La sfida della ragione mediterranea

Serge Latouche, Università di Parigi XI .

Intervento a: "Mediterraneo. Mosaico di economie e culture"
Pistoia, 17 Ottobre 1998

 

È delicato e imprudente per un francese, anche se situato agli antipodi del WASP (White Anglo-saxon Protestant) intervenire dentro un dibattito fortemente "italo-italiano", (fossero dibattiti situati nella sfera delle idee...). Tuttavia, uno sguardo amico, estraneo alla ‘mediterraneità, in quanto bretone della costa Atlantica occidentale, ma comunque profondamente latino, non è forse inutile per tentare di mostrare il punto cieco delle "idiosincrasie " italiane, e assieme dissipare ciò che mi appare come un bruma d'illusione senza rinunciare però a confortare una via di speranza, dentro una maggiore chiarezza.

I - La sindrome meridionale e l'illusione del "mare nostrum"

Fin dai miei primi scambi intellettuali con l'Italia, sono stato assalito da domande sull'opposizione Nord e "Mezzogiorno", e contemporaneamente messo di fronte all'affermazione di una solidarietà profonda fra il sud dell'Italia e il Terzo-Mondo, specialmente quello mediterraneo. Questa solidarietà sarebbe fondata su una sorta di complicità geo-culturale. Se il complesso evidente di inferiorità meridionale si ribaltasse in vocazione messianica, L'Italia del Sud potrebbe diventare il salvatore dell'Europa e così (perché no?) del mondo. Si tratterebbe di evitare all'Europa il danno di una deriva americana incombente, quella di una omnimercantizzazione, di cui la "macdonaldizzazione" avanzata del pianeta costituisce un inquietante sintomo. In quanto autore de "L'occidentalizzazione del mondo", io sono stato appunto interpellato su ciò che costituisce l'eccezione "meridionale" e incaricato di offrire garanzie per le speranze talvolta deliranti dell'ideologia " meridiana". Le due cose insieme corrispondono a ciò che ho designato come "sindrome meridionale". Non costituisce necessariamente un tutto coerente, ma una giustapposizione di elementi che è utile smontare.

L'opposizione Nord/Sud dell'Italia mi appare come il punto di partenza del problema e il solido fondamento di tutta la costruzione. L'esistenza di un problema di dimensione storica, economica e politica è innegabile. Non è certo questo il problema, anche se gli italiani appaiono agli occhi degli stranieri molto meno diversi di quanto essi si compiacciano di dire o credere. La diversità dei dialetti e delle cucine non impedisce loro, come io sono solito dire per burla o provocazione, di accumunarsi tutti nel culto della "pasta". Il francese che sbarca a Torino è già immerso nell'universo, per lui estraneo, del barocco e Venezia gli appare più orientale della Sicilia stessa. Comunque, questo dato della "questione meridionale", crea un’amarezza comprensibile attizzata dall'emergenza di una "questione settentrionale" e le minacce di spaccamento dell'unità italiana orchestrate , questa volta, dalle leghe lombarde.

Questa amarezza ha in sé una forte componente sentimentale. La lettura dei giornali, le conversazioni, nel sud, fanno emergere un leit-motiv ricorrente : "loro" non ci amano! Il sentimento dominante è di dover rispondere ad un rimprovero, assumere una colpevolezza per il peggio e per il meglio. Il sud sarebbe colpevole in blocco della mafia, di una poca produttività, di un'assenza di civismo, di un senso troppo forte della famiglia, dell'onore ,della solidarietà e dell'ospitalità. Possiamo, dobbiamo, s'interroga la gente del sud, rinunciare ad essere noi stessi?

Non abbiamo altro avvenire e altro orizzonte che l'individualismo e il calcolo razionale che domina quasi esclusivamente il nord?. In breve, dobbiamo vergognarci della nostra identità ?

Da questo complesso di inferiorità scaturisce la coscienza mediterranea.

"Siamo infinitamente più vicini ai magrebini che non ai danesi" mi diceva un collega siciliano. Al ché una delle sue assistenti aggiungeva che preferiva comunque vivere in Danimarca piuttosto che nel Maghreb. Questo sentimento di appartenenza, aberrante a mio parere, è tuttavia abbastanza condiviso e diffuso fra gli intellettuali (perlomeno maschili) pugliesi, calabresi o sardi.

L'affermazione di una identità comune fonda la certezza in un possibile destino comune. Se vi sono evidenti complicità mediterranee il diniego di appartenenza all'era culturale occidentale m'appare abusivo. L'Italia del Sud sfuggirebbe a un Occidente (diventato esclusivamente anglosassone in modo un po’ abusivo) per avvicinarsi ad un terzo mondo africano o mediorientale (di cui si sottostima la componente mussulmana).

Il terzomondismo, così vivo in una parte dell'intellighentzia italiana (però tanto al nord che al sud), avrebbe così trovato una base oggettiva. In questo modo, L'Italia del sud diverrebbe la testa di ponte di un'altra Europa, un Europa grecolatina (e anche un po’ arabo-mussulmana....) sulla riva nord del Mediterraneo. Questa Europa, che comprende la Spagna (e anche il Portogallo), la Grecia, i paesi dell'ex Juguslavia, e più o meno la Francia, sarebbe rivolta naturalmente verso il sud. Ci sarebbe un'altra Europa un po’ come ho parlato di un'altra Africa. Questa Europa non sarebbe più l'Europa delle Borse mondializzate, delle Banche centrali, di Francoforte e dell'Euro, dell'americanizzazione forsennata, dell'omnimercantizzazione. Sarebbe l'Europa di una civiltà più conviviale, più umana, più sociale, più tollerante, più culturale, appoggiata sui valori mediterranei oggi frustrati e disattesi: solidarietà, senso della famiglia, un'arte di vivere, una concezione del tempo e della morte. Così si cancella in qualche maniera la frattura italiana nord/sud. In seno ad un'Europa mediterranea, le regioni italiane si ritrovano in uno spazio continuo ma meno nazionale.

Allora quest'altra Europa esiste? È concepibile? La mia prima reazione, quando viene così posta la domanda, è, non lo nascondo, decisamente negativa. Certo c'è una sensibilità meridionale, ma un'altra Europa meridionale, non lo credo.

Scrivevo alla fine del capitolo VI de "Il mondo ridotto a mercato" : "Come felicemente espresso da Franco Cassano nel suo libro Il pensiero meridano, l'Europa è greca e mediterranea per eccellenza; in quanto tale essa è davvero marinara e locale, aperta verso l'altro, in relazione con quell'Oriente che fu la sponda a Sud del mare nostrum. Essa è orizzontale e interlocale, piuttosto che verticale e planetaria. In questo senso l'Occidente di cui parliamo non è più l'Europa. E oceanico, continentale ed ormai deterritorializzato (off-shore). Atlantico, transatlantico e intercontinentale, esso è un'astrazione universale. Il concetto di internazionale che abbiamo conosciuto negli ultimi tre secoli non è che il punto estremo della deriva interlocale europea e l'avanguardia che ha preparato il terreno alla mondializzazione qui denunciata.

Il logos greco, divenendo esclusivo dell'agon, (e aggiungerei della métis) fa trionfare la razionalità occidentale puramente strumentale, svaluta la saggezza del ragionevole (phronesis) per stabilire l'impero del razionale.

La frattura Nord-Sud si manifesta allora piu forte dell'antica solidarietà mediterranea. In verità il mondo dell'hybris della dismisura ha trionfato provvisoriamente". Nord e Sud dell'Europa, Nordici e Meridionali, facciamo parte delle "tribù occidentale par amore o per forza... Però, bisogna aggiungere, questo mondo WASP è proprio il figlio (figlio bastardo, probabilmente, ma figlio comunque), della Grecia e del Mediterraneo. Come lo ricorda Marx stesso e più ancora Werner Sombart, il capitalismo e il calcolo razionale, punto di partenza della globalizzazione contemporanea, s'inventano a Genova, Venezia e soprattutto a Firenze, ma anche ad Amalfi sin dall'XI secolo, prima di emigrare verso l'Europa del nord e rovesciarsi verso l'Atlantico. Senza dimenticare che Napoli fu una città più importante dell'illuminismo e della modernità.

Tuttavia, concludevo "La nostra Europa è morta, ma conservarne viva la nostalgia può aiutarci a costruire un nuovo oikos, una nuova casa comune".

II - Razionalità protestante e ragione mediterranea

L'uso della ragione può cosi assumere due forme molto diverse, o addirittura antagonistiche: la via del razionale e la via del ragionevole.

La prima via consiste nel calcolare a partire da una valutazione quantitativa, è nostra razionalità economica. La seconda è la via tradizionale del politico e del giuridico, consiste nel deliberare a partire dagli argomenti pro e contro. Tutte le società hanno utilizzato la seconda via per risolvere i loro problemi sociali. Solo l'Occidente ha trasporto nella sfera dei rapporti umane la seconda via. Ne è seguita una svalutazione del ragionevole, che si è visto assegnare un posto ingiustamente subalterno e spesso è stato addirittura espulso. L'arte di mettere in opera il ragionevole, la retorica, ha subito la stessa sorte ed è stata anch'essa congedate come un servo infedele.

La scomparsa della métis ( l'astuzia) dal pensiero occidentale è rivelatrice di questa biforcazione.

"Per più di dieci secoli, nota Jean-Pierre Vernant, su di uno stesso modello, estremamente semplice, si configurano abilità, saper fare e attività così diverse come la tessitura, la navigazione e la medicina. Da Omero a Oppien l'intelligenza pratica e astuta, sotto qualsiasi forma, costituisce un dato permanente del mondo greco. Il suo dominio è un impero, e il prudente, l'uomo con métis, prenderà contemporaneamente dieci facce diverse, incarnandosi nei principali tipi d'uomo della società greca, dall'auriga al politico, passando attraverso il pescatore, il fabbro, l'oratore, il tessitore, il pilota, il cacciatore, il sofista, il carpentiere e lo stratega: onnipresente, e tuttavia stranamente assente, perlomeno dalla storia che ci è familiare. Forse può sembrare paradossale che una forma di intelligenza così fondamentale, così largamente rappresentata in una società come quella della Grecia antica sia rimasta per così dire, misconosciuta".

E innegabile che questa operazione ha avuto per l'Occidente risultati spettacolari. Ne è seguito un effetto di potenza inaudito. Tuttavia, questa efficienza prodigiosa si scontra con dei limiti. La mégamacchina tecnoeconomica occidentale rischia di fracassarsi contro il muro della dismisura (l'hybris dei greci).

L'efficienza economica risulta proprio dall'applicazione della razionalità strumentale posta come assoluto. Sfocia negli stessi vicoli ciechi e nelle stesse assurdità di quest'ultima, al ché si può opporre l'efficacia del ritorno al ragionevole. Concretamente, trattandosi di mercanzie destinate a soddisfare i bisogni più o meno codificati dei cittadini, in che cosa consiste questa efficienza? Che cos'è una macchina o una casa la più efficiente? Un vestito da uomo ottimale? Un taglio da parrucchiere ideale? Il meglio forfait vacanze? Sarà la macchina più veloce? Quella che consuma meno? Quella più robusta? Quella più sicura? Quella meno cara? Quella più bella? Sarà la casa più civettuola? Quella più a buon mercato? La meglio situata? Quella in cemento? In pietra? In mattone? Di fango? Di legno? Ecc. È risibile la pretesa pubblicitaria della marca Lewis di aver inventato "the ultimate jean" i jeans definitivi. Il fatto che questo vestito sia diventato la divisa mondiale dell'uomo comune prova che esso sia il vestito migliore?

Tutto ciò dipende dai gusti di ognuno; ma la razionalità tende ad uniformizzare anche i gusti perché il calcolo soggettivo si fonda nel calcolo oggettivo. L'efficienza sarebbe vuota e i jeans Lewis non sarebbero definitivi se ogni persona decidesse , secondo la sua personalità, e, per di qua, ci fosse solo un cliente per modello. Il mercato è la procedura normale per la scelta razionale. La merce eletta è efficiente perché è eletta. Questa merce eletta può essere solo effimera, perché niente può assicurare che l'efficienza sia raggiunta. All'inverso, i prodotti che durano non sono i migliori. Sono solo dei buoni prodotti. La Ford T era una buona macchina. Se ne sono venduti 16 milioni di esemplari per decenni.

Ford non cercava di costruire una macchina super ma una macchina affidabile e economica, conveniente per l'americano medio. Se fosse possibile, molta gente si accontenterebbe, allo stesso modo, di una buona casa, perfino di un buon vestito; d'altronde avrebbero difficoltà a definire la migliore casa. Il ragionevole si definisce in questo caso con delle attese concrete. È l'effettivo/efficacia (effectiveness) e non l'efficiente (efficency). In breve il meglio (l'efficienza) è il nemico del bene (l'efficacia). L'uno ne vuole sempre di più, l'altro è soddisfatto di una giusta misura.

Questo ragionevole che contrasta con la " disposizione geometrica", questo pensiero del quantitativo che domina in occidente da qualche secolo, non è altro che la phronèsis nell'accezione aristotelica. La phronesis riguarda innanzitutto il campo delle azioni utili alla conservazione della società. " La prudenza, secondo Aristotele, è quella disposizione pratica, accompagnata da regola vera , che concerne ciò che è buono e cattivo per l'uomo".

Il phronimos, l'uomo prudente, possiede quella capacità pratica "capace di deliberare in modo corretto su ciò che è buono e vantaggioso per lui" .(Et.a Nic.,VI, 5)

Tiene conto della complessità delle situazioni, della "pluralità dei mondi per dirla con i convenzionalisti e quindi dei valori e soprattutto dei conflitti di valori. La prudenza è la qualità fondamentale del grande uomo di Stato, il phronimos, il cui esempio, per Aristotele, è Pericle, colui che ha saputo gestire gli affari umani, e Temistocle per Tucidide. La phronèsis implica quindi un certo grado di métis. Tuttavia, essa non è la ricerca del successo a tutti i costi. Non è pura tecnica. La ricerca del bene è sempre presente. Perciò la phronèsis è particolarmente adatta per uscire dalla crisi contemporanea. La phronèsis è incontestabilmente mediterranea, da Aristotele a Cicerone. Già corrotta, è ancora presente in Machiavelli (soprattutto nei commenti sulla prima decade di Livio).

Tuttavia, se si vuole capire la deriva dell'Occidente e rinnovare "il pensiero meridiano", non bisogna mascherarsi lo sbieco razionale in seno al ragionevole. Negli Antichi già, viene operato un certo slittamento.

Da François Jullien: "Facendo credito alla prepotenza della misura, fondendosi sul calcolo delle verosimiglianze, sotto la doppia autorità del metron et del logismos, i medici, gli oratori, o gli strateghi, sedotti dalla padronanza infinita che i technai, cominciano allora a fare sperare, essi si vogliono dei "ingegneri del occasione" (Monique Trédé). Cicerone fa ancora eco a questo ottimismo considerando che c'è une scienza esatta del luogo migliore e del migliore tempo. ("Una scienza, dice, del opportunità dei momenti adatti per agire"; e gai Panetius "una scienza della buona occasione dei atti) .(Jullien, p.99)

Anche se Aristotele è ben conscio che il modello preso a prestito dalla matematica, fonte di efficacia nel campo della produzione (poiesis), non può essere appropriato per quanto riguarda l'azione umana (praxis), il rapporto fine/mezzo caratteristico dell'efficacia/razionalità occidentale non è assente dalla phronèsis poiché il prudente è definito "come colui che sa deliberare sui mezzi per raggiungere un dato fine ". Ciò proviene dalla doppia natura della phronèsis, tecnica ed etica. (...) "Aristotele non ha potuto, o non ha voluto, dal filosofo francese François Jullien, separare la sua riflessione sulla prudenza dalle considerazioni etiche".

È pur vero che nella tradizione occidentale, il ragionevole rimane minacciato dal pericolo di una contaminazione del razionale. Si può chiamare questo rischio "lo sbieco tecnocratico", cioè la tentazione permanente di strumentalizzazione del sociale. È lì che si trova proprio la sfida di Minerva. In effetti, non si tratta unicamente di tornare alla phronèsis di Aristotele e di Cicerone, ma di superarla. Bisogna riallacciare l'alleanza con la métis presocratica e uscire dalle aporie stesse della ragione ragionevole. Per far ciò, ci sembra necessario appoggiarci su altre tradizioni e arricchirci dei loro apporti. In questo, la phronèsis può prendere ispirazione da una codificazione millenaria del ragionevole, quella del pensiero cinese, estranea alla tradizione occidentale, soprattutto dopo l'eliminazione della métis. Questo pensiero cinese, confuso ogni tipo di scuola, ricerca l'efficacia dell'azione, non nella padronanza delle cose, ma appoggiandosi sulla potenzialità della situazione. Nella tradizione cinese, la ricerca dell'efficacia ragionevole si effettua con mezzi estranei a quella dell'efficienza razionale. "I Cinesi, scrive Jullien, hanno ideato l'efficacia umana secondo la trasformazione naturale. Lo stratega fa evolvere la situazione a suo profitto come la natura fa crescere la pianta o come il fiume continua a scavare il proprio alveo". "L'efficacia, egli prosegue, è tanto più grande, quindi, quanto è discreta".

Tuttavia, la ragione cinese ha anche i suoi limiti. Essa sboccia in una strategia della svolta insidiosa che esclude la retorica e il dibattito democratico. È senz'altro vero che un tale modo di procedere ripugna profondamente al nostro ideale politico. "Si vede, prosegue F. Jullien, dalla differenza con la Grecia, ciò che probabilmente ha impedito in Cina lo sviluppo della retorica. Dal canto greco, cioè quello della città, l'oratore si rivolge di norma ad una collettività che delibera, quella del tribunale, del consiglio, dell'assemblea: certo, deve tenere conto della disposizione mentale del suo pubblico, egli, comunque, non può entrare nella logica personale di ognuno di coloro che lo ascoltano; per di più, la sua parola viene ad iscriversi in generale nel quadro di un dibattito contraddittorio, logos contro logos, essa confuta oppure sarà confutata: egli è quindi portato a suffragare il suo discorso dagli argomenti ritenuti più oggettivi, fossero anche solo probabili, e fa appello al rigore nell'argomentazione come denominatore comune del pensiero. Ma, in Cina, come in qualsiasi regime monarchico (e la Cina non ne ha concepito nessuno diverso - anche oggi: il Partito), la parola, quando si rivolge al principe, non perde mai completamente il suo carattere privato". Non si tratta, ben al contrario, di rinnegare la nostra tradizione propriamente mediterranea su questo punto della discussione e della democrazia pur se "chiacchierona", si tratta solo di correggerla. Se la phronèsis greca prova difficoltà a trovare il suo luogo, rosa dall'efficienza tecnica e calcolatrice, il pensiero cinese dell'efficacia fiorisce nell'amoralità più completa. Ma non è appunto la tendenza a separare etica e gestione degli affari umani che ha corrotto la tradizione occidentale? È dunque importante conservare e reintrodurre quest'ultima nel funzionamento dell'economia e del politico come nelle scienze morali e politiche. "Non c'è virtù morale senza prudenza né prudenza senza virtù morale", nota con giudizio Michel Villette. Ovviamente, l'ideale democratico si trova nel cuore di questa etica. Lungi dal rinnegare la tradizione aristotelica della phronèsis, un pensiero meridionale dovrebbe forse correggere lo sbieco razionale con l'apporto della riflessione cinese . Nella guerra economica mondiale, non ci si deve, in effetti, opporre frontalmente alle imprese capitalistiche transnazionali creando loro, per farle una vittoriosa concorrenza , dei "cloni" mediterranei o europei, ma bensì cercare lo spazio portatore della differenza. Un apologo di Mencius fa risaltare abbastanza bene la specificità di questo procedimento. "Un uomo di Song si lamentava che le sue giovani piante non crescessero abbastanza in fretta e, perciò, cominciò a spararle per farle crescere. Ritornato a casa sua, racconta ai suoi di tutta la pena che si è data; ora, quando i suoi figli accorrono a vedere il campo, tutte le piante sono rinsecchite". "Rari sono al mondo quelli che non aiutano le piante a crescere" conclude Mencius". "Non si aiuta una pianta a maturare ma si può - anzi, si deve - con cure attente, assecondarne lo sbocciare", commenta François Jullien.

Così, alla sottigliezza cinese, bisogna aggiungere l'etica democratica sgombrata dalla corruzione tecnocratica e dalle devastazioni dell'utilitarismo. L'elaborazione e la diffusione di una ragione rigenerata che si appoggia sulla tradizione ma che va al di là e si libera da quest'altra tradizione della razionalità strumentale, tale mi appare la sfida posta al pensiero mediterraneo.


Serge Latouche, "Il mondo ridotto a mercato" edizioni lavoro, Roma l998, pp. 180-181, e anche "Da Qui" Taranto l996.
Rino Genovese, "La tribù occidentale", Bollati Boringhieri, Torino l995.
Detienne et Vernant, "Les ruses de l'intelligence, La métis des Grecs", Fammarion, Champs, l974.
Aristotele, Et. a Nic., VI, 5.
François Jullien, "Traité de l'efficacité", Grasset, Paris l996, p. 99) Ibid. p. 17.
"Il Cinese, nota Henri Michaux, non la finirà mai di cercare il ragionevole". Fascino del ragionevole, nel presentare tutto come ragionevole". .... Egli aggiunge: Mao Tse Tung, che rivoltò la Cina, trasformò, in pochi anni, una società millenaria; che ebbe i progetti più audaci, alcuni irrealizzabili ma che furono realizzati, altri insensati per l'audacia come quando cominciò a costruire piccoli "alti forni da villaggio", per produrre l'acciaio contro il parere di tutti i tecnici; che creò nuovi villaggi, dei dormitori dove le coppie e le famiglie non avevano più il proprio posto; l'uomo del famoso "balzo in avanti" che non arretra davanti a niente, arretra davanti al paradosso, il brillante, l'eloquente, il romantico. I suoi libretti sono scritti in maniera semplice, con formule semplici, per fare del ragionevole, innanzitutto ragionevole". "Un barbare en Asie, Gallimard, l989, p. 175.
Jullien, op. cit, p. 76.
Ibidem, p. 74.
Ibidem p. 195.
Michel Villette, "Le manager jetable. Récits du management réel" La découverte, Paris l996, p. 171.
Si capisce che le lezioni della tradizione della discussione africana sarebbero veramente preziose e ci sarebbe da augurarsi che il pensiero africano trovasse il suo François Jullien
François Jullien, "Le détour et l'accès, stratégies du sens en Chine, en Grèce", Le livre de poche, biblio-essais, Paris 1995, p. 237.

NB: riportiamo le note nonostante alcune dissonanze