Seduta di mercoledì 24 maggio 2000
Audizione del ministro della Pubblica Istruzione, Tullio De Mauro, sulle linee programmatiche del suo dicastero
Signor presidente, signore e signori deputati,
esistono due alternative possibili: una è quella di illustrare
brevemente che cosa, in un arco di tempo che potrebbe essere brevissimo
e che comunque è breve, può tentare di fare il Ministero della
pubblica istruzione; l'altra è di dare lettura di una nota
circostanziata. Nell'uno e nell'altro caso, la sostanza dei problemi vi
è certamente nota. Credo che le nostre scuole ed il sistema scolastico
nel suo complesso abbiano di fronte quei problemi che questa Commissione
ha segnalato così bene con la sua relazione sulla dispersione
scolastica; e questo è un primo problema, un groviglio di problemi. Un
secondo groviglio di problemi è rappresentato dagli abbandoni nella
scuola secondaria superiore. In entrambi i casi si tratta a mio avviso
di eredità del passato. Nonostante l'enorme lavoro compiuto dalle
scuole dagli anni sessanta ad oggi per recuperare livelli più alti di
scolarità tra le giovani generazioni, pesa e continua a pesare
un'eredità che è particolarmente incidente in negativo, come voi
sapete, soprattutto nelle grandi aree urbane del sud e, per quanto
riguarda la scolarità medio-superiore, nelle aree a più alto sviluppo
del nord.
Accanto a questo fenomeno ed in combinazione con esso, pesano
negativamente un basso livello di scolarità formale della popolazione
adulta e sacche di modesta alfabetizzazione. L'indagine che il CEDE ha
ultimato e presentato rivela che circa un terzo della popolazione adulta
italiana ha difficoltà a leggere e scrivere un breve testo e ad
eseguire operazioni, anche elementari, di calcolo.
I due fatti sono combinati: il secondo eredita una cattiva o mediocre
scolarizzazione del passato, mentre il primo ha tra i fattori più
incidenti la bassa qualità culturale dell'ambiente familiare cui
appartengono molti studenti che abbandonano prima della licenza
dell'obbligo ed anche dopo.
Credo che dovrebbe essere un compito comune di tutti, e del Ministero
innanzitutto, lavorare in questa direzione, avere queste «stelle polari»
che orientino verso tutti gli interventi che è possibile porre in
essere. Certamente siamo alla vigilia di grandi cambiamenti nell'assetto
organizzativo delle scuole; a queste ultime si offrono possibilità
prima non esistenti. Questa offerta di possibilità è legata a ciò che
il ministro Berlinguer ha proposto, o che il Parlamento comunque ha
approvato, vale a dire una serie molto ampia di provvedimenti,
legislativi e di normazione secondaria, che con il loro stesso
succedersi, intrecciarsi ed incalzare hanno sopraffatto le capacità di
assorbimento dei nostri ancorché bravissimi insegnanti e capi di
istituto e al momento rischiano di sopraffare le capacità di qualunque
ministro della pubblica istruzione, io credo, ma tanto più di un
ministro di prima nomina.
Abbandono queste dichiarazioni di principio (che tuttavia sono quelle a
cui vorrei poter guardare nell'elencare il resto delle questioni che ci
attendono) e passo a temi più di dettaglio, facendo appello a tutta la
vostra pazienza.
Tra gli insegnanti e il personale della scuola, in ragione
dell'attuazione del programma del precedente Governo, si è determinata
quella situazione cui ho già accennato. La legge n. 59 del 1997 ha
generato, specie con l'articolo 21, tutta una serie di decreti
legislativi e di regolamenti che entreranno in vigore dal 1o
settembre prossimo, per dare corpo in tutte le scuole del paese al
processo di ampliamento e di effettiva realizzazione dell'autonomia
scolastica. Il Parlamento ha approvato anche la legge-quadro in materia
di riordino dei cicli dell'istruzione e la legge recante norme per la
parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e
all'istruzione.
In questo modo, il sistema scolastico italiano è stato investito da un
processo di riforma globale, finalizzato a conferire maggiore efficienza
al sistema stesso e a realizzare, con la politica di contenimento del
fenomeno della dispersione, l'obiettivo del successo scolastico e
formativo per il maggior numero possibile di giovani. A tale obiettivo
si aggiunge quello di impedire, attraverso l'educazione degli adulti, la
creazione o la perpetuazione di situazioni di analfabetismo di ritorno.
Si tratta di un processo che deve trovare concreta attuazione attraverso
una serie di interventi, sui quali appunto intendo concentrare
l'attenzione del ministero nei prossimi mesi, anche per assicurare la
regolare conclusione dell'anno scolastico in corso e l'avvio del
prossimo, che non è problema pacificamente già risolto.
Le linee di azione politica (se così si possono definire) che intendo
adottare a tal fine saranno anche improntate all'esigenza di realizzare
il nuovo modello organizzativo del servizio scolastico, seppure con i
tempi che la fase transitoria per prudenza impone. Il quadro delle
riforme va completato ovviamente con il consenso e la collaborazione
responsabile del personale della scuola e di quello dell'amministrazione
centrale e dei provveditorati agli studi, che ha sempre dimostrato alta
professionalità e senso di responsabilità nei confronti delle famiglie
e degli alunni, i quali sono il reale terminale delle nostre possibili
azioni (o anche inazioni, beninteso).
I punti su cui vorrei brevemente soffermarmi sono i seguenti: autonomia
scolastica; realizzazione del riordino dei cicli dell'istruzione;
attuazione della legge sulla parità; provvedimenti di lotta alla
dispersione scolastica ed in genere politiche giovanili; educazione
degli adulti, istruzione e formazione tecnico-superiore, obbligo
formativo a 18 anni; interventi diretti al personale; organici;
contrattazione.
A proposito del processo di ampliamento dell'autonomia scolastica, che
entrerà in vigore a pieno regime, come già detto, dal prossimo 1o
settembre, era ed è necessario ottenere anche dalle regioni Calabria,
Campania, Puglia e Molise il dimensionamento della rete scolastica
previsto dal citato articolo 21 della legge n. 59 del 1997, al quale è
collegato il conferimento alle istituzioni scolastiche della personalità
giuridica, indispensabile per il funzionamento autonomo delle scuole
stesse. In tal senso, una diffida era stata già inviata dal ministro
Berlinguer ai presidenti delle regioni il 16 marzo scorso. Anche se non
dovuto, ho ritenuto opportuno sollecitare nei giorni scorsi, tramite
lettera, questo stesso adempimento, sperando che sia possibile evitare
il ricorso al commissariamento, al quale siamo comunque pronti
(naturalmente se le regioni non daranno altra risposta); abbiamo già
avviato contatti informali con i presidenti delle regioni per capire
quale sia la loro situazione e quali siano i loro orientamenti.
Il debutto dell'autonomia a settembre prossimo ha tra le sue premesse
indispensabili anche la definizione del regolamento ministeriale recante
norme in materia di curricoli nell'autonomia scolastica, da emanarsi a
norma dell'articolo 8 del decreto del Presidente della Repubblica 8
marzo 1999, che ha già ottenuto il parere del Consiglio di Stato e, con
le necessarie modifiche ed integrazioni, è stato inviato agli organi di
controllo. Su di esso le scuole baseranno il proprio piano dell'offerta
formativa (POF), potendo tra l'altro gestire in totale autonomia il 15
per cento del tempo curricolare.
La diffusione a pieno regime dell'autonomia prevede anche, come sapete,
il riordino dell'amministrazione sia centrale sia periferica. Il
relativo regolamento, predisposto in base all'articolo 75 del decreto
legislativo n. 300 del 1999, approvato in prima lettura dal Consiglio
dei ministri, si trova attualmente all'esame delle Commissioni
parlamentari; l'auspicio è che le Commissioni parlamentari vogliano
pronunciarsi sull'esigenza che la ristrutturazione territoriale,
decentrata dell'amministrazione, con soppressione a tempo debito dei
provveditorati agli studi, si compia in tempi compatibili con il
regolare avvio del nuovo anno scolastico e con le nomine in ruolo dei
docenti e del restante personale. La soppressione dei provveditorati
agli studi, che come loro sanno è un antico progetto, risalente alla
fine degli anni ottanta, di snellimento del centro e di rafforzamento
delle realtà regionali, sarà comunque contestuale all'articolazione
sul territorio di servizi di supporto e consulenza alle istituzioni
scolastiche. In sede di contrattazione di comparto saranno proposti
particolari riconoscimenti per il lavoro svolto, nel particolare
frangente di questi mesi, dal personale dell'amministrazione periferica.
Per consentire alle scuole di disporre delle risorse finanziarie
stanziate per l'autonomia scolastica è stata completata in questi
giorni la ripartizione dei fondi della legge n. 440 del 1997 (per l'anno
in corso si tratta di 400 miliardi). I fondi sono notevolmente inferiori
a quelli dell'anno precedente, con il rischio di comprimere progetti
assai bene avviati, a nostro avviso, e di grande importanza (le lingue
nel 2000, l'educazione musicale e artistica dei giovani, e simili). Una
parte notevole dei fondi peraltro è già assorbita da una necessità
primaria, cioè dalla formazione del personale.
Entro l'anno in corso dovranno anche essere emanate le nuove norme di
contabilità delle istituzioni scolastiche, per mezzo delle quali sarà
istituito il nuovo sistema della gestione economica, che si basa sui
principi della responsabilità e della valutazione dei risultati a
consuntivo.
In altre parole, queste norme prevedono, sostanzialmente, l'iscrizione
delle risorse assegnate alle scuole in un unico capitolo di bilancio in
entrata (evidentemente fatte salve le spese di personale) e la
ripartizione delle medesime in canali di spesa fissati liberamente dalle
stesse scuole in relazione ai propri piani dell'offerta formativa. Sono
passi che il Parlamento ha già fatto in questa direzione, e come
vecchio impiegato dello Stato - non come ministro - non posso che
plaudire al fatto che finalmente le amministrazioni dispongano di una
somma di cui devono rispondere, ma di cui possono, a seconda delle
situazioni, disporre in modo ragionevole e secondo esigenze che non
necessariamente sono le stesse per tutti.
Questo nuovo sistema andrà a sostituire le regole della precedente
gestione finanziaria, caratterizzata, come loro sanno, dal sistema delle
autorizzazioni, del formalismo contabile e del controllo della
legittimità degli atti. La bozza di provvedimento in parola è stata
sottoposta all'esame e alla valutazione delle istituzioni scolastiche e
dopo questa fase di attento ascolto è in corso la redazione di un nuovo
testo, per il quale inizierà al più presto il cammino di approvazione
da parte dei Ministeri del tesoro e della pubblica istruzione (speriamo
di procedere molto rapidamente).
L'esigenza di poter tempestivamente disporre di tutti gli strumenti
operativi collegati all'autonomia delle scuole comporta anche di
procedere al più presto, nel contesto dell'indizione della gara per il
rinnovo della convenzione per la gestione del sistema informativo
dell'amministrazione scolastica (data prevista ottobre 2000), alla
riorganizzazione del sistema informativo medesimo, con il completamento
del collegamento in rete di tutte le scuole. Mi risulta che tale
collegamento sia in fase molto avanzata in alcune zone del paese, per
esempio nell'area piemontese, a Torino, mentre in altre, invece, è
molto più indietro. Al potenziamento tecnologico delle scuole
punteranno i programmi di utilizzo dei fondi strutturali dell'Unione
europea, finalizzati anche alla lotta contro la dispersione scolastica e
alla formazione tecnico-scientifica integrata. Si tratta di programmi
che riguardano il Mezzogiorno e che prevedono l'impiego di 1.400
miliardi in sei anni. Eredito queste scelte, che sono anche delle
regioni, e credo che, per quanto riguarda la possibilità del Ministero
di orientare in regime di autonomia le scelte delle scuole, le scuole
del sud, destinatarie primarie dei suddetti 1.400 miliardi in sei anni,
possano e debbano cercare un raccordo, per esempio come sta avvenendo su
altri canali in materia di peer education, in materia di collaborazione
all'educazione tra pari, in rapporto con scuole del centro e del nord.
Naturalmente, se ciò non sembrerà lesivo delle autonomie regionali, ma
mi auguro di no. Peraltro voglio ricordare che è una vecchia storia
quella dell'efficacia della messa in contatto diretto di classi e scuole
tra di loro lontane: negli annali della pedagogia militante - se
pedagogia può chiamarsi - vi sono storie significative che coinvolsero
Barbiana, Vho di Piadena, scuole gestite dai maestri del movimento di
cooperazione educativa in luoghi lontani.
Per ciò che concerne la realizzazione del riordino dei cicli
dell'istruzione, vorrei ricordare che la legge n. 30 del febbraio scorso
impone al Ministero della pubblica istruzione di predisporre entro sei
mesi - che vanno a scadere nella prima decade di settembre, essendo la
legge suddetta apparsa i primi di marzo - un piano di graduale
attuazione della legge medesima, sul quale deve essere poi acquisito,
nei 45 giorni successivi al deposito, il parere parlamentare.
È forse opportuno, come aveva già proposto il mio predecessore, Luigi
Berlinguer, che prima di questo formale pronunciamento e prima della
consegna del piano si possano svolgere nelle Commissioni parlamentari
dibattiti preliminari che portino contributi utili alla formulazione del
piano stesso di fattibilità. Presso il ministero erano già stati
costituiti dei gruppi di esperti, che stanno lavorando per giungere
all'appuntamento entro i termini stabiliti dalla legge. Tali gruppi
stanno per essere rimodulati in una commissione unitaria che coinvolgerà
largamente, con gli esperti e le strutture amministrative, il mondo
delle scuole e degli insegnanti. Come loro ricordano, il piano di
fattibilità contiene tutto ciò che la legge rimanda ad esso: piani di
reperimento progressivo delle risorse; provvedimenti e piani per
l'edilizia scolastica; determinazioni per quanto riguarda il personale;
formazione del personale in servizio; spostamento da una fascia scolare
all'altra, da un ambito disciplinare all'altro degli insegnanti; piani
di revisione e aggiornamento degli insegnanti. Il piano prevede poi di
contenere la definizione degli obiettivi e degli standard formativi e le
competenze finali che, al termine del ciclo di base e del ciclo
superiore, desideriamo che la scuola garantisca alle alunne e agli
alunni. Come loro sanno, non si parla più di programmi che le scuole
sono tenute a seguire: le scuole in autonomia determineranno il loro
cammino, ma, se non ricordo male il testo della legge, i punti di arrivo
sono definiti nazionali, quindi comuni a tutte le scuole.
Rispetto ai gruppi già esistenti, la commissione suddetta integrerà
largamente esperti di livello accademico con persone che lavorano nelle
scuole (per esempio, insegnanti delle scuole elementari e medie e capi
di istituto). La vecchia idea, che ripeto qui sperando di non suscitare
equivoci, è che un tempo la sola scuola di base, ora, con l'obbligo
formativo a 18 anni, tutto il sistema scolastico sono un affare
istituzionale. Intendo dire che non si tratta di un affare di
maggioranza o di opposizione ed aggiungo che, per la verità, molto
spesso non lo è stato neanche in passato per quanto riguarda la
determinazione dei programmi (la gestione è stata un'altra cosa,
probabilmente). Ritengo che questa commissione debba potersi arricchire
di voci che vengono dalla scuola, dal mondo degli studi, delle scienze e
dell'educazione, quale che sia la loro eventuale, diversa collocazione
negli schieramenti politici, negli orientamenti culturali e religiosi.
Mi auguro che vadano in questo senso e testimonino di questa volontà
del ministero le adesioni e le proposte ad un lavoro da compiere in
poche settimane; un lavoro duro, perché si tratta di mettere paletti,
indicare obiettivi e cose fattibili. E tutto ciò non sarà facilissimo,
dovendo avvenire in un futuro indicativo, prossimo negli anni: avremo di
che sudare nella calura, perché penso che il ministro presiederà
direttamente questa commissione, naturalmente con la collaborazione di
tutti i sottosegretari.
I tempi di attuazione della legge saranno in ogni caso condizionati
dalla necessità di reperire, con apposita legge, le risorse necessarie,
nonché dalla predisposizione della necessaria normativa e dalla
preparazione del personale alle nuove funzioni attraverso specifici
piani di aggiornamento.
In relazione all'importanza della riforma e alla sua incidenza sul
sistema scolastico, sia sui contenuti che devono essere fissati, sia
sulla programmazione dei tempi ritenuti più idonei per mandare ad
effetto quanto la legge prevede, saranno anche coinvolte nel dibattito,
come ormai è tecnicamente possibile, grazie alla estesa
informatizzazione delle scuole e del ministero, le singole scuole e le
organizzazioni rappresentative dei docenti, delle famiglie, degli alunni
e le parti sociali, al di là della loro presenza, attraverso qualche
rappresentante, nella commissione plenaria.
A proposito dell'attuazione della legge sulla parità scolastica e sul
diritto allo studio e all'istruzione, la n. 62 del marzo scorso, abbiamo
dato indicazione ai competenti uffici centrali del ministero, non
prevedendo la legge atti di normazione secondaria, di predisporre le
istruzioni necessarie affinché le scuole possano accedere, come
previsto, alla parità. Saranno compiuti al più presto, nel rispetto
dei tempi previsti, gli atti di bilancio ed avviate le intese per
l'adozione di un piano straordinario di finanziamento alle regioni e
alle province autonome per l'istituzione di borse di studio agli alunni
delle scuole statali e paritarie. È un primo passo, a mio avviso;
ritengo, infatti, che in futuro il Parlamento dovrà farne ben altri, ma
ciò al di là delle competenze di questo ministero. Sarà però
necessario realizzare al più presto un intervento legislativo di
urgenza per correggere la contraddizione fra decorrenza «dall'esercizio
finanziario successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore
della legge» e disponibilità finanziaria già operante dall'anno 2000:
si tratta di interventi di bilancio di 60 miliardi per le scuole
elementari parificate e di 280 miliardi per la realizzazione del sistema
prescolastico parificato. Tali interventi, tra l'altro, sono stati
suggeriti da un ordine del giorno parlamentare accettato dal precedente
Governo.
Con lo stesso intervento dovrà essere garantita l'assegnazione alle
scuole materne autorizzate dei fondi assegnati nel 1999, onde superare
l'obiezione degli organi di controllo circa la inesistenza di un
supporto normativo specifico.
A questo punto, mi permetto di richiamare di nuovo la vostra attenzione
su alcune questioni che, nel loro insieme, costituiscono obblighi
prioritari di azione del dicastero dell'istruzione. Mi riferisco
specificamente alla lotta alla dispersione scolastica, un fenomeno
complesso sul quale qui posso non indugiare, salvo discussioni
ulteriori. Si tratta, comunque, di mettere in piedi strategie di
integrazione interistituzionale, anzitutto attraverso un impegno
prioritario del Governo nelle sue varie articolazioni. In proposito
stiamo per inviare alla firma del Presidente del Consiglio una direttiva
per la promozione e il coordinamento delle politiche, delle risorse,
degli interventi da adottare proprio attraverso la concertazione
interistituzionale. Chi di voi conosce molte situazioni di emergenza nel
sud sa bene quanto le scuole possano fare per creare un rapporto
completamente diverso tra le istituzioni nel loro complesso e le
popolazioni, ma sa anche che spesso le scuole da sole non ce la fanno:
esistono situazioni in cui credo che occorra il concerto di più
amministrazioni, centrali e periferiche, perché alcune scuole possano
funzionare come tutti noi desideriamo. I casi più gravi si collocano al
sud, ma non solo.
In merito alle politiche giovanili, ritengo di particolare importanza
continuare a garantire un impegno pieno al ruolo delle consulte
provinciali degli studenti e allo sviluppo della partecipazione attiva
degli studenti stessi nel quadro dell'autonomia. Come loro sanno, le
consulte esistono già, sono molto vivaci, si vanno organizzando con
l'apporto di insegnanti assegnati ad hoc con funzioni di assistenza alla
vita delle consulte. Ho già avuto occasione di incontrare i presidenti
delle consulte e gli alunni del penultimo anno che forse subentreranno
loro. Stiamo studiando il varo di un programma di formazione degli
studenti e di valorizzazione della loro creatività, nel contesto di
linee di politica culturale del Ministero della pubblica istruzione come
sostegno forte all'autonoma progettualità delle scuole. Con il
contributo delle consulte si potrà eventualmente pervenire all'adozione
anche di un piano di lotta alla droga (che evidentemente non è
questione che investa il solo Ministero della pubblica istruzione) e di
prevenzione del disagio giovanile, anche come prosecuzione dei numerosi
interventi avviati da anni nel settore. Purtroppo non è questione di
sud e di nord: il fenomeno è generale e generale dovrebbe essere il
nostro sforzo.
Quanto all'educazione permanente degli adulti, dati recenti sottolineano
la necessità che i programmi già varati in materia siano ulteriormente
potenziati, utilizzando le risorse CIPE e quelle che mette a
disposizione l'Unione europea. Si cercherà così
di realizzare un processo di alfabetizzazione funzionale anche mediante
la progressiva riorganizzazione dei centri territoriali operanti presso
reti di scuole, la loro estensione alla scuola secondaria superiore e il
loro potenziamento con la formazione professionale regionale e le
attività degli enti locali, d'intesa quindi con regioni e comuni.
Nel settore dell'istruzione e formazione tecnica superiore è in corso
di messa a regime il nuovo sistema IFTS (istruzione e formazione tecnica
superiore) anche attraverso la raccolta e la sistematizzazione dei
risultati dei progetti pilota, che stanno dando buoni risultati; è
anche in corso di avvio un ulteriore ciclo di attività formative sulla
base dei piani definiti dalle regioni.
Per quanto riguarda, infine, l'obbligo formativo, l'azione del ministero
deve concorrere, d'intesa con le regioni e gli enti locali e nel
confronto con le parti sociali, all'attuazione dell'articolo 68 della
legge n. 144 del 1999, in particolare attraverso lo studio di percorsi
integrati per l'attuazione dell'obbligo in argomento in relazione ai
bisogni territoriali.
Ho rammentato all'inizio di questa esposizione il personale della
scuola; a conclusione, mi permetto di richiamare gli interventi diretti
al personale. Si stanno completando su tutto il territorio nazionale i
concorsi ordinari a cattedre (con i problemi già segnalati dal
Parlamento al ministro) e i corsi di preparazione finalizzati all'esame
di abilitazione all'insegnamento. Entreranno così nelle graduatorie e
nei ruoli, a partire dal prossimo anno scolastico 2000-2001 e nei due
successivi, circa 35 mila nuovi docenti; non è molto, ma si tratta
comunque di una cifra consistente. Nel corso dei prossimi mesi di giugno
e luglio inizierà a tal fine anche il lavoro di redazione delle
graduatorie permanenti previste dalla legge n. 124 del 1999, a proposito
delle quali sono stati già approvati e
pubblicati nei giorni scorsi i regolamenti di riferimento e sono state
emanate le disposizioni per la presentazione delle domande da parte
degli interessati. Molte delle procedure ricordate, nonostante la
pesante situazione di sovraccarico di lavoro dei provveditorati agli
studi, si concluderanno in tempo utile (noi lavoreremo per questo) e
consentiranno di nominare in ruolo gli aspiranti - si tratta di migliaia
di persone - dal prossimo mese di settembre, salvo concorsi che si
trascinino oltre questa data. Per alcuni altri concorsi e corsi
abilitanti non si farà in tempo e sarà necessario poter arrivare
all'approvazione delle graduatorie fino al 31 dicembre. Per non creare
disparità di trattamento ed innescare movimenti di protesta da parte
del personale proprio nel periodo iniziale dell'anno scolastico, chiedo
al Parlamento di approvare in proposito una specifica norma
autorizzatoria in tal senso nel disegno di legge collegato alla
finanziaria.
Ricordo ancora, collegandomi al problema dei concorsi, delle
abilitazioni e delle nomine in ruolo dei precari, che si sta avviando in
questi giorni la consueta procedura annuale di programmazione delle
nomine in ruolo medesime. Si tratta di un procedimento complicato: il
Presidente del Consiglio stabilisce i criteri, il Consiglio dei ministri
autorizza le quantità globali del personale da assumere, il ministro
della pubblica istruzione ripartisce i posti tra ordini di scuola,
province e tipologia di posto.
A proposito degli organici del personale della scuola e della
contrattazione, richiamo l'attenzione sul problema dell'assoluta
difficoltà per il raggiungimento della riduzione stabilita - entro il
31 dicembre prossimo - dalle leggi finanziarie degli ultimi anni. Si
tratta di migliaia di cattedre e di posti di lavoro in meno, che
andrebbero ad aggiungersi ai poderosi tagli già operati nell'ultimo
decennio. Il pericolo che segnalo è che il mancato raggiungimento dei
livelli previsti di riduzione del personale possa comportare una
riduzione dei fondi stanziati all'epoca per la contrattazione
integrativa. Voi mi direte «sono affari tuoi»; sì, però sono anche
affari di tutti noi, in qualche misura. Comunque avremo modo di
riparlarne. (...)
Ricordo in proposito che deve essere ancora risolta la spinosa questione
del salario accessorio agli insegnanti, che nei mesi scorsi ha suscitato
clamore nella categoria e nell'opinione pubblica. A me pare impensabile
che i fondi stanziati a suo tempo siano sottratti alla contrattazione
integrativa. Occorre, al contrario, che il ministero e il Governo
riescano a reperire ulteriori risorse, per ovviare ad una situazione che
voi conoscete e che io, un po' «alla garibaldina», ho già più volte
richiamato, quella delle scarse retribuzioni degli insegnanti italiani,
specie al termine della carriera. Si tratta quindi di trovare al più
presto all'interno del Governo, con le forze politiche e con le
organizzazioni sindacali, gli accordi necessari e di operare nel DPEF la
programmazione dell'impiego delle risorse necessarie per procedere
nell'arco del prossimo triennio, anche attraverso l'utilizzazione delle
eventuali economie e delle aggiuntive risorse contrattuali, ad una
rilevante operazione di ristrutturazione del salario del personale della
scuola, cercando di realizzare con l'occasione anche i processi di
valutazione dei risultati, della qualità, del tempo, del merito,
secondo le prescrizioni del contratto collettivo nazionale di lavoro,
che deve essere applicato se non verrà modificato.
Sempre in tema di contrattazione, ricordo che il 18 maggio scorso è
stato raggiunto un utile accordo tra le parti (ARAN e confederazioni
sindacali) per la creazione, all'interno del contratto collettivo quadro
del 1998, dell'area specifica della dirigenza scolastica, che viene ad
aggiungersi alle altre aree dirigenziali. È questo, a nostro avviso, il
primo importante passo per l'avvio delle trattative per la
sottoscrizione, possibilmente entro la fine del prossimo agosto, del
primo contratto nazionale di lavoro dei capi di istituto, che, come è
noto, assumeranno le funzioni dirigenziali all'atto dell'avvio, con il 1o
settembre dell'anno in corso, del processo di ampliamento dell'autonomia
delle scuole.
Non si può, infine, dimenticare con l'occasione la situazione
preoccupante degli uffici dell'amministrazione scolastica centrale e
periferica, i cui dipendenti sono da anni sottoposti ad un impegno molto
pesante in ragione del processo di riforma della scuola. Nel momento in
cui qualcuno, a cominciare dal ministro, dice cose banali nel constatare
il basso salario dei docenti italiani nel confronto internazionale, e si
parla quindi di una possibile rivalutazione graduale, negli anni, delle
retribuzioni del personale della scuola, bisogna anche pensare a forme
di incentivazione a favore del personale dell'amministrazione scolastica
(su cui avremo modo di tornare in sedi più tecniche e specifiche) se si
vuole che il processo che Parlamento e ministero hanno avviato in
passato giunga felicemente in porto. Vi ringrazio dell'attenzione.
Seduta di martedì 20 giugno 2000
Seguito dell'audizione del ministro della pubblica istruzione, Tullio De Mauro, sulle linee programmatiche del suo dicastero
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2,
del regolamento, il seguito dell'audizione del ministro della pubblica
istruzione, Tullio De Mauro, sulle linee programmatiche del suo dicastero.
Ricordo che l'audizione del ministro, iniziata nella seduta del 24 maggio
scorso, avrebbe dovuto proseguire il 14 giugno ma in tale data non ha potuto
aver luogo. In proposito informo la Commissione che il ministro ha fatto
pervenire una lettera di scuse per non aver partecipato alla seduta già fissata
a causa di un disguido di segreteria.
Ringrazio il ministro per la sua presenza e do la parola ai colleghi che
intendano porre quesiti.
CARLO GIOVANARDI. Ringrazio il presidente per avermi consentito di
intervenire per primo, in quanto fra pochi minuti sarò impegnato in un'altra
sede. Non vi farò comunque perdere molto tempo non essendo io un tecnico di
questa Commissione, anche se ne ho seguito i lavori in alcuni passaggi
importanti di questa legislatura. Ho già anticipato al ministro, in un incontro
casuale, che se il suo predecessore qualche volta ci avesse dato ascolto forse
sarebbe ancora ministro della pubblica istruzione; non ha voluto farlo, nemmeno
nelle fasi in cui taluni problemi erano più evidenti. Ricordo solo l'episodio
del «gratta e vinci», del concorso a premi finalizzato ad un contributo
straordinario; le relative procedure aveva consigliato fin dal primo momento al
ministro di soprassedere rispetto ad una sfida al corpo docente che non poteva
che essere perdente, visti i criteri che erano stati adottati, ma purtroppo non
è andata così.
La prima notazione politica che intendo esprimere è che a pochi mesi dalla fine
della legislatura è stata fatta partire un'astronave (questo mi sembra anche il
succo delle dichiarazioni rese dal nuovo ministro in Commissione) in maniera
atipica. Si è parlato infatti di una riforma epocale della scuola - i paragoni
con Gentile si sono sprecati - che in realtà è stata approvata da meno della
metà più uno dei deputati: forse il 45 per cento ha partecipato al voto
finale. Solitamente una riforma epocale ottiene un grande consenso parlamentare,
o comunque è frutto di un vasto dibattito, di un confronto parlamentare in cui
si registrano convergenze, e può avere ampi consensi nella società. Questa
astronave è invece partita con critiche feroci da parte del mondo scolastico,
dei sindacati, di più della metà del Parlamento misurato sui voti. Si è
voluto comunque farla partire, ed ora il problema è che nessuno sa dove farla
atterrare; nessuno, neanche la maggioranza ed il ministro, spiega agli operatori
scolastici, ai ragazzi, agli utenti della scuola come, quando e dove l'astronave
atterrerà.
Capisco che poi esiste sempre il metodo rappresentato dall'istituzione di una
commissione di 250 persone che cominci a studiare i piani di fattibilità (e
magari all'interno di essi anche i curricula) per dare un contenuto a
quello che Berlinguer ci ha detto onestamente, cioè di non avere la pallida
idea di quale fosse lo sviluppo della situazione. Berlinguer ha dichiarato: «accettate
la mia scommessa, il settennio è il rinnovamento della scuola; facciamo partire
la riforma, non vi preoccupate dei particolari (se l'anno in meno sia sottratto
alla scuola media o a quella elementare, cosa faranno i maestri e i professori,
come sarà organizzato il biennio della secondaria, quale sarà il rapporto con
la formazione professionale), sono io a garantire che in un secondo momento
saremo in grado di fornire risposte a queste domande». Siamo arrivati al dopo e
chi doveva dare le risposte non c'è più. Politicamente come devo leggere il
fatto che il ministro non ci sia più? Evidentemente non si registra, neanche da
parte della sua maggioranza, un grande apprezzamento per il lavoro che egli
aveva svolto. Può darsi che il ministro avesse in mente un progetto per portare
avanti questa riforma, ma mi risulta che anche i suoi collaboratori al ministero
siano stati tutti spazzati via.
Mi chiedo dunque se sia possibile gestire una riforma che non è stata ancora
avviata, che il ministro non sa come far a partire ed i cui presupposti sono
molto discutibili: il settennio così come è concepito, i 15 anni senza la
formazione professionale. Girando per l'Italia, mi sono divertito a scoprire
tutti gli incredibili escamotage inventati allo scopo di continuare a far
fare ai ragazzi la formazione professionale fingendo di iscriverli alle scuole
statali in quanto sussiste l'obbligo di iscrizione. È una cosa italica,
incredibile, realizzata per aggirare la legge, che è stata aggirata dalle
circolari ministeriali fin dal giorno successivo alla sua entrata in vigore.
FABRIZIO FELICE BRACCO. Italica perché dalle altre parti fanno il doppio.
CARLO GIOVANARDI. Italica perché il vostro dogma è stato che i ragazzi non dovevano iscriversi...
FABRIZIO FELICE BRACCO. Guarda l'Europa e poi parla!
CARLO GIOVANARDI. Io guardo ad una scelta ideologica che ci ha imposto che i ragazzi dopo la terza media non potessero iscriversi alla formazione professionale ma dovessero andare a scuola. Nella realtà si è tuttavia verificato esattamente il contrario, perché il ministero per primo ha previsto deroghe ed eccezioni, e le scuole si sono organizzate per aggirare la legge perché non potevano fare altrimenti.
FABRIZIO FELICE BRACCO. Guarda ai modelli europei prima di parlare.
CARLO GIOVANARDI. Io voglio guardare ad un modello che abbia una sua logica.
FABRIZIO FELICE BRACCO. Allora non parlare di ideologia.
CARLO GIOVANARDI. Si è trattato di una scelta ideologica, perché si poteva
benissimo ammettere il doppio canale, che avrebbe rappresentato una scelta
rispettabile; questa è stata negata in teoria per ammetterla nella realtà. Non
mi sembra un modo intellettualmente onesto di affrontare i problemi.
Tuttavia questo è solo un particolare dell'affresco della riforma, che è
partita e che non sa dove atterrare. Lo dico con preoccupazione. Se noi
chiedessimo di azzerare la situazione e di metterci attorno ad un tavolo per
discutere, nemmeno io come componente del centro cristiano democratico farei il
mio lavoro di opposizione, che invece svolgerei meglio dicendo «continuate così,
proseguite ancora per sei mesi con lo sfascio che avete prodotto nella scuola,
avete ormai l'unanimità dei dissensi». Oltretutto, con la vicenda del «gratta
e vinci» gli insegnanti hanno fatto alcuni conti e si sono accorti che in dieci
anni sono passati dal 50 al 20 per cento della retribuzione rispetto ad un
professore universitario. Avevamo apprezzato l'idea di premiare il merito, ma a
conti fatti si è potuto verificare che si premiava il merito su una base
retributiva che risulta vergognosa per tutti rispetto all'incremento degli
adempimenti e dell'impegno profuso nella scuola italiana.
Questo è il quadro che abbiamo di fronte. Avendo poco tempo a disposizione e
dovendo quindi concludere, non intendo affrontare la questione della parità
scolastica, sulla quale abbiamo visto la maggioranza lavorare come i gamberi,
con un disegno di legge presentato dal ministro all'inizio della legislatura che
riconosceva forme di finanziamento diretto anche sulle rette delle scuole non
statali. Tutte queste disposizioni sono progressivamente sparite per arrivare a
quella presa in giro (non lo dico io, lo sostengono gli interessati)
rappresentata dalla legge sulla parità scolastica approvata qualche mese fa dal
Parlamento.
Politicamente mi sento di avanzare una proposta, che non è quella dei 250 o
dell'esperto tale o delle commissioni: esistono molte commissioni, ben
retribuite, tutto un fiorire di iniziative, di consulenze attraverso le quali il
ministero opera egregiamente, ma questo non mi interessa.
TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Il costo della commissione è zero.
CARLO GIOVANARDI. Non parlo della commissione; mi riferisco a tutta una serie di meccanismi che il ministero ha messo in moto. Successivamente ci potremo confrontare sull'elenco, perché non sempre mancano i finanziamenti; in realtà bisogna vedere come vadano spesi, in quale direzione, in quali consulenze ed impegni. Ciò tuttavia non risolve il problema, perché il confronto avrebbe dovuto essere operato in Parlamento. Abbiamo eluso i temi fondamentali relativi al contenuto della riforma e adesso si deve ricorrere agli esperti per cercare di raffazzonare una soluzione. La nostra proposta politica è molto chiara: azzeriamo, prendiamo atto che questo sistema non funziona, non può essere avviato; lo stesso Governo non ha idea di come farlo partire. È una proposta generosa; fra nove mesi si voterà e può darsi (non sono molto ottimista in proposito) che nascano maggioranze diverse che azzerino una cosa che non funziona. Cominciamo a lavorare assieme non su soluzioni che sono state il frutto del voto del 40 per cento del Parlamento, ma su ipotesi che siano più ampiamente condivise.
VALENTINA APREA. Ministro, le sue comunicazioni sugli indirizzi generali
della politica del suo dicastero hanno fotografato fedelmente le difficoltà in
cui lei si trova ad operare. Nominato in un Governo di fine legislatura, che
sopravvive in nome di emergenze più o meno reali del paese e che è sostenuto
da una maggioranza incerta, divisa su tutto, lei si trova in più sul suo tavolo
la responsabilità di avviare l'attuazione delle riforme volute dal suo
predecessore, il ministro Berlinguer, riconfermato nei tre Governi precedenti di
questa legislatura. Ma se non è stato facile per l'onorevole Berlinguer far
approvare l'intero pacchetto di riforme che hanno interessato diversi e non
certamente secondari aspetti del sistema scolastico, è certamente più
difficile dover fare i conti oggi con il famoso puzzle berlingueriano
delle riforme, perché ora che è terminato i pezzi non stanno insieme. È stato
usato il grimaldello per far saltare l'intera impalcatura di un sistema durato a
lungo e reso rigido e ingovernabile da un ordinamento non più adeguato.
Non si può davvero dire che gli interventi «riformistici» siano mancati.
Semmai, va invocata ora l'esigenza di decongestionare l'affollamento riformatore
in atto, anche perché è difficile prevedere che gli interventi promossi vadano
a buon esito, tenuto conto della necessità di disporre di un asse temporale
ragionevole perché essi siano assimilati dal corpo sociale.
Ma, accanto a questa esigenza, altre e ben più preoccupanti ragioni ci spingono
come forza di opposizione a parlare chiaro con lei, ministro, perché lei sappia
che non staremo a guardare acriticamente le azioni che vorrà assumere. Ad
esempio, non possiamo dimenticare, signor ministro, che gli interventi
riformistici della legislatura non hanno incontrato un'adesione sociale di larga
portata. Le scelte operate hanno piuttosto diviso il paese e le parti sociali e
non hanno estesamente coinvolto il personale dirigente delle scuole ed il
personale docente, a danno quindi della stessa credibilità iniziale
dell'intervento riformatore; ma - aspetto ancor più grave dal nostro punto di
vista politico - esse non hanno modificato in modo significativo il quadro
culturale ed il contesto sociale e organizzativo di riferimento. L'Italia è,
per molti versi, ancora lontana dalla soglia di allineamento con i paesi più
avanzati. I risultati delle ricerche internazionali comparate e le statistiche
riguardanti i processi di transizione, alcuni dei quali richiamerò più avanti,
inducono ad una preoccupata riflessione sui costi economici e sociali che il
nostro paese è ancora costretto a sostenere a causa di una mancata o scarsa
valorizzazione della risorsa umana.
L'inadeguatezza di ciò che la scuola dello Stato offre agli studenti per
promuoverne e favorirne la crescita e l'inserimento nella vita sociale e di
lavoro continua ad essere un persistente tema del dibattito sociale. E i Governi
di questi ultimi anni portano la responsabilità di aver accentuato, e non
diminuito, alcuni dei mali storici del nostro sistema scolastico. Se questo ha
meritato nel passato le accuse di essere burocraticamente gestito, di rispondere
ancora ad una conduzione centralizzata e statalista, di non avere dalla propria
parte il personale della scuola né i sindacati, di non essere stimato dalle
famiglie, di cedere agli interessi del mercato più di quanto non risponda ai più
generali bisogni della persona, di essere dissociato dai luoghi della cultura e
di non sapere evitare la diffusione e l'imperversare delle ideologie dominanti,
di non essere, infine, in grado di liberare le risorse, se tutto ciò è stato
sempre sottolineato ed è avvenuto, ora questi mali sono particolarmente
alimentati da un riformismo che ha interpretato come diffusamente condivise le
scelte di una presunta maggioranza politica e culturale, che ha incredibilmente
rafforzato, anziché superare, l'impianto statalista del nostro sistema
scolastico. Un riformismo che ha mascherato con un'autonomia di facciata la
persistente abitudine a limitarne la realizzazione piena; un riformismo che ha
affollato l'area degli interventi senza dimostrare di avere la capacità di
programmarne gli adempimenti nei tempi e nei modi di attuazione; un riformismo
che ha bluffato sui problemi della libertà dell'educazione, con il serio
rischio di un ulteriore dimagrimento della presenza non statale, e quindi di
pluralismo, nell'area dell'offerta pubblica dell'istruzione; un riformismo che
ha propagandato la qualità e l'innovazione con il vessillo del conformismo
culturale; un riformismo che premia gli aspetti formali (elevazione dell'obbligo
scolastico-formativo, certificazioni, crediti) e non si preoccupa degli esiti
sostanziali (tutela reale del diritto allo studio, all'istruzione e alla
formazione, valore reale delle conoscenze e delle competenze acquisite).
Che le cose siano andate proprio così, ministro, è provato dai risultati
conseguiti dagli alunni obbligati dalla nuova legge a frequentare il primo anno
delle scuole superiori. Colleghi, fummo facili profeti: voi ricorderete in
questa Commissione le nostre accuse, le nostre preoccupazioni in relazione alla
legge n. 9 del 1999, che prevedeva l'obbligo nel primo anno delle superiori. Noi
sostenemmo che questo obbligo, così come era stato concepito, avrebbe portato
ad un aumento della dispersione scolastica invece di rappresentare la soluzione
del problema. Ministro, i primi dati li conosce anche lei, ma glieli ricordiamo;
essi sono sconcertanti ed indicano una selezione nelle prime classi più dura
rispetto agli anni scorsi. Un quotidiano non certo vicino alle opposizioni, la
Repubblica, nell'edizione di Milano di sabato 17 giugno scorso riportava
questo titolo: «Scuola, quadri con stangata»; e così proseguiva: «I dati di
esordio indicano una selezione nelle prime più dura dell'anno scorso, effetto
dell'innalzamento dell'obbligo scolastico». Stiamo parlando di Milano città,
con il 37 per cento di bocciati nelle prime classi delle superiori. Il fenomeno
quindi è stato ingigantito.
Dunque, la formula voluta dal centrosinistra è una formula fallimentare. Siamo
stati facili profeti quando abbiamo previsto tutto ciò: adesso però che la
profezia si è avverata, il Governo risponda, venga in Parlamento a presentare
gli esiti della prima applicazione del famigerato obbligo nelle superiori e
prospetti soluzioni alternative, che non potranno essere altro che quelle
ipotizzate da noi, forze dell'opposizione: doppio canale nella fase terminale
dell'obbligo, possibilità cioè di accedere alla formazione professionale
(certamente riformata, ma sempre formazione professionale) ora dopo la terza
media, e con il riordino dei cicli dopo la scuola primaria. Se non avrete il
coraggio di rivedere le vostre posizioni, ciò sarà fatto da noi con uno dei
primi provvedimenti, se alle prossime consultazioni il paese ci porterà al
Governo.
Il problema della dispersione scolastica e - ne siamo certi, a breve - di quella
formativa, non può e non deve più riguardare le statistiche o le indagini,
come quella che anche la nostra Commissione ha svolto e di cui lei è a
conoscenza. Nel confronto europeo, i nostri dati sulla scolarizzazione ci fanno
guadagnare gli ultimi posti; si tratta di dati pubblicati ancora una volta da un
quotidiano nazionale (oramai i giornali sono bollettini di guerra per chi si
occupa di scuola: non è possibile rilassarsi quando si leggono notizie che
riguardano il settore scolastico). Il Corriere della Sera, come tanti
altri quotidiani, sabato 10 giugno, riportando i dati sull'istruzione in Europa,
scrive «Italia bocciata in lettura», aggiungendo che «il 30 per cento dei
nostri giovani lascia la scuola dopo le medie inferiori; 30 ragazzi italiani su
100 abbandonerebbero la scuola dopo la terza media senza neppure un corso di
formazione professionale».
FABRIZIO FELICE BRACCO. Se hai letto bene, il fenomeno è più grave per gli anziani e meno grave per i giovani.
VALENTINA APREA. Io leggo bene, collega Bracco!
FABRIZIO FELICE BRACCO. Quindi vuol dire che è la scuola...
VALENTINA APREA. La scuola che avete pensato voi, che avete immaginato voi e che continuate a volere voi non può risolvere questi problemi!
FABRIZIO FELICE BRACCO. Sì, ma un dato deve essere riportato per intero!
VALENTINA APREA. Quando avrai la parola esporrai la tua versione, che abbiamo ascoltato per quattro anni.
FABRIZIO FELICE BRACCO. La tua è sempre uguale.
VALENTINA APREA. C'è una novità in più: i dati che confermano le nostre tesi.
FABRIZIO FELICE BRACCO. Studia!
VALENTINA APREA. Io parlo al paese, studio e poi pubblico. Per fortuna, sono i vostri giornali che denunciano, è la Repubblica che denuncia questa lettura dei dati, non Il Giornale; è la Repubblica che ha intitolato «Scuola, quadri con stangata».
ADRIANO VIGNALI. L'Italia non è tutta Milano!
VALENTINA APREA. Anche peggio, come forse l'onorevole Napoli ricorderà fra
breve.
Questi sono i dati che emergono dal confronto europeo, che addirittura
peggiorano con l'applicazione delle nuove leggi. La misura, allora, è proprio
colma: i governi si devono dimettere e i contribuenti devono essere risarciti
dei danni materiali e morali che subiscono in siffatta situazione. Cambiare il
sistema diventa la parola d'ordine, sul piano sostanziale e non sul piano
giuridico-formale, come é avvenuto in questa legislatura.
Ancora su questa indagine ed ancora sui soldi pubblici. Nell'articolo apparso
sul Corriere della Sera leggiamo che il nostro paese non è stato
classificato in matematica e in scienze! Lei, signor ministro, ha il dovere di
dirci come mai l'istituto di valutazione diretto dal professor Vertecchi, con
tutti i miliardi di finanziamento che ha ricevuto, non abbia fornito i dati
richiesti. Come è possibile che il nostro paese non sia stato classificato a
livello europeo? E come é possibile che vi sia un investimento di denaro
pubblico senza che si conoscano i dati effettivi del nostro paese?
È un riformismo che ammette di essere preoccupato per avere generato in molti
angoscia ed insicurezza. È mancata inoltre in modo assoluto, sempre sul piano
della tutela dei diritti individuali, un'azione politica che si preoccupasse di
migliorare la qualità reale delle conoscenze e degli apprendimenti, anche
attraverso la promozione e la valorizzazione delle situazioni di eccellenza.
Debole, discontinua, soltanto mediaticamente gestita è risultata, dunque,
l'attenzione riservata ai contenuti, che un moderno sistema formativo e di
istruzione deve garantire e rendere fruibili.
Questo è ciò che pensiamo delle riforme approvate nell'attuale legislatura.
Per quanto lei, signor ministro, sia pienamente legittimato a compiere ulteriori
passi nella direzione segnata dai governi precedenti, essendo ormai giunti alla
fine della legislatura, deve sapere che, se le scelte che opererà per dare
sostanza alle riforme attuate andranno nella direzione opposta alle nostre
aspettative, non indugeremo a modificarle nel caso in cui dopo la consultazione
elettorale spetterà alla nostra coalizione governare.
Allo stesso modo, le vogliamo dire che avevamo apprezzato la sua apertura nei
nostri confronti allorquando ci aveva richiesto di indicare alcuni nomi di
docenti che potessero rappresentare aree culturali non palesemente allineate sul
piano ideologico e sindacale alla sinistra, per riequilibrare le commissioni
ministeriali per i cicli, che non solo a noi ma al paese sono sembrate dei veri
e propri soviet per l'evidente appartenenza ideologica e culturale dei
membri chiamati a farne parte. Abbiamo ritenuto di non doverle indicare dei
nomi, perché le rivisitazioni culturali dei curricoli spettano al Governo e non
ai partiti, ed avevamo sinceramente confidato nella sua sensibilità. Credevamo,
cioè, che lei avrebbe promosso un'operazione di riequilibrio culturale e
professionale delle commissioni, favorito anche dal fatto di essere un ministro
«tecnico», un uomo cioè che, pur essendo sempre stato da una parte politica,
quella di sinistra, conosce, per esserne stato indiscusso protagonista, il mondo
culturale e professionale della scuola italiana.
Così non è stato, signor ministro. Abbiamo appreso in questi giorni che l'istituenda
commissione per i cicli sarà composta da più di 200 membri e che lavorerà per
un solo mese. Dovrà infatti predisporre (siamo in attesa di leggere il decreto)
il progetto di fattibilità, che deve essere presentato a settembre; oggi è il
20 giugno: anche se chiederà ai suoi membri di lavorare per tutto il mese di
agosto, a voler essere generosi, la commissione lavorerà solo un paio di mesi.
Mi consenta dunque di esprimere non solo riserve ma anche preoccupazioni, perché
questa è una commissione di copertura. Evidentemente, sono già pronti nei
cassetti tutti i documenti che verranno presentati in Parlamento e lei aveva
bisogno di una copertura per affermare che l'operazione era stata partecipata.
Abbiamo inoltre conosciuto i nominativi dei coordinatori dei gruppi di lavoro:
Alba Sasso, Vittorio Campione, Emanuele Barbieri, Forte, Checcacci. Responsabili
sindacali, funzionari di partito e docenti simbolo di un'area che definire di
sinistra è ancora poco! E, insieme a questi....
LAMBERTO RIVA. La Checcacci: tipicamente di sinistra!
VALENTINA APREA. Il ministro deve dirci perché non ha scelto Corradini, che
è presidente e segretario dell'UCI, ma ha preferito la Checcacci! Adesso arrivo
anche alla copertura cattolica!
Dicevo che, insieme a questi, ci sono due esponenti di matrice cattolica che,
pur avendo rivestito ruoli importanti nella scuola italiana, oggi, sì e no,
rappresentano se stessi, perché sono molto facilmente controllati e
controllabili!
ADRIANO VIGNALI. Stai dicendo degli insulti!
LAMBERTO RIVA. Chi te lo permette?
VALENTINA APREA. Me ne assumo la responsabilità!
Davvero sorprendenti queste nomine, signor ministro, sia sul piano ideologico
che su quello più squisitamente culturale e pedagogico: riuscite una volta di
più a farci rimpiangere l'era democristiana, quando le commissioni per le
riforme erano altamente qualificate (e non mancavano certo gli insegnanti!), ma
la guida dei lavori veniva affidata ad esperti di chiara fama scelti in ossequio
ad un vero pluralismo e non ad un pluralismo di facciata. Lei stesso, d'altra
parte, è stato chiamato numerose volte, in qualità di linguista eccelso, a
farne parte, a prescindere dalla sua collocazione politica.
TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Una volta.
VALENTINA APREA. Una volta fa testo!
Dunque, lei ci delude, ministro, con queste sue nomine e pregiudica così
definitivamente l'atteggiamento preventivamente neutro che pensavamo di
assumere. Oggi nutriamo il sospetto (ma forse è più di un sospetto), quello
che la nuova scuola, le sue articolazioni ed i suoi contenuti siano già stati
scritti in qualche sede di partito o in qualche associazione o sindacato e che
la commissione le serva da copertura per le scuole, per il paese, per il
Parlamento. Non sarà così semplice: dovrà dimostrare che i lavori di questa
commissione hanno consentito di giungere al progetto che lei presenterà, dovrà
dimostrare al Parlamento che vuole dare vita ad una scuola di tutti, una scuola
che dia più libertà e più qualità, che nasca dal confronto tra le scuole di
pensiero, e non una scuola che si chiude in una sola visione dei saperi.
Per tali ragioni, riteniamo che lei non possa ma, a questo punto, debba venire
alle Camere prima della presentazione del progetto di fattibilità, per
discutere preventivamente i possibili scenari di fattibilità della riforma, a
partire dai lavori della commissione da lei istituita presso il ministero, e che
debba richiedere una sorta di pronunciamento del Parlamento, alla stregua della
relazione Fassino che precedette la stesura dei programmi per la scuola
elementare riformata, a garanzia del pluralismo istituzionale e culturale.
Veniamo ora ai punti espressamente richiamati nel suo intervento. Lei ha detto
che si sta impegnando affinché vi siano una regolare conclusione dell'anno
scolastico ed un altrettanto regolare inizio del nuovo. Sono frasi che,
ovviamente, vanno scritte nei discorsi da pronunciare dinanzi al Parlamento.
Diciamo che non le è andata bene, signor ministro, perché quando ha assicurato
al Parlamento che vi sarebbe stata una buona conclusione dell'anno scolastico
forse non aveva in mente tutti i problemi che si sarebbero verificati nelle
scuole in questo scorcio d'anno. Proverò a fare un elenco dei problemi che
ancora una volta hanno riempito le pagine dei giornali (i famosi «bollettini di
guerra» per chi si occupa di problemi scolastici).
Innanzitutto, le recentissime indicazioni sulla privacy (giuste o
sbagliate: vi sarebbe da discutere). Sui giornali di oggi abbiamo letto,
purtroppo, che a Varese una liceale di 17 anni si è suicidata dopo aver
ricevuto la lettera in cui le veniva comunicato di essere stata bocciata (Commenti
del deputato Voglino).
LAMBERTO RIVA. Devi avere vergogna a tirare fuori queste cose!
VALENTINA APREA. Questo dimostra che la scuola ha bisogno di altro! Per questo, collega Riva, il problema non può essere trattato in modo burocratico. Il suicidio degli studenti non è un problema burocratico! I dirigenti del ministero hanno risposto (e il ministro potrà dirci se è vero)...
LAMBERTO RIVA. Devi avere vergogna a dire queste cose!
VALENTINA APREA. È vergogna quello che ha fatto il ministero! È una vergogna pensare di risolvere in modo burocratico il problema del vuoto e dell'abbandono in cui si trovano i ragazzi quando la scuola li emargina, quando li esclude in modo burocratico.
LAMBERTO RIVA. Ti devi vergognare a parlare di cose così delicate per sostenere le tue tesi!
VALENTINA APREA. Vergogna al ministero! Vergogna ai dirigenti del ministero! Ci dica lei, ministro, perché è stata emanata una circolare di questo tipo!
FABRIZIO FELICE BRACCO. Che cosa c'entra il suicidio?
VALENTINA APREA. Che cosa c'entra? Come può, il ministero, dettare norme su
questioni così delicate e gestirle in modo così burocratico? Questa è la
paranoia burocratica del nostro sistema! Tant'è vero che quella ragazza ha
ricevuto la notizia a casa ed il giorno dopo si è ugualmente suicidata! Il
ministero non doveva entrare in questo ambito e non doveva prevedere la «stanza
degli asini». Sapete, colleghi, che la circolare prevede che le famiglie dei
bocciati devono essere convocate in una stanza diversa? Ma di che cosa si
interessa il ministero? Siamo di fronte al fallimento educativo della scuola!
Non basta una circolare burocratica per risolvere il problema del futuro dei
nostri giovani e del vuoto educativo che c'è nelle scuole!
Mi dispiace che il collega Riva abbia reagito in questo modo, perché la tesi
che intendo sostenere è che non si può gestire in modo burocratico un problema
che attiene alla vita ed alla sensibilità dei nostri giovani. Voglio ricordare
che questa comunicazione è arrivata alle scuole alla vigilia degli scrutini,
secondo la migliore tradizione burocratica di stampo napoleonico. Credo che
legare una questione così delicata ad una procedura di tipo burocratico,
prevedendo addirittura una «stanza degli asini», sia cosa ben diversa da una
regolare conclusione dell'anno scolastico!
Un altro problema è quello delle nomine, per gli esami di Stato, di commissari
incompetenti: valga per tutti il caso, riportato dalla stampa, verificatosi
nella provincia di Milano. Stamattina il sottosegretario Barbieri, rispondendo
ad una nostra interrogazione sull'argomento, ha dovuto ammettere che questo è
uno dei tanti problemi ancora legati alle macchinose commissioni per gli esami
di Stato.
TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Aboliamo l'esame di Stato!
VALENTINA APREA. Magari! Come lei sa, io sono per l'abolizione del valore legale del titolo di studio.
TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Quella è un'altra cosa.
VALENTINA APREA. Queste commissioni, quindi, sono soltanto una forzatura di un sistema burocratico che mal si armonizza con l'autonomia. I sistemi per accertare le competenze e le conoscenze dovrebbero essere ben altri, quei sistemi che però non si vogliono introdurre nel nostro paese. Nel sistema anglosassone, ad esempio, se i ragazzi non imparano e le scuole non insegnano, queste ultime chiudono e i ragazzi non riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro. Il titolo di studio, quindi, conta davvero...
ADRIANO VIGNALI. E poi cresce la delinquenza giovanile!
VALENTINA APREA. Il problema è che voi avete portato il permissivismo nelle scuole e nell'apprendimento ad un livello tale che i ragazzi non sanno più fare i conti con le piccole e con le grandi frustrazioni, con un cattivo voto, che è una piccola frustrazione, e con una bocciatura, che è una grande frustrazione. Nella scuola di Stato i ragazzi hanno imparato che tutti devono essere promossi e che non c'è differenza fra chi studia e chi non studia.
DOMENICO VOLPINI. Queste tragedie ci sono da quando esiste la scuola!
VALENTINA APREA. Vi sembra che la decisione presa dal ministero per risolvere
questo grave problema sia giusta?
Dobbiamo discuterne. Dal momento che siamo di fronte ad una decisione del
ministero, spetta al ministro rispondere. Mi rendo conto che in questo momento
per lei, ministro, sono più gli oneri che gli onori, ma, ripeto, si tratta di
un'iniziativa del ministero ed il Parlamento si limita a dimostrare che è
l'ennesimo scivolone di questo Governo e di questo Stato etico, che pretende di
risolvere dal centro il problema del vuoto educativo e i problemi dei giovani.
Il ministro De Mauro ha detto che si stava impegnando per assicurare una
regolare conclusione dell'anno scolastico. Le è andata male, caro ministro! Non
doveva dire questo: doveva ammettere invece che vi sono moltissimi problemi.
Un altro problema è quello delle bocciature sospette in alcune scuole
superiori, per salvare gli organici. Anche in questo caso le notizie sono state
riportate a caratteri cubitali e qualche testata, come la Repubblica....
ADRIANO VIGNALI. Non si attribuiscono al ministro le bocciature sospette!
VALENTINA APREA. No, certo, ma quando si fanno le riforme per favorire queste
degenerazioni del sistema (perché i provveditori continueranno ad assegnare i
docenti alle classi sulla base dei numeri) bisogna dire che non si è risolto un
bel niente! E poi ci si lamenta dei livelli della dispersione scolastica, quando
alcuni istituti professionali basano l'avvio di corsi nell'anno successivo sul
numero degli alunni che saranno bocciati! Questa è una degenerazione del
sistema. Ne vogliamo discutere, collega Vignali, oppure riteniamo che sia una
situazione normale? Se la ritieni normale, accontentati: io non mi accontento,
anzi mi arrabbio!
Vi è poi la nuova ondata di rivendicazioni sindacali del personale scolastico,
sempre più agitato ed insoddisfatto, che ha messo a repentaglio gli scrutini ed
ha costretto il Governo a correre ai ripari limitando a soli due giorni gli
scioperi annunciati. Questa volta, ministro, sono io che le faccio gli auguri,
perché domani iniziano gli esami di Stato: non vorrei dover discutere con lei,
tra una settimana o dieci giorni, sui problemi sorti in occasione degli esami di
Stato. Da napoletana le dico che, a questo punto, è preferibile incrociare le
dita! Mi limito a ricordarle di controllare il testo delle prove, perché lo
scorso anno era pieno di errori, formali e sostanziali, che hanno messo in
difficoltà gli studenti. Vi erano persino errori di grammatica: lei che è un
linguista, professor De Mauro, non potrà certamente accettare che si ripeta
anche quest'anno. Cerchiamo almeno di evitare quegli errori che si possono
evitare: poi, come si dice, sarà quel che sarà!
Se tutto ciò non è certamente da paese normale, quanto potrebbe riguardare
l'inizio del nuovo anno scolastico è davvero raccapricciante: intollerabile sul
piano amministrativo, inaccettabile sul piano dei diritti dei cittadini, siano
essi studenti, genitori, docenti o dirigenti. Infatti, per sua stessa
ammissione, ministro, e per colpe chiaramente ascrivibili al Governo, o quanto
meno ai Governi precedenti, non ci sarà nella maggior parte dei casi un
regolare inizio delle lezioni nel prossimo anno scolastico. E così ci sarebbe
da ridere, se non ci fosse da piangere, al pensiero che proprio in coincidenza
con l'entrata in vigore dell'autonomia scolastica alle scuole mancheranno gli
insegnanti. Basterebbe questa considerazione per dimostrare il fallimento della
politica berlingueriana nella gestione del personale; ma ciò svela anche, in
modo persino impietoso, che quella che i Governi di centrosinistra hanno
contrabbandato per autonomia delle istituzioni scolastiche altro non è che
pesante e, in qualche caso, perfino odioso decentramento non già di funzioni ma
di carichi amministrativi.
I concorsi, che noi già qualche anno fa definimmo «la fiera delle illusioni»,
giunti al loro espletamento nel modo più costoso e burocratico possibile, si
riversano sulle scuole come un fiume in piena determinando adesso la paralisi
dell'amministrazione e da settembre quella delle scuole.
È un risultato a dir poco sconcertante che sta creando disagi negli uffici
periferici, i quali dovranno comporre le famigerate graduatorie permanenti (si
tratta di ordinare centinaia di migliaia di domande in ogni singolo
provveditorato, specie in quelli come Roma e Milano), e che non consentirà di
assegnare i docenti alle scuole, per ironia della sorte autonome, e quindi
condizionerà seriamente e per almeno un quadrimestre le lezioni del prossimo
anno scolastico. Chi risponde di tutto questo? È un paese normale, ministro?
Sono eventi che si commentano da soli e che a noi, forze dell'opposizione che si
preparano a governare il paese secondo ben altre prospettive ed è proprio il
caso di dire scelte di campo, fanno tremare le vene ai polsi al pensiero
dell'alto livello di compromissione anche rispetto a riforme future. Intendiamo
dire che la sciagurata politica del personale, portata avanti in questa
legislatura, sarà un macigno sulla strada di una significativa rivalutazione
del ruolo e della funzione dei docenti, ma soprattutto sarà un pesantissimo
fardello per la realizzazione dell'autonomia curricolare ed organizzativa delle
scuole. Che significa, infatti, signor ministro, che le scuole potranno decidere
il 15 per cento del curricolo a livello locale se i docenti saranno assegnati
dall'amministrazione a completa copertura delle cattedre? Faranno come si è
visto già quest'anno: come si diceva ieri in un convegno a Milano, il curricolo
integrativo riguarderà la danza, il gioco, certo non, come avviene nei paesi
europei, l'integrazione del curricolo vero e proprio con la scelta di materie e
di docenti. Cosa accadrà quando il curricolo nazionale includerà alcune
materie e ne escluderà altre, visto che si continua ad immettere in ruolo
docenti su tutte le cattedre? Non sarebbe stato più prudente definire prima i
nuovi assetti culturali e programmatici delle istituende scuole primarie e
secondarie e solo successivamente procedere al reclutamento di nuovo personale?
Ci risponda, ministro. Cosa accadrà?
Tra l'altro, questo aspetto rimanda ad un'altra questione non secondaria, legata
al riordino dei cicli ed in particolare a quanto previsto dall'articolo 6, commi
1, 7 e 8, della legge n. 30 di quest'anno. Il comma 1 dispone che «il programma
comprende, tra l'altro, un progetto generale di riqualificazione del personale
docente, finalizzato anche alla valorizzazione delle specifiche professionalità
maturate, nonché alla sua eventuale riconversione». Mi raccomando, ministro,
lo faccia sapere ai docenti prima di riconvertirli, perché il caso
dell'insegnante nominato sulle materie affini...
TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Quello che non sapeva la filosofia.
VALENTINA APREA. Esattamente. Rischiamo di assegnare interi corsi, quindi
intere classi, a docenti che non conoscono le materie. Il comma 7, lei deve
ammetterlo, è il più bello: «Il personale docente in servizio alla data di
entrata in vigore delle disposizioni regolamentari che disciplinano (...) ha
diritto al mantenimento della sede fino alla sua definitiva assegnazione, che si
realizza tenendo conto in via prioritaria delle richieste, degli interessi, dei
titoli e delle professionalità di ciascuno». Questo è un macigno sulla strada
della rivisitazione; l'articolo andrebbe cassato tutto, se si volesse attuare
una vera riforma. Tuttavia, poiché adesso tocca a lei, lei deve fare i conti
con questa.
Il comma 8 è stato oggetto in aula dello scontro storico tra me e Bracco, che
rimarrà lo scontro della legislatura, con un blitz del collega Bracco: mi
riferisco alla delegificazione della legge n. 341 del 1990. Ricorderemo questa
circostanza, perché io avevo perso qualsiasi speranza di trovarmi in
un'Assemblea democratica; in quel momento ebbi la sensazione del cosiddetto
regime, dei blitz. Qui certamente siamo di fronte alla delegificazione della
legge n. 341. Apro una parentesi. Sono contenta che lei sia professore
universitario (come d'altra parte il suo predecessore), perché su quest'ultimo
comma, relativo alla formazione dei docenti, vorrei manifestare ancora una volta
tutta la nostra contrarietà alla delega, in quanto la delegificazione della
legge n. 341 usurpa una competenza propria dell'università, portando
addirittura al rango di regolamento del Ministero della pubblica istruzione la
definizione di titoli universitari ed ancor più del curricolo richiesto per il
reclutamento. Com'è possibile che un regolamento limiti l'autonomia
universitaria? Infatti si prevede che il ministro decida tutto, di concerto con
il ministro dell'università (Interruzione del ministro De Mauro). Non è
la stessa cosa, ministro, perché lei sa bene che le burocrazie sono diverse. Se
potessimo eliminare tutto, lo faremmo, però dobbiamo essere un po' più
concreti. Inoltre, la disposizione interviene prematuramente rispetto ad una
revisione ordinamentale tesa innanzitutto a chiarire cosa sarà la scuola
primaria, revisione cui si sarebbe dovuto procedere prima; non si può fare
tutto contemporaneamente e, soprattutto, bisogna intendersi su che cosa resterà
- se resterà - della scuola elementare e della scuola media; successivamente si
potrà affrontare la questione della formazione, quindi del reclutamento dei
docenti della scuola primaria.
In proposito intendiamo chiarire che porremo molta attenzione al fatto che i
docenti dei primi quattro anni della scuola primaria conservino quella
specificità di formazione di insegnamento che è propria della grande
tradizione magistrale del nostro paese. Non vorremmo infatti che per problemi più
sindacali che professionali si cominciasse a lavorare per la funzione del
docente unico che, se può risolvere parecchi problemi sul piano più
strettamente giuridico e contrattuale, tuttavia priverebbe la nostra scuola di
docenti maggiormente preparati ad insegnare ai più piccoli, non solo perché
competenti in alcune discipline ma perché formati a livello psicopedagogico e
in un'ottica di unitarietà dell'insegnamento che non si trova in nessun altro
ordine di scuola. Dunque, su tale questione chiediamo un impegno preciso del
Governo; diversamente ci vedremo costretti, nel caso di un'alternanza al
Governo, a rimettere tutto in discussione.
E ancora, a proposito di personale, ministro, vi potevate risparmiare questa
storia delle funzioni obiettivo, questa norma che prevede di fatto l'utilizzo
obbligatorio, da parte delle scuole, dei docenti che sono stati votati dal
collegio perché ricoprano tali funzioni e ai quali poi l'amministrazione ha
fatto frequentare un corso. L'amministrazione prima ha preteso che seguissero un
corso, ha speso finanziamenti pubblici e poi ha introdotto la norma in base alla
quale d'ora in poi le funzioni obiettivo dovranno essere svolte da chi ha
seguito specifici corsi di formazione organizzati dall'amministrazione. Queste
cose non si fanno. I giornali giustamente dicono che per evitare il rinnovo
automatico delle nomine è necessario individuare aree diverse di intervento,
parlano di funzioni obiettivo in abbonamento ed affermano che gli incarichi
rischiano di essere nuovamente attribuiti agli stessi docenti. Noi ne avevamo
parlato in un nostro incontro e ciò si è avverato. Se per ipotesi un
determinato docente non volesse essere più indicato dal collegio, quest'ultimo
non avrebbe altra scelta che cambiare l'obiettivo. Sono cose da sistema
perverso. Quello che diceva il collega Giovanardi è vero. Noi continuiamo con
questo sistema (forse è una maledizione che ci portiamo dietro): approviamo le
leggi e poi dobbiamo mettere i cittadini nelle condizioni di aggirarle, perché
le disposizioni che vengono introdotte sono talmente odiose da diventare di
fatto un peso e non un'agevolazione.
ADRIANO VIGNALI. C'erano anche prima le leggi!
VALENTINA APREA. E ancora, a proposito di personale, merita una riflessione quanto sta per essere deciso a proposito dei docenti iscritti alle scuole di specializzazione per insegnanti, le SSIS. Qui in Commissione vi fu una sorta di blitz nell'esame del collegato, perché all'ultimo momento fu inserito un comma teso a favorire l'inserimento di questi docenti nelle graduatorie permanenti. Ministro, dimentichiamo di essere di parti avverse: io le chiedo un parere da esperto, da docente universitario che ha formato molti di noi. Come è possibile che persone che effettuano questa scelta, e che quindi si accollano l'onere di studiare, di fare anni universitari in più e di venir fuori con un profilo professionale che ha conosciuto momenti di selezione e di approfondimento, possano poi finire nelle graduatorie permanenti delle sanatorie? Lei deve fare in modo che ciò non avvenga. D'altra parte questi ragazzi sono disperati, perché la legge dispone che solo attraverso le graduatorie permanenti si potrà accedere alle scuole. Allora occorre, sì, una legge per favorire questi ragazzi e questi docenti, ma non attraverso l'unico canale previsto da provvedimento nato per porre fine ad un problema storico che caratterizzava la scuola. Loro, poveretti, dicono «metteteci tra A e C, tra quelli che hanno vinto il concorso, tra i precari...»; loro ci implorano, hanno invaso tutte le nostre E-mail, continuano a inviarci comunicazioni...
FABRIZIO FELICE BRACCO. Se si approva il collegato, il problema è risolto.
VALENTINA APREA. No, è una soluzione che non condividiamo assolutamente; non possono essere messi con i precari. La formazione universitaria dei docenti doveva essere alternativa al sistema della graduatoria e del punteggio; nella vostra testa non è così.
FABRIZIO FELICE BRACCO. Non nella nostra testa, ma nelle previsioni della legge.
VALENTINA APREA. La legge n. 124 del 1999 è stata elaborata come sanatoria.
Tu ricorderai che è nata molto tempo prima, all'inizio della legislatura, anche
se ha avuto un iter difficile, è stata modificata, ma rientra in quel famoso
discorso del pezzo che non sta più insieme nel puzzle berlingueriano,
perché a fronte di una scuola rinnovata, autonoma, noi adesso vogliamo
rimettere in piedi il sistema delle graduatorie permanenti, che già come
definizione fa venire la pelle d'oca perché non finisce mai, è un incubo per
tutti, per l'amministrazione, per le scuole. Io voglio sposare la causa dei
docenti che si sono iscritti alle SSIS e che si specializzeranno, però nel modo
più serio possibile; questi sono signori professori, signori laureati, signori
docenti e non sono secondi a nessuno, non devono avere il canale della
graduatoria permanente, ma devono avere un canale preferenziale, in quanto
spendono tempo e denaro e rappresentano la salvezza della nostra scuola, se
vogliamo salvarla. Se poi invece deve diventare la solita macchina della
proletarizzazione culturale e della sistemazione di tutti i soggetti che abbiano
un minimo di titolo, fate voi; però noi vogliamo avere la coscienza a posto e
dirvi che non ci sta bene che sia usato lo stesso metro, la stessa misura per
quelli che appartengono ad un altro tempo, ad un'altra generazione, ad altri
moduli di formazione.
Insisto ancora sul personale, ministro, perché questo ormai è diventato un
incubo per tutti. Non è chiaro il motivo per cui avete deciso di assumere 35
mila insegnanti. Si chiude praticamente ogni accesso alle scuole per almeno
vent'anni, con ricadute sul piano dell'attuazione delle riforme; in proposito ho
citato qualche esempio precedentemente. Lei sta guidando questo inizio; provi ad
immaginare cosa potrà avvenire nei prossimi due o tre anni. Ma soprattutto, per
quanto riguarda le risorse, lei come ha potuto sostenere delle cose gravissime
molto pacatamente, senza cambiare tono? Nella sua relazione, con riferimento al
personale, all'assunzione dei 35 mila insegnanti, lei afferma quanto segue: «A
proposito degli organici del personale della scuola e della contrattazione,
vorrei richiamare l'attenzione sul problema dell'assoluta difficoltà per il
raggiungimento della riduzione stabilita - per il 31 dicembre prossimo - dalle
leggi finanziarie degli ultimi anni. Si tratterebbe di migliaia di cattedre e di
posti di lavoro in meno, che andrebbero ad aggiungersi ai poderosi tagli
dell'ultimo decennio. Il pericolo che segnalo è, però, quello che il mancato
raggiungimento dei livelli previsti di riduzione del personale comporti una
riduzione dei fondi all'epoca stanziati per la contrattazione integrativa». Lei
si è contraddetto una, due, tre volte. Prima dice che pensa di assumere nel
giro di due anni 35 mila persone ...
TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. È una legge che lo prevede.
VALENTINA APREA. È il famoso puzzle di cui ho parlato, nel quale i pezzi non stanno insieme. Poi però lei ha affermato che se deve raggiungere questo obiettivo non può stare nei tetti di riduzione del personale previsti dalle leggi finanziarie e che se non fa né l'una né l'altra cosa vuol dire che riduce le risorse.
TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Spero che Tremonti sia più tenero!
VALENTINA APREA. Il primo punto è sempre quello tragico. Si è voluto fare una politica che io definisco della proletarizzazione culturale, dell'occupazione a tutti i costi, dei concorsi, di tutte le sanatorie possibili ed immaginabili, delle riforme impossibili, e in più della promozione, dei premi. I soldi non ci saranno più, anche se lei afferma che da qualche parte verranno presi. Vengo ad un'altra questione. Vede quante sono, ministro? Il problema è che naturalmente noi siamo attenti e svolgiamo il nostro lavoro full-time, per cui ci è molto chiaro tutto quello che avviene. Mi permetta di chiederle, ministro, come mai anche i colleghi della sinistra abbiano avuto da ridire e, con riferimento ai docenti, le abbiano fatto usare l'espressione «salario accessorio». Il ministro, a proposito degli incentivi ai docenti, ha parlato di salario accessorio agli insegnanti.
TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. È un'espressione tecnica che figura nei contratti di lavoro.
VALENTINA APREA. È come dire che la sinistra non ha più gli operai nelle
fabbriche ma ha quasi un milione di docenti che vuole giustamente trattare con
salario accessorio. Questo richiamo così diretto è veramente pesante!
Vi è un problema di risorse. Il ministero ha ricevuto un richiamo da parte
della Corte dei conti per una eccedenza di 3 mila miliardi e Monorchio ha
risposto che sicuramente vi sarà una sanatoria legislativa (secondo le migliori
tradizioni del nostro paese: in presenza di un'eccedenza, il solito Parlamento
«tappetino» interviene a coprire tutte le falle!). Ma, al di là di questo, il
problema è che si parte in rosso: come si può fare una politica così
sciagurata del personale, generando illusioni e speranze in altre 35 mila
persone, quando i docenti che già ci sono reclamano addirittura il doppio dello
stipendio? Lei stesso, ministro, ha detto che è vergognoso mantenere i docenti
ad un milione e mezzo o due milioni al mese. Dobbiamo discutere insieme di
questi problemi.
La questione delle risorse è seria, signor ministro. Quanto ho detto riguarda
il personale: ma per tutto il resto le risorse ci sono o non ci sono? Il
riordino dei cicli, il progetto di fattibilità sono coperti o no? Quanto costerà
questa riforma? Lo sapremo con il DPEF? Lo sapremo con la legge finanziaria?
Quando è stata approvata la legge quadro, il ministro di allora e le
commissioni dissero che in un secondo momento si sarebbe provveduto a finanziare
la riforma. Credo che non sia possibile sostenere l'ipotesi della riforma a
costo zero (qualcuno aveva addirittura ipotizzato che l'avvio della riforma
avrebbe comportato dei risparmi); bisogna capire se ci sono le risorse per il
progetto di fattibilità. Signor ministro, queste risorse deve trovarle nel giro
di un mese, probabilmente prima di settembre, perché il DPEF sarà esaminato e
votato entro luglio. Il suo primo obiettivo, quindi, non è tanto quello di
guidare l'esercito dei 240...
TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Sono amici suoi!
VALENTINA APREA. I miei amici diranno quello che pensano (Interruzione del
ministro De Mauro). Quello è nelle mani del Signore, ministro: non possiamo
prevedere il futuro! Abbiamo già quasi capito come potrebbe andare a finire!
Inoltre, signor ministro, ci sono le risorse per il contratto dei dirigenti
scolastici? A fatica si è raggiunto un compromesso - che io giudico poco nobile
- per la loro collocazione nell'area dirigenziale: bisogna assolutamente
determinare le risorse da destinare al primo contratto nazionale di lavoro della
dirigenza delle scuole. Le prime risorse potranno essere stabilite nel DPEF; non
voglio caricarla di ansia, ministro, ma il 1o settembre nelle scuole
prenderà avvio l'autonomia e vi dovranno essere dei dirigenti di diritto e di
fatto. Al di là dell'aspetto economico, quindi, occorre un profilo
dirigenziale; ma senza l'aspetto economico la trattativa non può iniziare.
Anche questo è un problema urgente.
Vorrei sapere quale percorso intende seguire per raggiungere questo obiettivo.
Se il collegato sull'istruzione sarà votato a luglio, non vi saranno altre
conseguenze; altrimenti, le ricordo che vi potrà essere una conseguenza seria
per chi non è in servizio ed assumerà di fatto la nomina dirigenziale. La
modalità prevista dal collegato dovrebbe essere approvata prima di settembre:
se il collegato andrà in aula, nulla quaestio; in caso di ritardo,
probabilmente il Governo dovrà intervenire per evitare che vi siano disguidi
nelle scuole.
Vi è poi il problema dei presidi incaricati. Se il concorso sarà bandito in
tempi rapidi, ci potrà essere un recupero; altrimenti, si possono individuare
altre soluzioni.
Un ulteriore problema che dovrà affrontare, ministro, è quello della copertura
del nuovo contratto dei dirigenti amministrativi. Con un contratto si è voluto
cambiare qualifica ai segretari e ai coordinatori amministrativi: quando saranno
dirigenti, chiederanno un nuovo profilo ed un nuovo contratto. Anche in questo
caso vi è un problema di risorse.
Crediamo che, al di là del problema dei cicli e del progetto di fattibilità,
una scadenza sia ormai improrogabile, quella relativa all'attuazione
dell'autonomia e alla riorganizzazione del ministero. In sede di parere sulla
riorganizzazione del ministero, abbiamo avuto modo di esprimere le nostre
critiche perché, secondo noi, siamo di fronte ad un ulteriore appesantimento
del centralismo e del potere affidato alle burocrazie. Prima avevamo undici
direzioni generali; adesso, a seguito della riorganizzazione del ministero, ne
avremo trentuno: mi sembra una bella dose di ricostituente per
l'amministrazione! Questo perché è stato scelto il doppio binario, a
differenza di quanto è avvenuto per altri settori.
La riorganizzazione del ministero prevede, tra l'altro, che gli uffici siano a
sostegno delle scuole: questa espressione mi fa pensare al busto o alla corda di
Lenin! In questo, d'altra parte, siamo confortati dall'opinione di esperti quali
Rosario Drago, che ha pubblicato un testo in cui si legge: «Il ministero, anche
dopo le riforme, resta l'unica sede legittimata all'amministrazione del
personale non delegato alle scuole autonome, che si definisce soprattutto come
l'applicazione di norme giuridiche alle condizioni dei dipendenti. Il sogno di
tale cultura è di ridurre ed eliminare ogni variabile soggettiva e di
trasformare l'organizzazione in una perfetta macchina semovente, mossa da un
motore immobile centrale il cui carburante è la cultura giuridica ed
amministrativa. In questa concezione non vi è posto per la responsabilità
personale verso i risultati né per l'autonomia professionale; tutti sono
esecutori della norma, che contiene in sé la garanzia della realizzazione dei
risultati, che non occorre valutare». È la logica che vi ha ispirato nel
provvedimento sulla parità scolastica.
E veniamo ora al regolamento. Caro Manzini, so che tu sei fiero di quella
circolare, ma puoi esserlo solo per le scuole materne non statali, che potranno
accedere al sistema paritario (il che significa anche garanzia di
finanziamento). Per tutte le altre scuole si tratta di una revisione del
riconoscimento legale, che ne determinerà la chiusura.
GIOVANNI MANZINI, Sottosegretario di Stato per la pubblica istruzione. Non sono obbligate!
VALENTINA APREA. Per tre anni possono sopravvivere, dopo di che si toglierà loro l'ossigeno! Ne riparleremo dopo le elezioni politiche!
GIOVANNI MANZINI, Sottosegretario di Stato per la pubblica istruzione. Se le perderete sarà un dramma!
VALENTINA APREA. Se le perderemo moriranno anche loro! Sappiamo già quello
che succederà se perderemo le elezioni politiche. È una profezia che si
autoavvera: siete rimasti in carica cinque anni, sia pure con governi diversi, e
abbiamo visto quello che sta succedendo! Per fortuna state completando la
legislatura: a questo punto, dobbiamo dire questo, visto che non volete
ammettere gli errori!
Il regolamento dispone soltanto regole, ma non fa cenno ad alcun riconoscimento
economico. Come sapete, pende un ricorso della regione Lombardia per le borse di
studio, che peraltro non sono state regolamentate. Non vi è stata quindi una
precisa volontà di definire prima le regole e di dare poi i contributi alle
famiglie. Per le scuole materne non statali, che sono il vostro fiore
all'occhiello e con cui lavorate in modo più diretto (anche per gentile
concessione della sinistra: è l'unico ordine di scuole che è stato autorizzato
a vivere, gli altri sopravvivono), si va avanti; per tutte le altre scuole, il
regolamento è ancora un macigno, che esaspera l'appiattimento e l'omologazione
rispetto alle scuole statali. Vorrei fare una chiacchierata con il capogruppo
del partito popolare, il quale ha affermato che la normativa sulle scuole
statali sarebbe stata completamente diversa: è stata estesa addirittura
l'applicazione dello statuto delle studentesse e degli studenti.
A parte il merito e l'omologazione organizzativa, si creano delle scuole «fotocopia»
in cambio di nulla. La Francia ed altri paesi chiedono un'armonizzazione agli
ordinamenti statali, ma in presenza di una totale copertura finanziaria; la
richiesta dello Stato e del Governo, quindi, si giustifica. In questo caso tale
richiesta si giustifica solo sul piano ideologico, perché quelle scuole devono
chiudere!
Proseguo con i rilievi critici. Per quanto riguarda l'accoglimento dei soggetti
portatori di handicap, il regolamento afferma che devono essere accolti tutti i
ragazzi che siano portatori di handicap ma non stabilisce come verranno
utilizzati i 7 miliardi previsti dalla legge. Come possono le scuole rendersi
disponibili ad accogliere questi ragazzi se hanno barriere architettoniche e
devono affrontare delle spese? Chi comincia a pagare? Questa è una presa in
giro!
Avete voluto dare un duro colpo per far chiudere quelle scuole, mantenendo il
pluralismo soltanto al livello della scuola materna non statale.
Un gruppo di scuole cattoliche mi ha inviato una nota in cui mi chiede che cosa
succederà con riferimento all'insegnamento della religione cattolica, perché
non hanno mai chiesto l'opzione per la religione cattolica all'interno
dell'orario curricolare. Presenterò un'interrogazione sull'argomento, perché
anch'io ho bisogno di capire. Nelle scuole statali è prevista l'opzione, per
cui i ragazzi possono scegliere; nelle scuole cattoliche l'opzione non c'è mai
stata, perché l'insegnamento della religione cattolica veniva considerato un
insegnamento curricolare. Qualcuno ha voluto fare di questa legge una legge
laica, per cui è stata prevista l'attività extracurricolare.
DOMENICO VOLPINI. Non è vero!
VALENTINA APREA. Nelle scuole cattoliche, collega Volpini, si dovrà
presentare, dal 1o settembre, anche il modello di opzione? È una
domanda a cui dovete rispondere!
Vi sono poi le questioni attinenti al personale, sulle quali stendo un velo
pietoso perché la circolare è talmente chiara nei limiti e nelle chiusure che
prospetta che avremo altre occasioni per tornare sull'argomento.
Quanto alla formazione professionale, vorrei che lei, ministro, sciogliesse un
ulteriore enigma, quello della famosa sperimentazione partita con l'approvazione
della relativa circolare ministeriale. La sperimentazione in corso consente agli
alunni che dopo la terza media si iscrivano alle scuole superiori di frequentare
moduli integrati di scuola e formazione professionale. Questi moduli dovranno
rientrare nel 15 per cento dell'autonomia o potranno esservi percorsi di 200 o
400 ore, secondo la tradizione delle migliori sperimentazioni? Se e quando
partirà il riordino dei cicli, vi sarà molto da discutere, perché queste
attività sono previste dal secondo anno e non dal primo successivo al periodo
di obbligo scolastico.
Vi è molta confusione, quindi, e le incertezze sono più delle certezze.
Restano i problemi della scuola italiana, che vengono aggravati e non
semplificati. Non si intravede alcuna soluzione: questo è il nostro rammarico.
In conclusione, non possiamo non rinnovarle gli auguri per il suo lavoro,
ministro, ma purtroppo ci troverà sempre di più all'opposizione.
ANGELA NAPOLI. Cercherò di esporre le ragioni della nostra contrarietà a
tutte le nuove norme che sono state poste in essere in termini di legislazione
scolastica, contrarietà che d'altra parte è stata evidenziata anche durante i
lunghi dibattiti svoltisi nel merito. Devo però fare riferimento in questo
momento alle dichiarazioni programmatiche del ministro De Mauro, anche perché
lo avevo invitato a rendersi disponibile ad una prosecuzione nel dibattito in
tempi ragionevolmente brevi proprio affinché egli potesse essere cosciente
delle effettive posizioni e volontà dei vari gruppi politici.
È chiaro, onorevole ministro, che coloro i quali immaginavano di vedere un capo
del dicastero dell'istruzione capace di fare marcia indietro rispetto a quanto
voluto dal suo predecessore, il ministro Berlinguer, si sbagliavano di grosso;
forse questi non sapevano che lei avesse già fatto parte dello staff di
consulenza del precedente ministro, forse hanno finto di dimenticare che lei è
espressione di una maggioranza politica che ha punito, con la non riconferma, il
ministro Berlinguer perché responsabile del varo di provvedimenti mai
contrastati, ma anzi votati dalla stessa. E che lei, onorevole ministro, volesse
proseguire sulla scia intrapresa dal suo predecessore lo si è compreso non
dalle sue dichiarazioni programmatiche, bensì dalle affermazioni rilasciate
subito dopo la nomina, prima affermazioni demagogiche a vantaggio della
professione docente e poi qualcosa di sinistra, ad uso e consumo interno della
maggioranza che la sostiene. L'invito ai giovani a rileggere Marx per capire
qualcosa di più di come sono nati e cresciuti i diritti dei lavoratori (queste
le testuali sue parole)...
TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Posso dire che i giovani a cui mi rivolgevo avevano un'età media di 80 anni?
ANGELA NAPOLI. L'invito era riportato anche come diretto ai giovani, sono le
sue testuali parole; un invito su Marx, fingendo di dimenticare (lei è troppo
preparato perché si possa immaginare che non abbia finto) che dobbiamo proprio
a Marx, ai suoi figli e ai suoi nipoti stragi, intolleranze, debolezza di
argomentazioni, così come l'invenzione di un divenire storico che ingenuamente
si placa una volta che il proletariato è al potere.
Certo, dopo le sue affermazioni demagogiche sta alle varie componenti
scolastiche utilizzare al meglio le autonomie, le libertà non ancora negate,
almeno a parole, e rendere vane le direttive ministeriali. Lei mi dirà, anche
perché è di moda, «mi sono mantenuto nei limiti della par condicio, ho
dato un colpo a sinistra ed uno a destra», perché subito dopo ha profuso
l'elogio di Giovanni Gentile affermando che «Gentile ha costruito un progetto
scolastico di integrazione tra saperi umanistici e scientifici ancora oggi
straordinariamente valido». Le chiedo: se quel progetto scolastico è ancora
oggi straordinariamente valido, perché non fare retromarcia rispetto agli
assunti del ministro Berlinguer? Se l'intento di rimpiazzare il ministro
Berlinguer era quindi quello di placare la ribellione degli animi, con lei non
credo ci si possa riuscire.
Onorevole ministro, lei è certamente un grande studioso ed ha un alto profilo
professionale. Proprio per questo, pur non condividendo le sue idee politiche,
mi spiace che sia stato chiamato a dirigere un dicastero che ha visto il varo di
una rivoluzione del nostro sistema di istruzione e di formazione e che adesso
necessita di grandi supporti tecnici. Due settimane fa, personalmente non le
diedi il benvenuto ma le augurai buon lavoro, perché chi come me ha seguito
scrupolosamente tutta la fase innovativa si rende ben conto delle difficoltà
organizzative per la fase attuativa. Il breve tempo previsto per l'avvio del
nuovo anno scolastico e le scadenze ravvicinate contenute nelle nuove norme
richiedono interventi tempestivi e chiari, per non gettare nel caos le scuole
italiane. Lei, onorevole ministro, sa troppo bene che l'impalcatura della nuova
opera ingegneristica dovrà in breve tempo trovare sia il materiale necessario
per la sua stabilità quanto l'arredamento della stessa.
Nelle dichiarazioni programmatiche ella ha fatto cenno ad alcuni punti di
riforma, ma non ha indicato quali sono i suoi reali obiettivi. L'autonomia
scolastica, le sperimentazioni avviate, i piani di ridimensionamento della rete
scolastica, i POF, le figure obiettivo creeranno scuole a diverse velocità, non
essendo uguali le opportunità logistiche, territoriali ed economiche delle
diverse realtà in cui le scuole operano. Quali sono le sue posizioni, onorevole
ministro, per sventare il grave colpo che le regioni del nord starebbero per
infliggere al nostro sistema di istruzione? Perché ella non ha inteso
pronunciare una legittima difesa di quelle regioni che, proprio per difficoltà
logistiche, territoriali, economiche e culturali, rischiano di non avere
istituzioni scolastiche competitive fra di loro? Perché non garantire tutte le
scuole a livello di strutture, di risorse economiche, di preparazione dei
docenti e dei capi di istituto? Perché lasciare che Reggio Calabria risulti
ancora l'ultima provincia per fatiscenza dei suoi edifici scolastici? Perché
non garantire l'offerta formativa facendo slittare all'attuazione del riordino
dei cicli scolastici il varo dei piani di dimensionamento della rete scolastica?
Perché avviare la direzione scolastica regionale in via sperimentale solo in
Lombardia, Liguria e Toscana, non riconoscendo eguali capacità anche a qualche
regione del Mezzogiorno? Sarebbe bastato dare la risposta alle mie domande
rispettando il dettato della nostra Carta costituzionale, anche in termini di
istruzione e formazione, ed avvalersi del vero principio di sussidiarietà.
Riordino dei cicli, perno dell'intera riforma. Conoscevamo da molti anni,
ministro, la sua propensione per una scuola di base che annullando le attuali
scuole elementare e media portasse ad un ciclo unitario di base per vincere il
sottosviluppo culturale nazionale. Questo è il suo pensiero espresso nel libro Idee
per il Governo, edito nel 1995 da Laterza. Non abbiamo condiviso e non
condividiamo questa tesi; ma ormai è legge dello Stato. Tuttavia quello che ci
preoccupa in questo momento sono i contenuti, il sapere. E non può certamente
placare la nostra viva preoccupazione il previsto dibattito preliminare nelle
Commissioni parlamentari sulla formulazione del piano di fattibilità.
Nell'attuale processo di riforma della scuola italiana è presente una forte
tendenza a comprimere, se non eliminare, i contenuti disciplinari
dell'insegnamento, sia privilegiando nelle istituzioni scolastiche le funzioni
di accoglienza e socializzazione dei giovani, sia trasferendo l'insegnamento in
un ambito che, variamente definito come interdisciplinare, multidisciplinare o
in altri modi simili, è caratterizzato dall'evitare l'acquisizione di strumenti
concettuali portanti, che sono tutti interni alle varie discipline,
privilegiando invece il continuo passaggio da un argomento all'altro ad un
livello di costante superficialità. Una scuola ridotta a luogo di
socializzazione e di assuefazione all'uso di prodotti con percorsi unici
obbligati rischia di produrre cittadini di seconda classe, privi di qualsiasi
strumento critico verso il mondo che li circonda. L'idea che il mondo evolva
attraverso successive sostituzioni, sempre più rapide, che rendono
immediatamente obsolete idee, teorie e tecnologie del passato è ormai fatta
propria soprattutto dai meno giovani, ma questa idea paradossalmente potrebbe
divenire in breve essa stessa superata.
Ministro, ella non ci ha detto una sola parola su tutto questo; non ci ha
comunicato quali dovranno essere per lei la qualità dell'apprendimento, le
finalità educative, la funzione pedagogica. Non ha espresso il suo pensiero
circa l'assenza nell'intera riforma di un organico sistema graduale e continuo
della formazione professionale parallelo e concorrenziale con quello scolastico
di istruzione e dell'integrazione o interconnessione tra istruzione e
formazione. Dalle sue dichiarazioni programmatiche non si è nemmeno ben compreso se lei sia riuscito a
raccapezzarsi, a trovare il bandolo della matassa all'interno di tutte le
riforme varate. Le riforme, infatti (abbiamo avuto la possibilità di
constatarlo da legislatori), sono frutto non della coesione di una maggioranza
politica ma di accordi momentanei tra questo e quel partito della maggioranza,
che hanno comportato ritocchi e modifiche, con risultati estremamente
contrastanti negli obiettivi e nelle motivazioni.
Si è posto con coscienza, onorevole ministro, la domanda di cosa accadrà alla
scuola italiana con l'avvio del prossimo anno scolastico? Scuole autonome, non
in grado di essere competitive perché mancano ancora strumenti essenziali,
quali per esempio le norme sulla contabilità e sull'autonomia curricolare;
innalzamento dell'obbligo scolastico e formativo; ottimale dimensionamento delle
scuole secondo piani regionali che andranno rivisitati alla luce della riforma
dei cicli; strutture edilizie scolastiche fatiscenti; scarsa formazione dei
docenti; organici funzionali sperimentali; personale in sovrannumero;
conferimento di supplenze; organi collegiali di istituto superati; creazione dei
soliti «carrozzoni» regionali, definiti servizi a supporto dell'autonomia;
graduatorie permanenti non predisposte perché non saranno finiti in tutte le
regioni i concorsi previsti dalla legge n. 124 del 1999; materiale didattico non
adeguato; mancanza di un adeguato sistema nazionale di valutazione: questo è il
quadro, onorevole ministro.
Le sue dichiarazioni programmatiche non fanno alcun cenno agli studenti,
divenuti ormai semplici fruitori di norme calate dall'alto, che non hanno più
nulla di educativo. Il fatto che la scuola perda il suo carattere istituzionale
sembra non avere alcuna importanza. Secondo le nuove logiche è importante non
amareggiare lo studente che segue saltuariamente l'attività didattica e che non
vuole conseguire livelli accettabili di apprendimento. È importante non
mortificarlo piuttosto che richiamarlo ai valori utili per la sua crescita di
futuro cittadino esemplare; è importante dargli tutto e comunque, piuttosto che
creare una scuola qualitativamente ottimale per dare certezza e garanzia al suo
futuro. È importante sostituire la comune interrogazione con stimolo aperto e
risposta aperta, stimolo chiuso e risposta aperta, stimolo aperto e risposta
chiusa, stimolo chiuso e risposta chiusa.
Pur se dai resoconti degli esami di Stato risulta evidente che il 50 per cento
degli studenti non sa scrivere, si trovano i soldi per i computer e addirittura
per istituire i fondi di garanzia per le banche. Il tutto, pur essendo
dimostrato che non sono i computer a dare maggiore istruzione.
Infine, ministro, cerchiamo di mettere da parte la demagogia. Se l'intento di
sostituire il ministro Berlinguer è stato quello di placare la ribellione
sempre crescente di un corpo insegnante sempre più umiliato ed offeso, credo
che lei non abbia intrapreso la strada corretta. Ricordiamo tutti la sua frase,
pubblicata su il manifesto del 15 gennaio 1997: «Non possiamo dare
troppa fiducia ai genitori e agli insegnanti, perché sono delle realtà
immature». Ebbene, ella ha cercato di blandire quelle realtà mature
dichiarando scandalosi gli stipendi e parlando di aumenti ai professori, magari
con i soldi delle lotterie, sapendo benissimo che questo appare, al momento,
impossibile e che è in atto un contratto «capestro», sottoscritto da
organizzazioni sindacali (CGIL-CISL-UIL e SNALS) che certamente non hanno
valutato la scandalosità degli stipendi, come lei ha giustamente fatto.
Sta di fatto che sui 1.200 miliardi previsti per il «concorsone», dopo aver
dichiarato che gli aumenti di merito agli insegnanti si baseranno sulle
valutazioni delle singole scuole, lei ha preferito tacere, per tentare di
bloccare le legittime proteste previste per le fasi di chiusura del corrente
anno scolastico, certamente in questo coadiuvato anche dal comitato di garanzia.
Leggevo tempo fa, ministro, nel testo di Lucio Russo intitolato Segmenti e
bastoncini: dove sta andando la scuola? il seguente passo: «La scuola di
una volta si rivolgeva a chi avrebbe dovuto prendere delle decisioni e non a
futuri consumatori passivi. Per creare la nuova scuola per consumatori occorre
portare a compimento un processo di deconcettualizzazione, eliminando
dall'insegnamento gli strumenti intellettuali tradizionali basati sull'uso di
concetti teorici. Naturalmente la scuola per consumatori non ha bisogno di
insegnanti con particolari competenze specifiche, non le occorrono esperti di
fisica, letteratura e storia dell'arte: basteranno generici operatori scolastici
che accompagnino i giovani nella fruizione dei media. Naturalmente, via
via che procede la trasformazione degli insegnanti in nuove figure il loro
prestigio diminuisce, di pari passo con i loro stipendi».
Ho una grande paura, ministro: che lei condivida questo passo. Hanno voluto
sciaguratamente assimilare la scuola ad un'impresa, in cui i docenti sono gli
operai, la merce da trattare gli alunni e il dirigente è onnipotente. Non è
questa la scuola da noi voluta. La scuola deve ridiventare una vera istituzione,
deve riprendere la sua funzione di ispirazione e formazione delle coscienze,
garantendo il ripristino dei valori umani e spirituali ed il recupero delle
nostre storie, tradizioni e culture.
Con tale visione Alleanza nazionale ha lavorato durante la fase di discussione
delle nuove norme e con tale visione intende continuare a lavorare.
Seduta di giovedì 6 luglio 2000
Seguito dell'audizione del ministro della pubblica istruzione, Tullio De Mauro, sulle linee programmatiche del suo dicastero
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2,
del regolamento, il seguito dell'audizione del ministro della pubblica
istruzione, Tullio De Mauro, sulle linee programmatiche del suo dicastero.
Ricordo che l'audizione del ministro è iniziata nella seduta del 24 maggio
scorso ed è proseguita in quella del 20 giugno.
Ringrazio il ministro per la sua presenza e do la parola ai colleghi.
VITTORIO VOGLINO. Signor ministro, come avevo promesso ho predisposto un
intervento dal quale emergono alcuni interrogativi soprattutto in riferimento
alla riforma dei cicli scolastici, sui quali concentrerò la mia attenzione
lasciando poi al collega Volpini considerazioni su altri aspetti complessivi
della riforma.
La prima questione attiene ai tempi di attuazione della legge sul riordino dei
cicli scolastici, che secondo noi dovranno essere compatibili con i tempi
indispensabili per la predisposizione della normativa secondaria e per
un'adeguata preparazione del personale ai nuovi compiti allo scopo di
valorizzarne le specifiche professionalità, tempi per consentire alle molte
scuole elementari parificate (che complessivamente mi pare siano 926) di
adeguare le proprie strutture, con le ovvie ricadute sul piano economico, per
definire per quanto attiene alla scuola di base la sua caratterizzazione di
percorso educativo unitario ed articolato in rapporto alle esigenze di sviluppo
degli alunni; si tratta di un percorso che in questi 7 anni deve prevedere
attività in parte per ambiti disciplinari, però anche il contemporaneo avvio
di processi di apprendimento prettamente disciplinari; tale percorso comporta
peraltro il pieno utilizzo delle professionalità attualmente operanti sia nella
scuola elementare che nella scuola media.
Sempre con riferimento ai tempi di attuazione, sottolineo inoltre che questo
percorso avrà inevitabili ricadute sull'editoria scolastica, la quale necessita
di chiarezza per una seria ed efficace programmazione della produzione dei libri
scolastici (problema che è stato sollevato dagli editori). Inoltre, il percorso
dovrà essere confortato da un'aggiornata proposta per quanto riguarda i
contenuti culturali; so che la Commissione si sta muovendo in questo senso.
Ho fatto questa elencazione per sottolineare come vadano pensati i tempi
indispensabili per garantire le condizioni che agevolino l'avvio dei nuovi
ordinamenti; inoltre ritengo che l'avvio dovrà essere previsto dando inizio al
nuovo corso con piena gradualità, partendo con il primo anno della scuola di
base e con il primo anno del secondo ciclo, con l'ipotesi di procedere
all'attivazione della riforma in sette anni.
Insomma, ministro, per quanto riguarda questo primo punto chiediamo gradualità
ma anche tempi certi. In questo momento delicatissimo, per tutta una serie di
ragioni, non ultimo il fatto che la scuola ha bisogno di metabolizzare questi
percorsi, è necessario che il processo riformistico si traduca in
comportamenti, ma perché ciò avvenga è indispensabile quella necessaria
gradualità che pone gli interpreti di questi processi (gli insegnanti in prima
fila, ma anche i dirigenti) nelle condizioni di poter metabolizzare il processo
stesso. Pertanto caricare eccessivamente il processo significa appesantire il
momento e rendere difficile il passaggio.
Un secondo ordine di problemi riguarda il rapporto, la complementarietà e
l'integrazione tra il sistema dell'istruzione, della formazione professionale e
dell'apprendistato. A nostro modo di vedere, occorre fare chiarezza sui
passaggi, sui crediti certificabili e riconoscibili e, soprattutto, bisogna
rendere attuabile l'articolo 17 della legge n. 196 del 1997 per dare credibilità
e certezza a tutto l'impianto della formazione professionale.
Vengo ora ad un terzo ordine di problemi. Indipendentemente dai tempi di
attuazione (che però abbiamo visto essere una questione molto importante),
tutto il processo dovrà essere accompagnato con l'adeguamento del sistema delle
classi di concorso, della formazione iniziale, dell'utilizzazione delle risorse
professionali, del quadro organico degli insegnamenti, del ruolo dei docenti.
Vanno rivisitati i meccanismi di reclutamento e mobilità, della formazione in
servizio, pensando a significativi processi di riconversione e di
riqualificazione professionale. Andrà generalizzato l'organico funzionale di
istituto, al fine di soddisfare le esigenze delle scuole autonome e quelle di
stabilità e qualificazione della prestazione professionale del docente.
Nel quadro di un generale ripensamento sulla qualificazione degli operatori
scolastici, condividiamo, signor ministro, la necessità, da lei sottolineata,
di procedere entro la fine del prossimo mese di agosto al primo contratto
nazionale di lavoro dei capi di istituto, che dal 1o settembre
prossimo assumeranno le funzioni dirigenziali. Sappiamo bene che si tratta di un
problema giuridico ma anche economico e che bisogna reperire le risorse per
poter fare questa operazione; non vi è dubbio tuttavia che come insistiamo
sulla necessità di qualificare il servizio da parte degli insegnanti, così è
importante sottolineare l'esigenza che a capo di queste scuole autonome vi siano
dirigenti motivati ed anche con un adeguato riconoscimento economico. È un
problema di giustizia ma anche psicologico, di ricarica motivazionale.
È inoltre necessario, signor ministro, avviare con la massima urgenza (a mio
avviso non più tardi del 31 luglio prossimo) le procedure per il reclutamento
dei futuri dirigenti delle scuole, provvedendo all'emanazione del bando relativo
al primo corso concorso in base all'articolo 28-bis introdotto dal
decreto legislativo n. 59 del 1998. Così come sarà indispensabile nella fase
transitoria individuare - lo diceva anche la collega Aprea - una soluzione per
gli attuali presidi incaricati, per non disperdere irrazionalmente risorse
professionali già maturate. So di toccare un problema delicatissimo, che
conosco e che abbiamo tenuto in gestazione parecchio tempo. Indubbiamente però
in questo momento non possiamo assolutamente disperdere tutte le professionalità
che sono venute maturando in questi anni. Riteniamo infatti che anche i presidi
incaricati abbiano maturato delle professionalità; dobbiamo tutti insieme
individuare delle soluzioni per non disperderle.
Un quarto ordine di problemi riguarda la formazione post-secondaria non
universitaria. È opportuno monitorare lo svolgimento delle iniziative in atto,
verificando la collaborazione dei soggetti agenti e le modalità di
pianificazione sul territorio, nonché l'efficacia in rapporto al mondo del
lavoro.
Il riordino del ministero coinvolgerà certamente il ripensamento dei
provveditorati agli studi. Il parere espresso dalla I Commissione, che recepisce
alcune osservazioni da noi segnalate, prefigura alcuni passaggi che vanno nella
giusta direzione di rendere più snello il ministero e più efficace la presenza
delle strutture periferiche al servizio dell'autonomia scolastica. Dobbiamo
muoverci in questa direzione, anche se sappiamo che non è facile.
Per concludere, registro alcune perplessità in ordine ai criteri in base ai
quali si vanno costruendo le graduatorie permanenti, soprattutto per quanto
riguarda i docenti delle scuole non statali, che si sentono ingiustamente
discriminati. Esiste inoltre un certo malumore per le molteplici difficoltà a
rispondere alle esigenze di integrazione dei ragazzi in situazione di handicap.
Girando per le scuole, ho avvertito molto malumore, per cui bisogna affrontare
questo nodo. La questione va rivisitata affinché nel prossimo anno scolastico i
soggetti portatori di handicap, già deboli, non abbiano a sopportare ulteriore
marginalità. Registro altresì nelle scuole un diffuso fastidio nei confronti
di appesantimenti burocratici che i docenti mal tollerano.
Signor ministro, abbiamo apprezzato in recenti suoi interventi, in primo luogo,
la volontà di tradurre questo sforzo riformistico in cambiamento con gradualità,
anche se in tempi certi, e questo è un elemento di fondo, è una volontà che
noi sosteniamo. In secondo luogo, abbiamo apprezzato l'impegno (da lei ribadito
in più occasioni) di riqualificare economicamente gli insegnanti, il personale
ATA, soprattutto quello amministrativo, i dirigenti, per cui dovremo compiere
tutti insieme uno sforzo affinché nella finanziaria vi siano le condizioni per
poter fornire risposte a questi impegni sostanziali nel momento in cui la scuola
sta cambiando. Un terzo elemento che abbiamo apprezzato è la necessità di
ripensare complessivamente alle modalità di riconoscimento della qualità del
servizio. In proposito vi è unanime consenso; adesso si tratta di ritrovarci
sulle modalità di tale riconoscimento. Aggiungo che la scuola italiana ha
bisogno di meno burocrazia e necessita invece di più attenzione alla sostanza;
questo chiedono gli insegnanti: di poter fare e di dover fare. Processi di
insegnamento-apprendimento, valutazione dei percorsi e dei risultati, rapporto
con l'utenza, con i ragazzi: su questo gli insegnanti concordano. Li troviamo un
po' meno concordi quando invece perdono molto tempo nella compilazione di
schede, qualora queste non siano funzionali allo svolgimento dell'attività.
Su questi percorsi, signor ministro, il partito popolare la sosterrà in modo
leale.
DOMENICO VOLPINI. Signor ministro, il mio intervento sarà molto breve e
riguarderà un punto del programma che il gruppo dei popolari ritiene di
fondamentale importanza; proprio per tale motivo il capogruppo si è riservato
l'onere di esporglielo. Si tratta dell'attuazione della piena gratuità
dell'obbligo di istruzione nel sistema nazionale dell'istruzione pubblica.
Questo è un dettame costituzionale, non solo, ma anche una prescrizione
legislativa delle leggi che sono seguite. L'articolo 34, comma 2, della
Costituzione prescrive che «l'istruzione inferiore, impartita per almeno otto
anni, è obbligatoria e gratuita». L'articolo 1, comma 1, della legge 20
gennaio 1999, n. 9, stabilisce che «a decorrere dall'anno scolastico 1999-2000
l'obbligo di istruzione è elevato da otto a dieci anni. L'istruzione
obbligatoria è gratuita». L'articolo 1, comma 1, della legge 10 marzo 2000, n.
62, istituisce il nuovo sistema nazionale di istruzione recitando: «Il sistema
nazionale di istruzione, fermo restando quanto previsto dall'articolo 33,
secondo comma, della Costituzione» (ossia che lo Stato ha l'obbligo di
istituire scuole di ogni ordine e grado) «è costituito dalle scuole statali e
dalle scuole paritarie private e degli enti locali». Al comma 2 sancisce la
piena parità delle scuole paritarie private con quelle statali con la seguente
precisazione: «Si definiscono scuole paritarie, a tutti gli effetti degli
ordinamenti vigenti, ...». Al comma 3 viene affermato il carattere pubblico
delle scuole paritarie private con la prescrizione: «Le scuole paritarie
private, svolgendo un servizio pubblico (e si parla di servizio pubblico
scolastico, in piena parità con quelle dello Stato, a tutti gli effetti degli
ordinamenti vigenti), accolgono chiunque accettandone il progetto educativo
richieda di iscriversi, compresi gli alunni e gli studenti con handicap». Fino
ad oggi si diceva che il dettato costituzionale veniva ottemperato per il fatto
che nel sistema pubblico l'istruzione dell'obbligo era garantita gratuitamente;
il nuovo quadro legislativo amplia il sistema nazionale pubblico e perciò
richiede l'adeguamento. Il vigente quadro giuridico viene, così, ad estendere
l'obbligo di istruzione gratuita a dieci anni, nonché ad includere nel sistema
dell'istruzione pubblica le scuole paritarie private «a tutti gli effetti degli
ordinamenti vigenti», compresa la gratuità dell'obbligo.
Per tali ragioni chiediamo che nello stato di previsione del bilancio del
Ministero della pubblica istruzione venga prevista, a partire dalla legge di
bilancio per l'anno 2001, l'apposita unità previsionale di spesa per
l'attuazione della piena gratuità dell'obbligo di istruzione nelle scuole
paritarie private con fondi adeguati da erogarsi in convenzione alle scuole
interessate.
L'attuazione di tale unità previsionale di base non è in alcun modo in
contrasto con l'articolo 33, comma 3, in quanto il finanziamento non è concesso
alle scuole private in quanto tali, tant'è vero che le scuole legalmente
riconosciute e le altre scuole private autorizzate non vengono qui prese in
considerazione, ma è, piuttosto, concesso al servizio scolastico pubblico che
le scuole paritarie private svolgono per legge, a tutti gli effetti degli
ordinamenti vigenti, in parità con quelle dello Stato.
I popolari chiedono, perciò, che nella prossima legge finanziaria sia delineato
un piano triennale di realizzazione della piena gratuità dell'obbligo in tutto
il sistema nazionale pubblico. Siamo convinti che con il quadro giuridico che in
questi quattro anni è stato delineato dalla riforma qualsiasi famiglia i cui
figli frequentino, nel prossimo anno, una scuola paritaria privata facendo
ricorso agli organi competenti di giurisdizione amministrativa ed al Consiglio
di Stato non possa che ottenere ragione; però pensiamo anche che far sì che i
cittadini debbano ricorrere alla giurisdizione amministrativa per vedere
riconosciuti i loro diritti costituzionali e di legge costituisca un fallimento
della politica che non penso sia in alcun modo intenzione nostra, di questa
maggioranza e di questo Governo, che si produca, soprattutto - lo ripeto - dopo
quattro anni di grandissimo impegno che hanno visto cambiare la scuola italiana
ed hanno visto il bilancio della pubblica istruzione (cito una cifra per tutte,
pensando, tra l'altro, ai quattro anni di sacrifici che abbiamo dovuto fare per
entrare nell'euro e risanare il bilancio pubblico) passare dai poco più di 44
mila miliardi del 1995 a 65 mila miliardi. Dunque, i Governi del centrosinistra
hanno fatto miracoli in questi quattro anni ed ora è importante completare la
riforma assicurando i diritti costituzionali e legislativi ai cittadini italiani
anche per quanto concerne la piena gratuità dell'obbligo nel sistema nazionale
pubblico.
GRAZIA SESTINI. Non parlerò di miracoli, ministro, perché forse non è il caso.
TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Non ci crede?
GRAZIA SESTINI. Non credo che dipendano da noi, è cosa diversa; anche se
chiederli fa parte della condizione umana.
Vorrei, comunque, rispondere a caldo all'apparentemente giusta richiesta
dell'onorevole Volpini. In fondo, egli non sta facendo altro che dire ciò che
noi già avevamo detto in sede di discussione della legge sulla parità. Al di là
delle battute, se eravate capaci e se avevate l'intenzione di arrivare a
quell'effettiva parità economica che in questo momento state chiedendo - e
sulla quale noi siamo d'accordo -, sarebbe costata minor fatica per tutti
prevederla già nella legge, invece che ricominciare adesso da capo. Quando noi
affermavamo che la legge prevedeva la parità giuridica ma non quella economica,
per cui non era una legge di parità, ci avete risposto che sbagliavamo; adesso
siete qui a chiedere la piena attuazione della legge di parità con il
riconoscimento della gratuità dell'obbligo dentro il sistema paritario. Senza
fare dietrologie, era esattamente quello che chiedevamo.
VALENTINA APREA. Il collega lo sapeva. Adesso minaccia il ricorso ad altri organi costituzionali da parte dei cittadini!
DOMENICO VOLPINI. Voi chiedevate altro!
GRAZIA SESTINI. Questo, ministro, era solo un inciso. Per il nostro gruppo ha
già parlato abbondantemente l'onorevole Aprea, nel cui intervento mi riconosco
pienamente, e dunque farò solo alcune puntualizzazioni.
Mi conceda di distaccarmi brevemente dai temi che abbiamo trattato questa
mattina per fare una riflessione, che capisco essere più adatta in altre sedi
ma di cui questa Commissione non può non tenere conto. Nell'attuale fase di
cambiamento della scuola io vedo il rischio di consegnare la nostra scuola ad
una classe di esperti, ad un addestramento degli insegnanti; una classe di
esperti che insegneranno, come qualcuno ha detto con una formula felice, agli
insegnanti ad insegnare. Ci sarà, cioè, una funzione eminentemente formativa
dell'insegnante. Credo che uno dei temi principali da porre all'attenzione della
commissione dei saggi, o della commissione sul riordino dei cicli - al di là
delle critiche che su tale commissione abbiamo espresso - sia di riconsiderare
non solo il ruolo ma anche la figura dell'insegnante, perché si sta andando
verso un tipo di scuola in cui l'insegnante non avrà più il compito prevalente
di insegnare ma quello di rispondere ai bisogni formativi dei giovani: è il
passaggio dalla scuola della conoscenza alla scuola della competenza,
dall'insegnamento all'apprendimento e dal programma al progetto. Per rendersi
conto di questo basta guardare ai corsi di aggiornamento: ormai, che siano fatti
dalle scuole, dal ministero o dalle associazioni e dai sindacati accreditati,
sempre più è abbandonato l'aggiornamento sulle discipline e sempre più si fa
aggiornamento sulle metodologie, sulla didattica delle singole discipline.
L'insegnante non è più fonte della conoscenza ma è una sorta di guida, di
facilitatore del lavoro dello studente, secondo la teoria costruttivistica che
nel nostro sistema scolastico non è ancora pienamente attuata ma è, comunque,
presente in diverse attività didattiche e in diverse scuole.
Ormai, l'insegnante è colui che rimuove gli ostacoli per l'apprendimento,
mentre lo studente è colui che in prima persona si impegna nell'attività di
apprendimento. Questo atteggiamento è una conseguenza..
TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Nelle scuole steineriane fanno così.
GRAZIA SESTINI. Dicevo che questa è una conseguenza. Non sto criticando, sto dicendo che dobbiamo fare attenzione, perché nella nostra scuola sta accadendo questo. C'è del positivo...
TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Appunto.
GRAZIA SESTINI. C'è del positivo in tutto questo, non sto condannando. Vedo, però, almeno due rischi.
FABRIZIO FELICE BRACCO. Finalmente un'ammissione!
GRAZIA SESTINI. Non sto condannando una scuola di questo tipo. Dico che
siccome un tale atteggiamento spesso è una scelta didattica e pedagogica del
singolo docente, è attuato nella scuola statale e non statale - i colleghi
sanno che quando parlo di scuola parlo di tutta la scuola, statale e non statale
- ma in quella statale è più facile, perché gli insegnanti sono stati in
questi anni introdotti a questo metodo.
Se permette, avanzo due preoccupazioni. La prima è la riduzione della funzione
del docente a quella di accompagnatore o di assistente all'educazione dei
giovani, che, con questo metodo, si addestrerebbero da soli. Quindi, al di là
di formule contrattualistiche, del riconoscimento economico di cui tante volte
abbiamo parlato e quant'altro, c'è questo problema di chi debba essere
l'insegnante nella nuova scuola.
Secondo problema è che una scuola di questo tipo porta, con il passaggio dal
programma al progetto, per forza ad una selezione dei saperi. Ciò comporta dei
rischi, tra cui innanzi tutto quello di censure. Non mi stancherò mai di dire
che la famosa circolare che ha ricostruito i programmi di storia ha di fatto
operato nelle scuole la censura di almeno mille anni della nostra storia. Voglio
precisare che non sono contraria all'insegnamento del Novecento, ma sono
contraria al fatto che questo, per i motivi più disparati, abbia portato ad una
censura della storia antica e medievale, cosa che, tra l'altro, è stata
evidenziata anche da autorevoli commentatori. Cito, solo per fare un esempio, un
articolo, se non sbaglio del 12 giugno scorso, con cui Ronchey lanciava
l'allarme sull'abbassamento dei livelli della scuola. Ci sarebbe da aprire una
parentesi volendo, perché l'intellighenzia italiana si è occupata di scuola
quando c'era qualcosa da denunciare, i giornali italiani si occupano di scuola
quando qualche ragazzo tenta il suicidio o qualche professore insidia le alunne,
non se ne occupano per raccontare ciò che realmente succede e questo riguarda
tutti, dall'ultimo responsabile di cronaca dell'ultimo giornale di provincia al
grande editorialista del grande quotidiano nazionale. Comunque Ronchey, da uomo
intelligente quale indubbiamente è, poneva l'attenzione proprio sul rischio di
un abbassamento dei livelli di istruzione ed è una questione su cui bisognerà
riflettere.
Scusandomi per questa che può sembrare una divagazione, vorrei ora entrare nel
merito di alcune vicende. Nella sua relazione, ministro, lei ha giustamente
enucleato alcuni punti fondamentali, primo dei quali è quello dell'autonomia.
Come ho già detto tante volte, io credo nell'autonomia se gestita bene, con
correttezza, competenza e disponibilità. Venendo dalla scuola - sono qui solo
da un anno - ho visto i primi passi dell'autonomia nelle scuole ed ho visto,
ministro, le difficoltà che i miei colleghi hanno posto, ho visto la
strumentalizzazione di quelle difficoltà, ho visto difficoltà obiettive e
difficoltà costruite, perché nessuno può negare che gli insegnanti italiani
(anche se non sempre per colpa loro) di primo acchito sono a volte restii alle
novità, anche perché tali novità, spesso, non vengono adeguatamente filtrate
e spiegate. Le faccio un esempio. Quest'anno sono state introdotte le figure
obiettivo, che sono un aspetto importante dell'autonomia, soprattutto per quello
che riguarda la didattica, il rapporto con le famiglie, il rapporto con le
scuole di provenienza. Ebbene, le funzioni obiettivo sono state individuate,
sono state indicate dai collegi dei docenti ed il relativo corso è stato tenuto
tra aprile e maggio. Questi insegnanti, di fatto, si sono dovuti inventare il
loro lavoro. Tra l'altro, ciò ha comportato anche uno spreco di denaro: il
corso si deve svolgere tra settembre e ottobre affinché il suo beneficio si
abbia durante l'anno; è inutile tenerlo quando le funzioni obiettivo sono
concluse.
Vengo ad un altro aspetto, che le sottolineo come memento. Ho visto le
730 circolari del ministro Berlinguer relative all'anno scolastico 1998-1999. È
chiaro che parlare di autonomia significa che il ministero non emanerà più 730
circolari, non perché esso non abbia il diritto di intervenire, ma
semplicemente perché non si agevola l'introduzione e lo sviluppo di una novità
come quella dell'autonomia imponendo o suggerendo continuamente qualcosa. Sono
consapevole che magari certe scuole le aspettano le 730 circolari...
TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. I provveditori le chiedono.
VALENTINA APREA. Bisogna tagliare il cordone ombelicale.
GRAZIA SESTINI. Vengo ad un'altra questione. Sono stati emanati quasi tutti i regolamenti dell'autonomia; manca quello che a mio giudizio è il più importante, il regolamento contabile. Lei ha dichiarato al Senato che c'è tempo fino al 31 dicembre, data in cui si chiude l'anno finanziario. Mi permetto di farle osservare che l'anno scolastico inizia il 1o settembre e che da quella data si procede anche alle programmazioni di spesa per l'anno scolastico. Credo dunque che vi sia bisogno di accelerare questa procedura, a meno che non sussistano dei problemi, come del resto aveva prospettato il Consiglio nazionale della pubblica istruzione nell'esprimere il parere; tali problemi riguardano soprattutto la mancata approvazione della riforma degli organi collegiali della scuola con l'attribuzione di competenze diverse.
TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. L'avete in Parlamento: sbrigatevi.
VALENTINA APREA. La maggioranza...!
GRAZIA SESTINI. Lo so.
Di parità scolastica ha parlato a lungo l'onorevole Aprea, per cui non
riprenderò l'argomento. Mi limito a riconfermare l'impegno, per quanto di
nostra competenza, ad approvare il disegno di legge sul finanziamento. Un
appunto: la circolare emanata relativamente alla possibilità di ingresso nel
sistema paritario è indubbiamente positiva, ma vorrei da parte del ministro un
chiarimento nelle forme dovute. Infatti si sta creando, almeno all'interno di
alcuni ordini di scuola, una confusione tra il disegno di legge e la circolare
sulla parità.
Vorrei che fosse chiaro che sono due binari assoluta