpire i santuari del
crimine… Non è un caso che l’ipotesi di un ‘nucleo speciale d’indagini’
sia piaciuta ai grandi Signori del Ponte. L’on. Nino Calarco,
direttore della Gazzetta del Sud e presidente della Stretto di
Messina, a proposito del rischio d’infiltrazione mafiosa negli
appalti è giunto a proporre di nominare l’ex procuratore
distrettuale della DDA di Reggio Calabria, Salvatore Boemi, a capo
della task-force che il governo dovrebbe istituire per la verifica
della legalità. “Boemi sarebbe l’uomo giusto anche perché è
stato il primo a sollevare il problema delle possibili infiltrazioni
mafiose” (30). Un tentativo di cooptazione e di legittimazione delle
classi dirigenti locali che non può che essere respinto per la sua
inutilità e pericolosità. Quali sarebbero poi le garanzie e i
supporti che il nuovo governo potrebbe mai dare a task force del tipo
di quella proposta per la ‘vigilanza’ dei lavori del Ponte?
Illuminante in proposito quanto ha dichiarato recentemente il ministro
delle infrastrutture Pietro Lunardi: “Ci siamo preoccupati d’investire
una piccolissima parte delle somme destinate alla realizzazione delle
grandi opere per la sicurezza contro il rischio criminalità. Abbiamo
siglato un accordo con il ministero degli Interni e del Tesoro in
virtù del quale sui cantieri per le grandi opere saranno presenti
tutori dell’ordine a garanzia che tutto avvenga al riparo dalle
pressioni mafiose. Monitoraggio costante, dunque, sui cantieri, come
peraltro sta già avvenendo in altre zone d’Italia” (31). Nient’altro
che fumo: piccolissime somme di denaro e qualche tutore dell’ordine
in più. Per Lunardi, del resto, l’infiltrazione mafiosa nella
gestione delle grandi opere non può essere argomento d’allarme. “Mafia
e Camorra ci sono e dovremo convivere con questa realtà” ha
esternato il ministro nell’agosto 2001. “Questo problema non ci
deve impedire di fare le infrastrutture. Noi andiamo avanti a fare le
opere che dobbiamo fare, e questi problemi di Camorra, che ci saranno,
per carità, ognuno se li risolverà come vuole”. Guerra e stragi per i lavori del Ponte L’eliminazione di Paolo De Stefano fu la risposta, immediata, all’attentato
con un’autobomba cui era miracolosamente scampato il boss Antonino
Imerti, detto ‘nano feroce’, ma che costò la vita a tre persone.
Gli inquirenti non tardarono ad individuare la causa scatenante del
conflitto tra le cosche. “A quanto pare - scrive Enzo Ciconte - la
guerra era da mettere in relazione agli appalti pubblici attorno a
Villa San Giovanni in vista della costruzione del ponte sullo stretto
di Messina che avrebbe dovuto collegare stabilmente le sponde della
Calabria e della Sicilia” (33). Alla stessa conclusione sarebbe
giunto il Tribunale di Reggio Calabria, in una sua recente ordinanza
di arresto contro 191 affiliati alla ‘ndrangheta: “Tra le ragioni
alla base della “guerra di mafia” che ha interessato l’area di
Reggio Calabria tra il 1985 e il 1991, sembra esserci anche il
controllo dei futuri appalti relativi alla costruzione del Ponte sullo
Stretto” (34). La tesi viene sposata dalla Commissione parlamentare
antimafia in visita nel 1989, nella provincia di Reggio Calabria. Pur
senza fare esplicito riferimento all’infrastruttura, la Commissione,
soffermandosi sul caso di Villa San Giovanni, comune che aveva visto
cadere sotto i colpi di lupara affiliati alle cosche e uomini politici
locali, affermava che “i giudici hanno chiarito che in questa
località si è sviluppato uno scontro fra cosche per la gestione di
una cospicua, futura erogazione di denaro. (...). E’ ragionevole
pensare che al centro delle attenzioni da parte della criminalità
organizzata possa essere stato il Comune più importante e produttivo
(Villa San Giovanni) ove peraltro deve essere decisa la realizzazione
di importanti opere pubbliche” (35). In realtà lo scatenamento del conflitto seguì di poco gli annunci
favorevoli alla realizzazione dell’opera “in tempi brevi” da
parte dell’allora governo presieduto da Bettino Craxi. Il leader
socialista arrivò perfino a fissare le date del progetto: “i lavori
del Ponte dovranno iniziare nel 1988 e terminare nel 1996” (36). Le
aspettative furono alimentate dalla firma, sempre nel 1985, della
convenzione Stato-Società dello Stretto di Messina che metteva nero
su bianco sui tempi di realizzazione dell’infrastruttura. L’anno
successivo il ministero dei lavori pubblici diretto da Claudio
Signorile stanziava 220 miliardi per ulteriori studi e sondaggi nell’area
tra Scilla e Cariddi (37). Il rapporto diretto guerra di mafia-Ponte ha trovato riscontro nelle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Filippo Barreca, deponendo durante il processo contro il boss Giorgio De Stefano ed altri 34 affiliati alla ‘ndrangheta di Reggio Calabria, ha spiegato che il conflitto tra Paolo De Stefano e Antonino Imerti verteva proprio su chi dovesse esercitare la leadership sulla gestione delle opere infrastrutturali: “Liberando il territorio da Antonino Imerti, Paolo De Stefano si assicurava il controllo della zona e, quindi, dei futuri lavori”. L’ex affiliato alla ‘ndrina Filippo Barreca ha aggiunto che fu
proprio l’esigenza di appropriarsi dei cospicui finanziamenti per le
opere pubbliche a spingere le cosche a ricomporre il conflitto “L’interesse
a che fosse ristabilita la pace in provincia di Reggio scaturiva da
una serie di motivazioni, alcune di ordine economico (pacchetto Reggio
Calabria e realizzazione del ponte sullo Stretto) e altre di politica
criminale” ha dichiarato Barreca ai magistrati calabresi. “Anche i
siciliani presero posizione nel senso che andava imposta la pace fra
le cosche del Reggino, essendo in gioco grossi interessi economici la
cui realizzazione veniva compromessa da quella guerra. Mi riferisco al
ponte sullo Stretto nonché ad opere pubbliche che dovevano essere
appaltate su Reggio Calabria”. Il procedimento giudiziario scaturito dalla cosiddetta ‘Operazione
Olimpia’ ha accertato l’intervento dei maggiori esponenti di Cosa
Nostra siciliana per favorire la rappacificazione tra le cosche
calabresi, accanto ai vecchi patriarchi della ‘ndrangheta emigrati
in Canada e ad alcuni esponenti politici reggini vicini ai poteri
massonici e all’eversione di estrema destra. La pace di Reggio
rappresentò una vera e propria svolta nella storia della ‘ndrangheta,
che si riorganizzò sul modello delle ‘commissioni’ delle province
siciliane e con una struttura sempre più impermeabile alle possibili
infiltrazioni esterne. Le ‘ndrine ne uscirono dunque rafforzate e
ben organizzate per partecipare alla spartizione delle nuove opere
pubbliche programmate nell’area. L’estorsione sui sondaggi Una conferma degli interessi di Cosa Nostra nella gestione delle
attività relative alla realizzazione del Ponte è venuta da un altro
importante collaboratore di giustizia, il messinese Gaetano Costa, che
ha riferito di un incontro tenutosi a Roma intorno all’82-83 tra il
suo ex braccio destro Domenico Cavò, poi assassinato, e il boss Pippo
Calò, mente economica delle cosche vincenti di Palermo, “per
discutere una questione concernente l’inserimento della mafia nella
gestione di alcuni sondaggi geologici in vista della possibile
realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina”. Questa dichiarazione ha trovato conferme in ambito processuale, nel
cosiddetto procedimento ‘Olimpia 4’, condotto contro le famiglie
dei Rosmini, dei Serraino, degli Imerti, dei Condello, dei Latella e
dei Paviglianiti, responsabili di una serie di episodi estorsivi e di
un vasto traffico di stupefacenti nella provincia di Reggio Calabria
(38). Grazie ai collaboratori di giustizia è stata, infatti, provata
l’attività estorsiva nei confronti dei responsabili della ATP -
Giovanni Rodio S.p.A. di Milano, la società incaricata delle
trivellazioni e dei sondaggi idrogeologici nel corso degli studi di
fattibilità del Ponte sullo Stretto, da parte di Ciccio Ranieri, boss
di Campo Piale, legato al clan Imerti (39). Per questa estorsione, Ciccio Ranieri è stato condannato in
appello a tre anni e quattro mesi di reclusione; ad accusarlo, è
stato il pentito di mafia Maurizio Marcianò, che ha pure identificato
i dirigenti della società che gli avevano versato alcuni milioni di
lire. L’atteggiamento dei funzionari della Rodio S.p.A. è stato
scarsamente collaborativo e in sede di dibattimento è accaduto
perfino che il capo cantiere dell'impresa, arrivato dall'estero per
testimoniare, nonostante l’ammonimento del presidente della Corte,
insistesse nel non riconoscere l'imputato Ranieri (40). Cap. 2 – Messina, il Ponte e i Poteri Occulti Lo Stretto di Messina, snodo degli interessi criminali E stata ancora una volta la Direzione Investigativa Antimafia ad
analizzare opportunamente il ruolo storico giocato da Messina per l’alleanza
strategico-operativa delle cosche siciliane e delle ‘ndrine
calabresi. Le risultanze delle indagini hanno accertato che grazie
alla sua posizione geografica, la provincia di Messina rappresenta uno
“snodo vitale”, una sorta di “area comune”, non solo per l’economia
siciliana ma anche per gli interessi di Cosa Nostra e della ‘ndrangheta. La provincia di Messina, scrive la DIA, è “caratterizzata da
vivaci e complesse dinamiche criminali locali in cui si evidenziano
costanti interferenze mafiose di diversa estrazione e provenienza che,
tuttavia, non sembrano mirare alla impostazione di un modello di
struttura criminale verticistico con competenza su tutto il territorio
della provincia. Si registra l’influenza di circuiti malavitosi
collegati alla Calabria, anche in funzione di proiezioni verso zone ad
elevata criminalità mafiosa del catanese e del palermitano, contigue
a quella messinese”. Storicamente la “massiccia infiltrazione” nel territorio
peloritano dei Corleonesi e dei clan catanesi è riferibile ai primi
anni ‘80, mentre nel corso degli anni ‘70, la città dello Stretto
era inserita a pieno titolo nella sfera di influenza della ‘ndrangheta
calabrese. In quegli anni i boss dei gruppi emergenti della
criminalità messinese erano “immediatamente sottordinati” ai capi
storici della ‘ndrangheta quali Antonio Macrì di Siderno, Girolamo
Piromalli di Gioia Tauro e Domenico Tripodo di Reggio Calabria. La
città ed il suo hinterland furono trasformati nel luogo favorevole
alla permanenza dei latitanti, alcuni affiliati persino ai gruppi
camorristi campani (ad esempio il clan Misso, coinvolto nella strage
al rapido 804 dell’antivigilia di Natale del 1984). Nel sottolineare la sinergia criminale della ‘ndrangheta e di
Cosa Nostra, accanto alle più pericolose organizzazioni criminali
internazionali e alle aree ‘grigie’ della finanza e della
politica, la DIA ha specificato che in quest’ambito Messina è stata
assunta a ‘snodo di traffici e collegamenti’. “Si tratta di
interessi che ben potrebbero giustificare uno sforzo di sottrarre il
più possibile l’area della provincia di Messina all’attenzione
degli organismi giudiziari ed investigativi creando una sorta di
cuscinetto in cui allocare la sede di interessi comuni e di rilevante
importanza strategica”. La città dello Stretto è stato punto di
riferimento di un vasto traffico internazionale di armi e di
riciclaggio di denaro proveniente dal commercio di stupefacenti o di
proventi di tangenti finite a politici, imprenditori mafiosi,
funzionari pubblici, a seguito del massiccio investimento in opere
pubbliche o di edilizia turistico-immobiliare, in buona parte dal
devastante impatto socioambientale. Come ha sottolineato il
Procuratore della Repubblica di Messina Luigi Croce, nel capoluogo,
“realtà morente sul piano imprenditoriale”, hanno trovato ampio
impulso le estorsioni e lo spaccio degli stupefacenti, mentre “massicci
appaiono gli inserimenti negli appalti dei lavori pubblici e nel
riciclaggio di denaro, con il successivo reimpiego in attività
imprenditoriali apparentemente lecite” (41). Le indagini giudiziarie
sulla cosiddetta ‘Mani Pulite dello Stretto’ hanno evidenziato che
negli anni ‘80 sono state finanziate nella provincia opere pubbliche
per ben 17.000 miliardi, un dato che corrisponde al 32% del valore dei
finanziamenti di opere in tutta la Sicilia. Secondo quanto raccontato alla Commissione Antimafia da Angelo
Siino, il collaboratore di giustizia già ‘ministro-massone dei
lavori pubblici’ di Cosa Nostra, tutti gli appalti pubblici della
provincia, comprese le opere di minor rilievo, sono stati “scanditi”
dalle ‘famiglie’ di Palermo e di Catania. “Le imprese messinesi
potevano competere, vincere secondo un codice governato dai due
tronconi di Cosa Nostra garantendo il rispetto delle competenze
territoriali delle imprese”, scrive la Commissione parlamentare
nella sua bozza di relazione sul ‘Caso Messina’. “Tale Governo
era pagato con una sorta di tassa che derivava dai proventi dell’appalto.
Le imprese che pagavano potevano continuare a svolgere la propria
attività. Quelle che venivano dichiarate ‘insolventi’ perdevano
ogni speranza di poter svolgere qualunque lavoro. (...). Questa regia
occulta assicurata dalle famiglie siciliane e calabresi spiega la
relativa tranquillità ‘militare’ del territorio messinese. Ma
questa pace, interrotta di tanto in tanto da regolamenti di conti
sanguinari, era pagata con il prezzo altissimo della perdita di quel
livello minimo di legalità, di trasparenza, che fanno di un mercato
qualunque un’area del libero confronto tra energie economiche che si
confrontano su un terreno di pari opportunità”. Nonostante la
Commissione antimafia eviti ogni classificazione, è indubbio che
questo sistema abbia prodotto quell’”interazione tra le
organizzazioni criminali e il blocco sociale a composizione
interclassista, egemonizzato da strati illegali-legali” proprio
della cosiddetta ‘borghesia mafiosa’, nell’accezione dei
maggiori studiosi in materia (42) . La fitta rete tra poteri forti A Messina, spesso, ampi settori della magistratura hanno ostentato
familiarità e amicizia con il potere politico ed imprenditoriale.
Negli anni ‘90 si è verificato che nella poltrona più alta della
Procura sedesse uno stretto congiunto del Rettore dell’Università,
al centro di delicate indagini perché socio di un’azienda a
conduzione familiare che ha fornito farmaci al Policlinico
universitario a prezzi sovradimensionati. Le recenti inchieste della
Procura di Catania hanno evidenziato un vasto circuito di contiguità
e collusioni tra importanti magistrati giudicanti e inquirenti del
distretto di Messina e i maggiori boss criminali dello Stretto e
finanche la concertazione di una strategia di depistaggi e falsi
pentitismi tesi alla protezione della cupola
politico-affaristica-mafiosa della provincia. Soffermandosi proprio
sul distretto giudiziario peloritano, la Commissione antimafia ha
evidenziato “conflitti profondi, divisioni irrimediabili, guasti
talmente forti da mettere in discussione la certezza dei più
elementari diritti alla giustizia che spettano ad ogni comunità
democratica, ad ogni consorzio civile”. Nel sentire comune, a Messina ‘giustizia non è mai stata fatta’;
corruzioni, omissioni, benevolenze, superficialità in indagini e
sentenze sono sotto gli occhi di tutti, e continuano ad essere oggetto
di procedimenti giudiziari e delle attività ispettive del Consiglio
Superiore della Magistratura. La sfiducia nella Giustizia ha pesato
come un macigno sulle possibilità di sviluppo democratico di un’intera
collettività. Il crocevia dell’eversione neofascista e della massoneria deviata Il Comitato per la pace e il disarmo unilaterale di Messina,
pubblicando nel 1998 il volume ‘Le mani sull’Università’, ha
denunciato come per l’ingresso in città della criminalità mafiosa
alla fine degli anni ‘60, sia stato centrale il legame dei gruppi
criminali con le organizzazioni di estrema destra (Ordine Nuovo,
Avanguardia Nazionale) che operavano in quegli anni a Messina grazie
alle coperture di ampi settori della magistratura e delle autorità di
pubblica sicurezza. Alle medesime conclusioni è giunta recentemente la Procura di
Messina rinviando a giudizio decine di affiliati al clan di Africo dei
Morabito, che in legame con le cosche del messinese e del barcellonese
hanno cogestito i maggiori appalti infrastrutturali e di gestione dei
servizi dell’Ateneo e dell’Opera Universitaria, controllando
altresì il mercato a pagamento degli esami e delle lauree (Operazione
‘Panta Rei’). Nell’ateneo di Messina si è consumato un patto
scellerato tra affiliati alle ‘ndrine e militanti neonazisti
finalizzato alla gestione di appalti di forniture e servizi e alla
realizzazione della cosiddetta ‘strategia della tensione’ per
bloccare i processi di democratizzazione in atto nel paese. La convergenza tra i poteri criminali è già stata al centro di
numerose inchieste (si pensi alle risultanze cui sono giunte la
Commissione parlamentare sulla P2 o le procure che indagano sulle
stragi – Milano, Firenze, Reggio Calabria, ecc.). Quello che non si
sapeva è che Messina ha avuto un ruolo strategico all’interno del
panorama eversivo nazionale, anche grazie al fatto che in città si
sviluppò parallelamente un’altissima concentrazione di logge
massoniche ‘ufficiali’ e ‘deviate’ (43). E’ stata la stessa
Direzione Investigativa Antimafia a sottolineare come a Messina la
massoneria potrebbe essere stata “il canale di collegamento con
ambienti politico-affaristici di altissimo livello, normalmente non
alla portata delle cosche tradizionali”. Nell’area dello Stretto hanno operato importanti iscritti alla P2
di Licio Gelli, tra cui ex questori ed ex comandanti dell’Arma e il
nucleo più numeroso del sud Italia di appartenenti all’organizzazione
militare segreta Gladio (44). Senza enfasi è possibile affermare che
molti dei segreti della storia della Repubblica passino da Messina.
Alcuni dei protagonisti della stagione delle bombe nell’università
negli anni ‘70, sono stati condannati per le grandi stragi
politico-mafiose del ’92-’93, mentre altri sono stati indagati all’interno
dell’inchiesta, oggi archiviata, sui cosiddetti ‘Sistemi criminali’,
i mandanti coperti della strategia destabilizzante degli ultimi anni,
tra massoneria, servizi segreti ed alta finanza. Come vedremo più
avanti, perlomeno uno di questi personaggi è stato in relazione con i
maggiori gruppi finanziari ed industriali che concorrono alla
realizzazione del Ponte sullo Stretto. Messina metafora del Mezzogiorno senza sviluppo La radiografia tracciata dal CENSIS nel suo rapporto del marzo 1998
su ‘Legalità e sviluppo a Messina’, evidenzia come la città
dello Stretto sia caratterizzata da buona parte dei fattori
socioeconomici che hanno condannato al sottosviluppo il Mezzogiorno d’Italia.
Innanzi tutto, l’esclusiva vocazione al terziario e l’alto tasso
di disoccupazione (45). A Messina, dopo la frenetica urbanizzazione
degli anni Sessanta e Settanta, nell’ultimo decennio è stata
registrata la fuga dal centro urbano del 2,5% della popolazione. La
valutazione del CENSIS dei consumi culturali ha delineato una
situazione di ‘scarsa vitalità’ e la bassa propensione alla
creazione di associazioni a carattere artistico e culturale. Di contro
il numero degli operatori finanziari è ben al di sopra della media
nazionale, mentre la quantità di sportelli bancari è in linea con i
valori nazionali (46). Ciò, spiega il rapporto dell’istituto di
ricerca è “elemento di ambiguità anziché di sviluppo, in un
contesto sospettato di riciclaggio”. A questa specificità messinese
si aggiungono i fenomeni tipici di tante aree del Sud, l’assenza di
mobilità sociale, il sempre maggiore disagio dovuto ai processi di
cattiva urbanizzazione (baraccopoli post-terremoto 1908 mai risanate,
creazione di quartieri ghetto, assenza di servizi sociali e verde
pubblico attrezzato), la deindustrializzazione (a Messina le
tradizionali attività legate alla trasformazione agrumaria e alla
cantieristica sono pressoché collassate), la crisi del settore
edilizio (ambito ‘protetto’ dalle amministrazioni, che in assenza
di Piano regolatore in soli 30 anni ha visto triplicare il patrimonio
immobiliare della città, contro un aumento della popolazione di
appena il 25%). Il CENSIS ha posto altresì l’accento sulla ‘debolezza’ della
società civile, “sia come incapacità di rappresentare
pubblicamente i grandi problemi (sottosviluppo, disagio sociale,
inefficienza delle istituzioni, ecc.), sia come poca disponibilità
all’impegno per la soluzione dei problemi stessi”. In una realtà
caratterizzata dall’arretratezza socioeconomica, ciò non può che
privilegiare l’insediamento mafioso. La città e le istituzioni di Messina hanno vissuto la ‘rimozione’
pressoché generale del fenomeno criminale. Sempre il CENSIS ipotizza
che questo atteggiamento sia stato favorito da una ‘convergenza d’interessi’,
“alcuni in buona fede, altri dubbi, altri sicuramente tesi a creare
una copertura per una presenza che alla fine degli anni Ottanta era
forte e pervasiva”. Come si vede una tesi similare a quanto
denunciato dalla Direzione Investigativa Antimafia, nella sua
radiografia sui processi criminali in atto nell’altra città dello
Stretto, Reggio Calabria. Questa fitta rete d’interessi piccoli e
grandi ha impedito che per anni il problema della mafia a Messina
emergesse nella coscienza civica. Ha altresì accelerato – aggiunge
il CENSIS - l’evoluzione della rete criminale, cresciuta sull’estorsione
e l’usura e “dunque sulla capacità di inserirsi nell’economia
territoriale, stringendo una sempre più fitta strategia d’intervento
con l’imprenditoria e ampi settori della vita politica”. E’ nel settore del prestito usuraio che si è particolarmente
realizzata la contiguità della criminalità con i settori ‘produttivi’.
Messina, oggi, si colloca al terzo posto, dopo Napoli e Roma, tra le
province d’Italia più a rischio d’usura. E il capitale d’usura
non sarebbe tutto d’origine mafiosa, ma proverrebbe in parte da
soggetti insospettabili, che vedono nel ‘prestito di denaro’ un
investimento redditizio e a basso rischio. Questo sistema illegale ha
trovato il suo migliore terreno di coltura in quei settori
caratterizzati dalla gestione clientelare delle aziende di credito,
dalla scarsa professionalità degli imprenditori, dalla recessione,
dalla “tendenza del sistema economico a perseguire la rendita
piuttosto che il rischio imprenditoriale”. E’ in questo contesto
sociale perverso, frantumato, deideologizzato, che attecchisce e si
sviluppa il sogno-mito del collegamento stabile tra Scilla e Cariddi. Una nuova cattedrale per il deserto meridionale Come rilevato dal CENSIS, la filosofia che sta dietro il progetto
del Ponte è la stessa che vede nella grande opera pubblica la chance
privilegiata di riscatto del Mezzogiorno: “Una filosofia niente
affatto nuova, e che ha per lungo tempo guidato la politica degli
interventi pubblici nel Meridione. Una filosofia che ha portato ad una
serie di storiche disfatte dello Stato nella battaglia per lo sviluppo
del Sud”. Filosofia, prosegue il CENSIS, dominata da alcune
dinamiche perverse: “la cultura delle inaugurazioni contro quella
delle manutenzioni (realizzata l’opera ne si trascura la gestione);
la tendenza al gigantismo a scapito di una diffusione degli
interventi; la tendenza a posizionare le opere sulla base di
considerazioni elettorali o assistenziali e non nel quadro di un
progetto organico di sviluppo; la tendenza a considerare l’opera
pubblica come un pretesto per l’erogazione di rendite a più
livelli; l’asistematicità dell’intervento; l’incertezza dei
finanziamenti”. Il Ponte assume così l’aspetto di un’imponente ‘Cattedrale
sullo Stretto’, o più correttamente di un’infrastruttura che
accelera il processo di ‘desertificazione’ dei trasporti del sud
Italia, dove restano incomplete le reti autostradali e ferroviarie e
insufficiente la viabilità secondaria (specie in Calabria e Sicilia),
e dove si è ancora lontani dal definire un progetto di sistema delle
comunicazioni, che punti al rilancio della rete portuale e del
cabotaggio. Il sogno-modello del Ponte - e non è casuale - si afferma
nel momento stesso in cui nell’area dello Stretto è in atto il
progressivo smantellamento del sistema di trasporto pubblico delle
ferrovie a favore delle compagnie private in mano ad imprenditori
assistiti, ben protetti dal potere politico locale e nazionale,
strenui oppositori d’ogni politica d’integrazione del sistema dei
trasporti da e verso la Sicilia. I cavalieri neri dello Stretto Due società armatoriali che una recente inchiesta della Procura di
Messina ha provato essere state assoggettate per anni al pagamento del
pizzo dalla ‘ndrangheta calabrese, in particolare dal gruppo guidato
dal boss di Archi Paolo De Stefano, e dalle cosche messinesi guidate
da Domenico Cavò, Salvatore Pimpo e Mario Marchese. Le dazioni annue
sarebbero state di oltre mezzo miliardo di lire, a cui si sarebbe
aggiunta l’assunzione di amici e parenti di uomini affiliati alle
cosche. La Caronte e la Tourist si sarebbero sottoposte
silenziosamente al sistema estorsivo pur di accrescere in piena
tranquillità i propri fatturati con il monopolio del trasporto di
auto e tir tra Messina e Villa San Giovanni (51). Per anni si è creduto che fossero i ‘signori del traghettamento
privato’ i rappresentanti locali di quei “poteri occulti” che si
sarebbero opposti alla realizzazione del Ponte sullo Stretto. In
realtà è stato il contrario. Con il Ponte i due gruppi armatoriali
hanno tutto da guadagnare, ed in vista della sua realizzazione sono
state riorganizzate società ed holding ed avviate invadenti strategie
di mercato e d’immagine. La famiglia M., in particolare, ha tentato di entrare
direttamente nella gestione delle opere relative all’attraversamento
stabile dello Stretto di Messina, costituendo ad hoc la Società Ponte
d’Archimede (presidente Elio M., figlio di Amedeo senior) e
brevettando il progetto di un ponte sommerso, ancorato ai fondali da
una serie di tiranti metallici. Il progetto di fattibilità tecnica è
stato presentato per conto delle società Saipem, Snamprogetti, Spea e
Tecnomare, ha ricevuto cospicui finanziamenti da parte dell’Unione
europea ed ha visto il coinvolgimento del Politecnico di Milano e dell’Università
Federico II di Napoli. Tuttavia l’ipotesi di un ponte semi sommerso
è stato scartato dalla Società Stretto di Messina che ha preferito l’alternativa
del ponte sospeso (52). Ciò non ha significato la resa finale del gruppo armatoriale e
attraverso Amedeo M. junior, eletto parlamentare di Forza Italia
nel ’94 e nel ’97, è stata intrapresa una battaglia nelle
maggiori sedi istituzionali contro l’ipotesi ‘ponte sospeso’, a
difesa del progetto del ‘ponte d’Archimede’. Amedeo M.
junior è perfino giunto a scrivere direttamente a Silvio Berlusconi
per chiedere di “approfondire i motivi che hanno sempre privilegiato
il progetto Ponte a scapito di un tunnel collegante lo Stretto” e ad
invitare, l’allora ministro dei lavori pubblici Antonio Di Pietro, a
considerare “i progetti relativi al tunnel dello Stretto di Messina
che costano un terzo rispetto al ponte e hanno un impatto ambientale
meno dannoso” (53). Gli interventi dell’ex deputato di Forza Italia non sono stati
proficui e presto l’intero partito-azienda ha preso le distanze non
solo dall’ipotesi progettuale del gruppo M., ma perfino dello
stesso Amedeo junior, non ricandidato alle ultime politiche. Hanno
certamente pesato in questa scelta le gravi accuse di contiguità con
la criminalità organizzata calabrese di cui è stato vittima il
politico-imprenditore dello Stretto. Accuse finite al vaglio del
tribunale di Reggio Calabria che nel marzo 2001 ha condannato l’on.
Amedeo M. junior, a cinque anni e quattro mesi per associazione
mafiosa e voto di scambio con le cosche. Per i giudici, è stata
dimostrata “una perfetta sintonia d’intenti del M. sia con
le cosche reggine sia con quelle delle altre aree calabresi di maggior
peso criminale, dalla Piana di Gioia Tauro al cosentino” e la “rilevanza
e influenza nella risoluzione di questioni interne alla ‘ndrangheta”.
Nella sentenza di condanna di Amedeo M., i giudici hanno
descritto i rapporti “accertati sin dalla giovinezza” con il boss
Paolo De Stefano (54), le “frequentazioni affettuose” con le
famiglie Alvaro e Mammoliti e gli “interventi e l’assistenza” in
sede istituzionale e giudiziaria a favore del clan Rosmini-Serraino
(55). Amicizie pericolose Stando al collaboratore Pasquale Nucera, affiliato al clan Iamonte
di Melito Porto Salvo, Amedeo M. junior, nel settembre 1991,
qualche mese prima della campagna elettorale che avrebbe segnato l’avvento
della Seconda repubblica, sarebbe stato tra i partecipanti della
riunione annuale delle famiglie della ‘ndrangheta presso il
santuario della Madonna dei Polsi in Aspromonte. “Era presente –
ha dichiarato Nucera - seppure defilato, M. junior ‘il pelato’,
appartato con Antonino Mammoliti di Castellace”. Il vertice sarebbe
stato di rilevanza strategica e vi sarebbero intervenuti, tra gli
altri, esponenti mafiosi di Canada, Australia, Stati Uniti e Francia e
uno strano personaggio presumibilmente legato ai servizi segreti. Nel
corso della riunione, sempre secondo il Nucera, il boss calabrese
Francesco Nirta avrebbe fatto riferimento all’inizio di una campagna
per la conquista del potere politico, grazie ad “uomini nuovi per
formare un partito che sia espressione diretta della criminalità
mafiosa da portare al successo elettorale attraverso una campagna
terroristica” (58). Sei mesi più tardi avrebbe preso il via la
lunga stagione delle stragi, gli assassinii dei giudici Falcone e
Borsellino prima, gli attentati a Roma, Firenze e Milano dopo. "Sulle dichiarazioni dei pentiti contro di lui ci sono
riscontri di tutti i generi", ha rilevato il procuratore di
Reggio Calabria Salvatore Boemi. "Il rapporto fra M. e la
mafia è organico. Lui mette in contatto imprese e clan e in cambio
chiede voti. È riuscito a imporre come vicepresidente della Provincia
uno come Giuseppe Aquila, barista della Caronte e nipote di Demetrio
Rosmini, boss dell'omonimo clan che nella guerra di mafia dei primi
anni Novanta si alleò con lo schieramento Serraino-Condello-Imerti,
contro la potente famiglia De Stefano" (59). La gestione del
servizio bar-ristorazione a bordo delle unità navali della Caronte
S.p.A., presso cui era impiegato l’Aquila, era stato affidato dai
M. prima a Bruno Campolo e successivamente al figlio Giuseppe
Campolo. Bruno Campolo è stato condannato a otto anni di reclusione
per traffico di droga, ma neanche dopo la condanna "venne a
mancare il rapporto di fiducia con la famiglia M.", come
segnalano i magistrati reggini che hanno indagato sull’ex
parlamentare di Forza Italia. Anche al fratello Elio Armando M., presidente della Società
Ponte d’Archimede, sono state contestate relazioni d’affari con
personaggi chiacchierati. In particolare egli è stato titolare del
51% delle azioni della Sogesca, società di cui il restante 49% era
nelle mani di Giancarlo Liberati, esponente locale di Forza Italia e,
secondo i magistrati, “uomo della ‘Ndrangheta, legato ai Molè e
ai Piromalli di Gioia Tauro” (60). La Sogesca era stata fondata con
il nome di In.co.tur e lo scopo societario prevedeva la fornitura di
servizi navali; poi si era trasformata in Sogesca per la gestione
degli appalti nel settore edile, ottenendo il subappalto per la
costruzione della Scuola allievi carabinieri di Reggio Calabria. Nel
1997 la società fu dichiarata fallita ma la successiva inchiesta
rivelò una serie di presunte irregolarità contabili e
amministrative. A pesare sui bilanci in rosso una lunga serie d’assunzioni
per fini clientelari ed elettorali. Per il fallimento della Sogesca,
il giudice del Tribunale di Reggio ha deciso recentemente il rinvio a
giudizio di Elio Armando M., del fratello Amedeo junior e di
altri sei imputati. Un procedimento avviato in stralcio all’inchiesta
sulla bancarotta dell’azienda edile, relativo ad una presunta
estorsione ai danni della società Edilmil e che vedeva sotto accusa l’ex
parlamentare di Forza Italia, Giancarlo Liberati e l’ex
vicepresidente della Provincia, Giuseppe Aquila, si è invece concluso
con l’assoluzione di tutti gli imputati (61). L’impero dei Franza Meno nazionalmente noti dei ‘soci’ M., i Franza sono a
capo di un vero e proprio impero economico-finanziario, che dal
settore del traghettamento privato in Sicilia si estende a quello
industriale, alla cantieristica (62), all’edilizia privata (63) e al
settore turistico-alberghiero, dove grazie alla controllata Framon
Hotels, i Franza gestiscono in tutta Italia diciotto alberghi, con un
giro d’affari di 100 miliardi e 600 dipendenti. I Franza hanno
creato anche società per la gestione dei Beni Culturali e dei Servizi
multimediali (Tourinternet e Datacom). Tra le proprietà della
famiglia, ci sono immobili per un valore di oltre trenta miliardi e
pacchetti azionari della maggiore emittente radiofonica delle città
di Messina e Reggio Calabria (Antenna dello Stretto) e d’importanti
società sportive locali, in particolare del Messina Calcio che milita
in serie B (64). Insomma, una vera e propria holding, di cui è però la gestione
del traghettamento del gommato l’attività più redditizia. Un vero
e proprio moltiplicatore di utili e profitti che erroneamente si
ritiene ‘a rischio’ nel caso in cui entrasse in funzione il Ponte.
In realtà la megainfrastruttura non ha fatto mai paura al gruppo
messinese. Nel 1986, quando era in corso un vero e proprio scontro
politico tra le classi dirigenti calabresi e siciliane relativo alla
reale fattibilità dell’opera (65), intervenne pubblicamente a
difesa del progetto del Ponte, l’ingegnere Giuseppe Franza,
fondatore dell’omonimo impero finanziario. “Come operatore
economico – dichiarò Franza - ritengo che un’opera così
grandiosa aiuti il nostro territorio, risolva il problema del
collegamento con l’altra sponda e crei comunque un così vasto
movimento da rivoluzionare tutta la nostra realtà economica e
sociale. Gli effetti positivi si vedranno già durante la costruzione
a parte poi, ad opera ultimata, il beneficio del richiamo turistico e
ambientale nonché l’interesse culturale per un manufatto di alta
ingegneria e di tecnica specializzata”. Nell’occasione l’ingegnere
Franza espresse inaspettatamente il proprio dissenso verso l’ipotesi
progettuale sostenuta dal socio M.. “Contrario mi ritengo al
tunnel che trovo un congiungimento anomalo, che non potrà mai dare al
territorio gli stessi benefici del ponte sospeso” (66). Gli farà eco, otto anni più tardi, la consorte Olga Mondello
Franza, succeduta alla guida della holding dopo la morte del
fondatore. “Per noi, la costruzione del ponte sarebbe un grande
business. Durante i dieci anni occorrenti alla realizzazione dell’opera
il nostro lavoro aumenterebbe notevolmente. E poi lavoreremmo a pieno
ritmo per diversificare l’attività. Per noi il problema non si
pone. Il Ponte sullo Stretto non ci fa paura” (67). Le parole non permettono fraintendimenti. Il gruppo Franza, in
altre parole, è pronto per concorrere direttamente alla realizzazione
dell’opera, sia per capitalizzare il presumibile aumento del
traffico nello Stretto in concomitanza dei lavori di esecuzione, e sia
per ampliare la quota del proprio mercato quando, a Ponte ultimato, l’alto
costo del passaggio attraverso l’infrastruttura spingerà sempre
più automobilisti a scegliere la fedeltà con il traghettamento. E’
forse casuale che sia stata proprio l’amministratrice della Tourist
Olga Franza, a fare da anfitrione del ministro Pietro Lunardi, durante
la sua visita a Messina nell’aprile 2002 ai luoghi in cui dovrebbe
essere realizzato il Ponte sullo Stretto? (68). E come spiegare che
tale disponibilità si sia ripetuta qualche mese dopo durante il
sopralluogo tra Scilla e Cariddi del neopresidente della Stretto di
Messina Giuseppe Zamberletti e dell’intero consiglio d’amministrazione
al seguito? In realtà al grande appuntamento del Ponte, la potente famiglia
dello Stretto si è preparata a dovere, innanzi tutto promuovendo una
grande intesa con le maggiori imprese di costruzioni della provincia
di Messina, fondando nel giugno 1997, il Consorzio Costruttori
Messinesi per competere con le maggiori imprese del Nord nel settore
delle grandi opere pubbliche in via di finanziamento nella provincia
di Messina e per la gestione di società miste per lo sviluppo dei
servizi pubblici e privati. In realtà il nuovo consorzio appare lo
strumento più idoneo per accrescere il peso dell’imprenditoria
locale nella contrattazione diretta degli appalti e dei subappalti per
la realizzazione del grande manufatto (69). Per non dimenticare che
attorno al Ponte dovrebbero sorgere infrastrutture
turistico-immobiliari e ‘culturali’, settori dove il Gruppo Franza
non conosce avversari nell’area dello Stretto. Banche e finanziarie per la cementificazione dello Stretto Nel 1999 la famiglia Franza ha fatto ingresso nella cordata d’imprenditori
siciliani (72) e istituti di credito del Nord (le banche popolari di
Vicenza, Novara e Verona), sorta per concorrere all’acquisizione di
Medio Credito Centrale, e attraverso esso, della controllata Banco di
Sicilia. Un’operazione arenatasi a causa dell’intervento della
Banca di Roma che è riuscita a battere la concorrenza e ad annettersi
il prestigioso istituto bancario dell’isola. Il gruppo armatoriale
messinese tuttavia, è riuscito ad inserire un proprio rappresentante
(Pietro Franza, figlio secondogenito dei consorti Giuseppe e Olga
Mondello), nel consiglio d’amministrazione della Banca di Credito
Popolare di Siracusa, entrata a far parte del gruppo che fa capo alla
Banca Antoniana Popolare Veneta (73). E’ da rilevare come alla
direzione generale dell’Antonveneta e alla vicepresidenza della
Banca Popolare di Siracusa sieda il dottor Silvano Pontello, già
addetto alla presidenza della Banca Privata di Michele Sindona, il
finanziere originario della provincia di Messina che mise a servizio
di Cosa Nostra e dei poteri eversivi internazionali il proprio impero
bancario. Ma il vero colpo nell’universo creditizio, il Gruppo Franza lo ha
messo a segno di recente inserendosi in Consortium, la finanziaria cui
aderisce un gruppo d’imprenditori e di banche italiane e che nel
marzo 2001 ha scalato con successo l’impero di Mediobanca,
acquisendone il 14,5% del pacchetto azionario. Sono due holding
lussemburghesi, la Work and Finance e la Tourist Internacional,
società riconducibili al Gruppo Franza di Messina, a possedere
attualmente il 5% delle quote della Consortium (74). Quest’operazione
fa della famiglia messinese uno dei maggiori centri finanziari del
paese. Oggi i Franza operano attivamente sulla Borsa di Londra grazie
alla Sofig Invest (75), e sempre attraverso la Cofimer controllano il
pacchetto di maggioranza di un’importante società di gestione
finanziaria, la Marathon Holding, con un patrimonio di oltre 150
miliardi di lire (76). Che il sistema bancario guardi con estrema attenzione all’ipotesi
di fattibilità del Ponte non è un segreto. Nel settembre del 2001,
presso il ministero delle infrastrutture diretto da Pietro Lunardi, si
sono tenute le audizioni di una decina di banche nazionali ed estere,
interessate a vagliare la finanziabilità dell’infrastruttura. Tra i
principali istituti presentatisi la Banca Opi (S.Paolo-Imi), la Abn
Amro, la Banca Intesa Bci ed Unicredito: come abbiamo visto in Banca
Intesa è confluita la Banca Commerciale di cui è azionista la
Cofimer dei Franza, mentre Unicredito è socia in
Consortium-Mediobanca delle holding lussemburghesi degli armatori
messinesi. C’è infine un’ultima ‘coincidenza’ che conferma la spinta
pro-infrastruttura dei maggiori istituti di credito. Recentemente la
Banca Popolare di Lodi ha deliberato lo stanziamento di 500 milioni di
euro di crediti agevolati a favore delle imprese interessate alla
costruzione del Ponte di Messina. La Popolare di Lodi, oggi il nono
gruppo bancario d’Italia, ha acquisito ben sette istituti di credito
in Sicilia, tra cui la Banca del Sud di Messina, presieduta dal
defunto on. Giuseppe Merlino, sindaco andreottiano di Messina negli
anni ’70, poi deputato all’Assemblea siciliana e assessore
regionale, ritenuto uno dei ‘soci ombra’ del Gruppo armatoriale
dei Franza (77). Vedremo in seguito con quali obiettivi il sistema
bancario italiano guarda alla finanziazione delle opere di
realizzazione del Ponte dello Stretto e come siano forti in quest’ambito
gli interessi delle industrie del cemento e quelli delle maggiori
società edili nazionali. Cap. 3 – La borghesia elettiva del Ponte dello Stretto Monopolio dell’informazione e partito del cemento La scelta consociativa del Ponte che a Messina vede uniti da
Alleanza Nazionale ai Democratici di Sinistra (78), i sindacati, le
forze economiche e cultural-educative, l’Ateneo universitario, i
club service, finanche i massimi vertici della Chiesa locale - con la
sola esclusione e conseguente marginalizzazione e criminalizzazione
dei circoli di Verdi e Rifondazione Comunista - ha reso impossibile la
dialettica democratica sul futuro della città. Il ‘ponte immaginato’
è causa e conseguenza stessa della crisi di democrazia a Messina. Assai raramente i mass-media hanno dato voce a chi ha espresso
pareri scientifici controtendenza e manifestato dissenso e
perplessità sulle compatibilità socioambientali dell’opera, sulla
sua fattibilità sia dal punto di vista tecnologico che sulle
possibilità di reperimento degli ingenti finanziamenti necessari, e
sulla dubbia vocazione occupazionale del manufatto (79). La campagna
stampa ossessiva del maggiore organo d’informazione di Messina e
della Calabria, la Gazzetta del Sud, ha impedito il confronto tra le
parti, ha avvelenato le competizioni elettorali, ha irresponsabilmente
mistificato dati ed informazioni e demonizzato gli avversari. “Preoccupata di smussare ogni angolo, generando oggettivamente
una sorta di assuefazione verso i drammi regionali - scrive il
sociologo Fulvio Mazza in un volume sul ruolo dell’editoria nel
Mezzogiorno - la Gazzetta del Sud ha avuto un ruolo determinante di
costruzione del consenso pro-infrastruttura e di cloroformizzazione
delle coscienze e dei vissuti, disincentivando l’impegno sociale e
politico delle collettività e dunque contribuendo al clima generale
di apatia e insofferenza”. E’ stato “il giornale dei notabili
che tarpa le ali a quel poco di società civile calabrese che esiste e
che tenta di decollare” aggiunge Fulvio Mazza. “Da ‘giornale-ponte’
tra la Sicilia e la Calabria, è diventato il ‘giornale del Ponte’,
sponsorizzando qualsiasi iniziativa e qualsiasi politico (dalla destra
ai diessini di governo) favorevoli alla realizzazione del Ponte sullo
Stretto di Messina” (80). L’interventismo dell’organo di stampa a favore della
megainfrastruttura dello Stretto ha ragioni antiche, risponde ad
interessi economici profondi neanche tanto dissimulati. Un’azione di
‘intossicazione dell’informazione’ esercitata in pieno regime di
monopolio anche grazie alla fitta rete di compartecipazioni che legano
la società editoriale della Gazzetta del Sud a quelle dei quotidiani
‘cugini’ dell’isola, detentori a loro volta della proprietà di
quasi tutte le maggiori emittenti televisive siciliane. Nei fatti non
esiste testata nel sud Italia che non intrecci i propri azionisti con
quelli del ‘giornale del Ponte’ e se poi si pensa agli accordi di
mercato per la coproduzione delle pagine di politica interna ed estera
con i quotidiani del Gruppo Monti (La Nazione di Firenze, Il Resto del
Carlino di Bologna, Il Giorno di Milano) o a quelli per la stampa
presso le industrie tipografiche siciliane dei maggiori quotidiani
nazionali, possiamo affermare che la forza monopolistica della
società editoriale che sta dietro la Gazzetta del Sud è invadente
quasi quanto l’’anomalia’ italiana rappresentata dal gruppo
politico-economico di Mediaset. Basterà un’occhiata alla proprietà
e agli uomini che siedono nel consiglio d’amministrazione della
Gazzetta per comprendere come mai il quotidiano e i suoi soci-alleati
della carta stampata si siano caratterizzati per il furore nella
crociata a favore di quattro immense torri ed una lunga campata di
cemento armato ed acciaio che sconvolgeranno il paesaggio dello
Stretto (81). Nino Calarco l’Uomo del Ponte Nino Calarco non ha mai nascosto le tendenze politiche
ultramoderate ed ha ricoperto per una legislatura il ruolo di senatore
della repubblica, dal 1979 al 1983, nelle file della Democrazia
Cristiana (84). E’ la stessa ala moderata del partito a volerlo tra
i propri membri nella costituenda Commissione parlamentare d’inchiesta
sulla P2, presidente un’altra DC, l’on. Tina Anselmi. Eppure il
quotidiano diretto da Calarco si era caratterizzato fino allora per
numerosi articoli contro i giudici che indagavano sulla superloggia di
Licio Gelli definiti "filocomunisti", e di cui s’ipotizzava
la partecipazione ad un ipotetico 'complotto'. Nonostante la scoperta delle liste della P2, il quotidiano
siciliano continuerà a pregiarsi dei fondi e degli editoriali di
alcuni giornalisti risultati affiliati, in particolare di Alberto
Sensini, già capo dell'ufficio romano del Corriere della Sera, poi
direttore della Nazione (85), dell’ex parlamentare socialdemocratico
Costantino Belluscio (86) e di Gustavo Selva (tessera P2 n. 1814),
già direttore del Gr2 Rai, poi europarlamentare DC, oggi senatore di
AN. Nino Calarco dovette lasciare l’incarico in Commissione
parlamentare a seguito dell’inaspettata non rielezione al Senato,
nel 1983. Sette anni più tardi però, l’establishment governativo
della prima Repubblica gli offrì la presidenza alla Stretto di
Messina, società costituita nel 1981 dal Gruppo Iri-Italstat, dalle
Ferrovie dello Stato, dall’ANAS e dalle Regioni Calabria e Sicilia
(87). Calarco subentrò ad un altro ex parlamentare democristiano
messinese, l’on. Oscar Andò, padre dell’allora sindaco di Messina
Antonino Andò; vicepresidente fu nominato Gianfranco Gilardini, in
passato manager del gruppo finanziario Agnelli-Fiat, mentre ad
amministratore delegato della Stretto di Messina fu insediato il
dottor Baldo de Rossi (Italstat). L'essere stato abbastanza critico a riguardo di certi atteggiamenti
della società non addebitabili all'on. Andò e non solo attraverso il
giornale che dirigo (...), ma soprattutto attraverso i miei interventi
esterni in dibattiti, tavole rotonde, conferenze internazionali, avr
forse sensibilmente contribuito a convincere l'on. Andreotti ad
accogliere la proposta in tal senso delle forze politiche siciliane e
calabresi, con la neutralità delle opposizioni. E' la spiegazione che
Nino Calarco ha dato delle motivazioni della scelta fatta a suo favore
dall'esecutivo. Alla fin fine, si saranno detti, scegliamo uno che ci
far conoscere correttamente i momenti progettuali. Infatti, oltre a
dover rispondere al potere politico, Calarco dovr farlo nei confronti
dei lettori della Gazzetta. E i lettori, si sa, giudicano un direttore
giorno per giorno. Uno che, per professione, non è mai incline, come
ogni giornalista, a tenersi niente nel cassetto...” (88). Né Calarco, né le forze politiche di maggioranza e d'opposizione
hanno avuto mai dubbi sull'opportunit che il Presidente della Stretto
di Messina abbia continuato a mantenere contestualmente la carica di
direttore della Gazzetta del Sud, anzi questo è stato presentato come
elemento di trasparenza pubblica e di modello per raccogliere le
tendenze di giudizio dei lettori-cittadini-futuri utenti del Ponte.
Peccato che il sistema abbia funzionato più da fabbrica del consenso
che da supervisore dei consensi-dissensi sull’operato della Società
e sulla valenza dell’iter progettuale. Ciò non ha impedito al presidente-direttore Nino Calarco di
assumere ulteriori incarichi che ne hanno rafforzato il ruolo di ‘uomo
del Ponte’, cementificando gli interessi del gruppo editoriale
attorno all’infrastruttura. Egli è stato prima nominato direttore
della Rtp-Radio Televisione Peloritana, maggiore emittente televisiva
dell’area dello Stretto, e poi presidente della Fondazione
Bonino-Pulejo, azionista di maggioranza della SES-Società Editrice
Siciliana, comproprietaria della Gazzetta del Sud e delle due reti
televisive della Rtp (89). Con il risultato che oltre a poter
giudicare da sé il proprio operato e quello della Stretto di Messina,
Nino Calarco e il gruppo imprenditoriale a capo delle sue testate,
hanno potuto estendere il potere lobbista a favore del mostro di
cemento tra il mitico Stretto di Scilla e Cariddi. La fabbrica del consenso Secondo l’accusa, a fare da “mediatore” tra i differenti
protagonisti dell’affare, il noto giornalista Paolo Pollichieni,
responsabile della redazione reggina della Gazzetta del Sud: per gli
inquirenti era “capace di scatenare campagne di stampa a comando e
di condizionare le decisioni della giunta regionale”. Il giornalista
sarebbe stato in stretto contatto con l’imprenditore Giovanni
Minniti, sospettato di collusioni con la criminalità organizzata,
amministratore unico della EdiIminniti, società vincitrice di appalti
per decine di miliardi accanto alla CMC - Cooperativa Muratori
Cementisti di Ravenna. I contatti di Pollichieni, ritenuto la memoria
storica di tutti i fatti di cronaca nera della regione, si estendevano
ai maggiori palazzi del potere nazionale, compresi ministeri e l’Alto
comando dei Carabinieri (91). Intercettando le telefonate di Pollichieni, i giudici di Reggio scoprono le frequenti chiamate ad uno dei massimi esponenti della politica nazionale, l'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Marco
Minniti, successivamente passato al ministero della difesa (92). Il
politico diessino è tra i maggiori sostenitori della realizzazione
del Ponte di Messina, e proprio di ponte e Società dello Stretto, gli
investigatori gli sentiranno parlare con Pollichieni in più di un’occasione.
Durante un incontro a Scilla il 30 luglio 1999 tra il sottosegretario
e il redattore della Gazzetta del Sud, quest’ultimo telefona con un
cellulare al proprio direttore-presidente Nino Calarco. “La chiamo
oggi perché sono qui con Marco e la voleva salutare”. Il cellulare
viene poi passato al politico diessino. Calarco e Minniti parlano di
politica e dell'ex presidente Francesco Cossiga, infine il direttore
si rivolge per chiedere un favore: “Senti una cosa... l'unica
potenza che tu non riesci a esplicare... con questi maledetti
burocrati del ministero dei Lavori pubblici... ancora questo decreto
del bando non c'è!”. L’argomento in questione riguarda un bando per il finanziamento
della Società Stretto di Messina, che Nino Calarco vorrebbe che fosse
acquisita dall’ANAS. Della questione il direttore dice di averne
parlato direttamente con il Presidente del consiglio Giuliano Amato.
“E Con Giuliano Amato come è andata?” gli chiede Marco Minniti.
“Favoloso, favoloso” gli risponde Calarco. “Però il problema
caro Marco è che bisogna trovare nella Finanziaria un po' di
spiccioli perché io debbo chiudere la società perché non ho più
una lira! ... Non è che è una grossa cifra... 4... 5 miliardi... “.
Una decina di giorni più tardi Pollichieni e Minniti si
rincontrano per chiamare nuovamente il direttore Calarco. Quest’ultimo
ritorna sul tema del finanziamento della Stretto di Messina: “Marco,
ti volevo segnalare due cose... primo che in questa Finanziaria...
qualche cosa la dovete inserire... L'altro è che Bargone rema
contro... ancora... dice che è andato da D'Alema... a dire... ma
quale, il ponte sullo Stretto!”. Minniti interrompe per rassicurare
il presidente: “Ho capito va boh... adesso vedo io...” (93). “L'interessamento richiestomi, che io ritengo legittimo nella
sostanza, non nella forma – ha spiegato Marco Minniti - era
finalizzato alla concessione di fondi per il pagamento degli advisor”.
“Devo precisare - ha poi aggiunto - che lo stanziamento dei fondi
era stato autonomamente previsto dal ministero del Tesoro proprio per
il pagamento degli advisor”. Minniti cioè, conferma di essere
intervenuto istituzionalmente per perorare la causa del presidente
Calarco, anche se però la decisione di pagare le parcelle ai
consulenti per la progettazione sarebbe stata presa ‘autonomanente’
dall’esecutivo. “Non mi sono più interessato della questione
Ponte sullo Stretto di Messina – ha concluso - ma ritengo che con
l'approvazione della Legge finanziaria sia stato concesso il
finanziamento necessario al pagamento degli advisor” (94). La pubblicazione sul settimanale Panorama degli stralci delle
telefonate tra il giornalista Pollichieni, il direttore Calarco e il
sottosegretario Minniti e le implicite conferme dell’azione di
lobbing sul governo degli uomini della Gazzetta del Sud non sono stati
sufficienti a sollevare in sede parlamentare l’evidente conflitto di
interessi del presidente della Stretto di Messina. Diversamente è
successo due mesi più tardi, quando nel corso di un’intervista ai
giornalisti Rai di ‘Sciuscià’, il sen. Calarco, nel rispondere
sulla possibilità d’infiltrazione criminale nella realizzazione del
Ponte arrivava a dichiarare: “ Se la mafia fosse in grado di
costruire il Ponte, benvenuta la mafia”. Il Ponte prima di tutto, perfino al di là dei confini della
legalità e dei comuni valori di giustizia. Stavolta insorsero i
parlamentari di Verdi e Rifondazione e alcuni Democratici di Sinistra
e furono chieste le dimissioni di Nino Calarco dalla carica di
presidente della Stretto di Messina. Il conflitto però durò appena
qualche giorno. Il governo decise di non revocare l’incarico e
Calarco rifiutò di dimettersi limitandosi a dichiarare all’Ansa di
essersi “pentito di aver detto e fatto registrare quella frase”
pur respingendo “con fermezza, la interpretazione capziosa e
strumentale che ne è stata fatta”. “Se gli onorevoli interroganti
non sono riusciti a percepire il senso della mia provocatoria
affermazione – aggiunse - significa che abbiamo raggiunto il massimo
dell'incultura. Non mi resta che ripetere la famosa frase di Aldo Moro
‘ma quanto sono noiosi’” (95). Il Calarco pernsiero sul possibile rapporto mafia-Ponte è
certamente più che singolare e lo dimostra quanto affermato in
occasione di un recente Festival dell’Unità a Messina (ottobre
1999). “Il ponte è stato contrastato dai ‘poteri forti’ – ha
denunciato il direttore della Gazzetta del Sud, pur astenendosi dallo
specificare chi e come si nasconderebbe dietro questi ‘poteri’.
“Anche la mafia non vuole il Ponte e non vuole controlli sullo
Stretto, come dimostrano i venticinque anni che non sono bastati per
attivare il sistema radar Vts che farebbe scoprire tutti i traffici
illeciti che vi si consumano, a partire dal contrabbando” (96). Per
Calarco in pratica, la criminalità organizzata ha tutto da perdere
con la realizzazione della megainfrastruttura. La militarizzazione del
territorio che ne deriverebbe, impedirebbe la realizzazione dei
traffici che si realizzano nello Stretto. Peccato che di questi
traffici la Gazzetta del Sud non sia mai stata prodiga d’inchieste e
di denunce. La Fondazione, il Ponte ed altro ancora Nino Calarco oltre ad aver ricoperto contestualmente il ruolo di
direttore delle maggiori testate giornalistiche e televisive dell’area
dello Stretto, presiede la Fondazione Bonino-Pulejo, espressione di
uno dei più agguerriti gruppi politico-economico-imprenditoriali
locali che ha convertito le proprie attività ‘benefiche’ a
strumento di propaganda a favore della fattibilità dell’”ottava
meraviglia del mondo”, il Ponte sullo Stretto di Messina. La Fondazione prende il nome dai coniugi Uberto Bonino e Maria
Sofia Pulejo, entrambi scomparsi, fondatori della Società Editrice
Siciliana e della controllata Gazzetta del Sud. Una rapida occhiata
alla biografia del cavaliere-industriale Uberto Bonino per
comprenderne l’importanza nella recente storia del capoluogo dello
Stretto. Figlio di un ammiraglio della Regia Marina, Bonino acquisì
un ingente patrimonio finanziario grazie alla produzione e alla
distribuzione della farina per conto del Comando Alleato sbarcato in
Sicilia nel 1943, le stesse attività che consentirono ad un oscuro
avvocato di provincia, Michele Sindona, a sperimentare le proprie doti
affaristiche. Alla fine della seconda guerra mondiale, Uberto Bonino fece
ingresso in politica, fondando a Messina il partito liberale con il
massone Gaetano Martino, futuro ministro degli esteri (97). Bonino
venne eletto con il PLI nella costituente del 1946; poi fu
riconfermato alle politiche del 1948. Transitato nelle file del
partito monarchico, venne rieletto alle tornate del ’55 e del ’58.
Dopo un breve ritiro dalla vita politica attiva, Bonino si ricandidò
con successo nel ’72 con l’MSI alle elezioni per il rinnovo del
Senato (98). L’attività politica si alternò con quella di
imprenditore e di filantropo; dopo una presidenza ventennale della
Banca di Messina, istituto di cui Bonino ha detenuto un pacchetto di
minoranza sino all’avvento di Michele Sindona (99), il cavaliere
fondò la SES - Società Editrice Siciliana e nel 1973 l’omonima
Fondazione, che nei disegni del senatore-editore doveva trasformarsi
innanzi tutto nel centro propulsore delle attività didattiche e di
ricerca dell’Università di Messina. Oggi, la Fondazione Bonino-Pulejo è la principale entità
finanziatrice delle attività didattiche e di ricerca dell’Università
e di quelle culturali dell’Opera universitaria (100). Vengono
finanziate borse di studio, specializzazioni, ricerche, seminari e
corsi di laurea brevi; la Fondazione ha istituito persino un Centro
per il trattamento dei neurolesi in consorzio con l’Ateneo di
Messina e la locale facoltà di Medicina. Per sottolineare il grado di
coesione esistente tra la grande impresa editoriale meridionale e l’università,
lo statuto della Fondazione prevede la presenza di diritto nel proprio
consiglio d’amministrazione dei Rettori vecchi e nuovi dell’Ateneo
e dell’amministratore della SES-Società Editrice Siciliana (101). L’occupazione dell’Università da parte della Fondazione è un
processo che è proseguito anche in questi ultimi anni segnati dal “rinnovamento
nella legalità” voluto dal nuovo rettore Gaetano Silvestri, dopo lo
scoppio del ‘caso Messina’ e della scoperta del dominio dell’Ateneo
da parte delle cosche di ‘ndrangheta. Di questo bisogna dare atto
alle capacità di coinvolgimento trasversale del direttore-presidente.
E’ innegabile che con la guida assunta da Nino Calarco, la
Fondazione Bonino Pulejo è riuscita ad allineare fedelmente docenti e
ricercatori al grande ‘partito del Ponte’, con la conseguenza che
l’Università di Messina è mancata ai suoi doveri istituzionali di
analisi sui possibili impatti socio-ambientali, e peggio, nella
ricerca di strategie alternative di sviluppo economiche per l’area
dello Stretto. Troppo spesso, così, uno dei maggiori atenei del Mezzogiorno ha
legato la propria immagine al sogno progettuale della
megainfrastruttura. Nel settembre del 1994, ad esempio, le Università
di Messina e Reggio Calabria insieme alla Fondazione Bonino Pulejo e
al Consorzio dell’Istituto Superiore dei Trasporti di Reggio
Calabria hanno organizzato un convegno internazionale sui trasporti
nell’area dello Stretto in cui i relatori, tutti, si sono detti
favorevoli alla realizzazione del Ponte. Significativamente a
concludere i lavori, è stato chiamato il direttore della Gazzetta e
presidente della Società Stretto di Messina Nino Calarco. Otto anni più tardi, in piena campagna di rilancio delle Grandi
Opere e dell’ipotesi progettuale del Ponte, la Fondazione è scesa
in campo accanto alle Università dello Stretto e al ministero dell’Istruzione,
finanziando l’indagine del Consorzio interuniversitario Almalaurea
sulla ‘condizione occupazionale dei laureati’. L’appuntamento
scientifico si è trasformato in una tribuna del presidente Calarco
per richiamare attorno al Ponte “l’attenzione delle facoltà di
Ingegneria di Messina e di Reggio Calabria” e quella degli studenti
e dei neolaureati ingegneri a cui l’infrastruttura potrà fornire
“centinaia” di posti di lavoro (102). In realtà le due facoltà di ingegneria dello Stretto si sono particolarmente distinte nell’organizzare importanti meeting ‘scientifici’ a sostegno degli elementi tecnico-strutturali del megaprogetto. E più dell’improbabile sbocco occupazionale per i propri laureati esse sperano di ottenere un riconoscimento diretto e concreto dal Ponte: il professore Aurelio Misiti, a |