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CAMERA DEI DEPUTATI
COMMISSIONE VII
CULTURA, SCIENZA E ISTRUZIONE
Resoconto stenografico
Seduta di martedì 1° ottobre 2002
Audizione del ministro dell'istruzione,
dell'università e della ricerca, Letizia Moratti, sugli orientamenti
del Governo in materia di istruzione, università e ricerca
(...) Anche per me l'audizione odierna costituisce un'occasione preziosa
per fare il punto sulle iniziative che sono all'esame del Parlamento
e, più in generale, sul primo anno di attività del Governo. Intendo
riferire sulle quattro aree sulle quali il ministero ha competenza: la
scuola, l'università, l'alta formazione, la ricerca.
Per quanto riguarda la scuola, vorrei sottolineare che sia lo scorso
anno sia quest'anno abbiamo assicurato la regolarità dell'inizio
delle lezioni e dell'avvio dell'anno scolastico, prevedendo la
presenza nella classe dei docenti che devono poter accompagnare i
ragazzi per tutto l'anno scolastico fin dall'inizio, sia insegnanti di
ruolo sia supplenti. Lo scorso anno, come sapete, l'obiettivo era
spostato in attuazione del decreto-legge n. 255 del 3 luglio 2001,
convertito, con modificazioni, dalla legge n. 333 del 20 agosto 2001,
che ha consentito l'avvio regolare delle lezioni. Quest'anno le
operazioni di avvio dell'anno scolastico sono state completate in nove
regioni entro il 31 luglio ed in tutte le altre regioni entro il 31
agosto; solo a Roma le operazioni di avvio dell'anno scolastico sono
terminate il 10 settembre. Le lezioni sono state assicurate agli
studenti in modo regolare fin dall'inizio e quest'anno le supplenze
sono state complessivamente 90 mila.
Un punto delicato è rappresentato dal sostegno agli alunni portatori
di handicap, assicurato anche con i posti in deroga: risultano in
servizio 74 mila docenti, di cui 43 mila di ruolo, per 140 mila
alunni. Abbiamo realizzato questo obiettivo nonostante alcune sentenze
dei tribunali amministrativi regionali avrebbero potuto comportare
qualche problema; tra l'altro, esse confliggevano l'una con l'altra.
Alcuni soggetti aventi diritto chiedevano un trattamento nelle
graduatorie permanenti ed altri chiedevano l'opposto. Per la
delicatezza e la complessità della materia abbiamo preferito
riferirci al Consiglio di Stato, che ci fornirà le linee alle quali
ci atterremo.
Riguardo alle operazioni di nomina e alle difficoltà a ricoprire i
posti previsti a causa del problema degli aventi diritto e del
sostegno ai soggetti portatori di handicap che necessitano di
personale specializzato, voglio ringraziare la Commissione perché ha
sostenuto l'azione del ministero rispetto alla qualificazione del
personale, anche con la risoluzione approvata il 17 luglio scorso:
questa indicazione è stata recepita nell'articolo 5 del disegno di
legge che è in discussione presso la Commissione cultura del Senato.
Il Dipartimento dell'università sta predisponendo l'ammissione in
sovrannumero degli insegnanti di sostegno privi di abilitazione in
modo che possano frequentare le scuole di specializzazione
all'insegnamento secondario, al fine di favorire in tempi brevissimi
l'immissione in ruolo di personale qualificato: si tratta di un punto
che la Commissione aveva sollevato e da noi ritenuto estremamente
qualificante. Nel ringraziarvi di ciò, vorrei fornirvi
l'assicurazione che ho appena esplicitato.
Un'altra criticità ha riguardato la copertura dei posti vacanti dei
dirigenti scolastici. Per i presidi incaricati abbiamo superato tutte
le difficoltà che hanno determinato il ritardo nelle procedure
concorsuali ed il concorso verrà presentato durante il prossimo
Consiglio dei ministri che si terrà, credo, alla fine della
settimana. Mi corre l'obbligo di compiere una riflessione anche sulla
conclusione delle operazioni di inizio anno, perché questo ci ha dato
modo di ricostruire e considerare le consistenze effettive degli
organici del personale e il loro utilizzo nell'insegnamento o in
compiti diversi. Abbiamo dovuto constatare, purtroppo, l'esistenza di
un numero molto elevato di docenti che, a diverso titolo, sono adibiti
a funzioni diverse da quella dell'insegnamento (oltre 18 mila).
Abbiamo iniziato a razionalizzare questo elevato numero di docenti al
fine di farli confluire, laddove ovviamente possibile e con tutte le
garanzie che devono essere fornite in questo senso ai docenti e agli
studenti (ad esempio sulla corrispondenza delle qualifiche), in modo
tale da poter «asciugare» questo numero di docenti che non è
destinato alla funzione primaria dell'insegnamento. Avendo completato
l'opera di ricognizione su una materia così importante e solo dopo
averlo fatto, avendo stabilito il modo in cui far fronte ad una
riorganizzazione più efficace, abbiamo richiesto le immissioni in
ruolo. Abbiamo, dunque, provveduto anche quest'anno a richiedere le
immissioni in ruolo, che abbiamo quantificato dopo aver esaminato il
modo migliore di utilizzare anche il personale che in questo momento
non è dedicato alla funzione docente.
Un altro punto significativo a cui prestare attenzione è quello del
rinnovo contrattuale.
Fin dall'inizio di quest'anno abbiamo avviato, con i sindacati, un
intenso confronto in materia, a seguito del quale si sono delineati
dei principi condivisi dalla totalità dei sindacati medesimi. In
relazione a ciò, il Dipartimento della funzione pubblica, unitamente
al Ministero dell'economia e delle finanze - è notizia di queste ore
- ha emanato l'atto di indirizzo da inviare all'ARAN. Possono dunque
avere inizio le trattative contrattuali. L'atto di indirizzo prevede
la contrattazione relativa al quadriennio 2002-2005 ed al biennio
economico 2002-2003, e contiene aspetti molto qualificanti:
dall'articolazione differenziata tra funzione docente e quella
relativa al personale ATA, sino a percorsi di valorizzazione del
personale legati anche a dinamiche retributive.
Ricordo che è all'esame del Parlamento la legge di delega sulla
definizione delle norme generali dell'istruzione e dei livelli
essenziali delle prestazioni, in materia di istruzione e formazione
professionale. Il testo, che contiene la strategia di più ampio
respiro del Governo in materia di istruzione, una volta approvato
consentirà di proseguire nella costruzione di una scuola sempre più
moderna ed europea, maggiormente rispondente alle diverse esigenze e
vocazioni personali degli alunni e delle famiglie. Sottolineo che il
suddetto provvedimento corrisponde pure al nuovo assetto
costituzionale dello Stato, con una valorizzazione dei diversi
protagonisti che compongono la Repubblica, con particolare riferimento
agli enti regionali.
Abbiamo deciso di accompagnare il disegno di legge richiamato con una
sperimentazione nazionale, già avviata, relativa alla scuola
dell'infanzia e al primo anno di quella primaria. Il campo di
riferimento è didattico-pedagogico nonché organizzativo; ma tale
iniziativa è diretta anche a verificare un altro punto contenuto
nella riforma: mi riferisco all'iscrizione anticipata dei bambini sia
alla scuola dell'infanzia sia a quella primaria.
Le motivazioni che ci hanno portato a volere la sperimentazione
risiedono nell'esigenza di verificare - con l'apporto costruttivo
delle scuole - quali siano i modi migliori per articolare
l'organizzazione scolastica, al fine di superare anche quei punti di
criticità già evidenziati, in particolare, dal Consiglio nazionale
della pubblica istruzione. Nella sperimentazione sono coinvolte circa
duecentocinquanta scuole, in tutte le regioni. Essendo il numero di
scuole interessate molto superiore a quello degli istituti per cui
prospettammo inizialmente la possibilità di sperimentazione, abbiamo
proceduto individuando le condizioni di fattibilità, quindi la
disponibilità di strutture sia logistiche sia di personale, nonché
finanziarie, attenendoci - per quanto riguarda in particolare la
scuola dell'infanzia -, ai criteri suggeritici dall'ANCI. Con essa,
infatti, si è provveduto ad istituire un tavolo permanente di
consultazione, proprio perché gli aspetti relativi all'area di
competenza comunale sono fondamentali, soprattutto per le scelte
inerenti alla scuola dell'infanzia.
Sempre riguardo alla sperimentazione, i piani regionali - della cui
formalizzazione sono stati incaricati i direttori regionali -
risultano in fase di attuazione.
In ordine alle risorse finanziarie, preciso che esse sono già
disponibili nei fondi istituiti ai sensi della legge n. 440 del 1997,
per quella parte riservata - nell'ambito del 10 per cento delle
disponibilità del fondo stesso -, alle iniziative regionali di
innovazione didattica e di progetto.
Preciso, inoltre, che non ci sarà nessun taglio di organico per
quanto riguarda la sperimentazione: al contrario, in questo campo
stiamo investendo molto anche per quanto riguarda la formazione dei
docenti. Voglio ricordare che l'anno scorso siamo partiti con un piano
di formazione alquanto rilevante: per la prima volta si è fatto
ricorso al sistema dell'e-learning e sono stati previsti anche dei
moduli di presenza. Si è trattato del piano più ampio mai realizzato
in Europa nel campo specifico della formazione dei docenti. Preciso,
altresì, che all'INDIRE è spettata la formazione di tutti i 65 mila
docenti immessi in ruolo l'anno precedente. Si è trattato di un
processo ritenuto estremamente positivo: anche quest'anno partiremo
pertanto con un'iniziativa analoga, che coinvolgerà di nuovo una
percentuale significativa di insegnanti.
Per quanto riguarda il relativo piano di formazione, il percorso si
articolerà su tutto l'anno scolastico e verterà su contenuti
specifici: tra l'altro, sono previste anche due settimane di full
immersion in università europee, per la parte relativa
all'insegnamento della lingua inglese, elemento integrante del
progetto di sperimentazione.
Sempre nell'ambito dei progetti richiamati, si colloca un'altra
importante iniziativa relativa ai protocolli di intesa con le regioni:
ne abbiamo firmati con le regioni Lombardia, Piemonte, Lazio, Molise e
Puglia. Sotto la responsabilità della scuola, e quindi del settore
istruzione, i menzionati progetti sono volti essenzialmente a
sperimentare dei percorsi alternativi di formazione professionale, in
modo tale da dare attuazione a quest'importante parte della riforma
che ritiene, appunto, necessario rafforzare il canale formativo, al
fine di garantire a questo dignità pari a quello dell'istruzione.
Ripeto, per sgombrare il campo da ogni dubbio, l'opportunità di
sperimentare la formazione professionale per l'assolvimento
dell'obbligo scolastico sarà garantita, ma ciò avverrà sotto la
responsabilità del settore istruzione.
Riteniamo che questo ci consentirà, tra l'altro, anche di ovviare ad
un nostro grande problema relativo a quei 3 milioni di studenti in
Italia - ragazzi dai 15 ai 18 anni di età -, dei quali 500 mila non
arrivano ad ottenere né un diploma né una qualifica professionale.
Un percorso alternativo in più rispetto a quelli attuali, potrà
offrire nuove opportunità a ragazzi attualmente al di fuori del
circuito di istruzione e formazione.
Da ultimo vorrei affrontare due aspetti a mio parere essenziali. Siamo
partiti con un progetto pilota per la valutazione del servizio
scolastico che ha riguardato circa 2 mila scuole, autocandidatesi per
tale iniziativa. Due sono i tipi di valutazione adottati: la prima è
diretta a misurare la coerenza dell'offerta didattica rispetto al
piano di offerta formativa; la seconda è relativa ai livelli di
apprendimento, sulla base dei criteri stabiliti con le classifiche
internazionali (in particolare mi riferisco alla metodologia PISA).
Questa iniziale fase di sperimentazione della valutazione è stata
sicuramente molto positiva. Numerosissime sono le richieste
pervenuteci dagli istituti scolastici - non solo da parte degli
istituti che hanno partecipato al primo anno di sperimentazione -,
quindi proseguiremo tale iniziativa anche per l'anno corrente,
affinando un processo di autovalutazione che nasce dalla volontà
delle scuole: riteniamo che a ciò si accompagni la crescita
qualitativa complessiva del sistema.
Voglio soffermarmi ora, poiché è di precipuo interesse del
Parlamento, sul disegno di legge riguardante lo stato giuridico degli
insegnanti di religione, che ha terminato il proprio iter in
Commissione lavoro: molte osservazioni sono nate dall'apporto di tale
Commissione e dunque vorrei ringraziare chi ha contribuito alla
definizione di una problematica - che ha visto impegnato il Parlamento
per tanti anni - che ci auguriamo possa oggi risolversi rapidamente
con l'approvazione del provvedimento.
Spero, inoltre, che possa essere discussa ed approvata in tempi brevi
dall'Assemblea la riforma degli organi collegiali d'istituto, altro
tema importante che deve accompagnare il processo di riforma degli
ordinamenti; naturalmente, il Governo non tralascerà di sollecitare
la Presidenza della Camera affinché tale provvedimento possa essere
discusso.
Il Parlamento è inoltre chiamato ad esaminare il decreto-legge n. 212
del 25 settembre 2002, recante misure urgenti per la scuola,
l'università, la ricerca scientifica e tecnologica; esso, per quanto
riguarda la scuola, contiene solo alcuni punti che riguardano la
razionalizzazione del personale, alla quale facevo riferimento in
precedenza.
Mi vorrei, inoltre, soffermare brevemente sul disegno di legge
finanziaria, che comprende misure riguardanti la scuola profondamente
diverse da quelle che apparivano nei giorni scorsi, quando sembrava
che esso potesse contenere misure attinenti a problematiche didattiche
o contrattuali. Si tratta, e non poteva essere altrimenti, di pure
norme di riorganizzazione, che perseguono una linea già tracciata
dalla precedente legge finanziaria, proseguita con il decreto che ho
citato e con la nuova legge finanziaria; si tratta di norme
finalizzate a rendere più efficace e razionale l'investimento nella
scuola, peraltro prevedendo che i risparmi della razionalizzazione
siano investiti nella scuola stessa e quindi nella valorizzazione del
personale docente.
Vorrei ora affrontare la parte della mia relazione che riguarda
l'università, tracciando un bilancio del primo anno di lavoro. Il
Governo ha deciso di non bloccare la riforma che era stata varata dal
precedente Governo, la cosiddetta riforma del 3 più 2, che nasceva da
una volontà comune dell'Europa di definire i percorsi universitari su
due cicli. Si tratta di un iter voluto dai diversi paesi europei che
aveva trovato nelle varie dichiarazioni - citerò quella di Bologna,
considerata l'atto di nascita di questa suddivisione - un orientamento
comune in questa direzione. Negli altri paesi tale riforma è stata
portata avanti in maniera diversa rispetto all'Italia: si è proceduto
alla definizione del sistema universitario su due cicli, ma non si è
definito il settore con una formula rigida come quella adottata in
Italia, dove abbiamo stabilito 3 più 2 per tutte le fasi
universitarie. Negli altri paesi si è impiegata una flessibilità
molto maggiore, iniziando in forma sperimentale, mentre in Italia, al
contrario, tutti i settori sono stati trattati nello stesso modo,
agendo in maniera indifferenziata.
Quando abbiamo assunto la responsabilità del Governo, la riforma era
avviata al punto tale che non ci è sembrato opportuno fermarla;
peraltro, essa prevede la possibilità di aggiustamenti. Gli atenei
sono ormai pronti ad attuarla e gli studenti orientati a seguire nuovo
ordinamento, così abbiamo lasciato che tale processo venisse
completato. Durante il primo anno abbiamo assistito al pericoloso
fenomeno della proliferazione dei corsi di laurea (circa 2.900 corsi
di laurea di primo livello, quindi corsi triennali), purtroppo non
sempre rispondenti alle esigenze degli studenti ma, piuttosto, del
corpo docente. Oltre a ciò, si è verificata una mancanza di
chiarezza rispetto ai percorsi formativi e, cosa ancora più grave,
rispetto agli sbocchi professionali, una assenza di coerenza tra il
percorso e lo sbocco professionale successivo. Nonostante la legge
prescrivesse all'università un obbligo in tal senso, le consultazioni
che il mondo universitario aveva svolto con il mondo delle professioni
erano state solo formali, non sostanziali.
Abbiamo, dunque, attivato una serie di azioni per fornire una maggiore
chiarezza ed informazione agli studenti e per creare un collegamento
tra studenti e mondo produttivo, in modo tale che di ogni percorso
fosse chiaro lo sbocco. Abbiamo attivato una banca dati dell'offerta
formativa, che contiene tutti i corsi di studio universitari, lo
sbocco professionale e le attività didattiche, i servizi agli
studenti e l'entità delle risorse messe a disposizione dei singoli
atenei, in modo tale da rendere chiara l'offerta formativa, talmente
ampia da creare grandissima confusione agli studenti.
Abbiamo definito requisiti minimi che ogni corso di studio deve
possedere: stiamo studiando quest'anno, con il comitato nazionale di
valutazione universitaria, i requisiti qualitativi, e quindi credo che
verso la fine dell'anno saranno definiti i requisiti che stabiliscono
la qualità dei corsi anche se, naturalmente, è più difficile
fissare i requisiti qualitativi rispetto a quelli strutturali; i
criteri riguardanti i requisiti strutturali tengono conto delle aule,
del numero dei docenti e degli studenti, dei posti disponibili, delle
biblioteche e dei laboratori. Sulla base di questi requisiti minimi
abbiamo già bocciato 400 corsi di laurea, che non verranno
finanziati. Anche le università, autonomamente, hanno riesaminato la
propria offerta formativa e, assistite dai criteri che abbiamo
definito, hanno provveduto ad accorpare molte corsi di laurea,
fornendo sicuramente maggiore garanzia di qualità agli studenti
stessi. Alcuni corsi universitari non avevano studenti o docenti e
versavano in una situazione sinceramente non accettabile; in alcuni
casi, corsi erano state attivati per esigenze diverse rispetto a
quelle degli studenti.
Abbiamo provveduto a definire l'offerta annuale dell'offerta formativa
degli atenei, da sottoporre agli studenti prima dell'inizio
dell'università, in modo tale da poter consentire le preiscrizioni
universitarie con una maggiore informazione: abbiamo anche consentito
che l'iscrizione universitarie potesse avvenire in modo
informatizzato. Ciò costituisce un grande aiuto fornito agli
studenti.
Abbiamo definito una guida dell'università in sintonia con le
attività professionali, coinvolgendo le università e il consiglio
nazionale degli studenti; essa è in corso di stampa e sarà
presentata a breve, entro la fine di novembre, e distribuita
gratuitamente a tutte le scuole, in modo tale da fornire agli studenti
una guida certa rispetto all'offerta universitaria.
Siamo nella fase di avvio dei corsi di laurea specialistica, i primi
dei quali sono già stati attivati dalle università italiane. Quelli
attualmente istituiti ammontano a circa 800. In tal senso verifichiamo
un maggior rigore da parte delle università rispetto a quanto non era
avvenuto con le lauree triennali, l'anno scorso.
Altro punto importante è stata la costituzione di un gruppo di
lavoro, presieduto dal professor De Maio, ai fini di una riflessione
sull'organizzazione attuale dei percorsi di studio universitario, in
modo particolare di una rivisitazione del meccanismo del 3 più 2. Si
badi bene, i due cicli rimarranno, non essendovi alcuna volontà di
modificarli. Questa commissione sta invece studiando delle formule per
assicurare maggiore flessibilità al sistema, per quanto riguarda sia
il 3 più 2 appena menzionato, sia le classi di laurea, allo stato
molto numerose e quindi fonte di certa rigidità.
Allo studio della commissione è anche il sistema dei crediti, anche
questo piuttosto rigido, con l'intento di individuare la soluzione
più appropriata per rendere il sistema esistente più flessibile di
quello attuale (ciò sarebbe possibile mantenendo, in ipotesi, un 50
per cento dei crediti a vantaggio della formazione di base, sulle
discipline caratterizzanti, e l'altro 50 per cento a disposizione
dell'autonomia delle università). Si tratta, però, lo ripeto, di uno
studio ancora in corso, di cui ora anticipo soltanto le prime
riflessioni.
Analogamente questa commissione sta individuando linee e principi
relativi a stato giuridico e reclutamento dei docenti. Le ipotesi
vagliate prevedono un sistema di finanziamento degli atenei impostato
sulla preventiva definizione di linee guida da parte del Ministero,
nel cui rispetto ogni ateneo dovrebbe poi poter elaborare propri
programmi triennali scorrevoli, con riferimento ad offerta didattica,
ricerca, servizi agli studenti, risorse del personale e finanziarie
acquisibili, maggiore flessibilità nella programmazione. Le altre
ipotesi al vaglio della commissione sono relative allo stato giuridico
e al reclutamento del personale. In particolare, riguardano
l'introduzione del giudizio di idoneità scientifica nazionale ai fini
del reclutamento dei professori di prima e di seconda fascia, da parte
di commissioni nazionali giudicatrici, ivi incluse procedure per la
copertura - da parte delle università - di professori in possesso
dell'idoneità sulla base di contratti di durata non superiore a
cinque anni, rinnovabili per un altro quinquennio successivo per un
massimo di dieci anni, al cui termine il rapporto potrà trasformarsi
a tempo indeterminato oppure risolversi.
Si prevedono nuove modalità per la chiamata sui posti di prima e di
seconda fascia per gli studiosi stranieri o italiani impegnati
all'estero in attività didattiche e di ricerca, con contratti a tempo
indeterminato e determinato, su un contingente stabilito ogni tre
anni. È allo studio l'aspetto inerente a esecuzione di appositi
programmi di ricerca, definizione di specifiche procedure, stipula di
contratti di ricerca a tempo indeterminato con laureati o studiosi in
possesso di idonea qualificazione scientifica.
Altro punto essenziale riguarda la valutazione di compatibilità del
rapporto di lavoro dei professori universitari con l'attività
professionale e di consulenza esterna, nonché la direzione di
organismi pubblici e privati di ricerca. Infine, una questione di
rilievo riguarda la definizione del trattamento economico dei
professori sulla base dell'impegno universitario.
Queste sono riflessioni che la commissione sta facendo e che ci
trasmetterà: una volta esaminate, rielaborate, riviste, esse si
dovranno tradurre in un disegno di legge al fine di assicurare una
nuova disciplina alla materia esaminata.
Passando alla formazione artistica e musicale, ricordo che con legge
21 dicembre n. 508, del 1999, si è prevista la trasformazione delle
accademie e dei conservatori in istituti di alta formazione artistica,
musicale e coreutica.
Nella predisposizione del quadro generale di attuazione di questa
legge erano e sono previsti dei regolamenti governativi chiamati ad
intervenire in materia. Sono peraltro emersi alcuni punti di
criticità proprio nella fase attuativa. La prima questione di rilievo
è la mancanza di un raccordo con la formazione musicale e coreutica
di base. Vorrei ricordare che mentre le accademie di belle arti,
l'accademia di arte drammatica e l'ISIA sono già istituti di
formazione post-secondaria, i conservatori e l'accademia nazionale di
danza svolgono ancora oggi le funzioni di istituti di formazione di
base. Quindi, la trasformazione dei conservatori e dell'accademia
nazionale di danza in alta formazione avrebbe lasciato un vuoto
proprio nel settore della formazione di base. Pertanto, si è reso
necessario intervenire in proposito.
Il secondo punto di criticità è legato al valore dei titoli di
studio. La legge n. 508 ha collocato le istituzioni di alta formazione
a livello delle università. La normativa ha previsto però che il
valore dei titoli venisse riconosciuto a seguito di corsi integrativi,
da tenersi dopo la riforma degli ordinamenti degli studi.
Voglio ricordare, in merito, che la riforma degli ordinamenti delle
università ha richiesto, per essere introdotta in ciascun ateneo,
più di quattro anni. Si è creata perciò una sorta di vacatio
rispetto all'equipollenza dei titoli rilasciati dalle accademie e dai
conservatori nei confronti delle lauree, impedendo ai possessori dei
titoli suddetti di accedere, ad esempio, alle lauree specialistiche o
di accedere a posizioni di pubblico impiego.
Un terzo aspetto riguarda le risorse, in modo particolare quelle
relative all'edilizia. La legge n. 508 ha richiamato, in proposito, le
norme dettate per l'edilizia universitaria, prevedendo che con i
regolamenti attuativi venissero dettate le modalità di programmazione
e di sviluppo dell'alta formazione. Peraltro, essendo norme soltanto
di principio, non entravano nel dettaglio della materia. Non è stata,
ad esempio, prevista la cessione, in uso gratuito, alle istituzioni di
alta formazione, degli immobili da essi stessi utilizzate, come invece
è disposto per le università.
Questi immobili sono dunque tuttora in uso gratuito alle province
senza che ne sia stato previsto il trasferimento ai soggetti
richiamati. E non sono stati istituiti nel bilancio dello Stato
neppure i capitoli per finanziare tali stanziamenti.
Per quanto riguarda la prima questione affrontata, per sanare la
differenza tra la trasformazione in alte istituzioni e la formazione
di base abbiamo costituito una commissione di studio composta da
esponenti illustri del mondo dei conservatori, che ha esaminato il
problema, suggerendo come integrare la riforma degli ordinamenti,
particolarmente con riferimento alla formazione di base, con la
trasformazione dei conservatori in istituti di alta formazione.
Quindi, nella riforma degli ordinamenti, stiamo trasferendo norme e
soprattutto programmi che la commissione ci ha dettato, in modo da
prevedere progressivamente la possibilità che all'interno del sistema
istruzione venga fornita la formazione di base che, in questo momento,
viene assicurata dai conservatori.
Il secondo punto ha riguardato l'attuazione dell'autonomia statutaria
e regolamentare delle accademie che, come l'università, si devono
dotare di un regolamento. Ci sono stati alcuni problemi: il
regolamento era stato già predisposto dal precedente Governo, il
Consiglio di Stato non aveva accettato la formulazione del testo,
così l'abbiamo riformulato e sottoposto all'approvazione delle
Commissioni competenti, che hanno espresso un parere diverso da quello
del Consiglio di Stato. In questo momento, il problema è ancora
aperto; un coordinamento tecnico presso la Presidenza del Consiglio
sta verificando le soluzioni per corrispondere da un lato alle
richieste del Consiglio di Stato e dall'altro alle indicazioni che ci
provengono dal Parlamento e dalle Commissioni competenti.
Al fine di risolvere con urgenza il problema del valore legale delle
lauree triennali, che avrebbe richiesto tempi lunghi, abbiamo inserito
il riconoscimento dell'equipollenza nel decreto-legge n. 212 del 2002:
il valore legale delle lauree triennali è lo stesso dei titoli
rilasciati dalle accademie e dai conservatori. Abbiamo sanato il
problema di ragazzi che escono dai conservatori che, come quelli che
hanno conseguito la laurea triennale, possono accedere alle lauree
specialistiche.
Per quanto riguarda gli altri regolamenti previsti dalla legge n. 508
del 21 dicembre 1999, stiamo mettendo a punto un testo unico, così
come era stato auspicato dal Consiglio di Stato, che definisce gli
ordinamenti didattici, i requisiti di idoneità dei docenti e delle
sedi, la programmazione e lo sviluppo del settore.
Riteniamo che lo schema cosiddetto del 3 più 2 non debba essere
imposto alle istituzioni di alta formazione artistica nazionale, le
accademie ed i conservatori, senza adeguata sperimentazione e senza
che ciò corrisponda ad esigenze specifiche dei diversi insegnamenti,
poiché i corsi presentano differenze specifiche anche dal punto di
vista della durata: i corsi delle accademie durano quattro anni, i
corsi di livello superiore dei conservatori tre anni, i corsi post
diploma degli istituti presentano una durata che varia da due a
quattro anni. La nostra intenzione è assicurare flessibilità al
sistema, senza iniziare con una flessibilità eccessiva, ma
verificando l'organizzazione migliore per l'equiparazione dei titoli
delle accademie a quelli universitari.
Per quanto riguarda la ricerca, siamo stati impegnati essenzialmente
su due fronti; il primo è stato quello europeo, poiché iniziavano
due programmi importanti: il VI programma quadro di ricerca e il
programma dell'agenzia aerospaziale europea. Abbiamo lavorato prima
sui programmi europei e poi su quelli nazionali. Per quanto riguarda
il VI programma quadro, quando abbiamo iniziato a trattare con gli
altri paesi europei siamo partiti da una posizione molto difficile,
perché molti settori di estrema importanza per il nostro paese erano
stati esclusi da tale programma, in modo particolare quelli dei
trasporti, dell'elicotteristica, delle scienze marine, dell'agroindustria,
della conservazione del patrimonio culturale, dello studio della
prevenzione dei disastri naturali per la gestione del territorio e le
tematiche energetiche ad alto potenziale per lo sviluppo tecnologico,
quali le celle a combustibile, all'idrogeno.
Siamo riusciti a far inserire nel VI programma quadro queste aree
specifiche, che sono di estremo interesse per il nostro paese. Al di
là delle aree tematiche citate, che rientrano nelle otto aree
tematiche del piano europeo, un altro punto molto importante escluso
dal VI programma quadro riguarda il finanziamento alle piccole e medie
imprese. Siamo riusciti ad conseguire due risultati: abbiamo ottenuto
un'area tematica specifica dedicata alle medie e piccole imprese ed il
fatto di poter dedicare, all'interno delle altre aree, il 15 per cento
delle risorse alle piccole e medie imprese. Credo che questi siano
stati successi molto importanti per il nostro paese: quando abbiamo
iniziato a questa battaglia in Europa eravamo assolutamente isolati,
abbiamo trovato alleati su diversi temi e siamo riusciti a far
inserire queste aree nell'ambito del VI programma quadro.
Anche riguardo all'approvazione del programma aerospaziale abbiamo
conseguito risultati positivi; tale programma ci vedeva impegnati in
ambito europeo con un rapporto di investimento senza contropartite (il
ricavato per le nostre industrie era equivalente all'investimento). In
particolare, per certi settori, aiutavamo alcuni paesi senza avere
nulla in cambio. Siamo riusciti, invece, a creare il presupposto per
agire in reciprocità con altri paesi; ad esempio, nel settore dei
lanciatori abbiamo acconsentito a continuare ad investire nel
programma francese Arianne (si tratta di un grande lanciatore), ma
abbiamo ottenuto che la Francia investisse nei nostri programmi. La
nostra industria ha sviluppato un medio-piccolo lanciatore che si
chiama Vega; siamo riusciti ad ottenere che più investiamo nel
settore francese, tanto più loro investono nel nostro.
Inizialmente, la battaglia è stata difficilissima, poiché abbiamo
dovuto porre un veto al programma aerospaziale, ma in seguito lo
sviluppo dell'attività di collaborazione con la Francia è stato
molto positivo, dato che Arianne si sta dimostrando un settore ad alto
assorbimento di risorse, mentre Vega è un lanciatore che sta
manifestando potenzialità molto elevate, anche rispetto alle
differenze che in questo momento si stanno creando tra piccoli, medi e
grandi satelliti. Sicuramente anche la Francia, che in origine aveva
acconsentito perché forzata a farlo, adesso è contenta di questa
nuova collaborazione con l'Italia.
Questi sono stati i due primi impegni a cui abbiamo assolto nel campo
della ricerca. Abbiamo individuato, credo per la prima volta, linee
guida attraverso uno studio condotto sull'impatto dei settori delle
tecnologie abilitanti, nell'ambito della possibilità di creare
occupazione e sviluppo. Per quanto riguarda la ricerca di base
applicata - non quella pura, che ci porta verso le frontiere della
conoscenza, che è finanziata in quanto tale e riguardo cui non
abbiamo la necessità di calcolare i vantaggi immediati - abbiamo
focalizzato le risorse sui settori che arrecano maggiore occupazione e
maggiore sviluppo, in quanto si riferiscono a tecnologie abilitanti, e
a settori nei quali esiste un'alta crescita, un'alta potenzialità di
valore aggiunto. Una volta definite, le linee guida sono state
approvate dal CIPE: si prevede, lo ricordo per chiarezza, nell'arco
della legislatura, un aumento delle risorse dallo 0,6 all'1 per cento
del PIL. Ciò costituisce dunque un impegno del Governo nel campo
della ricerca.
Un altro tema importante, per quanto riguarda tale materia, è la
valorizzazione di un nuovo rapporto tra università, regioni ed enti
locali, per la creazione di distretti industriali ad alta tecnologia.
Abbiamo studiato un modello di riferimento - attualmente applicato
soltanto in un altro paese europeo, la Spagna, con un sistema analogo
al nostro - con il fine di costituire, attraverso accordi di
programma, i distretti industriali nei settori di alta tecnologia, con
il coinvolgimento degli enti locali, delle fondazioni, delle
università, delle imprese. L'iniziativa è stata avviata con la
creazione di un primo distretto a Torino, nel settore wireless, che
prevede il coinvolgimento del Ministero non solo nell'attività di
ricerca, ma anche nella creazione di imprese innovative.
Voglio ricordare, in proposito, che il nostro paese, nella creazione,
negli start up di imprese innovative, è molto arretrato rispetto agli
altri in Europa. In Italia si creano circa duecento nuove imprese
all'anno nel settore innovativo, mentre in Francia o in Germania ci si
attesta intorno alle seicento per lo stesso periodo. La soglia del
migliaio di unità è raggiunta, invece, in Inghilterra. Probabilmente
il caso inglese è diverso, perché in tale area vi è un apporto di
adventure capitalists di cui il nostro paese è privo. Questo spiega
anche le differenze fra il caso inglese e quello degli altri paesi
europei.
Ripeto, però, che il nuovo modello da noi studiato - ed è questo
l'elemento caratterizzante - prevederà, una volta a regime, il
coinvolgimento del Ministero proprio nella creazione degli start up,
contribuendo a rivitalizzare significativamente il settore. È un
piano che la Spagna ha già presentato a Bruxelles, che è stato
esaminato favorevolmente, senza venire interpretato come un sostegno
alle imprese. Pare dunque possibile attuarlo. Riteniamo che questo
creerà sicuramente un grande sviluppo anche a livello territoriale.
Sono numerosissime al momento le richieste da parte degli istituti
universitari - cuore di questo nuovo approccio -, in tutta Italia (la
richiesta è stata avanzata dalle università di Padova, Modena, della
Sicilia, di Milano).
Da ultimo voglio solo citare alcuni investimenti importanti
realizzati, in modo particolare nel Mezzogiorno, per la ricerca. In
questo settore si prevedono interventi per un ammontare di 2.038,7
milioni di euro (1.195,5 per risorse comunitarie e 847,2 per risorse
nazionali) focalizzati su quattro specifici settori tecnologici:
agroindustria, ambiente, beni culturali e trasporti. Altro ruolo
rilevante riveste la formazione per il Mezzogiorno, nel campo della
ricerca. È operativo un PON, approvato nei primi giorni di agosto,
che ha assegnato fondi per la realizzazione di attività di alta
formazione: in particolare sono stati finanziati 176 master e 123
interventi, proposti specificatamente per le donne.
Complessivamente i progetti cofinanziati prevedono l'attribuzione di 5
mila borse di studio con un impegno finanziario complessivo per il
nostro Ministero di duecentocinquanta milioni di euro. Abbiamo poi
previsto e sono state assegnate risorse per il sostegno alla
realizzazione di infrastrutture di ricerca per il sistema scientifico
pubblico: si tratta di 74 progetti, per un importo di 84 milioni di
euro, sempre per il Mezzogiorno.
Ho citato soltanto alcuni dei molti interventi promossi nel settore,
cioè quelli rivolti ai territori del meridione, per sottolineare la
volontà di dare una attenzione particolare ad un'area del paese che
sicuramente lo merita: l'apporto di ricerca e formazione potranno
allora costituire un volano per lo sviluppo complessivo dell'area
stessa.
COMMISSIONE VII
CULTURA, SCIENZA E ISTRUZIONE
Resoconto stenografico
Seduta di martedì 15 ottobre 2002
Seguito dell'audizione del ministro
dell'istruzione, dell'università e della ricerca, Letizia Moratti,
sugli orientamenti del Governo in materia di istruzione, università e
ricerca
GIUSEPPE GAMBALE. Signor ministro, avremmo avuto bisogno di
discutere immediatamente i temi posti dalla sua relazione, prima della
presentazione del disegno di legge finanziaria; sono trascorsi 15
giorni dalla svolgimento della prima parte dell'audizione, è stato
presentato il disegno di legge finanziaria e questa mattina sono state
effettuate le votazioni sul testo. Verrebbe spontaneo affermare che
abbiamo poco da dirci, poiché molte questioni sono già state
sollevate durante la discussione del disegno di legge finanziaria,
anche oggi in sede di Commissione.
Più di un anno fa, in Commissione, il ministro annunciò molti
progetti in cantiere, ma debbo constatare che poco si è realizzato,
anche se, sicuramente, non per colpa del ministro stesso: la scorsa
volta, scherzando con il presidente Adornato, dicevamo che sarebbe
necessario tenere un'audizione del ministro Tremonti, poiché siete, e
siamo, tutti sotto la sua scure; abbiamo tutti potuto constatare le
modalità di definizione del disegno di legge finanziaria e conosciamo
bene le pressioni che il Tesoro svolge durante la sua
preparazione.
Come dicevo, tra tanti annunci, pochi sono stati realizzati: la stessa
sperimentazione mi pare ben poca cosa rispetto alla riforma
annunciata. Signor ministro, vorrei chiederle di prendere veramente in
mano il futuro della scuola. Nella seduta di questa mattina,
l'onorevole Garagnani nel suo intervento ha detto, non so quanto
volutamente, che ciò sarebbe servito a realizzare punte di
eccellenza. Siamo d'accordo, ma ci preoccupa il resto, che non
costituisce punta di eccellenza; la nostra sensazione è che sia in
atto un processo di dequalificazione e si stia generalizzando un basso
livello della scuola pubblica, magari in presenza di qualche punta di
eccellenza. Siamo preoccupati della qualità complessiva della scuola
pubblica, dall'edilizia scolastica al taglio delle cattedre. Ci
auguriamo che in corso d'opera, durante la sessione di bilancio, si
possano recuperare alcune problematiche: mi sembra difficile,
considerato l'impianto generale e l'atteggiamento della maggioranza,
ma siamo fiduciosi e continueremo a fare la nostra parte.
La maggioranza ha smontato una riforma in corso approvata nella
precedente legislatura, senza sostituirla con una riforma concreta e
propositiva, ma promuovendo piccoli o grandi tagli, il cui risultato
finale consiste in una dequalificazione totale della scuola
pubblica.
Utilizzando la cosiddetta legge Frattini, sono stati cambiati
moltissimi dirigenti, al centro ed in periferia; credo che sia un
diritto della maggioranza, consentito dalla legge, e personalmente
sono favorevole allo spoils system, non lo considero una condanna
della democrazia. Noto, però, una difficoltà rispetto al fatto che
sono stati cambiati moltissimi dirigenti regionali, in seguito alla
riforma del titolo V della Costituzione, senza concordarlo con i
presidenti delle regioni (almeno, per quanto mi risulta, in alcune
regioni governate dal centrosinistra). Vorrei ricordare che quando ci
siamo trovati nella situazione di dover intervenire, a livello
regionale, riguardo al dimensionamento scolastico nelle regioni
meridionali che non avevano svolto i propri compiti, concordammo la
nostra azione con tutti i presidenti di regione (anche con Fitto e
Chiaravallotti), perché il ruolo dell'assessore regionale alla
pubblica istruzione è fondamentale e non può essere assolutamente
scavalcato da un direttore regionale imposto dal centro che non sia,
in qualche maniera, collegato e funzionale al territorio. Non si
tratta di applicare il regime bipolare anche a livello locale, ma è
necessario concordare nomine senza imporle dall'alto.
Questa mattina alcuni emendamenti presentati dall'onorevole Sasso
hanno posto il tema - a cui il Governo, né il sottosegretario Caldoro
né il viceministro Possa, non è stato in condizione di rispondere -
sull'utilizzo dei finanziamenti per la scuola non statale, che si
intendono trasferire dal centro alle direzioni scolastiche
regionali.
Secondo noi, quei fondi vanno invece dati alle regioni, perché in un
regime di federalismo applicato, come quello che noi intendiamo
seguire dopo la riforma del titolo V, alcune questioni vanno affidate
agli assessori regionali e non ai direttori scolastici regionali,
perché sarebbe una forma surrogata di nuovo centralismo: non è
questo il federalismo che vogliamo e che abbiamo approvato riformando
la nostra Costituzione.
Affronto ora due questioni. Questa mattina - l'ho già detto al
sottosegretario Caldoro in mattinata - sulla stampa napoletana sono
apparsi alcuni articoli in cui i docenti e la dirigente scolastica
della scuola di Sogliano, che sovrintende al carcere di Poggioreale,
si sono rivolti al Presidente Ciampi per garantire che l'attività da
ventun anni svolta nel carcere di Poggioreale possa continuare. Mi
riferisco all'istruzione ai detenuti, perché con i tagli che ci sono
stati non sono state autorizzate alcune classi in deroga nel carcere
di Poggioreale (se lo desidera posso fornirle alcuni articoli di
stampa al riguardo). Tutto ciò è accaduto grazie alla cosiddetta
razionalizzazione, un termine che a me non è mai piaciuto molto,
perché, se pure capisco che ci sono esigenze di bilancio, capisco
anche che il bene istruzione, in quanto tale, non è sempre
quantificabile con gli stessi parametri.
Lo ripeto, per quanto riguarda i detenuti di Poggioreale, ci troviamo
in una situazione nella quale non riusciamo neppure a garantire, a chi
vuole studiare, la possibilità di conseguire il titolo di terza
media. Ritengo che questo sia un fatto estremamente grave, così come
ritengo che sia un fatto altrettanto grave - si tratta di una
questione che ho già sottoposto all'attenzione del sottosegretario
Aprea durante la discussione sulla finanziaria - ciò che state per
fare con gli insegnati di sostegno. Non sì può affermare di voler
mantenere la normativa vigente, mettendo un tetto alle deroghe: se una
deroga è tale, non può avere un altro tetto!
Dobbiamo allora magari ristabilire insieme i parametri con i quali si
fanno le deroghe, ma per fare ciò dobbiamo stabilirlo insieme, con
una legge, oppure dovete venire qui, in sessione di bilancio, e
proporre dei parametri diversi. Di sicuro, però, non potete affermare
di lasciare tutto così com'è, con la previsione che a fare deroghe
non saranno più i dirigenti scolastici ma i dirigenti regionali,
mantenendo poi ferma la riserva del Governo di impartire i criteri per
stabilire un tetto a tali deroghe. Questo è un nuovo tetto, non è
più il rapporto 1 a 138, è un'altra cosa! Sosteniamo da più di un
anno, a livello governativo e a livello parlamentare, che il rapporto
1 a 138 va rivisto; sosteniamo che va rivisto il sistema delle
certificazioni, insomma che questa materia, così com'è, non
funziona, perché in alcune realtà quel rapporto è anche eccessivo,
mentre in altre, come per esempio in Campania, in Sicilia, in Puglia,
dove c'è una platea scolastica molto più numerosa, quel rapporto non
tiene e per questo si ricorre al regime di deroga.
Tuttavia, per affrontare questa materia secondo me c'è bisogno di un
approfondimento più serio, al quale peraltro possiamo contribuire
tutti, così come abbiamo già dimostrato di potere fare (il
sottosegretario Aprea ricorderà che nell'ambito di questa Commissione
abbiamo raggiunto l'unanimità su più di una questione e una di
queste era proprio la vicenda del sostegno). Per questo motivo,
ritengo che sul problema in esame non possiamo agire applicando il
meccanismo della scure, per cui si lasciano ferme le cose e poi il
Governo deciderà un sistema diverso per le deroghe.
Ritengo che vi sia il tempo necessario per agire; ci siamo impegnati a
fare una proposta di merito diversa in Commissione bilancio - non
abbiamo fatto in tempo a prepararla per la seduta di oggi - e mi
auguro che, almeno su questo punto (essendo tutti d'accordo che le
certificazioni così come sono non funzionano e che il rapporto 1 a
138, in alcune realtà, non ha dato le risposte che desideravamo), si
trovi una soluzione diversa.
Creiamo insieme condizioni per le quali si possa garantire ai disabili
di avere gli insegnanti di sostegno laddove sono veramente necessari,
altrimenti rischiamo di trovarci in una situazione poco piacevole e di
perdere terreno rispetto ad altri paesi. Questo è infatti uno dei
pochi settori della scuola italiana in cui siamo veramente
all'avanguardia rispetto al resto dell'Europa: sarebbe un peccato fare
dei passi indietro in questo senso.
Abbiamo anche presentato, anche qui in sessione di bilancio, degli
emendamenti e ritengo che, una volta conclusa quest'ultima, dovremmo
avere la possibilità di ritornare sulle grandi questioni relative
alla riforma e cercare insieme di capire come affrontarle. Mi pare
infatti che delle tante promesse fatte, non da lei ma dal Presidente
del Consiglio, in campagna elettorale, sia rimasta ben poca cosa,
perché per fare le riforme ci vogliono i soldi e questo è il
problema, lo sappiamo! Al di là di questo dato - che conosciamo -
rimane ben poca cosa delle promesse annunciate.
Ritengo che, da questo punto di vista, il rischio di una
dequalificazione concreta della scuola pubblica sia molto forte (noi
come tale lo sentiamo). Per questo, su ciò cercheremo di fare fino in
fondo, e anche con durezza quando necessario, la nostra parte.
PIERA CAPITELLI. Ho ascoltato con molta attenzione ed interesse
l'intervento del ministro - il secondo da quando si è insediata - e
devo dire che ho notato accenti molto diversi da quelli della sua
prima audizione. In un certo senso sono soddisfatta ma in un altro
temo che, anche per quanto riguarda il ministro, si sia smorzato un
po' l'entusiasmo iniziale nell'affrontare la riforma (perlomeno questa
è l'impressione che ho avuto).
Sarei contenta se si aprissero spazi per un maggiore dialogo rispetto
a quanto avvenuto finora. Fare le riforme in Parlamento è una cosa
molto complicata e dura, alle volte, ma ancor più difficile è
riuscire a concretizzare poi queste ultime in tempi rapidi.
Ho anche notato molto orgoglio per il lavoro svolto. Sicuramente, dal
punto di vista del raggiungimento degli obiettivi che il ministro si
era prefissato, tali obiettivi - dal suo punto di vista - sono stati
raggiunti. Ritengo però che la situazione prodottasi con l'emanazione
di provvedimenti come per esempio la legge n. 333 abbia cambiato tante
cose, dando più responsabilità ai dirigenti scolastici, ma con
scarse possibilità poi di gestire tali responsabilità. La stessa
legge ha cambiato anche le regole per quanto riguarda l'accesso alle
supplenze; insomma, credo che nel mondo della scuola vi sia un grande
disagio proprio perché si sono cambiate alcune regole, di punto in
bianco, strada facendo, in corso d'opera.
Pertanto, la situazione che si è creata da un anno di governo ad oggi
non è di grande entusiasmo - è un'opinione personale - perché si
nota nel mondo della scuola un certo disagio dovuto all'incertezza:
legge 30 sì, legge 30 no, la si ritira. Disegno di legge delega: si
promette in tempi brevi, ma i tempi parlamentari sono quelli che sono
e gli insegnanti e la gente di scuola, che non li conoscono bene, sono
molto a disagio, sono disorientati, anche in considerazione delle
riforme portate avanti con grande entusiasmo dal Governo precedente e
rimaste a metà o in sospeso (mi riferisco soprattutto all'autonomia,
ma poi tornerò su questo punto).
Certo, il ministro può vantare di aver dato maggiore regolarità
all'inizio dell'anno scolastico, ma la domanda che mi pongo è: a
quale prezzo? Al prezzo di cambiare le regole! Pensiamo, per esempio,
alla vicenda - non di quest'anno - del riconoscimento dello stesso
punteggio a chi ha prestato servizio nelle scuole non statali (ricordo
che con la legge n. 333 si è avuta l'equiparazione). Si tratta solo
di un esempio ma è indicativo.
Per quanto riguarda l'aspetto della regolarità, non vi sono state le
immissioni in ruolo che avremmo dovuto avere. Ci sono stati 60 mila
docenti immessi in ruolo, e sono stati motivo di vanto per questo
Governo; ma si è trattato di un motivo di vanto che forse essi
avrebbero dovuto riconoscere al precedente Governo, perché a quest'ultimo
spetta la paternità dei decreti per l'immissione in ruolo! Peraltro,
l'ultima tranche di queste immissioni la stiamo ancora attendendo ma,
soprattutto, la attendono con ansia coloro che hanno sostenuto i
concorsi e si aspettano quindi delle risposte.
Abbiamo delle domande e delle risposte in sospeso. Il ministro ha
detto bene, si bandirà un concorso per presidi incaricati. Certo,
però i posti vacanti sono molti di più di quelli che dovranno essere
coperti dai presidi incaricati; dunque, a quando gli altri concorsi e
con quali regole? Il ministro ha promesso 21 mila docenti in ruolo:
speriamo. Ma dovrebbero essere molti di più; personalmente, al fine
di evitare di fare ogni anno un decreto per l'immissione in ruolo,
credo dovremmo apprestare un meccanismo tale che siano coperti
automaticamente i posti vacanti, con una percentuale che si aggiri
almeno tra il 50 ed il 70 per cento. Ribadisco che non possono
costituire motivo di soddisfazione 90 mila supplenze (cito il dato
fornito dal ministro). Abbiamo bisogno di una scuola che dia senso di
sicurezza e stabilità; vogliamo, infatti, potenziare la scuola
statale e anche non statale. Vogliamo che, affinché il sistema
continui a funzionare nel migliore dei modi, si ricerchino meccanismi
di efficienza; al riguardo, il non avere personale stabile sicuramente
non garantisce l'efficienza.
Vorrei, però, fare un passo indietro, chiarendo la mia convinzione
circa la politica di questo Governo: è una convinzione corrispondente
all'impressione che noi ne abbiamo riportato, anche se spero di essere
smentita dal percorso parlamentare che avrà il disegno di legge
delega. Ebbene, la politica del Governo si è dispiegata nella massima
chiarezza in due occasioni, la prima costituita dalla legge
finanziaria dello scorso anno. Questa, purtroppo, si è
caratterizzata, drammaticamente, per i grandi tagli nonché per le
premesse strutturali affinché quest'anno si potesse continuare ad
operare tagli, soprattutto sul personale, ma incidendo anche su
argomenti come l'organico funzionale; ricordiamoci che quest'anno non
ne abbiamo discusso perché l'argomento è stato affrontato lo scorso
anno. L'organico funzionale, di fatto, lo scorso anno è stato
annullato da un decreto del 1998 sugli organici.
L'altra occasione per il dispiegamento della politica del Governo è
stata sicuramente offerta dalla presentazione agli stati generali
della famosa relazione Bertagna. Al riguardo, chiederei al ministro,
con molto interesse...
FABIO GARAGNANI. Ma il progetto Bertagna non è più di moda.
PIERA CAPITELLI. Lo so. Però, ad oggi, non ho ancora avuto il
piacere di leggere un altro documento ufficiale tale che riassuma la
strategia complessiva, pedagogica ed educativa, del Governo; è per
tale motivo che continuiamo a ragionare intorno a quel progetto.
Subito dopo, infatti, è stato presentato il disegno di legge delega,
provvedimento che non voglio definire, con una frase fatta, «una
scatola vuota». Al contrario, esso ha dei contenuti, sicuramente,
però non sufficienti per un confronto serio su come vogliamo la
scuola del futuro. Ha detto bene il ministro quando ha sottolineato
che il disegno di legge contiene una strategia per una scuola che
vogliamo più europea, più moderna, più adatta, più rispondente al
principio costituzionale giusta il quale dovrebbe essere meno di Stato
e più della Repubblica. Ma nel disegno di legge delega non si
contiene una strategia di carattere educativo o, quanto meno, noi non
riusciamo ad individuarla; riusciamo soltanto ad individuare
l'ossatura del sistema. Un'ossatura dalla quale, però, non ricaviamo
le sufficienti garanzie per avere le possibilità in questa sede
(quella naturale) di confrontarci sui temi di contenuto. Il percorso
della legge quadro - ben altra cosa, infatti, era la legge n. 30 del
2000 - è stato completamente diverso. Un percorso che ha avuto in
questa sede grandissime possibilità; se fosse stata attuata, inoltre,
ne avrebbe avute successivamente, poiché prevedeva momenti di
verifica.
La situazione, a mio parere, è tanto più preoccupante poiché il
complesso progetto Bertagna - lo chiamo così perché non ho altri
termini per definirlo - vedeva una scuola che progressivamente veniva
un po' spogliata di alcuni momenti a mio avviso fondamentali per
l'arricchimento. Per esempio, veniva diminuita, «smagrita» anche nel
numero di ore e nella possibilità di fare delle esperienze
complessive ed organiche nella scuola. Dal progetto Bertagna deducevo,
e deduco tuttora, che il modello scuola a tempo pieno diventa
residuale anziché fondamentale. Personalmente, credo invece che esso
dovrebbe essere assunto sia per la scuola dell'infanzia - già in
parte attuata, peraltro - sia per la scuola elementare. A mio parere
non si devono aggiungere ore ai curricula, ma neanche si debbono
diminuire; razionalizzarle sì, sicuramente.
Il problema, se mai, è un altro; si deve riprendere la provocazione -
perché fu tale, allora - portata avanti dal ministro Berlinguer con
la commissione dei 44 saggi. Si volevano davvero enucleare i saperi
fondamentali, le discipline e gli assi culturali sui quali costruire
nuovi curricula. Credo che tale operazione manchi ancora; lo dico con
tanta apprensione, aspettandomi anche delle risposte. Quando
cominceremo a parlare di contenuti veri? La scuola ne ha bisogno; sta
languendo, da tale punto di vista. Vi è una grande preoccupazione,
nella scuola e nelle persone di scuola che credono in essa come mezzo
anche di promozione sociale. Gli insegnanti, purtroppo - e i genitori
già da tempo -, si stanno ponendo delle domande di senso. Quanto
valore si sta dando alla scuola come strumento non solo per formare ma
anche per il continuo arricchimento delle conoscenze, vale a dire per
dare una strumentalità affinché le conoscenze si arricchiscano
sempre di più? In questa società della conoscenza, quale posto ha la
scuola? Ha il primo o ha un posto marginale? È una domanda di senso
che incomincia a porsi in modo abbastanza radicale, anche se, in
qualche situazione, in modo fin troppo sommesso. Credo che abbiamo il
dovere di precisare questi temi. Mi riferisco sì agli intellettuali
di questo paese, ma anche a noi che facciamo questo lavoro un po'
collateralmente, insieme ovviamente al ministro ed a tutto il Governo.
Si ha l'impressione che si vogliano privilegiare altre fonti della
conoscenza rispetto alla scuola che, a nostro avviso, ha il dovere di
dare sistematicità ed organicità al sapere. È una questione della
quale è bene che prima o poi si cominci a parlare.
Della finanziaria non parlo quasi più. Spero che siamo ad un punto
«di ritorno», visto che la finanziaria è in corso di esame. Però
per modificarla e per fare in modo che la scuola non sia soltanto
oggetto di risparmi e razionalizzazioni - soprattutto di risparmi -
bisognerebbe agire con un'azione emendativa incentrata sulla
finanziaria di quest'anno. Manovra che, a sua volta, si innesta sulla
finanziaria dello scorso anno e che magari, lo dico con un po' di
autocritica, presenta qualche problema che affonda anche nelle
finanziarie dei Governi precedenti.
Noi presenteremo alcuni emendamenti fra i quali ve ne è uno
finalizzato a ripristinare l'organico funzionale che di fatto, grazie
alla finanziaria dello scorso anno e a quella di quest'anno non
abbiamo. Sull'organico funzionale si regge l'autonomia. L'autonomia ha
bisogno dell'organico funzionale, senza il quale manca quella
flessibilità nell'utilizzo dei docenti che è la condizione primaria
per poter fare della sperimentazione e dell'innovazione didattica.
Quando l'autonomia non esisteva, queste cose si facevano lo stesso ma
rischiando. I dirigenti scolastici - allora erano direttori didattici
o presidi - utilizzavano il personale a loro rischio e pericolo. Da
questo sono però nate pagine di esperienza e di innovazione che anche
all'estero guardano, se non con invidia, direi con un certo
rispetto.
Non ritorno su alcuni temi, già affrontati dal collega Gambale, quali
l'handicap. Però francamente farei un passo indietro, il rapporto 1 a
138 non è funzionale. Credo che insieme all'osservatorio (sarebbe
bene che cominciasse a funzionare) abbiamo il dovere di individuare
delle strade nuove. E non credo che una strada nuova sia quella di
togliere alla periferia la potestà di stabilire le deroghe per darla
al centro. Forse va superato anche il sistema delle deroghe. Certo,
non ho una ricetta, non ho mai avuto la ricetta facile, ma credo che
questo debba rappresentare uno dei nostri momenti principali di
confronto: nelle scuole non si sta bene.
È vero comunque che in Italia abbiamo grosse difficoltà ad
utilizzare razionalmente le risorse per diverse cause, per tante
ragioni, compresa quella geografica.
Mi auguro che si possa migliorare l'utilizzo dei docenti. I problemi
sono certo molti: l'Italia è fatta un po' a macchia di leopardo, con
una dorsale appenninica molto grande, con le Alpi, e per le
difficoltà di comunicazione la montagna e l'alta collina si stanno
spopolando. Dico ciò in modo accorato perché vengo da una zona che
presenta proprio questi problemi. Ma ve ne sono tanti altri. Colleghi,
quando si vuole cercare di rendere migliore la rete scolastica ci si
scontra poi con i problemi della distanza e con la necessità di
mantenere le scuole come punto di riferimento e di identificazione
delle istituzioni.
Credo di aver di fronte persone che conoscono questi temi. Vorrei
avere davanti a me il ministro Tremonti così come in passato
reclamavo la presenza di altri ministri: i ministri del tesoro non
hanno mai capito fino in fondo queste questioni. Quando si taglia,
quando si razionalizza, almeno si dovrebbe farlo bene. Credo che nella
finanziaria di quest'anno vi siano alcune finzioni. Non si può
pensare di avere delle economie di bilancio razionalizzando il ruolo e
le posizioni del personale ritenuto inidoneo. Vi sono alcuni commi
nell'articolo che ci interessa (i commi 1, 4 e 6) che dovrebbero
garantire i recuperi previsti già per il 2002, attraverso i risparmi,
le economie derivanti dai posti di sostegno e dagli inidonei. Ma se
gli idonei hanno tempo cinque anni per transitare ad altra
amministrazione, come si fa allora calcolare le economie per il
2003?
Per il sostegno potrebbe configurarsi una situazione per la quale il
ministro non avrebbe cuore - lo dico in modo un po' deamicisiano - a
tagliare. Infatti potrebbe esservi anche un aumento dei posti in
deroga e anche un aumento dei casi gravi.
È vero che vi sono ricerche statistiche di carattere epidemiologico
che non affermano che c'è una situazione di handicap più gravi,
però sono cambiate le condizioni delle famiglie nelle quali vivono
gli alunni, è cambiato il contesto sociale, per cui spesso la scuola
diventa l'unica occasione di socializzazione; questo non è l'unico
obiettivo ma per l'integrazione è comunque un obiettivo
importante.
Credo che sia difficile lavorare su questo argomento. Ribadisco
l'appello: riparliamone con grande serietà e non all'interno della
finanziaria ma in un altro contesto. Ho evidenziato che presenteremo
degli emendamenti alla finanziaria sull'organico funzionale, sul
sostegno, sulla legge n.440 del 1997. Ebbene, la legge
sull'arricchimento per l'offerta formativa è stata utilizzata quasi
come una palla di gomma: è stata tirata da una parte e dall'altra
anche per far fronte al finanziamento delle sperimentazioni. Credo che
si debba ritornare a dare un senso alla legge n.440 per il significato
che effettivamente possiede: finanziare le esperienze di autonomia
scolastica e null'altro.
L'altra questione che affronteremo con i nostri emendamenti sarà la
valorizzazione dei docenti. Vi è troppo poco in questa finanziaria al
riguardo. I soldi per il contratto non coprono nemmeno l'inflazione.
Forse mi sbaglio e spero di essere smentita, ma credo che sul tema
degli stipendi degli insegnanti sia necessaria una valorizzazione; non
parlo della valorizzazione della professionalità, che pure dovrebbe
essere fatta, e riconosco al ministro di essersi espressa in tal
senso, e cioè che si dovrebbe valorizzare la professionalità docente
non soltanto dal punto di vista del maggior carico di lavoro ma anche
dal punto di vista della qualità del lavoro stesso. Credo, però, che
davvero siamo di fronte alla necessità di una valorizzazione di tutto
il personale e di tutti gli stipendi.
Edilizia scolastica, edilizia universitaria, fondi per il diritto allo
studio e per l'università sono tutte questioni che ci vedono in prima
linea su questa finanziaria. Così non si può andare avanti. Anche la
ricerca è stata in qualche modo penalizzata, penalizzando i
«gioielli di famiglia», che credo di potere individuare anche nel
CNR. Vedo ogni tanto lo sguardo severo del presidente ma avrei ancora
tante altre cose da dire.
PRESIDENTE. Prosegua pure, onorevole Capitelli.
PIERA CAPITELLI. Vorrei ritornare sul disegno di legge delega, che
attendo con molta ansia perché, come il ministro ha ribadito, esso
indica una strategia complessiva: una scuola europea, più moderna,
più adatta alle esigenze dei giovani di oggi, più rispondente al
principio costituzionale di una scuola meno di Stato e più della
Repubblica. Non ho ravvisato elementi di tale natura nel disegno di
legge delega e chiedo spiegazioni in questo senso; se ho ragione,
vorrei sapere se è in preparazione qualche altro provvedimento. Non
c'è niente di male se la scuola sarà davvero più della Repubblica:
credo però che la tradizione di un sistema fortemente incentrato
sulle regole basate sui principi costituzionali debba essere
assolutamente tutelata e salvaguardata.
Mi sta cuore la scuola, ma non sono d'accordo con il sistema della
sperimentazione, finalizzata soprattutto ad anticipare i contenuti
della riforma: credo che questa legislatura abbia di fronte a se
ancora tanto tempo e che il Governo disponga di una solida maggioranza
e del tempo necessario ad impostare un vero e proprio assetto di
riforme. Non c'era bisogno di mettere insieme due o tre
sperimentazioni semplicemente per vincere la sfida del tempo, ad
esempio quella sul maestro prevalente (peraltro mai annunciata) e
soprattutto quella che anticipa l'ingresso all'asilo dei bambini a due
anni e mezzo. Semmai, era necessario varare una legge di
regolamentazione degli asili nido, che finalmente trasformasse una
situazione a carattere assistenziale in una a carattere educativo (per
ragioni finanziarie, alla fine della scorsa legislatura, non abbiamo
potuto vararla). Era necessario, inoltre, finanziare gli asili nido,
così come si finanziano le scuole dell'infanzia, e generalizzare la
scuola materna.
Mi rendo conto di sollevare tante questioni, ma non ho avuto nessuna
risposta dal Governo: mi domando quale sia la ragione da cui nasce la
sperimentazione, considerato che l'ingresso a due anni e mezzo non ha
nessun presupposto di carattere pedagogico, tanto che si è fatto una
grande fatica a trovare l'adesione delle scuole. Nella mia regione,
nessuna adesione è stata avanzata in intere province. La
sperimentazione, che nella mia regione prevederebbe l'interazione tra
scuola e formazione professionale (finalizzata ad anticipare uno dei
contenuti del disegno di legge delega) non mi convince, perché si ha
l'impressione che la scuola appalti gli studenti ai centri di
formazione professionale, nel momento in cui le risorse, e soprattutto
i curricula, sono gestiti interamente dai centri di formazione. Si
vuole arrivare al doppio canale, ma continua ad essere vigente la
legge n. 9 del 1999, che si basa sul modello dell'obbligo scolastico
fino a 15 anni, con l'integrazione e non la separazione del canale
della formazione professionale. Spero che potremo discutere
approfonditamente riguardo a tale argomento quando il disegno di legge
delega verrà sottoposto alla nostra attenzione.
Vorrei aggiungere molto altro riguardo alla riforma degli organi
collegiali e sul disegno di legge concernente gli insegnanti di
religione: quest'ultimo ha generato una situazione di sconforto, che
nasce non tanto dall'assegnazione dello status giuridico agli
insegnanti di religione - che ritengo corretto - ma dalla possibilità
di transitare ad altre situazioni di insegnamento in caso di revoca.
Questa situazione mette in grande imbarazzo quei precari che da anni
aspettano immissione in ruolo e che sospettano che per alcuni esistano
delle scorciatoie. Ripeto, non si tratta di una scelta sbagliata, ma
andrebbe riconsiderata con il contributo delle opposizioni.
Mi auguro, riguardo agli organi collegiali, che si vogliano davvero
attuare e spero che si riapra, trascorso un po' di tempo, una
discussione in Commissione: non potevamo essere d'accordo sul testo
finale.
PRESIDENTE. In questa sede non sarà possibile, perché il
provvedimento è già all'esame dell'Assemblea.
PIERA CAPITELLI. Mi scuso con il ministro per alcuni accenti un po'
duri, ma ritengo di aver dato prova della disponibilità del mio
gruppo ad un confronto effettivo e, finalmente, sui contenuti di
merito che riguardano il mondo della scuola.
PRESIDENTE. Ringrazio l'onorevole Capitelli, se non le appare un
complimento inutile, in particolare per il tipo di contributo fornito
alla Commissione; non tanto per i contenuti (se non dovessi presiedere
obbietterei su alcuni punti), ma per il modulo costruttivo utilizzato,
che ritengo ideale in un rapporto corretto tra il Governo e
opposizione.
ANDREA MARTELLA. Desidero ringraziare il ministro Moratti per aver
dato seguito all'audizione in tempi relativamente brevi e di ciò
vorrei dare atto anche al presidente Adornato.
Devo però dire, e vorrei che non sembrasse un atto di scortesia, che
ritengo l'incontro con la nostra Commissione ed il pieno
coinvolgimento del Parlamento un atto dovuto, necessario e purtroppo
un po' tardivo, poiché avviene dopo la presentazione del disegno di
legge finanziaria; mi auguro, comunque, che la nostra discussione
possa essere utile. Si tratta di un atto tardivo, che mi auguro possa
essere utile perché, come ha detto l'onorevole Capitelli, nel paese,
tra le famiglie, tra gli studenti, tra gli operatori del settore vi è
una grande preoccupazione sullo stato della scuola, dell'università e
della ricerca: essa riguarda il futuro di questi comparti, strategici
per la vita del nostro paese, e nasce dalle scelte che il Governo ha
messo in campo e da quelle che non ha messo in campo, in particolare
riferimento al Ministero dell'istruzione, dell'università e della
ricerca.
Vorrei soffermarmi sulle problematiche relative all'università, dove
lo stato di sofferenza e di disagio è dovuto, a mio parere,
principalmente a due questioni. La prima è connessa all'incertezza
dovuta a voci e notizie riguardanti provvedimenti di revisione della
riforma didattica.
Lei, signor ministro, ha in parte chiarito questo aspetto ma non ci ha
detto, nella sua relazione, che cosa succederà poi. Non abbiamo
ancora un documento, né abbiamo preso visione di alcun provvedimento
e da molti mesi il sottosegretario Caldoro, che partecipa più
frequentemente alle sedute della Commissione, ci annuncia un
provvedimento del Governo di revisione della riforma. Vi è
un'incertezza dovuta alle politiche di riordino della ricerca, alle
scelte che si possono mettere in campo per quanto riguarda il
reclutamento e lo stato giuridico dei docenti universitari.
La seconda questione che genera disagio, allarme e preoccupazione è
connessa invece alla situazione finanziaria in cui versa il mondo
dell'università. In quest'ambito, purtroppo, le preoccupazioni sono
aumentate dopo aver preso visione del disegno di legge finanziaria per
il 2003 e, purtroppo, i dubbi non sono stati dissipati dalla sua
relazione, nel corso del nostro precedente incontro.
La legge finanziaria, lo abbiamo ripetuto discutendone in questa
Commissione e anche presentando degli emendamenti, presenta, per le
università, scelte molto negative che confermano di fatto quella
riduzione, contrazione di risorse di finanziamenti, già operata con
la legge finanziaria dello scorso anno.
Abbiamo presentato degli emendamenti, gran parte ovviamente non sono
stati approvati, alcuni lo sono stati dopo che la maggioranza ne ha
presentato di simili, ma comunque si tratta di emendamenti che non
rispondono adeguatamente alle politiche di cui il settore avrebbe
bisogno. Il bilancio, insomma, signor ministro, è molto diverso,
purtroppo, da quello che lei ha tracciato, ad un anno dal suo
insediamento, nella sua relazione: è ben diverso, ce lo dicono i
fatti, i quali, purtroppo, sono inequivocabili.
Lo stato di attuazione della riforma non è stato adeguatamente
finanziato. Sono diminuiti i fondi per il diritto allo studio,
interrompendo un trend di crescita degli ultimi anni (e ciò
nonostante sia aumentata la platea degli aventi diritto). Il fondo di
finanziamento per le università risulta assolutamente inadeguato (poi
dirò il perché). Sono state ridotte le risorse per l'edilizia
universitaria, per l'innovazione didattica degli atenei, per
l'incentivazione della ricerca universitaria, della ricerca di base.
Si continua con una politica di blocco delle assunzioni, quando invece
bisognerebbe sviluppare una politica per rinnovare il corpo docente
dell'università che, come lei sa probabilmente meglio di noi, avrebbe
invece bisogno di un turn over, di un rinnovamento, avendo un'età
media piuttosto alta.
Purtroppo, anche questa mattina abbiamo tentato di presentare un
emendamento all'articolo 21, il quale prevedeva di dare una corsia
preferenziale alla deroga per l'università e per gli enti di ricerca
per quanto riguarda le assunzioni, prevedendo, nel fondo che voi avete
previsto, un fondo specifico. Ho visto il viceministro e il
sottosegretario non completamente in disaccordo ma l'esito del nostro
emendamento è stato negativo.
Tutto ciò è reso ancora più grave dal fatto che nelle sue
dichiarazioni programmatiche, lei, un anno fa - devo dire che l'ho
ascoltata allora con grande attenzione e con l'attesa di risultati ed
esiti più positivi - aveva preso impegni precisi, come quello di far
crescere il fondo di finanziamento ordinario delle università e come
quello, ancora più importante, di far crescere il rapporto tra
investimenti per la ricerca e prodotto interno lordo, che nel nostro
paese è meno della metà rispetto a quello degli altri paesi europei
(per non parlare del Giappone e degli Stati Uniti), nei quali il
volume di risorse che la comunità destina per ogni studente
universitario è certamente più elevato che da noi.
La realtà che ci siamo trovati di fronte è invece ben diversa e per
questo diciamo che il nostro bilancio è, purtroppo, negativo ed è
reso ancor più negativo dalle attese che le sue dichiarazioni
programmatiche avevano in noi acceso. Per questo, la domanda di fondo
che adesso le rivolgerò consiste nel chiederle se per il Governo il
settore dell'università, rimane, è, continua ad essere, sarà un
comparto strategico per il futuro del nostro paese, per la sua
competitività, per il suo sviluppo, per la sua innovazione o se
invece continuerà ad essere - come sembra - un'occasione di
contenimento della spesa, che riduce la qualità dell'offerta; se non
diverrà, insomma, un settore assolutamente marginale rispetto ad
altri, per così dire, da «gestire», rischiando continuamente di
poter essere liquidato.
Desidero ora rivolgerle alcune domande specifiche, innanzitutto a
proposito della riforma universitaria. La riforma degli studi
universitari, sicuramente complessa ed impegnativa, radicale rispetto
alla nostra tradizione accademica, anche se non è stata ufficialmente
osteggiata dal Governo, non è stata in alcun modo sostenuta nella sua
attuazione, né da un punto di vista di indirizzo politico
amministrativo, né, tantomeno, sul piano finanziario (lei stessa,
signor ministro, ha affermato presso questa Commissione che la riforma
era avviata e che non poteva essere bloccata e ricordo il suo paragone
con una macchina partita che non si può fermare).
Tuttavia, tale riforma non è stata sostenuta, anzi i tagli al
finanziamento statale delle università, operati con la legge
finanziaria del 2002, hanno costretto queste ultime a destinare alla
gestione ordinaria le risorse aggiuntive che erano state assegnate dai
precedenti Governi per l'attuazione della riforma.
I ritardi nell'approvazione dei corsi di laurea specialistica e,
soprattutto, i reiterati, ondivaghi messaggi ministeriali sulla
cosiddetta «riforma della riforma», hanno privato della necessaria
certezza i nuovi percorsi degli studi, disorientando ed allarmando le
famiglie e gli studenti, che pure hanno dimostrato di credere nella
riforma, vedendovi la possibilità di poter conseguire, finalmente, un
titolo di studi universitari in tempi non biblici (ne è una prova
l'inversione di tendenza rispetto alle immatricolazioni universitarie,
con l'incremento registrato l'anno precedente e che, dai primi dati,
sembra sussistere anche per l'anno 2002-2003).
Tali ritardi e annunci hanno scoraggiato il corpo docente, che in
larghissima maggioranza si è impegnato fortemente non
nell'implementazione della riforma, ma anzi nell'alimentare il
disimpegno di chi sostiene che tanto cambierà tutto di nuovo.
Voglio stare alle cose che lei ha affermato sulla riforma nella sua
relazione. Non c'è dubbio che nella sua prima applicazione ci sono
state, soprattutto in alcune aree disciplinari, delle smagliature e
che in futuro possano rendersi necessari opportuni ritocchi della
riforma stessa, tuttavia ritengo che ciò debba avvenire sulla base di
precise condizioni, sulle quali le chiedo di poter chiarire
responsabilmente e pubblicamente la sua posizione.
La prima questione riguarda la legge n.127 del 1997, la quale ha
delegificato l'intera materia degli ordinamenti didattici
universitari, rendendo possibile l'autonomia degli atenei e il
tempestivo adeguamento, nel tempo, dei corsi di studi in relazione al
mutare della situazione e delle esigenze formative. Andrebbe quindi
escluso ogni intervento legislativo in materia che ci riportasse alle
rigidità paralizzanti del passato.
In secondo luogo, va lasciato un tempo congruo per la sperimentazione
di nuovi ordinamenti e per l'assestamento del sistema. Il regolamento
n. 509 del 1999 prevede che non si introducano variazioni almeno per
un triennio. Mi sembra quindi un po' irresponsabile parlare di
modifiche - come dalle notizie lette sui giornali - nelle intenzioni
della commissione ministeriale De Maio, della quale anche lei ci ha
parlato, ad appena un anno dall'avvio della riforma, e quando non sono
neppure scaduti i termini per l'attuazione e l'applicazione della
stessa, visto tra l'altro che il Governo ha elevato a 30 mesi il tempo
per tale attuazione (con un decreto legge che abbiamo approvato tempo
fa).
In terzo luogo, eventuali modifiche non possono essere il frutto della
pressione di interessati opinionisti, di pagine a pagamento sui
giornali o l'opera di un'esigua minoranza, ma dovrebbero essere il
risultato di un rigoroso e documentato monitoraggio sulle reali
difficoltà o sulle incongruenze della riforma stessa. Chiediamo che
tale monitoraggio sia ufficialmente affidato dal ministro all'unico
organismo istituzionalmente competente, cioè il comitato per la
valutazione del sistema universitario istituito con la legge n. 370
del 1999.
In quarto luogo, vanno comunque salvaguardati l'impianto e i principi
fondativi della riforma che, come anche lei ha affermato,
corrispondono pienamente ai criteri, agli obiettivi e agli impegni
internazionalmente sottoscritti dall'Italia insieme ad altri 31
Governi europei con la dichiarazione di Bologna, del giugno del 1999,
in vista della creazione, entro il primo decennio del 2000, di uno
spazio comune europeo dell'istruzione superiore.
Inoltre, eventuali modifiche dovranno vedere, prima del loro varo, il
coinvolgimento dell'intera comunità accademica, degli studenti, delle
parti sociali e delle Commissioni parlamentari, in conformità della
procedura prevista dalla legge n. 127 del 1997 e seguita per
l'approvazione della riforma.
In ultimo, è ben chiaro che, senza risorse finanziarie aggiuntive e
dedicate, la riforma, qualsiasi riforma, non è praticabile e la sua
sperimentazione risulterebbe comunque non credibile.
Un'altra questione cui voglio accennare brevemente, è il diritto allo
studio universitario; ebbene, anche a tale proposito, la legge
finanziaria per il 2002 ha bloccato 200 miliardi di vecchie lire - e
la legge finanziaria per il 2003 si muove nella stessa direzione -
contro i 250 previsti per lo stesso anno dalla legge finanziaria per
il 2001. Ha bloccato lo stanziamento del fondo integrativo per il
diritto allo studio da ripartire tra le regioni; ciò, per di più, a
fronte dell'estensione del diritto allo studio universitario ai
segmenti post laurea e agli studenti delle accademie e dei
conservatori. Il risultato è che, mentre prima si era portati a
raggiungere, sostanzialmente, l'obiettivo storico di dare la borsa di
studio a tutti coloro che ne avevano diritto, oggi si è tornati alla
situazione di decine di migliaia di idonei che non possono usufruire
di essa. Il disagio è gravissimo, in attesa di interventi che
ripristino il previsto flusso di finanziamenti statali, incentivando
così anche un maggiore impegno finanziario delle regioni. Anche a
tale riguardo, vorrei chiederle come si intenda affrontare la
questione, invero fondamentale. Inoltre, vorrei dire che salutiamo
favorevolmente l'accettazione, da parte delle università non statali,
della normativa relativa al diritto allo studio universitario. Lo dico
perché, al riguardo, era stato presentato un disegno di legge, poi
trasformato in un decreto che credo sia pendente davanti al Senato e
di cui avremo modo di discutere. Ma non possiamo acconsentire
all'assegnazione di risorse ad esse riservate. Invero, si tratta di un
principio che riteniamo utile in quanto, di fatto, garantisce la
platea degli aventi diritto anche tra quanti frequentano le
università non statali; non possiamo, però, ritenere che ciò possa
avvenire senza un incremento dei finanziamenti per la totalità del
sistema.
L'altra questione della quale voglio parlare riguarda il finanziamento
delle università; ne abbiamo discusso in Commissione ma lei saprà
meglio di me - e credo si sia già attivata - del recentissimo
documento, approvato all'unanimità dalla CRUI, che, addirittura,
minaccia dimissioni contestuali da parte dei rettori, cosa mai
avvenuta e abbastanza grave rispetto all'intero sistema. La situazione
economica degli atenei è drammatica; la finanziaria ha previsto per
il 2003 un taglio del fondo di finanziamento ordinario ma abbiamo
approvato emendamenti che ne aumentano la dotazione. Non so se tali
emendamenti verranno poi approvati dalla Commissione bilancio e mi
auguro, a tale proposito, che il presidente Adornato svolga un lavoro
efficace ed incisivo. Tuttavia, si tratta di finanziamenti non
adeguati alle reali esigenze delle università, le quali chiedevano
finanziamenti, per il periodo 2003-2005, di almeno 597 milioni di euro
all'anno, per far fronte all'avvenuto rinnovo del contratto nazionale
per il personale tecnico-amministrativo, all'onere aggiuntivo
all'aumento stipendiale (automatico, del 4,31) dei docenti, un onere
aggiuntivo di oltre 145 milioni di euro. Tutti aspetti che non
dipendono direttamente dalle università; mi auguro che il disegno di
legge finanziaria dia qualche segnale positivo però vorrei chiedere
al ministro come pensi di rimediare a tale situazione, che va
affrontata, certo, con la legge finanziaria ma anche, probabilmente,
con altri interventi, anche strutturali. Infatti, se non si fa fronte
alla situazione gravissima in cui versano le università, sarà
impossibile parlare di riforma, sarà impossibile parlare di
innovazione e di ricerca.
Un'altra questione riguarda l'esclusione dei nuovi laureati dalle
scuole di specializzazione per gli insegnanti della scuola superiore;
a tale riguardo, l'avvenuta esclusione, prima con una circolare e poi
con decreto ministeriale, forse un po' frettoloso, dei titolari delle
nuove lauree dalle prove di ammissione alle scuole di specializzazione
per gli insegnanti delle scuole secondarie è un fatto di particolare
gravità. Ritengo sia illegittima; la legge n. 341 del 1990 prevedeva
come titolo di ammissione la laurea (allora quadriennale) e in base
alla legge del 1997 ed al successivo decreto ministeriale vi è oggi,
nel nostro ordinamento, una sola laurea (che si consegue al termine
del triennio). Non si vede, quindi, come il titolare della nuova
laurea, che, di fatto, quindi, ha sostituito la precedente, possa
essere escluso dalle SIS. Ciò, aprendo sicuramente un nuovo
contenzioso e determinando lo svilimento del valore dei titoli di
studio, non costituisce un fatto positivo verso l'opinione pubblica,
verso gli studenti e verso le famiglie, proprio nel momento dell'avvio
della riforma stessa.
Vengo ora ad un'altra questione circa la quale vorrei rivolgerle
alcune domande, senza alcuno spirito polemico ma perché mi sembra
opportuno conoscere la sua opinione. Vorrei domandarle cosa pensa
dell'iniziativa del ministro Tremonti di istituire, con una sua
decisione, il LXXVIII ateneo italiano, una sorta di ateneo personale
che, come lei sa, è stato già ribattezzato, nel mondo accademico,
come ateneo Tremonti. È bastato un semplice decreto ministeriale per
trasformare in università la Scuola superiore dell'economia e delle
finanze e per metterla alle dirette dipendenze del ministro Tremonti,
creando un impensabile anomalo canale di reclutamento governativo dei
professori universitari. Con il rischio che ciò non garantisca il
governo unitario del sistema; governo unitario che dovrebbe essere
garantito e che dovrebbe poggiare soprattutto sulle competenze del
Ministero dell'istruzione e dell'università. A nulla è valso il
promemoria della CRUI, a nulla è valsa la vibrata denuncia del CUN. A
noi, ciò è parso un fatto assolutamente grave e che grave dovrebbe
ritenere anche il ministro dell'università. Quindi, vorrei chiederle,
avendo l'occasione di farlo, quale sia, al riguardo, la sua opinione e
come pensa si possa gestire in futuro tale situazione.
A proposito del CUN, vorrei anche domandarle, circa la sua prossima
scadenza e circa il riordino del CUN stesso, se corrisponda al vero
quanto ho letto sulla sua intenzione di prevedere una composizione del
CUN in parte elettiva e in parte di nomina governativa. Le chiedo, in
primo luogo, se ciò corrisponda al vero e, se corrisponde al vero, mi
limito ad osservare che il CUN dovrebbe essere l'organo di consulenza,
l'organo di governo della comunità scientifica e che nomine
governative, centralistiche da parte del Governo, di qualsiasi
Governo, rischierebbero di ledere il principio di autonomia nello
svolgimento delle proprie funzioni.
Infine, è stato sancito dall'articolo 28 della finanziaria 2002 - ed
è stato anche pubblicamente annunciato da un suo articolo, insieme al
ministro Tremonti - il progetto di trasformare le università statali
e gli enti pubblici di ricerca in possibili fondazioni di diritto
privato. Credo che ciò possa costituire un grave rischio per gli
studi superiori e soprattutto per la libertà e l'autonomia della
scienza. Ben diverso, invece, è il discorso relativo alle fondazioni
strumentali, di servizio per gli atenei, previsti dalla legge
finanziaria per il 2001. Su tale versante, anzi, credo si debba ancora
intervenire; al riguardo, le chiedo a che punto siamo e come pensa di
poter operare.
Infine - e ho davvero concluso, presidente - vi sono alcune questione
che riguardano ancora più da vicino gli studenti. Siccome lei ha
detto giustamente, in più di una occasione, che al centro debbono
stare i ragazzi, gli studenti e i giovani del nostro paese, ritengo
sia opportuno venga monitorato tutto il sistema di tassazione per
l'accesso alle università, dal momento che è inaccettabile esistano
modelli di tassazione non basati sul principio della progressività.
Credo che sia opportuno che tutte le tasse di iscrizione alle lauree
specialistiche non si discostino dalle quote definite per le lauree
triennali: non si può determinare un sistema nel quale il
proseguimento negli studi sia subordinato alla condizione
sociale.
Chiedo inoltre al ministro, per quanto è di sua competenza, che siano
monitorati gli effetti dell'introduzione dell'ISE e che sia verificato
il rispetto del DPCM e degli obiettivi prefissati relativamente alle
tasse e alle borse di studio. Sarebbe anche opportuno (sempre per
quanto di competenza del ministro) prevedere che tutti gli studenti
che abbiano la stessa condizione reddituale ISE (fino alla soglia dei
16 mila euro) siano esentati dal pagamento della tassa di iscrizione e
dai contributi all'università, ciò ai fini di ammortizzare l'uscita
dalle idoneità alla borsa di studio e stabilire quindi un minimo
principio unificante sul pagamento da tasse.
Ho cercato di porre una serie di questioni partendo da un bilancio un
po' diverso da quello da lei tracciato; l'ho fatto però con uno
spirito sicuramente critico, forse un po' aspro, ma mi auguro
sufficientemente costruttivo. Siamo una opposizione che intende
lavorare per il paese e per questo settore strategico che vediamo
assolutamente in difficoltà e per il quale sono convinto che anche
lei ritenga debbano essere messe in campo politiche più adeguate di
quelle che il Governo di centro destra ha messo in campo finora.
ANTONIO PALMIERI. Immagino che ci si attenda che un deputato della
maggioranza svolga un intervento difendendo l'operato del suo ministro
e del suo Governo. Non intendo svolgere un tale tipo di intervento
perché ritengo che non ve ne sia bisogno. Mi accontenterò invece di
puntualizzare alcune brevi considerazioni di fondo, di carattere
strutturale.
Anzitutto ritengo giusto pensare che sarebbe bello avere in audizione
il ministro Tremonti; però è anche vero che sarebbe bello avere in
audizione, ad esempio, Osama Bin Laden, ad esempio l'euro con tutto
quello che ha comportato, sarebbe bello avere in audizione...
(Commenti)
FRANCA BIMBI. Non lo abbiamo detto noi (Commenti)!
PRESIDENTE. Se fate concludere l'onorevole Palmieri capirete che
non pensa ad un collegamento tra Tremonti ed Al Qaida!
ANTONIO RUSCONI. Voleva dire che le possibilità di averlo qui sono
identiche!
PRESIDENTE. La battuta dell'onorevole Rusconi è deliziosa...
ANTONIO PALMIERI. Sì, non è male. Tralascio alcuni eventi
dall'ordine cronologico degli incidenti di percorso che hanno
caratterizzato la vita del nostro Governo (dalla sua nascita ad oggi);
dovrei continuare con la crisi dell'Argentina, la crisi ENRON, la
crisi FIAT e per ultimi - forse per primi - si dovrebbero ricordare i
Governi dell'Ulivo. Questo non per il solito ed abusato discorso del
buco di bilancio o dei tentativi di razionalizzazione - non andati in
porto - che avete tentato di impostare con le vostre finanziarie
(specialmente nelle ultime tre). Ma piuttosto perché le numerose
riforme, i numerosi provvedimenti, riguardanti soprattutto la scuola e
l'università, messi in campo dall'Ulivo nei suoi cinque anni di
Governo, ci impongono di fare una serie di «tagliandi», di
verifiche.
Alcuni esempi di quanto sostengo sono facili. La riforma
dell'università è una riforma che è stato scelto di non fermare, di
lasciare arrivare alla verifica. La stessa riforma del Titolo V della
Costituzione, come avete ricordato, è stata una decisione presa, come
tutti sapete, con quattro voti di scarto in coda alla legislatura e
che ha comportato ad esempio, in sede di riscrittura della riforma,
una serie di correzioni perché andava adeguata al mutato
contesto.
La mia considerazione è che qualsiasi ragionamento approfondito
vogliamo fare sull'oggetto della nostra audizione non può non tener
conto del contesto che dal 19 luglio 2001 cioè da quando il ministro
Moratti venne qui in audizione per la prima volta, è radicalmente
mutato.
Il corollario a questo discorso sul contesto è che anch'io ho
apprezzato i contributi che avete fornito sia in questa discussione
sia durante la discussione sulla finanziaria, anzi oserei dire sempre,
a parte quando ve la prendete col povero Garagnani... (Commenti).
Dobbiamo soltanto essere contenti di come lavoriamo qui.
La seconda riflessione è che fuori da questa sede dobbiamo però
comportarci tutti bene, allo stesso modo. Ho letto ad esempio
dichiarazioni di componenti dell'opposizione con riferimento alla
relazione che dovrò tenere domani per il parere sulla legge sugli
insegnanti di religione. Devo dire che non faccio fatica a riconoscere
in quello che leggo sui giornali, o quello che sento per radio e
televisione - e a volte in Aula - gli stessi colleghi con i quali
lavoro qui. Allora il mio è un sommesso richiamo al fatto di non
agitarsi o di avere due comportamenti. È evidente che poi, fuori da
questa sede, quando si va nelle scuole, negli appuntamenti pubblici,
si alzino inevitabilmente i toni. Dico ciò perché poi vi seguono, o
meglio, voi mandate avanti (non voi direttamente ma l'opposizione in
quanto tale, politica e non solo) gli studenti nelle scuole con tutto
il corollario di iniziative che ben conosciamo. Già siamo a ottobre e
probabilmente partiranno tutti i vari riti, anzi sono già partiti in
questi giorni.
Questo Governo, e di conseguenza questo ministero, si sono dati un
programma articolato su cinque anni. È quindi inevitabile - per noi
non è comodo - che il giudizio su quello che faremo potrà essere
dato compiutamente soltanto alla fine dei cinque anni. Ci siamo
assunti una serie di impegni, cito la riforma della scuola, la
verifica della riforma delle università, l'attuazione piena della
libertà di educazione, il raddoppio dei fondi pubblici per la
ricerca. Il Governo si è impegnato a stanziare un minimo di 15 mila
miliardi di vecchie lire in più da spendere nell'arco della
legislatura. Questo impone il fatto che il giudizio non può che tener
conto del contesto che ho ricordato velocemente prima, ma deve anche
tener conto che lavoriamo nell'arco dei 5 anni della legislatura,
sempre ammesso che le intemperanze di questi giorni - ma questa è una
battuta - ci consentano di farlo.
Un altro aspetto riguarda un discorso di merito. Ribadisco che
lavoriamo su un programma di cinque anni di legislatura ed ho
intravisto «in filigrana» un metodo Moratti; da questo punto di
vista vi è un metodo Moratti che si basa su due atteggiamenti. La
prima parte del metodo è quella usata per la riforma della scuola,
per la riforma dell'università e per tutte le grandi riforme che il
ministero sta mettendo in cantiere. Disporre, cioè, di una
commissione di esperti che studino il problema e che dia vita ad un
documento finale. Questo documento finale è poi oggetto di
discussione pubblica nel paese e nelle istituzioni. Dopodiché segue
il precipitato di un testo di legge che arriva alle Camere e sul quale
noi facciamo poi il lavoro per il quale siamo pagati.
Vi è quindi la seconda parte del metodo che è quella che presenta un
sano realismo. Perché è evidente che in un contesto drasticamente
mutato rispetto al 19 luglio 2001 non si può far altro che adeguarsi
con realismo a questo contesto. Ad esempio, ci si può anche
accontentare - come avete affermato - della sperimentazione. Certo, ma
io considero il caso della sperimentazione un grande atto di realismo.
Perché di fronte all'impossibilità di mettere la riforma in cantiere
sin da settembre (data la lunghezza dei lavori parlamentari e stanti
le difficoltà che comunque la vita parlamentare comporta) ci si è
avviati sulla via della sperimentazione che è una via di realismo e
di concretezza: si compie una verifica sul campo con un test in un
numero congruo di istituti. In questo modo, si trasforma il male in un
bene, per cui lo svantaggio della non approvazione della riforma
diventa il vantaggio di poterla testare e di aggiustarla in corso
d'opera, con realismo laddove occorresse.
Nel mio intervento in Commissione, durante la scorsa settimana, ho
citato le due «r» di razionalizzare e rilanciare, con un sano
realismo; poiché le condizioni del contesto impediscono di erogare
subito parte di quei 15 mila miliardi di vecchie lire, bisogna
prestare attenzione a rimettere mano a ciò che già esiste per farlo
funzionare meglio e per risparmiare risorse da investire nella
scuola.
Von Hayek diceva che le istituzioni sono come una fortezza e, quindi,
valgono in virtù del valore dei soldati che ne fanno parte; ho la
fortuna di conoscere sin dal 1994 il sottosegretario Aprea e il
viceministro Possa, ed in questi mesi ho conosciuto Stefano Caldoro ed
il sottosegretario Siliquini; non conoscevo in precedenza il ministro
Moratti, verso la quale nutro un'insana venerazione dovuta al fatto di
essere, oltre che milanese, interista...
Ritengo estremamente importante il fattore umano: sono sicuro con lei,
signor ministro, perché crede in ciò che fa e questo costituisce un
vantaggio per tutti (non che i ministri precedenti non credessero nel
loro compito); proprio in virtù del modo in cui il ministro
dell'istruzione viene costantemente dipinta da giornali e documenti,
io stesso e tutti i deputati della maggioranza siamo confortati.
Insisto sul fattore umano perché la mia cultura nette al primo posto
la persona con la sua libertà e la sua responsabilità individuale.
Roosvelt diceva: fate ciò che potete con ciò che avete e dove siete;
questa è la condizione in cui ci troviamo ad operare e su questo
lavoriamo.
Primum vivere, deinde philosophari; spesso è faticoso far comprendere
che non stiamo filosofeggiando, ma che stiamo parlando del vivere.
Ribadisco la certezza che per noi, ciò che stiamo facendo appartiene
al primum vivere e cercheremo di farlo al nostro meglio.
PRESIDENTE. La ringrazio. Scherzosamente, le consiglierei di tenere
il paragone con l'Inter per sé, perché per ora i risultati non sono
equivalenti a quelli che ci aspettiamo dal ministro dell'istruzione,
anche se capisco che quest'anno si possa avere qualche speranza in
più.
WALTER TOCCI. Signor ministro, vorrei rivolgerle domande molto
precise e, ovviamente, mi aspetto risposte altrettanto precise,
resistendo alla tentazione di intervenire nel dibattito, anche se il
garbato intervento di Palmieri costituisce, appunto, una
tentazione.
Sono anch'io convinto che il ministro creda in ciò che fa e, dunque,
mi sembra che il modo migliore per interloquire sia chiederle impegni
precisi su alcuni aspetti puntuali, fermo restando che sulle linee
generali avremmo tante altre occasioni di confronto.
La prima domanda riguarda il fatto che tra poche ore, come il ministro
saprà, scade l'ultimatum che l'Europa ha dato al Governo italiano per
la partecipazione alla missione spaziale sul pianeta Venere. Immagino
che in queste due ore il Governo non risponda e, dunque, rischiamo di
essere esclusi da una missione scientifica di altissimo livello. Il
pianeta Venere è, ovviamente, affascinante per i ricercatori e, da
sempre, per l'immaginario collettivo: si tratta di un pianeta che
riempie la letteratura mondiale. È la prima volta che l'Italia viene
esclusa da un'importante missione scientifica internazionale: questo
accade ad un paese che, dopo i russi e gli americani, è stato il
primo a lanciare un satellite ed un suo astronauta nello spazio.
Ministro, le chiedo se è possibile fare ancora qualcosa nei prossimi
giorni, anche se la scadenza è maturata oggi, per recuperare questo
gravissimo strappo dell'Italia rispetto ai progetti spaziali
europei.
In secondo luogo, venerdì si riunisce il council dell'ESA con
all'ordine del giorno il progetto Galileo. Da quanto mi risulta,
venerdì non saremo in grado di sciogliere il nodo, perché permane un
braccio di ferro tra la Germania e l'Italia. Da venerdì, secondo il
PERT di lavoro del progetto si potrebbe cominciare a decidere di
definanziare il progetto: i tempi cominciano a farsi stretti e se non
cominciamo a lanciare i satelliti, nel 2004 si rischia un grave
incidente, cioè di perdere le frequenze che ci sono state assegnate
in sede mondiale per quel progetto. Ho molto rispetto per le
trattative internazionali tra paesi, ma siamo a pochi giorni dallo
show down e mi sembra legittimo porre un interrogativo: è ancora il
caso di insistere nel braccio di ferro tra noi e la Germania per chi
deve detenere il pacchetto azionario di maggioranza del progetto? Non
è più saggio fare come si fa in genere all'ultimo minuto di una
trattativa, cioè cedere su un principio, ma ottenere qualcosa di
sostanziale? La Germania potrebbe assicurarsi il pacchetto azionario
di maggioranza, ma in cambio potremmo portare l'ingegneria di sistema
in una città italiana. Non sarebbe una scelta molto più pratica e
concreta per l'Italia, poiché sbloccherebbe il progetto e ci darebbe,
nella sostanza un primato reale? Ministro, la prego di porgere
attenzione a tale vicenda, perché ho l'impressione, con tutto il
rispetto, che il management dell'ASI non disponga di coraggio e
preveggenza adeguati ad una scelta così delicata
In terzo luogo, il ministro ha citato una trattativa europea ben
riuscita, quella con la Francia sul missile Vega: lo ritengo un ottimo
risultato e mi complimento con il ministro per la trattativa.
Sicuramente, aver ottenuto il riconoscimento del Vega costituisce un
successo per l'Italia e per la FIAT che costruisce questo missile. Chi
si interessa di tecnologie in questo campo, però, considera i missili
come la carrozzeria, cioè la parte meno strategica della tecnologia
spaziale; la strategia è, infatti, contenuta nell'ingegneria di
sistema. Se perdiamo punti nell'ingegneria di sistema ed otteniamo
missili, alla fine il bilancio tecnologico non sarà certo nostro
favore. Poiché la trattativa con la Francia ha dato un esito
positivo, perché non ratifichiamo in Parlamento l'accordo che fu
stipulato due anni fa tra Italia e Francia su Kosmos skynet, dando
avvio ad una ambiziosissimo progetto di telerilevamento via satellite,
che consentirebbe tante altre ricadute nell'attività concreta del
nostro paese?
Il quarto punto riguarda il fatto che questa mattina abbiamo approvato
in Commissione, per quanto di nostra competenza, il disegno di legge
finanziaria: sugli enti di ricerca è risultato un taglio del 5 per
cento e ciò pone un problema a molti di questi enti. Domani alle 14
ci riuniremo nuovamente per decidere il fondo di riparto per il 2002:
su ciò ho poco da dire, perché sostanzialmente si ripete lo schema
dell'anno precedente. Nel decreto ministeriale, però, a mio avviso in
modo ultroneo, si stabilisce un taglio del 10 per cento per il 2003.
Mi domando, perché se in sede di legge finanziaria si taglia il 5 per
cento - immagino che il ministro abbia anche sofferto di questo taglio
perché, se avesse potuto concedere qualcosa in più agli enti di
ricerca, l'avrebbe fatto - quando si tratta di un decreto
ministeriale, sottoposto alla piena autonomia del ministro, si aggrava
questo taglio di un altro 5 per cento, portando dunque al 10, quando
non c'è nessun bisogno e nessuna legge finanziaria che lo
impone.
Per quale motivo costruire un vincolo in più, in questo momento,
quando questi enti già sono in sofferenza finanziaria?
Le chiedo, anche se mancano poche ore - come ho già chiesto ai
colleghi della maggioranza - un attimo di riflessione: togliamo quel
riferimento al taglio del dieci per cento sull'anno prossimo! Abbiamo
già operato un taglio del cinque per cento (io non l'ho votato) che,
come voi affermate, è risultato obbligato da esigenze di contabilità
finanziaria. Ma un taglio del dieci per cento non è imposto da
nessuno, perché lo dobbiamo introdurre da soli (intendo, noi come
settore scientifico)?
Desidero veramente lanciare un appello su questo punto, perché si
tratta di qualcosa che possiamo evitare. Si tratta di un'ulteriore
scure, di un ulteriore brutta notizia che possiamo evitare a persone
che conducono normalmente ricerca e si impegnano ogni giorno,
lavorando ormai con le «briciole».
Tenga conto del fatto che, se adottiamo un taglio del dieci per cento,
i dati che fornisce il CNR - che non sono stati smentiti
dall'onorevole Possa qui in audizione - indicano che lo stanziamento
per il 2003 andrebbe sotto il livello delle spese fisse. Che cosa ha
fatto di male il CNR per meritare uno stanziamento che va al di sotto
delle spese fisse? Abbiamo visto il benchmarking fatto
dall'osservatorio del CIVR, che opera presso il vostro di Ministero,
il quale dimostra che, dal punto di vista del numero delle
pubblicazioni, il nostro CNR non ha niente da invidiare al Max Planck
o al CNRS francese, cioè a dire che con risorse molto ridotte esso ha
una produttività scientifica - utilizzando il parametro delle
pubblicazioni - dello stesso livello degli altri istituti che ho
appena richiamato.
Cosa ha fatto allora di male per meritare un taglio finanziario così
drastico, fino ad un limite che va al di sotto delle spese fisse,
quando in realtà non ce ne è bisogno? In questo caso, non c'è
Tremonti che ci ha chiesto il dieci per cento. Tremonti ha chiesto
soltanto il cinque, allora perché aggiungiamo qualcosa di più? Vi
dico tutto ciò in modo veramente accorato perché vedo che si tratta
di una decisione che si potrebbe evitare.
Per quanto riguarda poi tutti gli altri enti, quello che riceve il
colpo più grave è l'Istituto nazionale di fisica della materia (INFM).
Ho già detto in Commissione che di ciò non ha colpa alcuno. Non sto
accusando voi per avere tagliato le spese. È un fatto che ha una sua
oggettività, perché sono scadute delle leggi settoriali che
assegnavano a quell'ente dei finanziamenti importanti.
Ora, signor ministro, io ascolto i suoi discorsi e cerco di capire,
perché ritengo importante cercare di capire cosa intenda il nostro
interlocutore. Per questo, mi viene da pensare che quando lei disegna
l'ente di ricerca ideale, il modello ideale e il suo funzionamento, se
riflette bene, queste caratteristiche ideali della sua proposta sono
tutte presenti nell'INFM, la quale è un'agenzia snella, senza
burocrazia, con poco personale, che muove centinaia di miliardi.
L'INFM è ad alta internazionalizzazione, perché praticamente tutti i
suoi progetti sono su scala internazionale ed anzi, proprio su quella
scala, riesce anche ad ottenere i finanziamenti, anche perché è in
grado di cofinanziarli. Quindi, se operiamo un taglio, ci sembrerà di
compiere un risparmio ma in realtà produrremo solo un danno, perché
magari verrà a mancare quel cofinanziamento necessario per ottenere
un progetto europeo sul quale l'istituto si era già proposto.
Non solo, la cosa più importante è che sappiamo come l'Istituto
lavori su un settore particolare della ricerca di base, cioè quello
più vicino alle applicazioni tecnologiche e alle innovazioni
imprenditoriali. In questi ambiti si stanno svolgendo importantissime
ricerche sulle nanotecnologie.
In alcuni dei nostri laboratori - spesso ciò si dimentica - si stanno
svolgendo esperimenti sulla nuova generazione di computers, basati su
fenomeni quantistici. È qualcosa di cui si parlerà fra vent'anni, è
vero, ma alcuni dei nostri laboratori sono, a livello internazionale,
accreditati come i migliori del mondo. Perché andiamo allora a
toccare un settore come questo?
In altri termini, ciò che intendo dire è che molto spesso, nelle
macrodecisioni, così come quando si prendono decisioni relative a
tagli di spesa, a volte non si ha - ciò è anche naturale - la
possibilità di intravedere situazioni particolari che si verranno a
determinare e che magari produrranno tagli davvero drammatici ed
effetti molto negativi per il paese.
Le chiederei un'ora del suo tempo per studiare la situazione dell'INFM.
Troviamo, tutti, il modo, se non adesso anche fra qualche mese, di
restituire almeno una parte dei fondi che sono venuti a mancare in
conseguenza della scadenza delle leggi di finanziamento.
Per quanto riguarda il decreto di riorganizzazione del CNR,
l'onorevole Possa, nel corso del suo intervento in Commissione, ha
riferito alcune cose che, francamente, mi hanno molto preoccupato.
Pertanto, desidero sapere se ho capito bene e se lei in qualche modo
confermi o meno quanto detto dal sottosegretario.
Mi sembra di avere capito che voi intendiate istituire un nuovo
livello di governo dell'ente. Attualmente c'è il consiglio di
amministrazione e poi ci sono gli istituti. Voi desiderate inserire un
livello intermedio e chiamarlo dipartimento. Fin qui, può trattarsi
anche di una buona opera di ingegneria organizzativa che può portare
alla sintesi di attività oggi molto diversificate. La cosa che però
ci preoccupa è che questo dipartimento sarebbe di nomina governativa.
Poiché questo dipartimento è immediatamente impegnato
nell'organizzazione dell'attività scientifica, le voglio far rilevare
che sarebbe la prima volta in Italia che si istituisce una nomina
politica nella gestione di laboratori di ricerca scientifica. Una cosa
simile non è mai successa nella storia nazionale, neppure durante il
periodo del fascismo. Non è successa neppure negli anni '80, in cui
la lottizzazione - prima di «mani pulite» - si sviluppò in tutti
gli ambiti della vita nazionale. La ricerca scientifica, infatti,
perlomeno a livello della gestione dei laboratori, rimase immune. Ora,
lei conosce bene la RAI. Se noi creiamo dipartimenti di nomina
politica, mettiamo il CNR su una strada che lo porterà, dopo pochi
anni, a strutturarsi sul modello della RAI. È davvero una strada
sbagliata! Non ci si chiede questo a livello internazionale. Quando i
nostri ricercatori vanno in Europa e si confrontano giorno per giorno
(perché la ricerca è internazionale per definizione), sicuramente
verrà fuori una discrasia, perché negli altri paesi non sono i
governi, né di destra, né di sinistra, a decidere chi debba dirigere
un laboratorio di ricerca. Quella decisione spetta infatti alla
comunità scientifica. Sugli indirizzi, sui criteri e via dicendo
possiamo capire l'intervento del Governo, ma quella decisione, in
particolare, deve spettare alla comunità scientifica, altrimenti si
intacca qualcosa di prezioso per l'Italia e di delicato nel
funzionamento di questo |