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Reg. Tribunale Lecce n. 662 del 01.07.1997
Direttore responsabile: Dario Cillo

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CAMERA DEI DEPUTATI
COMMISSIONE VII
CULTURA, SCIENZA E ISTRUZIONE
Resoconto stenografico

Seduta di martedì 1° ottobre 2002

Audizione del ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, Letizia Moratti, sugli orientamenti del Governo in materia di istruzione, università e ricerca

(...) Anche per me l'audizione odierna costituisce un'occasione preziosa per fare il punto sulle iniziative che sono all'esame del Parlamento e, più in generale, sul primo anno di attività del Governo. Intendo riferire sulle quattro aree sulle quali il ministero ha competenza: la scuola, l'università, l'alta formazione, la ricerca.
Per quanto riguarda la scuola, vorrei sottolineare che sia lo scorso anno sia quest'anno abbiamo assicurato la regolarità dell'inizio delle lezioni e dell'avvio dell'anno scolastico, prevedendo la presenza nella classe dei docenti che devono poter accompagnare i ragazzi per tutto l'anno scolastico fin dall'inizio, sia insegnanti di ruolo sia supplenti. Lo scorso anno, come sapete, l'obiettivo era spostato in attuazione del decreto-legge n. 255 del 3 luglio 2001, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 333 del 20 agosto 2001, che ha consentito l'avvio regolare delle lezioni. Quest'anno le operazioni di avvio dell'anno scolastico sono state completate in nove regioni entro il 31 luglio ed in tutte le altre regioni entro il 31 agosto; solo a Roma le operazioni di avvio dell'anno scolastico sono terminate il 10 settembre. Le lezioni sono state assicurate agli studenti in modo regolare fin dall'inizio e quest'anno le supplenze sono state complessivamente 90 mila.
Un punto delicato è rappresentato dal sostegno agli alunni portatori di handicap, assicurato anche con i posti in deroga: risultano in servizio 74 mila docenti, di cui 43 mila di ruolo, per 140 mila alunni. Abbiamo realizzato questo obiettivo nonostante alcune sentenze dei tribunali amministrativi regionali avrebbero potuto comportare qualche problema; tra l'altro, esse confliggevano l'una con l'altra. Alcuni soggetti aventi diritto chiedevano un trattamento nelle graduatorie permanenti ed altri chiedevano l'opposto. Per la delicatezza e la complessità della materia abbiamo preferito riferirci al Consiglio di Stato, che ci fornirà le linee alle quali ci atterremo.
Riguardo alle operazioni di nomina e alle difficoltà a ricoprire i posti previsti a causa del problema degli aventi diritto e del sostegno ai soggetti portatori di handicap che necessitano di personale specializzato, voglio ringraziare la Commissione perché ha sostenuto l'azione del ministero rispetto alla qualificazione del personale, anche con la risoluzione approvata il 17 luglio scorso: questa indicazione è stata recepita nell'articolo 5 del disegno di legge che è in discussione presso la Commissione cultura del Senato. Il Dipartimento dell'università sta predisponendo l'ammissione in sovrannumero degli insegnanti di sostegno privi di abilitazione in modo che possano frequentare le scuole di specializzazione all'insegnamento secondario, al fine di favorire in tempi brevissimi l'immissione in ruolo di personale qualificato: si tratta di un punto che la Commissione aveva sollevato e da noi ritenuto estremamente qualificante. Nel ringraziarvi di ciò, vorrei fornirvi l'assicurazione che ho appena esplicitato.
Un'altra criticità ha riguardato la copertura dei posti vacanti dei dirigenti scolastici. Per i presidi incaricati abbiamo superato tutte le difficoltà che hanno determinato il ritardo nelle procedure concorsuali ed il concorso verrà presentato durante il prossimo Consiglio dei ministri che si terrà, credo, alla fine della settimana. Mi corre l'obbligo di compiere una riflessione anche sulla conclusione delle operazioni di inizio anno, perché questo ci ha dato modo di ricostruire e considerare le consistenze effettive degli organici del personale e il loro utilizzo nell'insegnamento o in compiti diversi. Abbiamo dovuto constatare, purtroppo, l'esistenza di un numero molto elevato di docenti che, a diverso titolo, sono adibiti a funzioni diverse da quella dell'insegnamento (oltre 18 mila). Abbiamo iniziato a razionalizzare questo elevato numero di docenti al fine di farli confluire, laddove ovviamente possibile e con tutte le garanzie che devono essere fornite in questo senso ai docenti e agli studenti (ad esempio sulla corrispondenza delle qualifiche), in modo tale da poter «asciugare» questo numero di docenti che non è destinato alla funzione primaria dell'insegnamento. Avendo completato l'opera di ricognizione su una materia così importante e solo dopo averlo fatto, avendo stabilito il modo in cui far fronte ad una riorganizzazione più efficace, abbiamo richiesto le immissioni in ruolo. Abbiamo, dunque, provveduto anche quest'anno a richiedere le immissioni in ruolo, che abbiamo quantificato dopo aver esaminato il modo migliore di utilizzare anche il personale che in questo momento non è dedicato alla funzione docente.
Un altro punto significativo a cui prestare attenzione è quello del rinnovo contrattuale.
Fin dall'inizio di quest'anno abbiamo avviato, con i sindacati, un intenso confronto in materia, a seguito del quale si sono delineati dei principi condivisi dalla totalità dei sindacati medesimi. In relazione a ciò, il Dipartimento della funzione pubblica, unitamente al Ministero dell'economia e delle finanze - è notizia di queste ore - ha emanato l'atto di indirizzo da inviare all'ARAN. Possono dunque avere inizio le trattative contrattuali. L'atto di indirizzo prevede la contrattazione relativa al quadriennio 2002-2005 ed al biennio economico 2002-2003, e contiene aspetti molto qualificanti: dall'articolazione differenziata tra funzione docente e quella relativa al personale ATA, sino a percorsi di valorizzazione del personale legati anche a dinamiche retributive.
Ricordo che è all'esame del Parlamento la legge di delega sulla definizione delle norme generali dell'istruzione e dei livelli essenziali delle prestazioni, in materia di istruzione e formazione professionale. Il testo, che contiene la strategia di più ampio respiro del Governo in materia di istruzione, una volta approvato consentirà di proseguire nella costruzione di una scuola sempre più moderna ed europea, maggiormente rispondente alle diverse esigenze e vocazioni personali degli alunni e delle famiglie. Sottolineo che il suddetto provvedimento corrisponde pure al nuovo assetto costituzionale dello Stato, con una valorizzazione dei diversi protagonisti che compongono la Repubblica, con particolare riferimento agli enti regionali.
Abbiamo deciso di accompagnare il disegno di legge richiamato con una sperimentazione nazionale, già avviata, relativa alla scuola dell'infanzia e al primo anno di quella primaria. Il campo di riferimento è didattico-pedagogico nonché organizzativo; ma tale iniziativa è diretta anche a verificare un altro punto contenuto nella riforma: mi riferisco all'iscrizione anticipata dei bambini sia alla scuola dell'infanzia sia a quella primaria.
Le motivazioni che ci hanno portato a volere la sperimentazione risiedono nell'esigenza di verificare - con l'apporto costruttivo delle scuole - quali siano i modi migliori per articolare l'organizzazione scolastica, al fine di superare anche quei punti di criticità già evidenziati, in particolare, dal Consiglio nazionale della pubblica istruzione. Nella sperimentazione sono coinvolte circa duecentocinquanta scuole, in tutte le regioni. Essendo il numero di scuole interessate molto superiore a quello degli istituti per cui prospettammo inizialmente la possibilità di sperimentazione, abbiamo proceduto individuando le condizioni di fattibilità, quindi la disponibilità di strutture sia logistiche sia di personale, nonché finanziarie, attenendoci - per quanto riguarda in particolare la scuola dell'infanzia -, ai criteri suggeritici dall'ANCI. Con essa, infatti, si è provveduto ad istituire un tavolo permanente di consultazione, proprio perché gli aspetti relativi all'area di competenza comunale sono fondamentali, soprattutto per le scelte inerenti alla scuola dell'infanzia.
Sempre riguardo alla sperimentazione, i piani regionali - della cui formalizzazione sono stati incaricati i direttori regionali - risultano in fase di attuazione.
In ordine alle risorse finanziarie, preciso che esse sono già disponibili nei fondi istituiti ai sensi della legge n. 440 del 1997, per quella parte riservata - nell'ambito del 10 per cento delle disponibilità del fondo stesso -, alle iniziative regionali di innovazione didattica e di progetto.
Preciso, inoltre, che non ci sarà nessun taglio di organico per quanto riguarda la sperimentazione: al contrario, in questo campo stiamo investendo molto anche per quanto riguarda la formazione dei docenti. Voglio ricordare che l'anno scorso siamo partiti con un piano di formazione alquanto rilevante: per la prima volta si è fatto ricorso al sistema dell'e-learning e sono stati previsti anche dei moduli di presenza. Si è trattato del piano più ampio mai realizzato in Europa nel campo specifico della formazione dei docenti. Preciso, altresì, che all'INDIRE è spettata la formazione di tutti i 65 mila docenti immessi in ruolo l'anno precedente. Si è trattato di un processo ritenuto estremamente positivo: anche quest'anno partiremo pertanto con un'iniziativa analoga, che coinvolgerà di nuovo una percentuale significativa di insegnanti.
Per quanto riguarda il relativo piano di formazione, il percorso si articolerà su tutto l'anno scolastico e verterà su contenuti specifici: tra l'altro, sono previste anche due settimane di full immersion in università europee, per la parte relativa all'insegnamento della lingua inglese, elemento integrante del progetto di sperimentazione.
Sempre nell'ambito dei progetti richiamati, si colloca un'altra importante iniziativa relativa ai protocolli di intesa con le regioni: ne abbiamo firmati con le regioni Lombardia, Piemonte, Lazio, Molise e Puglia. Sotto la responsabilità della scuola, e quindi del settore istruzione, i menzionati progetti sono volti essenzialmente a sperimentare dei percorsi alternativi di formazione professionale, in modo tale da dare attuazione a quest'importante parte della riforma che ritiene, appunto, necessario rafforzare il canale formativo, al fine di garantire a questo dignità pari a quello dell'istruzione. Ripeto, per sgombrare il campo da ogni dubbio, l'opportunità di sperimentare la formazione professionale per l'assolvimento dell'obbligo scolastico sarà garantita, ma ciò avverrà sotto la responsabilità del settore istruzione.
Riteniamo che questo ci consentirà, tra l'altro, anche di ovviare ad un nostro grande problema relativo a quei 3 milioni di studenti in Italia - ragazzi dai 15 ai 18 anni di età -, dei quali 500 mila non arrivano ad ottenere né un diploma né una qualifica professionale. Un percorso alternativo in più rispetto a quelli attuali, potrà offrire nuove opportunità a ragazzi attualmente al di fuori del circuito di istruzione e formazione.
Da ultimo vorrei affrontare due aspetti a mio parere essenziali. Siamo partiti con un progetto pilota per la valutazione del servizio scolastico che ha riguardato circa 2 mila scuole, autocandidatesi per tale iniziativa. Due sono i tipi di valutazione adottati: la prima è diretta a misurare la coerenza dell'offerta didattica rispetto al piano di offerta formativa; la seconda è relativa ai livelli di apprendimento, sulla base dei criteri stabiliti con le classifiche internazionali (in particolare mi riferisco alla metodologia PISA).
Questa iniziale fase di sperimentazione della valutazione è stata sicuramente molto positiva. Numerosissime sono le richieste pervenuteci dagli istituti scolastici - non solo da parte degli istituti che hanno partecipato al primo anno di sperimentazione -, quindi proseguiremo tale iniziativa anche per l'anno corrente, affinando un processo di autovalutazione che nasce dalla volontà delle scuole: riteniamo che a ciò si accompagni la crescita qualitativa complessiva del sistema.
Voglio soffermarmi ora, poiché è di precipuo interesse del Parlamento, sul disegno di legge riguardante lo stato giuridico degli insegnanti di religione, che ha terminato il proprio iter in Commissione lavoro: molte osservazioni sono nate dall'apporto di tale Commissione e dunque vorrei ringraziare chi ha contribuito alla definizione di una problematica - che ha visto impegnato il Parlamento per tanti anni - che ci auguriamo possa oggi risolversi rapidamente con l'approvazione del provvedimento.
Spero, inoltre, che possa essere discussa ed approvata in tempi brevi dall'Assemblea la riforma degli organi collegiali d'istituto, altro tema importante che deve accompagnare il processo di riforma degli ordinamenti; naturalmente, il Governo non tralascerà di sollecitare la Presidenza della Camera affinché tale provvedimento possa essere discusso.
Il Parlamento è inoltre chiamato ad esaminare il decreto-legge n. 212 del 25 settembre 2002, recante misure urgenti per la scuola, l'università, la ricerca scientifica e tecnologica; esso, per quanto riguarda la scuola, contiene solo alcuni punti che riguardano la razionalizzazione del personale, alla quale facevo riferimento in precedenza.
Mi vorrei, inoltre, soffermare brevemente sul disegno di legge finanziaria, che comprende misure riguardanti la scuola profondamente diverse da quelle che apparivano nei giorni scorsi, quando sembrava che esso potesse contenere misure attinenti a problematiche didattiche o contrattuali. Si tratta, e non poteva essere altrimenti, di pure norme di riorganizzazione, che perseguono una linea già tracciata dalla precedente legge finanziaria, proseguita con il decreto che ho citato e con la nuova legge finanziaria; si tratta di norme finalizzate a rendere più efficace e razionale l'investimento nella scuola, peraltro prevedendo che i risparmi della razionalizzazione siano investiti nella scuola stessa e quindi nella valorizzazione del personale docente.
Vorrei ora affrontare la parte della mia relazione che riguarda l'università, tracciando un bilancio del primo anno di lavoro. Il Governo ha deciso di non bloccare la riforma che era stata varata dal precedente Governo, la cosiddetta riforma del 3 più 2, che nasceva da una volontà comune dell'Europa di definire i percorsi universitari su due cicli. Si tratta di un iter voluto dai diversi paesi europei che aveva trovato nelle varie dichiarazioni - citerò quella di Bologna, considerata l'atto di nascita di questa suddivisione - un orientamento comune in questa direzione. Negli altri paesi tale riforma è stata portata avanti in maniera diversa rispetto all'Italia: si è proceduto alla definizione del sistema universitario su due cicli, ma non si è definito il settore con una formula rigida come quella adottata in Italia, dove abbiamo stabilito 3 più 2 per tutte le fasi universitarie. Negli altri paesi si è impiegata una flessibilità molto maggiore, iniziando in forma sperimentale, mentre in Italia, al contrario, tutti i settori sono stati trattati nello stesso modo, agendo in maniera indifferenziata.
Quando abbiamo assunto la responsabilità del Governo, la riforma era avviata al punto tale che non ci è sembrato opportuno fermarla; peraltro, essa prevede la possibilità di aggiustamenti. Gli atenei sono ormai pronti ad attuarla e gli studenti orientati a seguire nuovo ordinamento, così abbiamo lasciato che tale processo venisse completato. Durante il primo anno abbiamo assistito al pericoloso fenomeno della proliferazione dei corsi di laurea (circa 2.900 corsi di laurea di primo livello, quindi corsi triennali), purtroppo non sempre rispondenti alle esigenze degli studenti ma, piuttosto, del corpo docente. Oltre a ciò, si è verificata una mancanza di chiarezza rispetto ai percorsi formativi e, cosa ancora più grave, rispetto agli sbocchi professionali, una assenza di coerenza tra il percorso e lo sbocco professionale successivo. Nonostante la legge prescrivesse all'università un obbligo in tal senso, le consultazioni che il mondo universitario aveva svolto con il mondo delle professioni erano state solo formali, non sostanziali.
Abbiamo, dunque, attivato una serie di azioni per fornire una maggiore chiarezza ed informazione agli studenti e per creare un collegamento tra studenti e mondo produttivo, in modo tale che di ogni percorso fosse chiaro lo sbocco. Abbiamo attivato una banca dati dell'offerta formativa, che contiene tutti i corsi di studio universitari, lo sbocco professionale e le attività didattiche, i servizi agli studenti e l'entità delle risorse messe a disposizione dei singoli atenei, in modo tale da rendere chiara l'offerta formativa, talmente ampia da creare grandissima confusione agli studenti.
Abbiamo definito requisiti minimi che ogni corso di studio deve possedere: stiamo studiando quest'anno, con il comitato nazionale di valutazione universitaria, i requisiti qualitativi, e quindi credo che verso la fine dell'anno saranno definiti i requisiti che stabiliscono la qualità dei corsi anche se, naturalmente, è più difficile fissare i requisiti qualitativi rispetto a quelli strutturali; i criteri riguardanti i requisiti strutturali tengono conto delle aule, del numero dei docenti e degli studenti, dei posti disponibili, delle biblioteche e dei laboratori. Sulla base di questi requisiti minimi abbiamo già bocciato 400 corsi di laurea, che non verranno finanziati. Anche le università, autonomamente, hanno riesaminato la propria offerta formativa e, assistite dai criteri che abbiamo definito, hanno provveduto ad accorpare molte corsi di laurea, fornendo sicuramente maggiore garanzia di qualità agli studenti stessi. Alcuni corsi universitari non avevano studenti o docenti e versavano in una situazione sinceramente non accettabile; in alcuni casi, corsi erano state attivati per esigenze diverse rispetto a quelle degli studenti.
Abbiamo provveduto a definire l'offerta annuale dell'offerta formativa degli atenei, da sottoporre agli studenti prima dell'inizio dell'università, in modo tale da poter consentire le preiscrizioni universitarie con una maggiore informazione: abbiamo anche consentito che l'iscrizione universitarie potesse avvenire in modo informatizzato. Ciò costituisce un grande aiuto fornito agli studenti.
Abbiamo definito una guida dell'università in sintonia con le attività professionali, coinvolgendo le università e il consiglio nazionale degli studenti; essa è in corso di stampa e sarà presentata a breve, entro la fine di novembre, e distribuita gratuitamente a tutte le scuole, in modo tale da fornire agli studenti una guida certa rispetto all'offerta universitaria.
Siamo nella fase di avvio dei corsi di laurea specialistica, i primi dei quali sono già stati attivati dalle università italiane. Quelli attualmente istituiti ammontano a circa 800. In tal senso verifichiamo un maggior rigore da parte delle università rispetto a quanto non era avvenuto con le lauree triennali, l'anno scorso.
Altro punto importante è stata la costituzione di un gruppo di lavoro, presieduto dal professor De Maio, ai fini di una riflessione sull'organizzazione attuale dei percorsi di studio universitario, in modo particolare di una rivisitazione del meccanismo del 3 più 2. Si badi bene, i due cicli rimarranno, non essendovi alcuna volontà di modificarli. Questa commissione sta invece studiando delle formule per assicurare maggiore flessibilità al sistema, per quanto riguarda sia il 3 più 2 appena menzionato, sia le classi di laurea, allo stato molto numerose e quindi fonte di certa rigidità.
Allo studio della commissione è anche il sistema dei crediti, anche questo piuttosto rigido, con l'intento di individuare la soluzione più appropriata per rendere il sistema esistente più flessibile di quello attuale (ciò sarebbe possibile mantenendo, in ipotesi, un 50 per cento dei crediti a vantaggio della formazione di base, sulle discipline caratterizzanti, e l'altro 50 per cento a disposizione dell'autonomia delle università). Si tratta, però, lo ripeto, di uno studio ancora in corso, di cui ora anticipo soltanto le prime riflessioni.
Analogamente questa commissione sta individuando linee e principi relativi a stato giuridico e reclutamento dei docenti. Le ipotesi vagliate prevedono un sistema di finanziamento degli atenei impostato sulla preventiva definizione di linee guida da parte del Ministero, nel cui rispetto ogni ateneo dovrebbe poi poter elaborare propri programmi triennali scorrevoli, con riferimento ad offerta didattica, ricerca, servizi agli studenti, risorse del personale e finanziarie acquisibili, maggiore flessibilità nella programmazione. Le altre ipotesi al vaglio della commissione sono relative allo stato giuridico e al reclutamento del personale. In particolare, riguardano l'introduzione del giudizio di idoneità scientifica nazionale ai fini del reclutamento dei professori di prima e di seconda fascia, da parte di commissioni nazionali giudicatrici, ivi incluse procedure per la copertura - da parte delle università - di professori in possesso dell'idoneità sulla base di contratti di durata non superiore a cinque anni, rinnovabili per un altro quinquennio successivo per un massimo di dieci anni, al cui termine il rapporto potrà trasformarsi a tempo indeterminato oppure risolversi.
Si prevedono nuove modalità per la chiamata sui posti di prima e di seconda fascia per gli studiosi stranieri o italiani impegnati all'estero in attività didattiche e di ricerca, con contratti a tempo indeterminato e determinato, su un contingente stabilito ogni tre anni. È allo studio l'aspetto inerente a esecuzione di appositi programmi di ricerca, definizione di specifiche procedure, stipula di contratti di ricerca a tempo indeterminato con laureati o studiosi in possesso di idonea qualificazione scientifica.
Altro punto essenziale riguarda la valutazione di compatibilità del rapporto di lavoro dei professori universitari con l'attività professionale e di consulenza esterna, nonché la direzione di organismi pubblici e privati di ricerca. Infine, una questione di rilievo riguarda la definizione del trattamento economico dei professori sulla base dell'impegno universitario.
Queste sono riflessioni che la commissione sta facendo e che ci trasmetterà: una volta esaminate, rielaborate, riviste, esse si dovranno tradurre in un disegno di legge al fine di assicurare una nuova disciplina alla materia esaminata.
Passando alla formazione artistica e musicale, ricordo che con legge 21 dicembre n. 508, del 1999, si è prevista la trasformazione delle accademie e dei conservatori in istituti di alta formazione artistica, musicale e coreutica.
Nella predisposizione del quadro generale di attuazione di questa legge erano e sono previsti dei regolamenti governativi chiamati ad intervenire in materia. Sono peraltro emersi alcuni punti di criticità proprio nella fase attuativa. La prima questione di rilievo è la mancanza di un raccordo con la formazione musicale e coreutica di base. Vorrei ricordare che mentre le accademie di belle arti, l'accademia di arte drammatica e l'ISIA sono già istituti di formazione post-secondaria, i conservatori e l'accademia nazionale di danza svolgono ancora oggi le funzioni di istituti di formazione di base. Quindi, la trasformazione dei conservatori e dell'accademia nazionale di danza in alta formazione avrebbe lasciato un vuoto proprio nel settore della formazione di base. Pertanto, si è reso necessario intervenire in proposito.
Il secondo punto di criticità è legato al valore dei titoli di studio. La legge n. 508 ha collocato le istituzioni di alta formazione a livello delle università. La normativa ha previsto però che il valore dei titoli venisse riconosciuto a seguito di corsi integrativi, da tenersi dopo la riforma degli ordinamenti degli studi.
Voglio ricordare, in merito, che la riforma degli ordinamenti delle università ha richiesto, per essere introdotta in ciascun ateneo, più di quattro anni. Si è creata perciò una sorta di vacatio rispetto all'equipollenza dei titoli rilasciati dalle accademie e dai conservatori nei confronti delle lauree, impedendo ai possessori dei titoli suddetti di accedere, ad esempio, alle lauree specialistiche o di accedere a posizioni di pubblico impiego.
Un terzo aspetto riguarda le risorse, in modo particolare quelle relative all'edilizia. La legge n. 508 ha richiamato, in proposito, le norme dettate per l'edilizia universitaria, prevedendo che con i regolamenti attuativi venissero dettate le modalità di programmazione e di sviluppo dell'alta formazione. Peraltro, essendo norme soltanto di principio, non entravano nel dettaglio della materia. Non è stata, ad esempio, prevista la cessione, in uso gratuito, alle istituzioni di alta formazione, degli immobili da essi stessi utilizzate, come invece è disposto per le università.
Questi immobili sono dunque tuttora in uso gratuito alle province senza che ne sia stato previsto il trasferimento ai soggetti richiamati. E non sono stati istituiti nel bilancio dello Stato neppure i capitoli per finanziare tali stanziamenti.
Per quanto riguarda la prima questione affrontata, per sanare la differenza tra la trasformazione in alte istituzioni e la formazione di base abbiamo costituito una commissione di studio composta da esponenti illustri del mondo dei conservatori, che ha esaminato il problema, suggerendo come integrare la riforma degli ordinamenti, particolarmente con riferimento alla formazione di base, con la trasformazione dei conservatori in istituti di alta formazione. Quindi, nella riforma degli ordinamenti, stiamo trasferendo norme e soprattutto programmi che la commissione ci ha dettato, in modo da prevedere progressivamente la possibilità che all'interno del sistema istruzione venga fornita la formazione di base che, in questo momento, viene assicurata dai conservatori.
Il secondo punto ha riguardato l'attuazione dell'autonomia statutaria e regolamentare delle accademie che, come l'università, si devono dotare di un regolamento. Ci sono stati alcuni problemi: il regolamento era stato già predisposto dal precedente Governo, il Consiglio di Stato non aveva accettato la formulazione del testo, così l'abbiamo riformulato e sottoposto all'approvazione delle Commissioni competenti, che hanno espresso un parere diverso da quello del Consiglio di Stato. In questo momento, il problema è ancora aperto; un coordinamento tecnico presso la Presidenza del Consiglio sta verificando le soluzioni per corrispondere da un lato alle richieste del Consiglio di Stato e dall'altro alle indicazioni che ci provengono dal Parlamento e dalle Commissioni competenti.
Al fine di risolvere con urgenza il problema del valore legale delle lauree triennali, che avrebbe richiesto tempi lunghi, abbiamo inserito il riconoscimento dell'equipollenza nel decreto-legge n. 212 del 2002: il valore legale delle lauree triennali è lo stesso dei titoli rilasciati dalle accademie e dai conservatori. Abbiamo sanato il problema di ragazzi che escono dai conservatori che, come quelli che hanno conseguito la laurea triennale, possono accedere alle lauree specialistiche.
Per quanto riguarda gli altri regolamenti previsti dalla legge n. 508 del 21 dicembre 1999, stiamo mettendo a punto un testo unico, così come era stato auspicato dal Consiglio di Stato, che definisce gli ordinamenti didattici, i requisiti di idoneità dei docenti e delle sedi, la programmazione e lo sviluppo del settore.
Riteniamo che lo schema cosiddetto del 3 più 2 non debba essere imposto alle istituzioni di alta formazione artistica nazionale, le accademie ed i conservatori, senza adeguata sperimentazione e senza che ciò corrisponda ad esigenze specifiche dei diversi insegnamenti, poiché i corsi presentano differenze specifiche anche dal punto di vista della durata: i corsi delle accademie durano quattro anni, i corsi di livello superiore dei conservatori tre anni, i corsi post diploma degli istituti presentano una durata che varia da due a quattro anni. La nostra intenzione è assicurare flessibilità al sistema, senza iniziare con una flessibilità eccessiva, ma verificando l'organizzazione migliore per l'equiparazione dei titoli delle accademie a quelli universitari.
Per quanto riguarda la ricerca, siamo stati impegnati essenzialmente su due fronti; il primo è stato quello europeo, poiché iniziavano due programmi importanti: il VI programma quadro di ricerca e il programma dell'agenzia aerospaziale europea. Abbiamo lavorato prima sui programmi europei e poi su quelli nazionali. Per quanto riguarda il VI programma quadro, quando abbiamo iniziato a trattare con gli altri paesi europei siamo partiti da una posizione molto difficile, perché molti settori di estrema importanza per il nostro paese erano stati esclusi da tale programma, in modo particolare quelli dei trasporti, dell'elicotteristica, delle scienze marine, dell'agroindustria, della conservazione del patrimonio culturale, dello studio della prevenzione dei disastri naturali per la gestione del territorio e le tematiche energetiche ad alto potenziale per lo sviluppo tecnologico, quali le celle a combustibile, all'idrogeno.
Siamo riusciti a far inserire nel VI programma quadro queste aree specifiche, che sono di estremo interesse per il nostro paese. Al di là delle aree tematiche citate, che rientrano nelle otto aree tematiche del piano europeo, un altro punto molto importante escluso dal VI programma quadro riguarda il finanziamento alle piccole e medie imprese. Siamo riusciti ad conseguire due risultati: abbiamo ottenuto un'area tematica specifica dedicata alle medie e piccole imprese ed il fatto di poter dedicare, all'interno delle altre aree, il 15 per cento delle risorse alle piccole e medie imprese. Credo che questi siano stati successi molto importanti per il nostro paese: quando abbiamo iniziato a questa battaglia in Europa eravamo assolutamente isolati, abbiamo trovato alleati su diversi temi e siamo riusciti a far inserire queste aree nell'ambito del VI programma quadro.
Anche riguardo all'approvazione del programma aerospaziale abbiamo conseguito risultati positivi; tale programma ci vedeva impegnati in ambito europeo con un rapporto di investimento senza contropartite (il ricavato per le nostre industrie era equivalente all'investimento). In particolare, per certi settori, aiutavamo alcuni paesi senza avere nulla in cambio. Siamo riusciti, invece, a creare il presupposto per agire in reciprocità con altri paesi; ad esempio, nel settore dei lanciatori abbiamo acconsentito a continuare ad investire nel programma francese Arianne (si tratta di un grande lanciatore), ma abbiamo ottenuto che la Francia investisse nei nostri programmi. La nostra industria ha sviluppato un medio-piccolo lanciatore che si chiama Vega; siamo riusciti ad ottenere che più investiamo nel settore francese, tanto più loro investono nel nostro.
Inizialmente, la battaglia è stata difficilissima, poiché abbiamo dovuto porre un veto al programma aerospaziale, ma in seguito lo sviluppo dell'attività di collaborazione con la Francia è stato molto positivo, dato che Arianne si sta dimostrando un settore ad alto assorbimento di risorse, mentre Vega è un lanciatore che sta manifestando potenzialità molto elevate, anche rispetto alle differenze che in questo momento si stanno creando tra piccoli, medi e grandi satelliti. Sicuramente anche la Francia, che in origine aveva acconsentito perché forzata a farlo, adesso è contenta di questa nuova collaborazione con l'Italia.
Questi sono stati i due primi impegni a cui abbiamo assolto nel campo della ricerca. Abbiamo individuato, credo per la prima volta, linee guida attraverso uno studio condotto sull'impatto dei settori delle tecnologie abilitanti, nell'ambito della possibilità di creare occupazione e sviluppo. Per quanto riguarda la ricerca di base applicata - non quella pura, che ci porta verso le frontiere della conoscenza, che è finanziata in quanto tale e riguardo cui non abbiamo la necessità di calcolare i vantaggi immediati - abbiamo focalizzato le risorse sui settori che arrecano maggiore occupazione e maggiore sviluppo, in quanto si riferiscono a tecnologie abilitanti, e a settori nei quali esiste un'alta crescita, un'alta potenzialità di valore aggiunto. Una volta definite, le linee guida sono state approvate dal CIPE: si prevede, lo ricordo per chiarezza, nell'arco della legislatura, un aumento delle risorse dallo 0,6 all'1 per cento del PIL. Ciò costituisce dunque un impegno del Governo nel campo della ricerca.
Un altro tema importante, per quanto riguarda tale materia, è la valorizzazione di un nuovo rapporto tra università, regioni ed enti locali, per la creazione di distretti industriali ad alta tecnologia.
Abbiamo studiato un modello di riferimento - attualmente applicato soltanto in un altro paese europeo, la Spagna, con un sistema analogo al nostro - con il fine di costituire, attraverso accordi di programma, i distretti industriali nei settori di alta tecnologia, con il coinvolgimento degli enti locali, delle fondazioni, delle università, delle imprese. L'iniziativa è stata avviata con la creazione di un primo distretto a Torino, nel settore wireless, che prevede il coinvolgimento del Ministero non solo nell'attività di ricerca, ma anche nella creazione di imprese innovative.
Voglio ricordare, in proposito, che il nostro paese, nella creazione, negli start up di imprese innovative, è molto arretrato rispetto agli altri in Europa. In Italia si creano circa duecento nuove imprese all'anno nel settore innovativo, mentre in Francia o in Germania ci si attesta intorno alle seicento per lo stesso periodo. La soglia del migliaio di unità è raggiunta, invece, in Inghilterra. Probabilmente il caso inglese è diverso, perché in tale area vi è un apporto di adventure capitalists di cui il nostro paese è privo. Questo spiega anche le differenze fra il caso inglese e quello degli altri paesi europei.
Ripeto, però, che il nuovo modello da noi studiato - ed è questo l'elemento caratterizzante - prevederà, una volta a regime, il coinvolgimento del Ministero proprio nella creazione degli start up, contribuendo a rivitalizzare significativamente il settore. È un piano che la Spagna ha già presentato a Bruxelles, che è stato esaminato favorevolmente, senza venire interpretato come un sostegno alle imprese. Pare dunque possibile attuarlo. Riteniamo che questo creerà sicuramente un grande sviluppo anche a livello territoriale. Sono numerosissime al momento le richieste da parte degli istituti universitari - cuore di questo nuovo approccio -, in tutta Italia (la richiesta è stata avanzata dalle università di Padova, Modena, della Sicilia, di Milano).
Da ultimo voglio solo citare alcuni investimenti importanti realizzati, in modo particolare nel Mezzogiorno, per la ricerca. In questo settore si prevedono interventi per un ammontare di 2.038,7 milioni di euro (1.195,5 per risorse comunitarie e 847,2 per risorse nazionali) focalizzati su quattro specifici settori tecnologici: agroindustria, ambiente, beni culturali e trasporti. Altro ruolo rilevante riveste la formazione per il Mezzogiorno, nel campo della ricerca. È operativo un PON, approvato nei primi giorni di agosto, che ha assegnato fondi per la realizzazione di attività di alta formazione: in particolare sono stati finanziati 176 master e 123 interventi, proposti specificatamente per le donne.
Complessivamente i progetti cofinanziati prevedono l'attribuzione di 5 mila borse di studio con un impegno finanziario complessivo per il nostro Ministero di duecentocinquanta milioni di euro. Abbiamo poi previsto e sono state assegnate risorse per il sostegno alla realizzazione di infrastrutture di ricerca per il sistema scientifico pubblico: si tratta di 74 progetti, per un importo di 84 milioni di euro, sempre per il Mezzogiorno.
Ho citato soltanto alcuni dei molti interventi promossi nel settore, cioè quelli rivolti ai territori del meridione, per sottolineare la volontà di dare una attenzione particolare ad un'area del paese che sicuramente lo merita: l'apporto di ricerca e formazione potranno allora costituire un volano per lo sviluppo complessivo dell'area stessa.


COMMISSIONE VII 
CULTURA, SCIENZA E ISTRUZIONE 
Resoconto stenografico

Seduta di martedì 15 ottobre 2002

Seguito dell'audizione del ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, Letizia Moratti, sugli orientamenti del Governo in materia di istruzione, università e ricerca

GIUSEPPE GAMBALE. Signor ministro, avremmo avuto bisogno di discutere immediatamente i temi posti dalla sua relazione, prima della presentazione del disegno di legge finanziaria; sono trascorsi 15 giorni dalla svolgimento della prima parte dell'audizione, è stato presentato il disegno di legge finanziaria e questa mattina sono state effettuate le votazioni sul testo. Verrebbe spontaneo affermare che abbiamo poco da dirci, poiché molte questioni sono già state sollevate durante la discussione del disegno di legge finanziaria, anche oggi in sede di Commissione. 
Più di un anno fa, in Commissione, il ministro annunciò molti progetti in cantiere, ma debbo constatare che poco si è realizzato, anche se, sicuramente, non per colpa del ministro stesso: la scorsa volta, scherzando con il presidente Adornato, dicevamo che sarebbe necessario tenere un'audizione del ministro Tremonti, poiché siete, e siamo, tutti sotto la sua scure; abbiamo tutti potuto constatare le modalità di definizione del disegno di legge finanziaria e conosciamo bene le pressioni che il Tesoro svolge durante la sua preparazione. 
Come dicevo, tra tanti annunci, pochi sono stati realizzati: la stessa sperimentazione mi pare ben poca cosa rispetto alla riforma annunciata. Signor ministro, vorrei chiederle di prendere veramente in mano il futuro della scuola. Nella seduta di questa mattina, l'onorevole Garagnani nel suo intervento ha detto, non so quanto volutamente, che ciò sarebbe servito a realizzare punte di eccellenza. Siamo d'accordo, ma ci preoccupa il resto, che non costituisce punta di eccellenza; la nostra sensazione è che sia in atto un processo di dequalificazione e si stia generalizzando un basso livello della scuola pubblica, magari in presenza di qualche punta di eccellenza. Siamo preoccupati della qualità complessiva della scuola pubblica, dall'edilizia scolastica al taglio delle cattedre. Ci auguriamo che in corso d'opera, durante la sessione di bilancio, si possano recuperare alcune problematiche: mi sembra difficile, considerato l'impianto generale e l'atteggiamento della maggioranza, ma siamo fiduciosi e continueremo a fare la nostra parte. 
La maggioranza ha smontato una riforma in corso approvata nella precedente legislatura, senza sostituirla con una riforma concreta e propositiva, ma promuovendo piccoli o grandi tagli, il cui risultato finale consiste in una dequalificazione totale della scuola pubblica. 
Utilizzando la cosiddetta legge Frattini, sono stati cambiati moltissimi dirigenti, al centro ed in periferia; credo che sia un diritto della maggioranza, consentito dalla legge, e personalmente sono favorevole allo spoils system, non lo considero una condanna della democrazia. Noto, però, una difficoltà rispetto al fatto che sono stati cambiati moltissimi dirigenti regionali, in seguito alla riforma del titolo V della Costituzione, senza concordarlo con i presidenti delle regioni (almeno, per quanto mi risulta, in alcune regioni governate dal centrosinistra). Vorrei ricordare che quando ci siamo trovati nella situazione di dover intervenire, a livello regionale, riguardo al dimensionamento scolastico nelle regioni meridionali che non avevano svolto i propri compiti, concordammo la nostra azione con tutti i presidenti di regione (anche con Fitto e Chiaravallotti), perché il ruolo dell'assessore regionale alla pubblica istruzione è fondamentale e non può essere assolutamente scavalcato da un direttore regionale imposto dal centro che non sia, in qualche maniera, collegato e funzionale al territorio. Non si tratta di applicare il regime bipolare anche a livello locale, ma è necessario concordare nomine senza imporle dall'alto. 
Questa mattina alcuni emendamenti presentati dall'onorevole Sasso hanno posto il tema - a cui il Governo, né il sottosegretario Caldoro né il viceministro Possa, non è stato in condizione di rispondere - sull'utilizzo dei finanziamenti per la scuola non statale, che si intendono trasferire dal centro alle direzioni scolastiche regionali. 
Secondo noi, quei fondi vanno invece dati alle regioni, perché in un regime di federalismo applicato, come quello che noi intendiamo seguire dopo la riforma del titolo V, alcune questioni vanno affidate agli assessori regionali e non ai direttori scolastici regionali, perché sarebbe una forma surrogata di nuovo centralismo: non è questo il federalismo che vogliamo e che abbiamo approvato riformando la nostra Costituzione. 
Affronto ora due questioni. Questa mattina - l'ho già detto al sottosegretario Caldoro in mattinata - sulla stampa napoletana sono apparsi alcuni articoli in cui i docenti e la dirigente scolastica della scuola di Sogliano, che sovrintende al carcere di Poggioreale, si sono rivolti al Presidente Ciampi per garantire che l'attività da ventun anni svolta nel carcere di Poggioreale possa continuare. Mi riferisco all'istruzione ai detenuti, perché con i tagli che ci sono stati non sono state autorizzate alcune classi in deroga nel carcere di Poggioreale (se lo desidera posso fornirle alcuni articoli di stampa al riguardo). Tutto ciò è accaduto grazie alla cosiddetta razionalizzazione, un termine che a me non è mai piaciuto molto, perché, se pure capisco che ci sono esigenze di bilancio, capisco anche che il bene istruzione, in quanto tale, non è sempre quantificabile con gli stessi parametri. 
Lo ripeto, per quanto riguarda i detenuti di Poggioreale, ci troviamo in una situazione nella quale non riusciamo neppure a garantire, a chi vuole studiare, la possibilità di conseguire il titolo di terza media. Ritengo che questo sia un fatto estremamente grave, così come ritengo che sia un fatto altrettanto grave - si tratta di una questione che ho già sottoposto all'attenzione del sottosegretario Aprea durante la discussione sulla finanziaria - ciò che state per fare con gli insegnati di sostegno. Non sì può affermare di voler mantenere la normativa vigente, mettendo un tetto alle deroghe: se una deroga è tale, non può avere un altro tetto! 
Dobbiamo allora magari ristabilire insieme i parametri con i quali si fanno le deroghe, ma per fare ciò dobbiamo stabilirlo insieme, con una legge, oppure dovete venire qui, in sessione di bilancio, e proporre dei parametri diversi. Di sicuro, però, non potete affermare di lasciare tutto così com'è, con la previsione che a fare deroghe non saranno più i dirigenti scolastici ma i dirigenti regionali, mantenendo poi ferma la riserva del Governo di impartire i criteri per stabilire un tetto a tali deroghe. Questo è un nuovo tetto, non è più il rapporto 1 a 138, è un'altra cosa! Sosteniamo da più di un anno, a livello governativo e a livello parlamentare, che il rapporto 1 a 138 va rivisto; sosteniamo che va rivisto il sistema delle certificazioni, insomma che questa materia, così com'è, non funziona, perché in alcune realtà quel rapporto è anche eccessivo, mentre in altre, come per esempio in Campania, in Sicilia, in Puglia, dove c'è una platea scolastica molto più numerosa, quel rapporto non tiene e per questo si ricorre al regime di deroga. 
Tuttavia, per affrontare questa materia secondo me c'è bisogno di un approfondimento più serio, al quale peraltro possiamo contribuire tutti, così come abbiamo già dimostrato di potere fare (il sottosegretario Aprea ricorderà che nell'ambito di questa Commissione abbiamo raggiunto l'unanimità su più di una questione e una di queste era proprio la vicenda del sostegno). Per questo motivo, ritengo che sul problema in esame non possiamo agire applicando il meccanismo della scure, per cui si lasciano ferme le cose e poi il Governo deciderà un sistema diverso per le deroghe. 
Ritengo che vi sia il tempo necessario per agire; ci siamo impegnati a fare una proposta di merito diversa in Commissione bilancio - non abbiamo fatto in tempo a prepararla per la seduta di oggi - e mi auguro che, almeno su questo punto (essendo tutti d'accordo che le certificazioni così come sono non funzionano e che il rapporto 1 a 138, in alcune realtà, non ha dato le risposte che desideravamo), si trovi una soluzione diversa. 
Creiamo insieme condizioni per le quali si possa garantire ai disabili di avere gli insegnanti di sostegno laddove sono veramente necessari, altrimenti rischiamo di trovarci in una situazione poco piacevole e di perdere terreno rispetto ad altri paesi. Questo è infatti uno dei pochi settori della scuola italiana in cui siamo veramente all'avanguardia rispetto al resto dell'Europa: sarebbe un peccato fare dei passi indietro in questo senso. 
Abbiamo anche presentato, anche qui in sessione di bilancio, degli emendamenti e ritengo che, una volta conclusa quest'ultima, dovremmo avere la possibilità di ritornare sulle grandi questioni relative alla riforma e cercare insieme di capire come affrontarle. Mi pare infatti che delle tante promesse fatte, non da lei ma dal Presidente del Consiglio, in campagna elettorale, sia rimasta ben poca cosa, perché per fare le riforme ci vogliono i soldi e questo è il problema, lo sappiamo! Al di là di questo dato - che conosciamo - rimane ben poca cosa delle promesse annunciate. 
Ritengo che, da questo punto di vista, il rischio di una dequalificazione concreta della scuola pubblica sia molto forte (noi come tale lo sentiamo). Per questo, su ciò cercheremo di fare fino in fondo, e anche con durezza quando necessario, la nostra parte. 

PIERA CAPITELLI. Ho ascoltato con molta attenzione ed interesse l'intervento del ministro - il secondo da quando si è insediata - e devo dire che ho notato accenti molto diversi da quelli della sua prima audizione. In un certo senso sono soddisfatta ma in un altro temo che, anche per quanto riguarda il ministro, si sia smorzato un po' l'entusiasmo iniziale nell'affrontare la riforma (perlomeno questa è l'impressione che ho avuto). 
Sarei contenta se si aprissero spazi per un maggiore dialogo rispetto a quanto avvenuto finora. Fare le riforme in Parlamento è una cosa molto complicata e dura, alle volte, ma ancor più difficile è riuscire a concretizzare poi queste ultime in tempi rapidi. 
Ho anche notato molto orgoglio per il lavoro svolto. Sicuramente, dal punto di vista del raggiungimento degli obiettivi che il ministro si era prefissato, tali obiettivi - dal suo punto di vista - sono stati raggiunti. Ritengo però che la situazione prodottasi con l'emanazione di provvedimenti come per esempio la legge n. 333 abbia cambiato tante cose, dando più responsabilità ai dirigenti scolastici, ma con scarse possibilità poi di gestire tali responsabilità. La stessa legge ha cambiato anche le regole per quanto riguarda l'accesso alle supplenze; insomma, credo che nel mondo della scuola vi sia un grande disagio proprio perché si sono cambiate alcune regole, di punto in bianco, strada facendo, in corso d'opera. 
Pertanto, la situazione che si è creata da un anno di governo ad oggi non è di grande entusiasmo - è un'opinione personale - perché si nota nel mondo della scuola un certo disagio dovuto all'incertezza: legge 30 sì, legge 30 no, la si ritira. Disegno di legge delega: si promette in tempi brevi, ma i tempi parlamentari sono quelli che sono e gli insegnanti e la gente di scuola, che non li conoscono bene, sono molto a disagio, sono disorientati, anche in considerazione delle riforme portate avanti con grande entusiasmo dal Governo precedente e rimaste a metà o in sospeso (mi riferisco soprattutto all'autonomia, ma poi tornerò su questo punto). 
Certo, il ministro può vantare di aver dato maggiore regolarità all'inizio dell'anno scolastico, ma la domanda che mi pongo è: a quale prezzo? Al prezzo di cambiare le regole! Pensiamo, per esempio, alla vicenda - non di quest'anno - del riconoscimento dello stesso punteggio a chi ha prestato servizio nelle scuole non statali (ricordo che con la legge n. 333 si è avuta l'equiparazione). Si tratta solo di un esempio ma è indicativo. 
Per quanto riguarda l'aspetto della regolarità, non vi sono state le immissioni in ruolo che avremmo dovuto avere. Ci sono stati 60 mila docenti immessi in ruolo, e sono stati motivo di vanto per questo Governo; ma si è trattato di un motivo di vanto che forse essi avrebbero dovuto riconoscere al precedente Governo, perché a quest'ultimo spetta la paternità dei decreti per l'immissione in ruolo! Peraltro, l'ultima tranche di queste immissioni la stiamo ancora attendendo ma, soprattutto, la attendono con ansia coloro che hanno sostenuto i concorsi e si aspettano quindi delle risposte. 
Abbiamo delle domande e delle risposte in sospeso. Il ministro ha detto bene, si bandirà un concorso per presidi incaricati. Certo, però i posti vacanti sono molti di più di quelli che dovranno essere coperti dai presidi incaricati; dunque, a quando gli altri concorsi e con quali regole? Il ministro ha promesso 21 mila docenti in ruolo: speriamo. Ma dovrebbero essere molti di più; personalmente, al fine di evitare di fare ogni anno un decreto per l'immissione in ruolo, credo dovremmo apprestare un meccanismo tale che siano coperti automaticamente i posti vacanti, con una percentuale che si aggiri almeno tra il 50 ed il 70 per cento. Ribadisco che non possono costituire motivo di soddisfazione 90 mila supplenze (cito il dato fornito dal ministro). Abbiamo bisogno di una scuola che dia senso di sicurezza e stabilità; vogliamo, infatti, potenziare la scuola statale e anche non statale. Vogliamo che, affinché il sistema continui a funzionare nel migliore dei modi, si ricerchino meccanismi di efficienza; al riguardo, il non avere personale stabile sicuramente non garantisce l'efficienza. 
Vorrei, però, fare un passo indietro, chiarendo la mia convinzione circa la politica di questo Governo: è una convinzione corrispondente all'impressione che noi ne abbiamo riportato, anche se spero di essere smentita dal percorso parlamentare che avrà il disegno di legge delega. Ebbene, la politica del Governo si è dispiegata nella massima chiarezza in due occasioni, la prima costituita dalla legge finanziaria dello scorso anno. Questa, purtroppo, si è caratterizzata, drammaticamente, per i grandi tagli nonché per le premesse strutturali affinché quest'anno si potesse continuare ad operare tagli, soprattutto sul personale, ma incidendo anche su argomenti come l'organico funzionale; ricordiamoci che quest'anno non ne abbiamo discusso perché l'argomento è stato affrontato lo scorso anno. L'organico funzionale, di fatto, lo scorso anno è stato annullato da un decreto del 1998 sugli organici. 
L'altra occasione per il dispiegamento della politica del Governo è stata sicuramente offerta dalla presentazione agli stati generali della famosa relazione Bertagna. Al riguardo, chiederei al ministro, con molto interesse... 

FABIO GARAGNANI. Ma il progetto Bertagna non è più di moda. 

PIERA CAPITELLI. Lo so. Però, ad oggi, non ho ancora avuto il piacere di leggere un altro documento ufficiale tale che riassuma la strategia complessiva, pedagogica ed educativa, del Governo; è per tale motivo che continuiamo a ragionare intorno a quel progetto. Subito dopo, infatti, è stato presentato il disegno di legge delega, provvedimento che non voglio definire, con una frase fatta, «una scatola vuota». Al contrario, esso ha dei contenuti, sicuramente, però non sufficienti per un confronto serio su come vogliamo la scuola del futuro. Ha detto bene il ministro quando ha sottolineato che il disegno di legge contiene una strategia per una scuola che vogliamo più europea, più moderna, più adatta, più rispondente al principio costituzionale giusta il quale dovrebbe essere meno di Stato e più della Repubblica. Ma nel disegno di legge delega non si contiene una strategia di carattere educativo o, quanto meno, noi non riusciamo ad individuarla; riusciamo soltanto ad individuare l'ossatura del sistema. Un'ossatura dalla quale, però, non ricaviamo le sufficienti garanzie per avere le possibilità in questa sede (quella naturale) di confrontarci sui temi di contenuto. Il percorso della legge quadro - ben altra cosa, infatti, era la legge n. 30 del 2000 - è stato completamente diverso. Un percorso che ha avuto in questa sede grandissime possibilità; se fosse stata attuata, inoltre, ne avrebbe avute successivamente, poiché prevedeva momenti di verifica. 
La situazione, a mio parere, è tanto più preoccupante poiché il complesso progetto Bertagna - lo chiamo così perché non ho altri termini per definirlo - vedeva una scuola che progressivamente veniva un po' spogliata di alcuni momenti a mio avviso fondamentali per l'arricchimento. Per esempio, veniva diminuita, «smagrita» anche nel numero di ore e nella possibilità di fare delle esperienze complessive ed organiche nella scuola. Dal progetto Bertagna deducevo, e deduco tuttora, che il modello scuola a tempo pieno diventa residuale anziché fondamentale. Personalmente, credo invece che esso dovrebbe essere assunto sia per la scuola dell'infanzia - già in parte attuata, peraltro - sia per la scuola elementare. A mio parere non si devono aggiungere ore ai curricula, ma neanche si debbono diminuire; razionalizzarle sì, sicuramente. 
Il problema, se mai, è un altro; si deve riprendere la provocazione - perché fu tale, allora - portata avanti dal ministro Berlinguer con la commissione dei 44 saggi. Si volevano davvero enucleare i saperi fondamentali, le discipline e gli assi culturali sui quali costruire nuovi curricula. Credo che tale operazione manchi ancora; lo dico con tanta apprensione, aspettandomi anche delle risposte. Quando cominceremo a parlare di contenuti veri? La scuola ne ha bisogno; sta languendo, da tale punto di vista. Vi è una grande preoccupazione, nella scuola e nelle persone di scuola che credono in essa come mezzo anche di promozione sociale. Gli insegnanti, purtroppo - e i genitori già da tempo -, si stanno ponendo delle domande di senso. Quanto valore si sta dando alla scuola come strumento non solo per formare ma anche per il continuo arricchimento delle conoscenze, vale a dire per dare una strumentalità affinché le conoscenze si arricchiscano sempre di più? In questa società della conoscenza, quale posto ha la scuola? Ha il primo o ha un posto marginale? È una domanda di senso che incomincia a porsi in modo abbastanza radicale, anche se, in qualche situazione, in modo fin troppo sommesso. Credo che abbiamo il dovere di precisare questi temi. Mi riferisco sì agli intellettuali di questo paese, ma anche a noi che facciamo questo lavoro un po' collateralmente, insieme ovviamente al ministro ed a tutto il Governo. Si ha l'impressione che si vogliano privilegiare altre fonti della conoscenza rispetto alla scuola che, a nostro avviso, ha il dovere di dare sistematicità ed organicità al sapere. È una questione della quale è bene che prima o poi si cominci a parlare. 
Della finanziaria non parlo quasi più. Spero che siamo ad un punto «di ritorno», visto che la finanziaria è in corso di esame. Però per modificarla e per fare in modo che la scuola non sia soltanto oggetto di risparmi e razionalizzazioni - soprattutto di risparmi - bisognerebbe agire con un'azione emendativa incentrata sulla finanziaria di quest'anno. Manovra che, a sua volta, si innesta sulla finanziaria dello scorso anno e che magari, lo dico con un po' di autocritica, presenta qualche problema che affonda anche nelle finanziarie dei Governi precedenti. 
Noi presenteremo alcuni emendamenti fra i quali ve ne è uno finalizzato a ripristinare l'organico funzionale che di fatto, grazie alla finanziaria dello scorso anno e a quella di quest'anno non abbiamo. Sull'organico funzionale si regge l'autonomia. L'autonomia ha bisogno dell'organico funzionale, senza il quale manca quella flessibilità nell'utilizzo dei docenti che è la condizione primaria per poter fare della sperimentazione e dell'innovazione didattica. Quando l'autonomia non esisteva, queste cose si facevano lo stesso ma rischiando. I dirigenti scolastici - allora erano direttori didattici o presidi - utilizzavano il personale a loro rischio e pericolo. Da questo sono però nate pagine di esperienza e di innovazione che anche all'estero guardano, se non con invidia, direi con un certo rispetto. 
Non ritorno su alcuni temi, già affrontati dal collega Gambale, quali l'handicap. Però francamente farei un passo indietro, il rapporto 1 a 138 non è funzionale. Credo che insieme all'osservatorio (sarebbe bene che cominciasse a funzionare) abbiamo il dovere di individuare delle strade nuove. E non credo che una strada nuova sia quella di togliere alla periferia la potestà di stabilire le deroghe per darla al centro. Forse va superato anche il sistema delle deroghe. Certo, non ho una ricetta, non ho mai avuto la ricetta facile, ma credo che questo debba rappresentare uno dei nostri momenti principali di confronto: nelle scuole non si sta bene. 
È vero comunque che in Italia abbiamo grosse difficoltà ad utilizzare razionalmente le risorse per diverse cause, per tante ragioni, compresa quella geografica. 
Mi auguro che si possa migliorare l'utilizzo dei docenti. I problemi sono certo molti: l'Italia è fatta un po' a macchia di leopardo, con una dorsale appenninica molto grande, con le Alpi, e per le difficoltà di comunicazione la montagna e l'alta collina si stanno spopolando. Dico ciò in modo accorato perché vengo da una zona che presenta proprio questi problemi. Ma ve ne sono tanti altri. Colleghi, quando si vuole cercare di rendere migliore la rete scolastica ci si scontra poi con i problemi della distanza e con la necessità di mantenere le scuole come punto di riferimento e di identificazione delle istituzioni. 
Credo di aver di fronte persone che conoscono questi temi. Vorrei avere davanti a me il ministro Tremonti così come in passato reclamavo la presenza di altri ministri: i ministri del tesoro non hanno mai capito fino in fondo queste questioni. Quando si taglia, quando si razionalizza, almeno si dovrebbe farlo bene. Credo che nella finanziaria di quest'anno vi siano alcune finzioni. Non si può pensare di avere delle economie di bilancio razionalizzando il ruolo e le posizioni del personale ritenuto inidoneo. Vi sono alcuni commi nell'articolo che ci interessa (i commi 1, 4 e 6) che dovrebbero garantire i recuperi previsti già per il 2002, attraverso i risparmi, le economie derivanti dai posti di sostegno e dagli inidonei. Ma se gli idonei hanno tempo cinque anni per transitare ad altra amministrazione, come si fa allora calcolare le economie per il 2003? 
Per il sostegno potrebbe configurarsi una situazione per la quale il ministro non avrebbe cuore - lo dico in modo un po' deamicisiano - a tagliare. Infatti potrebbe esservi anche un aumento dei posti in deroga e anche un aumento dei casi gravi. 
È vero che vi sono ricerche statistiche di carattere epidemiologico che non affermano che c'è una situazione di handicap più gravi, però sono cambiate le condizioni delle famiglie nelle quali vivono gli alunni, è cambiato il contesto sociale, per cui spesso la scuola diventa l'unica occasione di socializzazione; questo non è l'unico obiettivo ma per l'integrazione è comunque un obiettivo importante. 
Credo che sia difficile lavorare su questo argomento. Ribadisco l'appello: riparliamone con grande serietà e non all'interno della finanziaria ma in un altro contesto. Ho evidenziato che presenteremo degli emendamenti alla finanziaria sull'organico funzionale, sul sostegno, sulla legge n.440 del 1997. Ebbene, la legge sull'arricchimento per l'offerta formativa è stata utilizzata quasi come una palla di gomma: è stata tirata da una parte e dall'altra anche per far fronte al finanziamento delle sperimentazioni. Credo che si debba ritornare a dare un senso alla legge n.440 per il significato che effettivamente possiede: finanziare le esperienze di autonomia scolastica e null'altro. 
L'altra questione che affronteremo con i nostri emendamenti sarà la valorizzazione dei docenti. Vi è troppo poco in questa finanziaria al riguardo. I soldi per il contratto non coprono nemmeno l'inflazione. Forse mi sbaglio e spero di essere smentita, ma credo che sul tema degli stipendi degli insegnanti sia necessaria una valorizzazione; non parlo della valorizzazione della professionalità, che pure dovrebbe essere fatta, e riconosco al ministro di essersi espressa in tal senso, e cioè che si dovrebbe valorizzare la professionalità docente non soltanto dal punto di vista del maggior carico di lavoro ma anche dal punto di vista della qualità del lavoro stesso. Credo, però, che davvero siamo di fronte alla necessità di una valorizzazione di tutto il personale e di tutti gli stipendi. 
Edilizia scolastica, edilizia universitaria, fondi per il diritto allo studio e per l'università sono tutte questioni che ci vedono in prima linea su questa finanziaria. Così non si può andare avanti. Anche la ricerca è stata in qualche modo penalizzata, penalizzando i «gioielli di famiglia», che credo di potere individuare anche nel CNR. Vedo ogni tanto lo sguardo severo del presidente ma avrei ancora tante altre cose da dire. 

PRESIDENTE. Prosegua pure, onorevole Capitelli. 

PIERA CAPITELLI. Vorrei ritornare sul disegno di legge delega, che attendo con molta ansia perché, come il ministro ha ribadito, esso indica una strategia complessiva: una scuola europea, più moderna, più adatta alle esigenze dei giovani di oggi, più rispondente al principio costituzionale di una scuola meno di Stato e più della Repubblica. Non ho ravvisato elementi di tale natura nel disegno di legge delega e chiedo spiegazioni in questo senso; se ho ragione, vorrei sapere se è in preparazione qualche altro provvedimento. Non c'è niente di male se la scuola sarà davvero più della Repubblica: credo però che la tradizione di un sistema fortemente incentrato sulle regole basate sui principi costituzionali debba essere assolutamente tutelata e salvaguardata. 
Mi sta cuore la scuola, ma non sono d'accordo con il sistema della sperimentazione, finalizzata soprattutto ad anticipare i contenuti della riforma: credo che questa legislatura abbia di fronte a se ancora tanto tempo e che il Governo disponga di una solida maggioranza e del tempo necessario ad impostare un vero e proprio assetto di riforme. Non c'era bisogno di mettere insieme due o tre sperimentazioni semplicemente per vincere la sfida del tempo, ad esempio quella sul maestro prevalente (peraltro mai annunciata) e soprattutto quella che anticipa l'ingresso all'asilo dei bambini a due anni e mezzo. Semmai, era necessario varare una legge di regolamentazione degli asili nido, che finalmente trasformasse una situazione a carattere assistenziale in una a carattere educativo (per ragioni finanziarie, alla fine della scorsa legislatura, non abbiamo potuto vararla). Era necessario, inoltre, finanziare gli asili nido, così come si finanziano le scuole dell'infanzia, e generalizzare la scuola materna. 
Mi rendo conto di sollevare tante questioni, ma non ho avuto nessuna risposta dal Governo: mi domando quale sia la ragione da cui nasce la sperimentazione, considerato che l'ingresso a due anni e mezzo non ha nessun presupposto di carattere pedagogico, tanto che si è fatto una grande fatica a trovare l'adesione delle scuole. Nella mia regione, nessuna adesione è stata avanzata in intere province. La sperimentazione, che nella mia regione prevederebbe l'interazione tra scuola e formazione professionale (finalizzata ad anticipare uno dei contenuti del disegno di legge delega) non mi convince, perché si ha l'impressione che la scuola appalti gli studenti ai centri di formazione professionale, nel momento in cui le risorse, e soprattutto i curricula, sono gestiti interamente dai centri di formazione. Si vuole arrivare al doppio canale, ma continua ad essere vigente la legge n. 9 del 1999, che si basa sul modello dell'obbligo scolastico fino a 15 anni, con l'integrazione e non la separazione del canale della formazione professionale. Spero che potremo discutere approfonditamente riguardo a tale argomento quando il disegno di legge delega verrà sottoposto alla nostra attenzione. 
Vorrei aggiungere molto altro riguardo alla riforma degli organi collegiali e sul disegno di legge concernente gli insegnanti di religione: quest'ultimo ha generato una situazione di sconforto, che nasce non tanto dall'assegnazione dello status giuridico agli insegnanti di religione - che ritengo corretto - ma dalla possibilità di transitare ad altre situazioni di insegnamento in caso di revoca. Questa situazione mette in grande imbarazzo quei precari che da anni aspettano immissione in ruolo e che sospettano che per alcuni esistano delle scorciatoie. Ripeto, non si tratta di una scelta sbagliata, ma andrebbe riconsiderata con il contributo delle opposizioni. 
Mi auguro, riguardo agli organi collegiali, che si vogliano davvero attuare e spero che si riapra, trascorso un po' di tempo, una discussione in Commissione: non potevamo essere d'accordo sul testo finale. 

PRESIDENTE. In questa sede non sarà possibile, perché il provvedimento è già all'esame dell'Assemblea. 

PIERA CAPITELLI. Mi scuso con il ministro per alcuni accenti un po' duri, ma ritengo di aver dato prova della disponibilità del mio gruppo ad un confronto effettivo e, finalmente, sui contenuti di merito che riguardano il mondo della scuola. 

PRESIDENTE. Ringrazio l'onorevole Capitelli, se non le appare un complimento inutile, in particolare per il tipo di contributo fornito alla Commissione; non tanto per i contenuti (se non dovessi presiedere obbietterei su alcuni punti), ma per il modulo costruttivo utilizzato, che ritengo ideale in un rapporto corretto tra il Governo e opposizione. 

ANDREA MARTELLA. Desidero ringraziare il ministro Moratti per aver dato seguito all'audizione in tempi relativamente brevi e di ciò vorrei dare atto anche al presidente Adornato. 
Devo però dire, e vorrei che non sembrasse un atto di scortesia, che ritengo l'incontro con la nostra Commissione ed il pieno coinvolgimento del Parlamento un atto dovuto, necessario e purtroppo un po' tardivo, poiché avviene dopo la presentazione del disegno di legge finanziaria; mi auguro, comunque, che la nostra discussione possa essere utile. Si tratta di un atto tardivo, che mi auguro possa essere utile perché, come ha detto l'onorevole Capitelli, nel paese, tra le famiglie, tra gli studenti, tra gli operatori del settore vi è una grande preoccupazione sullo stato della scuola, dell'università e della ricerca: essa riguarda il futuro di questi comparti, strategici per la vita del nostro paese, e nasce dalle scelte che il Governo ha messo in campo e da quelle che non ha messo in campo, in particolare riferimento al Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca. 
Vorrei soffermarmi sulle problematiche relative all'università, dove lo stato di sofferenza e di disagio è dovuto, a mio parere, principalmente a due questioni. La prima è connessa all'incertezza dovuta a voci e notizie riguardanti provvedimenti di revisione della riforma didattica. 
Lei, signor ministro, ha in parte chiarito questo aspetto ma non ci ha detto, nella sua relazione, che cosa succederà poi. Non abbiamo ancora un documento, né abbiamo preso visione di alcun provvedimento e da molti mesi il sottosegretario Caldoro, che partecipa più frequentemente alle sedute della Commissione, ci annuncia un provvedimento del Governo di revisione della riforma. Vi è un'incertezza dovuta alle politiche di riordino della ricerca, alle scelte che si possono mettere in campo per quanto riguarda il reclutamento e lo stato giuridico dei docenti universitari. 
La seconda questione che genera disagio, allarme e preoccupazione è connessa invece alla situazione finanziaria in cui versa il mondo dell'università. In quest'ambito, purtroppo, le preoccupazioni sono aumentate dopo aver preso visione del disegno di legge finanziaria per il 2003 e, purtroppo, i dubbi non sono stati dissipati dalla sua relazione, nel corso del nostro precedente incontro. 
La legge finanziaria, lo abbiamo ripetuto discutendone in questa Commissione e anche presentando degli emendamenti, presenta, per le università, scelte molto negative che confermano di fatto quella riduzione, contrazione di risorse di finanziamenti, già operata con la legge finanziaria dello scorso anno. 
Abbiamo presentato degli emendamenti, gran parte ovviamente non sono stati approvati, alcuni lo sono stati dopo che la maggioranza ne ha presentato di simili, ma comunque si tratta di emendamenti che non rispondono adeguatamente alle politiche di cui il settore avrebbe bisogno. Il bilancio, insomma, signor ministro, è molto diverso, purtroppo, da quello che lei ha tracciato, ad un anno dal suo insediamento, nella sua relazione: è ben diverso, ce lo dicono i fatti, i quali, purtroppo, sono inequivocabili. 
Lo stato di attuazione della riforma non è stato adeguatamente finanziato. Sono diminuiti i fondi per il diritto allo studio, interrompendo un trend di crescita degli ultimi anni (e ciò nonostante sia aumentata la platea degli aventi diritto). Il fondo di finanziamento per le università risulta assolutamente inadeguato (poi dirò il perché). Sono state ridotte le risorse per l'edilizia universitaria, per l'innovazione didattica degli atenei, per l'incentivazione della ricerca universitaria, della ricerca di base. Si continua con una politica di blocco delle assunzioni, quando invece bisognerebbe sviluppare una politica per rinnovare il corpo docente dell'università che, come lei sa probabilmente meglio di noi, avrebbe invece bisogno di un turn over, di un rinnovamento, avendo un'età media piuttosto alta. 
Purtroppo, anche questa mattina abbiamo tentato di presentare un emendamento all'articolo 21, il quale prevedeva di dare una corsia preferenziale alla deroga per l'università e per gli enti di ricerca per quanto riguarda le assunzioni, prevedendo, nel fondo che voi avete previsto, un fondo specifico. Ho visto il viceministro e il sottosegretario non completamente in disaccordo ma l'esito del nostro emendamento è stato negativo. 
Tutto ciò è reso ancora più grave dal fatto che nelle sue dichiarazioni programmatiche, lei, un anno fa - devo dire che l'ho ascoltata allora con grande attenzione e con l'attesa di risultati ed esiti più positivi - aveva preso impegni precisi, come quello di far crescere il fondo di finanziamento ordinario delle università e come quello, ancora più importante, di far crescere il rapporto tra investimenti per la ricerca e prodotto interno lordo, che nel nostro paese è meno della metà rispetto a quello degli altri paesi europei (per non parlare del Giappone e degli Stati Uniti), nei quali il volume di risorse che la comunità destina per ogni studente universitario è certamente più elevato che da noi. 
La realtà che ci siamo trovati di fronte è invece ben diversa e per questo diciamo che il nostro bilancio è, purtroppo, negativo ed è reso ancor più negativo dalle attese che le sue dichiarazioni programmatiche avevano in noi acceso. Per questo, la domanda di fondo che adesso le rivolgerò consiste nel chiederle se per il Governo il settore dell'università, rimane, è, continua ad essere, sarà un comparto strategico per il futuro del nostro paese, per la sua competitività, per il suo sviluppo, per la sua innovazione o se invece continuerà ad essere - come sembra - un'occasione di contenimento della spesa, che riduce la qualità dell'offerta; se non diverrà, insomma, un settore assolutamente marginale rispetto ad altri, per così dire, da «gestire», rischiando continuamente di poter essere liquidato. 
Desidero ora rivolgerle alcune domande specifiche, innanzitutto a proposito della riforma universitaria. La riforma degli studi universitari, sicuramente complessa ed impegnativa, radicale rispetto alla nostra tradizione accademica, anche se non è stata ufficialmente osteggiata dal Governo, non è stata in alcun modo sostenuta nella sua attuazione, né da un punto di vista di indirizzo politico amministrativo, né, tantomeno, sul piano finanziario (lei stessa, signor ministro, ha affermato presso questa Commissione che la riforma era avviata e che non poteva essere bloccata e ricordo il suo paragone con una macchina partita che non si può fermare). 
Tuttavia, tale riforma non è stata sostenuta, anzi i tagli al finanziamento statale delle università, operati con la legge finanziaria del 2002, hanno costretto queste ultime a destinare alla gestione ordinaria le risorse aggiuntive che erano state assegnate dai precedenti Governi per l'attuazione della riforma. 
I ritardi nell'approvazione dei corsi di laurea specialistica e, soprattutto, i reiterati, ondivaghi messaggi ministeriali sulla cosiddetta «riforma della riforma», hanno privato della necessaria certezza i nuovi percorsi degli studi, disorientando ed allarmando le famiglie e gli studenti, che pure hanno dimostrato di credere nella riforma, vedendovi la possibilità di poter conseguire, finalmente, un titolo di studi universitari in tempi non biblici (ne è una prova l'inversione di tendenza rispetto alle immatricolazioni universitarie, con l'incremento registrato l'anno precedente e che, dai primi dati, sembra sussistere anche per l'anno 2002-2003).
Tali ritardi e annunci hanno scoraggiato il corpo docente, che in larghissima maggioranza si è impegnato fortemente non nell'implementazione della riforma, ma anzi nell'alimentare il disimpegno di chi sostiene che tanto cambierà tutto di nuovo. 
Voglio stare alle cose che lei ha affermato sulla riforma nella sua relazione. Non c'è dubbio che nella sua prima applicazione ci sono state, soprattutto in alcune aree disciplinari, delle smagliature e che in futuro possano rendersi necessari opportuni ritocchi della riforma stessa, tuttavia ritengo che ciò debba avvenire sulla base di precise condizioni, sulle quali le chiedo di poter chiarire responsabilmente e pubblicamente la sua posizione. 
La prima questione riguarda la legge n.127 del 1997, la quale ha delegificato l'intera materia degli ordinamenti didattici universitari, rendendo possibile l'autonomia degli atenei e il tempestivo adeguamento, nel tempo, dei corsi di studi in relazione al mutare della situazione e delle esigenze formative. Andrebbe quindi escluso ogni intervento legislativo in materia che ci riportasse alle rigidità paralizzanti del passato. 
In secondo luogo, va lasciato un tempo congruo per la sperimentazione di nuovi ordinamenti e per l'assestamento del sistema. Il regolamento n. 509 del 1999 prevede che non si introducano variazioni almeno per un triennio. Mi sembra quindi un po' irresponsabile parlare di modifiche - come dalle notizie lette sui giornali - nelle intenzioni della commissione ministeriale De Maio, della quale anche lei ci ha parlato, ad appena un anno dall'avvio della riforma, e quando non sono neppure scaduti i termini per l'attuazione e l'applicazione della stessa, visto tra l'altro che il Governo ha elevato a 30 mesi il tempo per tale attuazione (con un decreto legge che abbiamo approvato tempo fa).
In terzo luogo, eventuali modifiche non possono essere il frutto della pressione di interessati opinionisti, di pagine a pagamento sui giornali o l'opera di un'esigua minoranza, ma dovrebbero essere il risultato di un rigoroso e documentato monitoraggio sulle reali difficoltà o sulle incongruenze della riforma stessa. Chiediamo che tale monitoraggio sia ufficialmente affidato dal ministro all'unico organismo istituzionalmente competente, cioè il comitato per la valutazione del sistema universitario istituito con la legge n. 370 del 1999. 
In quarto luogo, vanno comunque salvaguardati l'impianto e i principi fondativi della riforma che, come anche lei ha affermato, corrispondono pienamente ai criteri, agli obiettivi e agli impegni internazionalmente sottoscritti dall'Italia insieme ad altri 31 Governi europei con la dichiarazione di Bologna, del giugno del 1999, in vista della creazione, entro il primo decennio del 2000, di uno spazio comune europeo dell'istruzione superiore. 
Inoltre, eventuali modifiche dovranno vedere, prima del loro varo, il coinvolgimento dell'intera comunità accademica, degli studenti, delle parti sociali e delle Commissioni parlamentari, in conformità della procedura prevista dalla legge n. 127 del 1997 e seguita per l'approvazione della riforma. 
In ultimo, è ben chiaro che, senza risorse finanziarie aggiuntive e dedicate, la riforma, qualsiasi riforma, non è praticabile e la sua sperimentazione risulterebbe comunque non credibile. 
Un'altra questione cui voglio accennare brevemente, è il diritto allo studio universitario; ebbene, anche a tale proposito, la legge finanziaria per il 2002 ha bloccato 200 miliardi di vecchie lire - e la legge finanziaria per il 2003 si muove nella stessa direzione - contro i 250 previsti per lo stesso anno dalla legge finanziaria per il 2001. Ha bloccato lo stanziamento del fondo integrativo per il diritto allo studio da ripartire tra le regioni; ciò, per di più, a fronte dell'estensione del diritto allo studio universitario ai segmenti post laurea e agli studenti delle accademie e dei conservatori. Il risultato è che, mentre prima si era portati a raggiungere, sostanzialmente, l'obiettivo storico di dare la borsa di studio a tutti coloro che ne avevano diritto, oggi si è tornati alla situazione di decine di migliaia di idonei che non possono usufruire di essa. Il disagio è gravissimo, in attesa di interventi che ripristino il previsto flusso di finanziamenti statali, incentivando così anche un maggiore impegno finanziario delle regioni. Anche a tale riguardo, vorrei chiederle come si intenda affrontare la questione, invero fondamentale. Inoltre, vorrei dire che salutiamo favorevolmente l'accettazione, da parte delle università non statali, della normativa relativa al diritto allo studio universitario. Lo dico perché, al riguardo, era stato presentato un disegno di legge, poi trasformato in un decreto che credo sia pendente davanti al Senato e di cui avremo modo di discutere. Ma non possiamo acconsentire all'assegnazione di risorse ad esse riservate. Invero, si tratta di un principio che riteniamo utile in quanto, di fatto, garantisce la platea degli aventi diritto anche tra quanti frequentano le università non statali; non possiamo, però, ritenere che ciò possa avvenire senza un incremento dei finanziamenti per la totalità del sistema. 
L'altra questione della quale voglio parlare riguarda il finanziamento delle università; ne abbiamo discusso in Commissione ma lei saprà meglio di me - e credo si sia già attivata - del recentissimo documento, approvato all'unanimità dalla CRUI, che, addirittura, minaccia dimissioni contestuali da parte dei rettori, cosa mai avvenuta e abbastanza grave rispetto all'intero sistema. La situazione economica degli atenei è drammatica; la finanziaria ha previsto per il 2003 un taglio del fondo di finanziamento ordinario ma abbiamo approvato emendamenti che ne aumentano la dotazione. Non so se tali emendamenti verranno poi approvati dalla Commissione bilancio e mi auguro, a tale proposito, che il presidente Adornato svolga un lavoro efficace ed incisivo. Tuttavia, si tratta di finanziamenti non adeguati alle reali esigenze delle università, le quali chiedevano finanziamenti, per il periodo 2003-2005, di almeno 597 milioni di euro all'anno, per far fronte all'avvenuto rinnovo del contratto nazionale per il personale tecnico-amministrativo, all'onere aggiuntivo all'aumento stipendiale (automatico, del 4,31) dei docenti, un onere aggiuntivo di oltre 145 milioni di euro. Tutti aspetti che non dipendono direttamente dalle università; mi auguro che il disegno di legge finanziaria dia qualche segnale positivo però vorrei chiedere al ministro come pensi di rimediare a tale situazione, che va affrontata, certo, con la legge finanziaria ma anche, probabilmente, con altri interventi, anche strutturali. Infatti, se non si fa fronte alla situazione gravissima in cui versano le università, sarà impossibile parlare di riforma, sarà impossibile parlare di innovazione e di ricerca. 
Un'altra questione riguarda l'esclusione dei nuovi laureati dalle scuole di specializzazione per gli insegnanti della scuola superiore; a tale riguardo, l'avvenuta esclusione, prima con una circolare e poi con decreto ministeriale, forse un po' frettoloso, dei titolari delle nuove lauree dalle prove di ammissione alle scuole di specializzazione per gli insegnanti delle scuole secondarie è un fatto di particolare gravità. Ritengo sia illegittima; la legge n. 341 del 1990 prevedeva come titolo di ammissione la laurea (allora quadriennale) e in base alla legge del 1997 ed al successivo decreto ministeriale vi è oggi, nel nostro ordinamento, una sola laurea (che si consegue al termine del triennio). Non si vede, quindi, come il titolare della nuova laurea, che, di fatto, quindi, ha sostituito la precedente, possa essere escluso dalle SIS. Ciò, aprendo sicuramente un nuovo contenzioso e determinando lo svilimento del valore dei titoli di studio, non costituisce un fatto positivo verso l'opinione pubblica, verso gli studenti e verso le famiglie, proprio nel momento dell'avvio della riforma stessa. 
Vengo ora ad un'altra questione circa la quale vorrei rivolgerle alcune domande, senza alcuno spirito polemico ma perché mi sembra opportuno conoscere la sua opinione. Vorrei domandarle cosa pensa dell'iniziativa del ministro Tremonti di istituire, con una sua decisione, il LXXVIII ateneo italiano, una sorta di ateneo personale che, come lei sa, è stato già ribattezzato, nel mondo accademico, come ateneo Tremonti. È bastato un semplice decreto ministeriale per trasformare in università la Scuola superiore dell'economia e delle finanze e per metterla alle dirette dipendenze del ministro Tremonti, creando un impensabile anomalo canale di reclutamento governativo dei professori universitari. Con il rischio che ciò non garantisca il governo unitario del sistema; governo unitario che dovrebbe essere garantito e che dovrebbe poggiare soprattutto sulle competenze del Ministero dell'istruzione e dell'università. A nulla è valso il promemoria della CRUI, a nulla è valsa la vibrata denuncia del CUN. A noi, ciò è parso un fatto assolutamente grave e che grave dovrebbe ritenere anche il ministro dell'università. Quindi, vorrei chiederle, avendo l'occasione di farlo, quale sia, al riguardo, la sua opinione e come pensa si possa gestire in futuro tale situazione. 
A proposito del CUN, vorrei anche domandarle, circa la sua prossima scadenza e circa il riordino del CUN stesso, se corrisponda al vero quanto ho letto sulla sua intenzione di prevedere una composizione del CUN in parte elettiva e in parte di nomina governativa. Le chiedo, in primo luogo, se ciò corrisponda al vero e, se corrisponde al vero, mi limito ad osservare che il CUN dovrebbe essere l'organo di consulenza, l'organo di governo della comunità scientifica e che nomine governative, centralistiche da parte del Governo, di qualsiasi Governo, rischierebbero di ledere il principio di autonomia nello svolgimento delle proprie funzioni. 
Infine, è stato sancito dall'articolo 28 della finanziaria 2002 - ed è stato anche pubblicamente annunciato da un suo articolo, insieme al ministro Tremonti - il progetto di trasformare le università statali e gli enti pubblici di ricerca in possibili fondazioni di diritto privato. Credo che ciò possa costituire un grave rischio per gli studi superiori e soprattutto per la libertà e l'autonomia della scienza. Ben diverso, invece, è il discorso relativo alle fondazioni strumentali, di servizio per gli atenei, previsti dalla legge finanziaria per il 2001. Su tale versante, anzi, credo si debba ancora intervenire; al riguardo, le chiedo a che punto siamo e come pensa di poter operare. 
Infine - e ho davvero concluso, presidente - vi sono alcune questione che riguardano ancora più da vicino gli studenti. Siccome lei ha detto giustamente, in più di una occasione, che al centro debbono stare i ragazzi, gli studenti e i giovani del nostro paese, ritengo sia opportuno venga monitorato tutto il sistema di tassazione per l'accesso alle università, dal momento che è inaccettabile esistano modelli di tassazione non basati sul principio della progressività. Credo che sia opportuno che tutte le tasse di iscrizione alle lauree specialistiche non si discostino dalle quote definite per le lauree triennali: non si può determinare un sistema nel quale il proseguimento negli studi sia subordinato alla condizione sociale. 
Chiedo inoltre al ministro, per quanto è di sua competenza, che siano monitorati gli effetti dell'introduzione dell'ISE e che sia verificato il rispetto del DPCM e degli obiettivi prefissati relativamente alle tasse e alle borse di studio. Sarebbe anche opportuno (sempre per quanto di competenza del ministro) prevedere che tutti gli studenti che abbiano la stessa condizione reddituale ISE (fino alla soglia dei 16 mila euro) siano esentati dal pagamento della tassa di iscrizione e dai contributi all'università, ciò ai fini di ammortizzare l'uscita dalle idoneità alla borsa di studio e stabilire quindi un minimo principio unificante sul pagamento da tasse. 
Ho cercato di porre una serie di questioni partendo da un bilancio un po' diverso da quello da lei tracciato; l'ho fatto però con uno spirito sicuramente critico, forse un po' aspro, ma mi auguro sufficientemente costruttivo. Siamo una opposizione che intende lavorare per il paese e per questo settore strategico che vediamo assolutamente in difficoltà e per il quale sono convinto che anche lei ritenga debbano essere messe in campo politiche più adeguate di quelle che il Governo di centro destra ha messo in campo finora. 

ANTONIO PALMIERI. Immagino che ci si attenda che un deputato della maggioranza svolga un intervento difendendo l'operato del suo ministro e del suo Governo. Non intendo svolgere un tale tipo di intervento perché ritengo che non ve ne sia bisogno. Mi accontenterò invece di puntualizzare alcune brevi considerazioni di fondo, di carattere strutturale. 
Anzitutto ritengo giusto pensare che sarebbe bello avere in audizione il ministro Tremonti; però è anche vero che sarebbe bello avere in audizione, ad esempio, Osama Bin Laden, ad esempio l'euro con tutto quello che ha comportato, sarebbe bello avere in audizione... (Commenti) 

FRANCA BIMBI. Non lo abbiamo detto noi (Commenti)!

PRESIDENTE. Se fate concludere l'onorevole Palmieri capirete che non pensa ad un collegamento tra Tremonti ed Al Qaida! 

ANTONIO RUSCONI. Voleva dire che le possibilità di averlo qui sono identiche! 

PRESIDENTE. La battuta dell'onorevole Rusconi è deliziosa... 

ANTONIO PALMIERI. Sì, non è male. Tralascio alcuni eventi dall'ordine cronologico degli incidenti di percorso che hanno caratterizzato la vita del nostro Governo (dalla sua nascita ad oggi); dovrei continuare con la crisi dell'Argentina, la crisi ENRON, la crisi FIAT e per ultimi - forse per primi - si dovrebbero ricordare i Governi dell'Ulivo. Questo non per il solito ed abusato discorso del buco di bilancio o dei tentativi di razionalizzazione - non andati in porto - che avete tentato di impostare con le vostre finanziarie (specialmente nelle ultime tre). Ma piuttosto perché le numerose riforme, i numerosi provvedimenti, riguardanti soprattutto la scuola e l'università, messi in campo dall'Ulivo nei suoi cinque anni di Governo, ci impongono di fare una serie di «tagliandi», di verifiche. 
Alcuni esempi di quanto sostengo sono facili. La riforma dell'università è una riforma che è stato scelto di non fermare, di lasciare arrivare alla verifica. La stessa riforma del Titolo V della Costituzione, come avete ricordato, è stata una decisione presa, come tutti sapete, con quattro voti di scarto in coda alla legislatura e che ha comportato ad esempio, in sede di riscrittura della riforma, una serie di correzioni perché andava adeguata al mutato contesto. 
La mia considerazione è che qualsiasi ragionamento approfondito vogliamo fare sull'oggetto della nostra audizione non può non tener conto del contesto che dal 19 luglio 2001 cioè da quando il ministro Moratti venne qui in audizione per la prima volta, è radicalmente mutato. 
Il corollario a questo discorso sul contesto è che anch'io ho apprezzato i contributi che avete fornito sia in questa discussione sia durante la discussione sulla finanziaria, anzi oserei dire sempre, a parte quando ve la prendete col povero Garagnani... (Commenti). Dobbiamo soltanto essere contenti di come lavoriamo qui. 
La seconda riflessione è che fuori da questa sede dobbiamo però comportarci tutti bene, allo stesso modo. Ho letto ad esempio dichiarazioni di componenti dell'opposizione con riferimento alla relazione che dovrò tenere domani per il parere sulla legge sugli insegnanti di religione. Devo dire che non faccio fatica a riconoscere in quello che leggo sui giornali, o quello che sento per radio e televisione - e a volte in Aula - gli stessi colleghi con i quali lavoro qui. Allora il mio è un sommesso richiamo al fatto di non agitarsi o di avere due comportamenti. È evidente che poi, fuori da questa sede, quando si va nelle scuole, negli appuntamenti pubblici, si alzino inevitabilmente i toni. Dico ciò perché poi vi seguono, o meglio, voi mandate avanti (non voi direttamente ma l'opposizione in quanto tale, politica e non solo) gli studenti nelle scuole con tutto il corollario di iniziative che ben conosciamo. Già siamo a ottobre e probabilmente partiranno tutti i vari riti, anzi sono già partiti in questi giorni. 
Questo Governo, e di conseguenza questo ministero, si sono dati un programma articolato su cinque anni. È quindi inevitabile - per noi non è comodo - che il giudizio su quello che faremo potrà essere dato compiutamente soltanto alla fine dei cinque anni. Ci siamo assunti una serie di impegni, cito la riforma della scuola, la verifica della riforma delle università, l'attuazione piena della libertà di educazione, il raddoppio dei fondi pubblici per la ricerca. Il Governo si è impegnato a stanziare un minimo di 15 mila miliardi di vecchie lire in più da spendere nell'arco della legislatura. Questo impone il fatto che il giudizio non può che tener conto del contesto che ho ricordato velocemente prima, ma deve anche tener conto che lavoriamo nell'arco dei 5 anni della legislatura, sempre ammesso che le intemperanze di questi giorni - ma questa è una battuta - ci consentano di farlo. 
Un altro aspetto riguarda un discorso di merito. Ribadisco che lavoriamo su un programma di cinque anni di legislatura ed ho intravisto «in filigrana» un metodo Moratti; da questo punto di vista vi è un metodo Moratti che si basa su due atteggiamenti. La prima parte del metodo è quella usata per la riforma della scuola, per la riforma dell'università e per tutte le grandi riforme che il ministero sta mettendo in cantiere. Disporre, cioè, di una commissione di esperti che studino il problema e che dia vita ad un documento finale. Questo documento finale è poi oggetto di discussione pubblica nel paese e nelle istituzioni. Dopodiché segue il precipitato di un testo di legge che arriva alle Camere e sul quale noi facciamo poi il lavoro per il quale siamo pagati. 
Vi è quindi la seconda parte del metodo che è quella che presenta un sano realismo. Perché è evidente che in un contesto drasticamente mutato rispetto al 19 luglio 2001 non si può far altro che adeguarsi con realismo a questo contesto. Ad esempio, ci si può anche accontentare - come avete affermato - della sperimentazione. Certo, ma io considero il caso della sperimentazione un grande atto di realismo. Perché di fronte all'impossibilità di mettere la riforma in cantiere sin da settembre (data la lunghezza dei lavori parlamentari e stanti le difficoltà che comunque la vita parlamentare comporta) ci si è avviati sulla via della sperimentazione che è una via di realismo e di concretezza: si compie una verifica sul campo con un test in un numero congruo di istituti. In questo modo, si trasforma il male in un bene, per cui lo svantaggio della non approvazione della riforma diventa il vantaggio di poterla testare e di aggiustarla in corso d'opera, con realismo laddove occorresse. 
Nel mio intervento in Commissione, durante la scorsa settimana, ho citato le due «r» di razionalizzare e rilanciare, con un sano realismo; poiché le condizioni del contesto impediscono di erogare subito parte di quei 15 mila miliardi di vecchie lire, bisogna prestare attenzione a rimettere mano a ciò che già esiste per farlo funzionare meglio e per risparmiare risorse da investire nella scuola. 
Von Hayek diceva che le istituzioni sono come una fortezza e, quindi, valgono in virtù del valore dei soldati che ne fanno parte; ho la fortuna di conoscere sin dal 1994 il sottosegretario Aprea e il viceministro Possa, ed in questi mesi ho conosciuto Stefano Caldoro ed il sottosegretario Siliquini; non conoscevo in precedenza il ministro Moratti, verso la quale nutro un'insana venerazione dovuta al fatto di essere, oltre che milanese, interista... 
Ritengo estremamente importante il fattore umano: sono sicuro con lei, signor ministro, perché crede in ciò che fa e questo costituisce un vantaggio per tutti (non che i ministri precedenti non credessero nel loro compito); proprio in virtù del modo in cui il ministro dell'istruzione viene costantemente dipinta da giornali e documenti, io stesso e tutti i deputati della maggioranza siamo confortati. Insisto sul fattore umano perché la mia cultura nette al primo posto la persona con la sua libertà e la sua responsabilità individuale. Roosvelt diceva: fate ciò che potete con ciò che avete e dove siete; questa è la condizione in cui ci troviamo ad operare e su questo lavoriamo. 
Primum vivere, deinde philosophari; spesso è faticoso far comprendere che non stiamo filosofeggiando, ma che stiamo parlando del vivere. Ribadisco la certezza che per noi, ciò che stiamo facendo appartiene al primum vivere e cercheremo di farlo al nostro meglio. 

PRESIDENTE. La ringrazio. Scherzosamente, le consiglierei di tenere il paragone con l'Inter per sé, perché per ora i risultati non sono equivalenti a quelli che ci aspettiamo dal ministro dell'istruzione, anche se capisco che quest'anno si possa avere qualche speranza in più. 

WALTER TOCCI. Signor ministro, vorrei rivolgerle domande molto precise e, ovviamente, mi aspetto risposte altrettanto precise, resistendo alla tentazione di intervenire nel dibattito, anche se il garbato intervento di Palmieri costituisce, appunto, una tentazione. 
Sono anch'io convinto che il ministro creda in ciò che fa e, dunque, mi sembra che il modo migliore per interloquire sia chiederle impegni precisi su alcuni aspetti puntuali, fermo restando che sulle linee generali avremmo tante altre occasioni di confronto. 
La prima domanda riguarda il fatto che tra poche ore, come il ministro saprà, scade l'ultimatum che l'Europa ha dato al Governo italiano per la partecipazione alla missione spaziale sul pianeta Venere. Immagino che in queste due ore il Governo non risponda e, dunque, rischiamo di essere esclusi da una missione scientifica di altissimo livello. Il pianeta Venere è, ovviamente, affascinante per i ricercatori e, da sempre, per l'immaginario collettivo: si tratta di un pianeta che riempie la letteratura mondiale. È la prima volta che l'Italia viene esclusa da un'importante missione scientifica internazionale: questo accade ad un paese che, dopo i russi e gli americani, è stato il primo a lanciare un satellite ed un suo astronauta nello spazio. Ministro, le chiedo se è possibile fare ancora qualcosa nei prossimi giorni, anche se la scadenza è maturata oggi, per recuperare questo gravissimo strappo dell'Italia rispetto ai progetti spaziali europei. 
In secondo luogo, venerdì si riunisce il council dell'ESA con all'ordine del giorno il progetto Galileo. Da quanto mi risulta, venerdì non saremo in grado di sciogliere il nodo, perché permane un braccio di ferro tra la Germania e l'Italia. Da venerdì, secondo il PERT di lavoro del progetto si potrebbe cominciare a decidere di definanziare il progetto: i tempi cominciano a farsi stretti e se non cominciamo a lanciare i satelliti, nel 2004 si rischia un grave incidente, cioè di perdere le frequenze che ci sono state assegnate in sede mondiale per quel progetto. Ho molto rispetto per le trattative internazionali tra paesi, ma siamo a pochi giorni dallo show down e mi sembra legittimo porre un interrogativo: è ancora il caso di insistere nel braccio di ferro tra noi e la Germania per chi deve detenere il pacchetto azionario di maggioranza del progetto? Non è più saggio fare come si fa in genere all'ultimo minuto di una trattativa, cioè cedere su un principio, ma ottenere qualcosa di sostanziale? La Germania potrebbe assicurarsi il pacchetto azionario di maggioranza, ma in cambio potremmo portare l'ingegneria di sistema in una città italiana. Non sarebbe una scelta molto più pratica e concreta per l'Italia, poiché sbloccherebbe il progetto e ci darebbe, nella sostanza un primato reale? Ministro, la prego di porgere attenzione a tale vicenda, perché ho l'impressione, con tutto il rispetto, che il management dell'ASI non disponga di coraggio e preveggenza adeguati ad una scelta così delicata 
In terzo luogo, il ministro ha citato una trattativa europea ben riuscita, quella con la Francia sul missile Vega: lo ritengo un ottimo risultato e mi complimento con il ministro per la trattativa. Sicuramente, aver ottenuto il riconoscimento del Vega costituisce un successo per l'Italia e per la FIAT che costruisce questo missile. Chi si interessa di tecnologie in questo campo, però, considera i missili come la carrozzeria, cioè la parte meno strategica della tecnologia spaziale; la strategia è, infatti, contenuta nell'ingegneria di sistema. Se perdiamo punti nell'ingegneria di sistema ed otteniamo missili, alla fine il bilancio tecnologico non sarà certo nostro favore. Poiché la trattativa con la Francia ha dato un esito positivo, perché non ratifichiamo in Parlamento l'accordo che fu stipulato due anni fa tra Italia e Francia su Kosmos skynet, dando avvio ad una ambiziosissimo progetto di telerilevamento via satellite, che consentirebbe tante altre ricadute nell'attività concreta del nostro paese? 
Il quarto punto riguarda il fatto che questa mattina abbiamo approvato in Commissione, per quanto di nostra competenza, il disegno di legge finanziaria: sugli enti di ricerca è risultato un taglio del 5 per cento e ciò pone un problema a molti di questi enti. Domani alle 14 ci riuniremo nuovamente per decidere il fondo di riparto per il 2002: su ciò ho poco da dire, perché sostanzialmente si ripete lo schema dell'anno precedente. Nel decreto ministeriale, però, a mio avviso in modo ultroneo, si stabilisce un taglio del 10 per cento per il 2003. Mi domando, perché se in sede di legge finanziaria si taglia il 5 per cento - immagino che il ministro abbia anche sofferto di questo taglio perché, se avesse potuto concedere qualcosa in più agli enti di ricerca, l'avrebbe fatto - quando si tratta di un decreto ministeriale, sottoposto alla piena autonomia del ministro, si aggrava questo taglio di un altro 5 per cento, portando dunque al 10, quando non c'è nessun bisogno e nessuna legge finanziaria che lo impone. 
Per quale motivo costruire un vincolo in più, in questo momento, quando questi enti già sono in sofferenza finanziaria? 
Le chiedo, anche se mancano poche ore - come ho già chiesto ai colleghi della maggioranza - un attimo di riflessione: togliamo quel riferimento al taglio del dieci per cento sull'anno prossimo! Abbiamo già operato un taglio del cinque per cento (io non l'ho votato) che, come voi affermate, è risultato obbligato da esigenze di contabilità finanziaria. Ma un taglio del dieci per cento non è imposto da nessuno, perché lo dobbiamo introdurre da soli (intendo, noi come settore scientifico)? 
Desidero veramente lanciare un appello su questo punto, perché si tratta di qualcosa che possiamo evitare. Si tratta di un'ulteriore scure, di un ulteriore brutta notizia che possiamo evitare a persone che conducono normalmente ricerca e si impegnano ogni giorno, lavorando ormai con le «briciole». 
Tenga conto del fatto che, se adottiamo un taglio del dieci per cento, i dati che fornisce il CNR - che non sono stati smentiti dall'onorevole Possa qui in audizione - indicano che lo stanziamento per il 2003 andrebbe sotto il livello delle spese fisse. Che cosa ha fatto di male il CNR per meritare uno stanziamento che va al di sotto delle spese fisse? Abbiamo visto il benchmarking fatto dall'osservatorio del CIVR, che opera presso il vostro di Ministero, il quale dimostra che, dal punto di vista del numero delle pubblicazioni, il nostro CNR non ha niente da invidiare al Max Planck o al CNRS francese, cioè a dire che con risorse molto ridotte esso ha una produttività scientifica - utilizzando il parametro delle pubblicazioni - dello stesso livello degli altri istituti che ho appena richiamato. 
Cosa ha fatto allora di male per meritare un taglio finanziario così drastico, fino ad un limite che va al di sotto delle spese fisse, quando in realtà non ce ne è bisogno? In questo caso, non c'è Tremonti che ci ha chiesto il dieci per cento. Tremonti ha chiesto soltanto il cinque, allora perché aggiungiamo qualcosa di più? Vi dico tutto ciò in modo veramente accorato perché vedo che si tratta di una decisione che si potrebbe evitare. 
Per quanto riguarda poi tutti gli altri enti, quello che riceve il colpo più grave è l'Istituto nazionale di fisica della materia (INFM). Ho già detto in Commissione che di ciò non ha colpa alcuno. Non sto accusando voi per avere tagliato le spese. È un fatto che ha una sua oggettività, perché sono scadute delle leggi settoriali che assegnavano a quell'ente dei finanziamenti importanti. 
Ora, signor ministro, io ascolto i suoi discorsi e cerco di capire, perché ritengo importante cercare di capire cosa intenda il nostro interlocutore. Per questo, mi viene da pensare che quando lei disegna l'ente di ricerca ideale, il modello ideale e il suo funzionamento, se riflette bene, queste caratteristiche ideali della sua proposta sono tutte presenti nell'INFM, la quale è un'agenzia snella, senza burocrazia, con poco personale, che muove centinaia di miliardi. 
L'INFM è ad alta internazionalizzazione, perché praticamente tutti i suoi progetti sono su scala internazionale ed anzi, proprio su quella scala, riesce anche ad ottenere i finanziamenti, anche perché è in grado di cofinanziarli. Quindi, se operiamo un taglio, ci sembrerà di compiere un risparmio ma in realtà produrremo solo un danno, perché magari verrà a mancare quel cofinanziamento necessario per ottenere un progetto europeo sul quale l'istituto si era già proposto. 
Non solo, la cosa più importante è che sappiamo come l'Istituto lavori su un settore particolare della ricerca di base, cioè quello più vicino alle applicazioni tecnologiche e alle innovazioni imprenditoriali. In questi ambiti si stanno svolgendo importantissime ricerche sulle nanotecnologie. 
In alcuni dei nostri laboratori - spesso ciò si dimentica - si stanno svolgendo esperimenti sulla nuova generazione di computers, basati su fenomeni quantistici. È qualcosa di cui si parlerà fra vent'anni, è vero, ma alcuni dei nostri laboratori sono, a livello internazionale, accreditati come i migliori del mondo. Perché andiamo allora a toccare un settore come questo? 
In altri termini, ciò che intendo dire è che molto spesso, nelle macrodecisioni, così come quando si prendono decisioni relative a tagli di spesa, a volte non si ha - ciò è anche naturale - la possibilità di intravedere situazioni particolari che si verranno a determinare e che magari produrranno tagli davvero drammatici ed effetti molto negativi per il paese. 
Le chiederei un'ora del suo tempo per studiare la situazione dell'INFM. Troviamo, tutti, il modo, se non adesso anche fra qualche mese, di restituire almeno una parte dei fondi che sono venuti a mancare in conseguenza della scadenza delle leggi di finanziamento. 
Per quanto riguarda il decreto di riorganizzazione del CNR, l'onorevole Possa, nel corso del suo intervento in Commissione, ha riferito alcune cose che, francamente, mi hanno molto preoccupato. Pertanto, desidero sapere se ho capito bene e se lei in qualche modo confermi o meno quanto detto dal sottosegretario.
Mi sembra di avere capito che voi intendiate istituire un nuovo livello di governo dell'ente. Attualmente c'è il consiglio di amministrazione e poi ci sono gli istituti. Voi desiderate inserire un livello intermedio e chiamarlo dipartimento. Fin qui, può trattarsi anche di una buona opera di ingegneria organizzativa che può portare alla sintesi di attività oggi molto diversificate. La cosa che però ci preoccupa è che questo dipartimento sarebbe di nomina governativa. Poiché questo dipartimento è immediatamente impegnato nell'organizzazione dell'attività scientifica, le voglio far rilevare che sarebbe la prima volta in Italia che si istituisce una nomina politica nella gestione di laboratori di ricerca scientifica. Una cosa simile non è mai successa nella storia nazionale, neppure durante il periodo del fascismo. Non è successa neppure negli anni '80, in cui la lottizzazione - prima di «mani pulite» - si sviluppò in tutti gli ambiti della vita nazionale. La ricerca scientifica, infatti, perlomeno a livello della gestione dei laboratori, rimase immune. Ora, lei conosce bene la RAI. Se noi creiamo dipartimenti di nomina politica, mettiamo il CNR su una strada che lo porterà, dopo pochi anni, a strutturarsi sul modello della RAI. È davvero una strada sbagliata! Non ci si chiede questo a livello internazionale. Quando i nostri ricercatori vanno in Europa e si confrontano giorno per giorno (perché la ricerca è internazionale per definizione), sicuramente verrà fuori una discrasia, perché negli altri paesi non sono i governi, né di destra, né di sinistra, a decidere chi debba dirigere un laboratorio di ricerca. Quella decisione spetta infatti alla comunità scientifica. Sugli indirizzi, sui criteri e via dicendo possiamo capire l'intervento del Governo, ma quella decisione, in particolare, deve spettare alla comunità scientifica, altrimenti si intacca qualcosa di prezioso per l'Italia e di delicato nel funzionamento di questo