- VII COMMISSIONE CAMERA -
CULTURA, SCIENZA E ISTRUZIONE


Seduta di mercoledì 24 maggio 2000

Audizione del ministro della Pubblica Istruzione, Tullio De Mauro, sulle linee programmatiche del suo dicastero

Signor presidente, signore e signori deputati, esistono due alternative possibili: una è quella di illustrare brevemente che cosa, in un arco di tempo che potrebbe essere brevissimo e che comunque è breve, può tentare di fare il Ministero della pubblica istruzione; l'altra è di dare lettura di una nota circostanziata. Nell'uno e nell'altro caso, la sostanza dei problemi vi è certamente nota. Credo che le nostre scuole ed il sistema scolastico nel suo complesso abbiano di fronte quei problemi che questa Commissione ha segnalato così bene con la sua relazione sulla dispersione scolastica; e questo è un primo problema, un groviglio di problemi. Un secondo groviglio di problemi è rappresentato dagli abbandoni nella scuola secondaria superiore. In entrambi i casi si tratta a mio avviso di eredità del passato. Nonostante l'enorme lavoro compiuto dalle scuole dagli anni sessanta ad oggi per recuperare livelli più alti di scolarità tra le giovani generazioni, pesa e continua a pesare un'eredità che è particolarmente incidente in negativo, come voi sapete, soprattutto nelle grandi aree urbane del sud e, per quanto riguarda la scolarità medio-superiore, nelle aree a più alto sviluppo del nord.
Accanto a questo fenomeno ed in combinazione con esso, pesano negativamente un basso livello di scolarità formale della popolazione adulta e sacche di modesta alfabetizzazione. L'indagine che il CEDE ha ultimato e presentato rivela che circa un terzo della popolazione adulta italiana ha difficoltà a leggere e scrivere un breve testo e ad eseguire operazioni, anche elementari, di calcolo.
I due fatti sono combinati: il secondo eredita una cattiva o mediocre scolarizzazione del passato, mentre il primo ha tra i fattori più incidenti la bassa qualità culturale dell'ambiente familiare cui appartengono molti studenti che abbandonano prima della licenza dell'obbligo ed anche dopo.
Credo che dovrebbe essere un compito comune di tutti, e del Ministero innanzitutto, lavorare in questa direzione, avere queste «stelle polari» che orientino verso tutti gli interventi che è possibile porre in essere. Certamente siamo alla vigilia di grandi cambiamenti nell'assetto organizzativo delle scuole; a queste ultime si offrono possibilità prima non esistenti. Questa offerta di possibilità è legata a ciò che il ministro Berlinguer ha proposto, o che il Parlamento comunque ha approvato, vale a dire una serie molto ampia di provvedimenti, legislativi e di normazione secondaria, che con il loro stesso succedersi, intrecciarsi ed incalzare hanno sopraffatto le capacità di assorbimento dei nostri ancorché bravissimi insegnanti e capi di istituto e al momento rischiano di sopraffare le capacità di qualunque ministro della pubblica istruzione, io credo, ma tanto più di un ministro di prima nomina.
Abbandono queste dichiarazioni di principio (che tuttavia sono quelle a cui vorrei poter guardare nell'elencare il resto delle questioni che ci attendono) e passo a temi più di dettaglio, facendo appello a tutta la vostra pazienza.
Tra gli insegnanti e il personale della scuola, in ragione dell'attuazione del programma del precedente Governo, si è determinata quella situazione cui ho già accennato. La legge n. 59 del 1997 ha generato, specie con l'articolo 21, tutta una serie di decreti legislativi e di regolamenti che entreranno in vigore dal 1o settembre prossimo, per dare corpo in tutte le scuole del paese al processo di ampliamento e di effettiva realizzazione dell'autonomia scolastica. Il Parlamento ha approvato anche la legge-quadro in materia di riordino dei cicli dell'istruzione e la legge recante norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all'istruzione.
In questo modo, il sistema scolastico italiano è stato investito da un processo di riforma globale, finalizzato a conferire maggiore efficienza al sistema stesso e a realizzare, con la politica di contenimento del fenomeno della dispersione, l'obiettivo del successo scolastico e formativo per il maggior numero possibile di giovani. A tale obiettivo si aggiunge quello di impedire, attraverso l'educazione degli adulti, la creazione o la perpetuazione di situazioni di analfabetismo di ritorno. Si tratta di un processo che deve trovare concreta attuazione attraverso una serie di interventi, sui quali appunto intendo concentrare l'attenzione del ministero nei prossimi mesi, anche per assicurare la regolare conclusione dell'anno scolastico in corso e l'avvio del prossimo, che non è problema pacificamente già risolto.
Le linee di azione politica (se così si possono definire) che intendo adottare a tal fine saranno anche improntate all'esigenza di realizzare il nuovo modello organizzativo del servizio scolastico, seppure con i tempi che la fase transitoria per prudenza impone. Il quadro delle riforme va completato ovviamente con il consenso e la collaborazione responsabile del personale della scuola e di quello dell'amministrazione centrale e dei provveditorati agli studi, che ha sempre dimostrato alta professionalità e senso di responsabilità nei confronti delle famiglie e degli alunni, i quali sono il reale terminale delle nostre possibili azioni (o anche inazioni, beninteso).
I punti su cui vorrei brevemente soffermarmi sono i seguenti: autonomia scolastica; realizzazione del riordino dei cicli dell'istruzione; attuazione della legge sulla parità; provvedimenti di lotta alla dispersione scolastica ed in genere politiche giovanili; educazione degli adulti, istruzione e formazione tecnico-superiore, obbligo formativo a 18 anni; interventi diretti al personale; organici; contrattazione.
A proposito del processo di ampliamento dell'autonomia scolastica, che entrerà in vigore a pieno regime, come già detto, dal prossimo 1o settembre, era ed è necessario ottenere anche dalle regioni Calabria, Campania, Puglia e Molise il dimensionamento della rete scolastica previsto dal citato articolo 21 della legge n. 59 del 1997, al quale è collegato il conferimento alle istituzioni scolastiche della personalità giuridica, indispensabile per il funzionamento autonomo delle scuole stesse. In tal senso, una diffida era stata già inviata dal ministro Berlinguer ai presidenti delle regioni il 16 marzo scorso. Anche se non dovuto, ho ritenuto opportuno sollecitare nei giorni scorsi, tramite lettera, questo stesso adempimento, sperando che sia possibile evitare il ricorso al commissariamento, al quale siamo comunque pronti (naturalmente se le regioni non daranno altra risposta); abbiamo già avviato contatti informali con i presidenti delle regioni per capire quale sia la loro situazione e quali siano i loro orientamenti.
Il debutto dell'autonomia a settembre prossimo ha tra le sue premesse indispensabili anche la definizione del regolamento ministeriale recante norme in materia di curricoli nell'autonomia scolastica, da emanarsi a norma dell'articolo 8 del decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, che ha già ottenuto il parere del Consiglio di Stato e, con le necessarie modifiche ed integrazioni, è stato inviato agli organi di controllo. Su di esso le scuole baseranno il proprio piano dell'offerta formativa (POF), potendo tra l'altro gestire in totale autonomia il 15 per cento del tempo curricolare.
La diffusione a pieno regime dell'autonomia prevede anche, come sapete, il riordino dell'amministrazione sia centrale sia periferica. Il relativo regolamento, predisposto in base all'articolo 75 del decreto legislativo n. 300 del 1999, approvato in prima lettura dal Consiglio dei ministri, si trova attualmente all'esame delle Commissioni parlamentari; l'auspicio è che le Commissioni parlamentari vogliano pronunciarsi sull'esigenza che la ristrutturazione territoriale, decentrata dell'amministrazione, con soppressione a tempo debito dei provveditorati agli studi, si compia in tempi compatibili con il regolare avvio del nuovo anno scolastico e con le nomine in ruolo dei docenti e del restante personale. La soppressione dei provveditorati agli studi, che come loro sanno è un antico progetto, risalente alla fine degli anni ottanta, di snellimento del centro e di rafforzamento delle realtà regionali, sarà comunque contestuale all'articolazione sul territorio di servizi di supporto e consulenza alle istituzioni scolastiche. In sede di contrattazione di comparto saranno proposti particolari riconoscimenti per il lavoro svolto, nel particolare frangente di questi mesi, dal personale dell'amministrazione periferica.
Per consentire alle scuole di disporre delle risorse finanziarie stanziate per l'autonomia scolastica è stata completata in questi giorni la ripartizione dei fondi della legge n. 440 del 1997 (per l'anno in corso si tratta di 400 miliardi). I fondi sono notevolmente inferiori a quelli dell'anno precedente, con il rischio di comprimere progetti assai bene avviati, a nostro avviso, e di grande importanza (le lingue nel 2000, l'educazione musicale e artistica dei giovani, e simili). Una parte notevole dei fondi peraltro è già assorbita da una necessità primaria, cioè dalla formazione del personale.
Entro l'anno in corso dovranno anche essere emanate le nuove norme di contabilità delle istituzioni scolastiche, per mezzo delle quali sarà istituito il nuovo sistema della gestione economica, che si basa sui principi della responsabilità e della valutazione dei risultati a consuntivo.
In altre parole, queste norme prevedono, sostanzialmente, l'iscrizione delle risorse assegnate alle scuole in un unico capitolo di bilancio in entrata (evidentemente fatte salve le spese di personale) e la ripartizione delle medesime in canali di spesa fissati liberamente dalle stesse scuole in relazione ai propri piani dell'offerta formativa. Sono passi che il Parlamento ha già fatto in questa direzione, e come vecchio impiegato dello Stato - non come ministro - non posso che plaudire al fatto che finalmente le amministrazioni dispongano di una somma di cui devono rispondere, ma di cui possono, a seconda delle situazioni, disporre in modo ragionevole e secondo esigenze che non necessariamente sono le stesse per tutti.
Questo nuovo sistema andrà a sostituire le regole della precedente gestione finanziaria, caratterizzata, come loro sanno, dal sistema delle autorizzazioni, del formalismo contabile e del controllo della legittimità degli atti. La bozza di provvedimento in parola è stata sottoposta all'esame e alla valutazione delle istituzioni scolastiche e dopo questa fase di attento ascolto è in corso la redazione di un nuovo testo, per il quale inizierà al più presto il cammino di approvazione da parte dei Ministeri del tesoro e della pubblica istruzione (speriamo di procedere molto rapidamente).
L'esigenza di poter tempestivamente disporre di tutti gli strumenti operativi collegati all'autonomia delle scuole comporta anche di procedere al più presto, nel contesto dell'indizione della gara per il rinnovo della convenzione per la gestione del sistema informativo dell'amministrazione scolastica (data prevista ottobre 2000), alla riorganizzazione del sistema informativo medesimo, con il completamento del collegamento in rete di tutte le scuole. Mi risulta che tale collegamento sia in fase molto avanzata in alcune zone del paese, per esempio nell'area piemontese, a Torino, mentre in altre, invece, è molto più indietro. Al potenziamento tecnologico delle scuole punteranno i programmi di utilizzo dei fondi strutturali dell'Unione europea, finalizzati anche alla lotta contro la dispersione scolastica e alla formazione tecnico-scientifica integrata. Si tratta di programmi che riguardano il Mezzogiorno e che prevedono l'impiego di 1.400 miliardi in sei anni. Eredito queste scelte, che sono anche delle regioni, e credo che, per quanto riguarda la possibilità del Ministero di orientare in regime di autonomia le scelte delle scuole, le scuole del sud, destinatarie primarie dei suddetti 1.400 miliardi in sei anni, possano e debbano cercare un raccordo, per esempio come sta avvenendo su altri canali in materia di peer education, in materia di collaborazione all'educazione tra pari, in rapporto con scuole del centro e del nord. Naturalmente, se ciò non sembrerà lesivo delle autonomie regionali, ma mi auguro di no. Peraltro voglio ricordare che è una vecchia storia quella dell'efficacia della messa in contatto diretto di classi e scuole tra di loro lontane: negli annali della pedagogia militante - se pedagogia può chiamarsi - vi sono storie significative che coinvolsero Barbiana, Vho di Piadena, scuole gestite dai maestri del movimento di cooperazione educativa in luoghi lontani.
Per ciò che concerne la realizzazione del riordino dei cicli dell'istruzione, vorrei ricordare che la legge n. 30 del febbraio scorso impone al Ministero della pubblica istruzione di predisporre entro sei mesi - che vanno a scadere nella prima decade di settembre, essendo la legge suddetta apparsa i primi di marzo - un piano di graduale attuazione della legge medesima, sul quale deve essere poi acquisito, nei 45 giorni successivi al deposito, il parere parlamentare.
È forse opportuno, come aveva già proposto il mio predecessore, Luigi Berlinguer, che prima di questo formale pronunciamento e prima della consegna del piano si possano svolgere nelle Commissioni parlamentari dibattiti preliminari che portino contributi utili alla formulazione del piano stesso di fattibilità. Presso il ministero erano già stati costituiti dei gruppi di esperti, che stanno lavorando per giungere all'appuntamento entro i termini stabiliti dalla legge. Tali gruppi stanno per essere rimodulati in una commissione unitaria che coinvolgerà largamente, con gli esperti e le strutture amministrative, il mondo delle scuole e degli insegnanti. Come loro ricordano, il piano di fattibilità contiene tutto ciò che la legge rimanda ad esso: piani di reperimento progressivo delle risorse; provvedimenti e piani per l'edilizia scolastica; determinazioni per quanto riguarda il personale; formazione del personale in servizio; spostamento da una fascia scolare all'altra, da un ambito disciplinare all'altro degli insegnanti; piani di revisione e aggiornamento degli insegnanti. Il piano prevede poi di contenere la definizione degli obiettivi e degli standard formativi e le competenze finali che, al termine del ciclo di base e del ciclo superiore, desideriamo che la scuola garantisca alle alunne e agli alunni. Come loro sanno, non si parla più di programmi che le scuole sono tenute a seguire: le scuole in autonomia determineranno il loro cammino, ma, se non ricordo male il testo della legge, i punti di arrivo sono definiti nazionali, quindi comuni a tutte le scuole.
Rispetto ai gruppi già esistenti, la commissione suddetta integrerà largamente esperti di livello accademico con persone che lavorano nelle scuole (per esempio, insegnanti delle scuole elementari e medie e capi di istituto). La vecchia idea, che ripeto qui sperando di non suscitare equivoci, è che un tempo la sola scuola di base, ora, con l'obbligo formativo a 18 anni, tutto il sistema scolastico sono un affare istituzionale. Intendo dire che non si tratta di un affare di maggioranza o di opposizione ed aggiungo che, per la verità, molto spesso non lo è stato neanche in passato per quanto riguarda la determinazione dei programmi (la gestione è stata un'altra cosa, probabilmente). Ritengo che questa commissione debba potersi arricchire di voci che vengono dalla scuola, dal mondo degli studi, delle scienze e dell'educazione, quale che sia la loro eventuale, diversa collocazione negli schieramenti politici, negli orientamenti culturali e religiosi. Mi auguro che vadano in questo senso e testimonino di questa volontà del ministero le adesioni e le proposte ad un lavoro da compiere in poche settimane; un lavoro duro, perché si tratta di mettere paletti, indicare obiettivi e cose fattibili. E tutto ciò non sarà facilissimo, dovendo avvenire in un futuro indicativo, prossimo negli anni: avremo di che sudare nella calura, perché penso che il ministro presiederà direttamente questa commissione, naturalmente con la collaborazione di tutti i sottosegretari.
I tempi di attuazione della legge saranno in ogni caso condizionati dalla necessità di reperire, con apposita legge, le risorse necessarie, nonché dalla predisposizione della necessaria normativa e dalla preparazione del personale alle nuove funzioni attraverso specifici piani di aggiornamento.
In relazione all'importanza della riforma e alla sua incidenza sul sistema scolastico, sia sui contenuti che devono essere fissati, sia sulla programmazione dei tempi ritenuti più idonei per mandare ad effetto quanto la legge prevede, saranno anche coinvolte nel dibattito, come ormai è tecnicamente possibile, grazie alla estesa informatizzazione delle scuole e del ministero, le singole scuole e le organizzazioni rappresentative dei docenti, delle famiglie, degli alunni e le parti sociali, al di là della loro presenza, attraverso qualche rappresentante, nella commissione plenaria.
A proposito dell'attuazione della legge sulla parità scolastica e sul diritto allo studio e all'istruzione, la n. 62 del marzo scorso, abbiamo dato indicazione ai competenti uffici centrali del ministero, non prevedendo la legge atti di normazione secondaria, di predisporre le istruzioni necessarie affinché le scuole possano accedere, come previsto, alla parità. Saranno compiuti al più presto, nel rispetto dei tempi previsti, gli atti di bilancio ed avviate le intese per l'adozione di un piano straordinario di finanziamento alle regioni e alle province autonome per l'istituzione di borse di studio agli alunni delle scuole statali e paritarie. È un primo passo, a mio avviso; ritengo, infatti, che in futuro il Parlamento dovrà farne ben altri, ma ciò al di là delle competenze di questo ministero. Sarà però necessario realizzare al più presto un intervento legislativo di urgenza per correggere la contraddizione fra decorrenza «dall'esercizio finanziario successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore della legge» e disponibilità finanziaria già operante dall'anno 2000: si tratta di interventi di bilancio di 60 miliardi per le scuole elementari parificate e di 280 miliardi per la realizzazione del sistema prescolastico parificato. Tali interventi, tra l'altro, sono stati suggeriti da un ordine del giorno parlamentare accettato dal precedente Governo.
Con lo stesso intervento dovrà essere garantita l'assegnazione alle scuole materne autorizzate dei fondi assegnati nel 1999, onde superare l'obiezione degli organi di controllo circa la inesistenza di un supporto normativo specifico.
A questo punto, mi permetto di richiamare di nuovo la vostra attenzione su alcune questioni che, nel loro insieme, costituiscono obblighi prioritari di azione del dicastero dell'istruzione. Mi riferisco specificamente alla lotta alla dispersione scolastica, un fenomeno complesso sul quale qui posso non indugiare, salvo discussioni ulteriori. Si tratta, comunque, di mettere in piedi strategie di integrazione interistituzionale, anzitutto attraverso un impegno prioritario del Governo nelle sue varie articolazioni. In proposito stiamo per inviare alla firma del Presidente del Consiglio una direttiva per la promozione e il coordinamento delle politiche, delle risorse, degli interventi da adottare proprio attraverso la concertazione interistituzionale. Chi di voi conosce molte situazioni di emergenza nel sud sa bene quanto le scuole possano fare per creare un rapporto completamente diverso tra le istituzioni nel loro complesso e le popolazioni, ma sa anche che spesso le scuole da sole non ce la fanno: esistono situazioni in cui credo che occorra il concerto di più amministrazioni, centrali e periferiche, perché alcune scuole possano funzionare come tutti noi desideriamo. I casi più gravi si collocano al sud, ma non solo.
In merito alle politiche giovanili, ritengo di particolare importanza continuare a garantire un impegno pieno al ruolo delle consulte provinciali degli studenti e allo sviluppo della partecipazione attiva degli studenti stessi nel quadro dell'autonomia. Come loro sanno, le consulte esistono già, sono molto vivaci, si vanno organizzando con l'apporto di insegnanti assegnati ad hoc con funzioni di assistenza alla vita delle consulte. Ho già avuto occasione di incontrare i presidenti delle consulte e gli alunni del penultimo anno che forse subentreranno loro. Stiamo studiando il varo di un programma di formazione degli studenti e di valorizzazione della loro creatività, nel contesto di linee di politica culturale del Ministero della pubblica istruzione come sostegno forte all'autonoma progettualità delle scuole. Con il contributo delle consulte si potrà eventualmente pervenire all'adozione anche di un piano di lotta alla droga (che evidentemente non è questione che investa il solo Ministero della pubblica istruzione) e di prevenzione del disagio giovanile, anche come prosecuzione dei numerosi interventi avviati da anni nel settore. Purtroppo non è questione di sud e di nord: il fenomeno è generale e generale dovrebbe essere il nostro sforzo.
Quanto all'educazione permanente degli adulti, dati recenti sottolineano la necessità che i programmi già varati in materia siano ulteriormente potenziati, utilizzando le risorse CIPE e quelle che mette a disposizione l'Unione europea. Si cercherà così di realizzare un processo di alfabetizzazione funzionale anche mediante la progressiva riorganizzazione dei centri territoriali operanti presso reti di scuole, la loro estensione alla scuola secondaria superiore e il loro potenziamento con la formazione professionale regionale e le attività degli enti locali, d'intesa quindi con regioni e comuni.
Nel settore dell'istruzione e formazione tecnica superiore è in corso di messa a regime il nuovo sistema IFTS (istruzione e formazione tecnica superiore) anche attraverso la raccolta e la sistematizzazione dei risultati dei progetti pilota, che stanno dando buoni risultati; è anche in corso di avvio un ulteriore ciclo di attività formative sulla base dei piani definiti dalle regioni.
Per quanto riguarda, infine, l'obbligo formativo, l'azione del ministero deve concorrere, d'intesa con le regioni e gli enti locali e nel confronto con le parti sociali, all'attuazione dell'articolo 68 della legge n. 144 del 1999, in particolare attraverso lo studio di percorsi integrati per l'attuazione dell'obbligo in argomento in relazione ai bisogni territoriali.
Ho rammentato all'inizio di questa esposizione il personale della scuola; a conclusione, mi permetto di richiamare gli interventi diretti al personale. Si stanno completando su tutto il territorio nazionale i concorsi ordinari a cattedre (con i problemi già segnalati dal Parlamento al ministro) e i corsi di preparazione finalizzati all'esame di abilitazione all'insegnamento. Entreranno così nelle graduatorie e nei ruoli, a partire dal prossimo anno scolastico 2000-2001 e nei due successivi, circa 35 mila nuovi docenti; non è molto, ma si tratta comunque di una cifra consistente. Nel corso dei prossimi mesi di giugno e luglio inizierà a tal fine anche il lavoro di redazione delle graduatorie permanenti previste dalla legge n. 124 del 1999, a proposito delle quali sono stati già approvati e pubblicati nei giorni scorsi i regolamenti di riferimento e sono state emanate le disposizioni per la presentazione delle domande da parte degli interessati. Molte delle procedure ricordate, nonostante la pesante situazione di sovraccarico di lavoro dei provveditorati agli studi, si concluderanno in tempo utile (noi lavoreremo per questo) e consentiranno di nominare in ruolo gli aspiranti - si tratta di migliaia di persone - dal prossimo mese di settembre, salvo concorsi che si trascinino oltre questa data. Per alcuni altri concorsi e corsi abilitanti non si farà in tempo e sarà necessario poter arrivare all'approvazione delle graduatorie fino al 31 dicembre. Per non creare disparità di trattamento ed innescare movimenti di protesta da parte del personale proprio nel periodo iniziale dell'anno scolastico, chiedo al Parlamento di approvare in proposito una specifica norma autorizzatoria in tal senso nel disegno di legge collegato alla finanziaria.
Ricordo ancora, collegandomi al problema dei concorsi, delle abilitazioni e delle nomine in ruolo dei precari, che si sta avviando in questi giorni la consueta procedura annuale di programmazione delle nomine in ruolo medesime. Si tratta di un procedimento complicato: il Presidente del Consiglio stabilisce i criteri, il Consiglio dei ministri autorizza le quantità globali del personale da assumere, il ministro della pubblica istruzione ripartisce i posti tra ordini di scuola, province e tipologia di posto.
A proposito degli organici del personale della scuola e della contrattazione, richiamo l'attenzione sul problema dell'assoluta difficoltà per il raggiungimento della riduzione stabilita - entro il 31 dicembre prossimo - dalle leggi finanziarie degli ultimi anni. Si tratta di migliaia di cattedre e di posti di lavoro in meno, che andrebbero ad aggiungersi ai poderosi tagli già operati nell'ultimo decennio. Il pericolo che segnalo è che il mancato raggiungimento dei livelli previsti di riduzione del personale possa comportare una riduzione dei fondi stanziati all'epoca per la contrattazione integrativa. Voi mi direte «sono affari tuoi»; sì, però sono anche affari di tutti noi, in qualche misura. Comunque avremo modo di riparlarne. (...) 
Ricordo in proposito che deve essere ancora risolta la spinosa questione del salario accessorio agli insegnanti, che nei mesi scorsi ha suscitato clamore nella categoria e nell'opinione pubblica. A me pare impensabile che i fondi stanziati a suo tempo siano sottratti alla contrattazione integrativa. Occorre, al contrario, che il ministero e il Governo riescano a reperire ulteriori risorse, per ovviare ad una situazione che voi conoscete e che io, un po' «alla garibaldina», ho già più volte richiamato, quella delle scarse retribuzioni degli insegnanti italiani, specie al termine della carriera. Si tratta quindi di trovare al più presto all'interno del Governo, con le forze politiche e con le organizzazioni sindacali, gli accordi necessari e di operare nel DPEF la programmazione dell'impiego delle risorse necessarie per procedere nell'arco del prossimo triennio, anche attraverso l'utilizzazione delle eventuali economie e delle aggiuntive risorse contrattuali, ad una rilevante operazione di ristrutturazione del salario del personale della scuola, cercando di realizzare con l'occasione anche i processi di valutazione dei risultati, della qualità, del tempo, del merito, secondo le prescrizioni del contratto collettivo nazionale di lavoro, che deve essere applicato se non verrà modificato.
Sempre in tema di contrattazione, ricordo che il 18 maggio scorso è stato raggiunto un utile accordo tra le parti (ARAN e confederazioni sindacali) per la creazione, all'interno del contratto collettivo quadro del 1998, dell'area specifica della dirigenza scolastica, che viene ad aggiungersi alle altre aree dirigenziali. È questo, a nostro avviso, il primo importante passo per l'avvio delle trattative per la sottoscrizione, possibilmente entro la fine del prossimo agosto, del primo contratto nazionale di lavoro dei capi di istituto, che, come è noto, assumeranno le funzioni dirigenziali all'atto dell'avvio, con il 1o settembre dell'anno in corso, del processo di ampliamento dell'autonomia delle scuole.
Non si può, infine, dimenticare con l'occasione la situazione preoccupante degli uffici dell'amministrazione scolastica centrale e periferica, i cui dipendenti sono da anni sottoposti ad un impegno molto pesante in ragione del processo di riforma della scuola. Nel momento in cui qualcuno, a cominciare dal ministro, dice cose banali nel constatare il basso salario dei docenti italiani nel confronto internazionale, e si parla quindi di una possibile rivalutazione graduale, negli anni, delle retribuzioni del personale della scuola, bisogna anche pensare a forme di incentivazione a favore del personale dell'amministrazione scolastica (su cui avremo modo di tornare in sedi più tecniche e specifiche) se si vuole che il processo che Parlamento e ministero hanno avviato in passato giunga felicemente in porto. Vi ringrazio dell'attenzione.


Seduta di martedì 20 giugno 2000

Seguito dell'audizione del ministro della pubblica istruzione, Tullio De Mauro, sulle linee programmatiche del suo dicastero

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del regolamento, il seguito dell'audizione del ministro della pubblica istruzione, Tullio De Mauro, sulle linee programmatiche del suo dicastero.
Ricordo che l'audizione del ministro, iniziata nella seduta del 24 maggio scorso, avrebbe dovuto proseguire il 14 giugno ma in tale data non ha potuto aver luogo. In proposito informo la Commissione che il ministro ha fatto pervenire una lettera di scuse per non aver partecipato alla seduta già fissata a causa di un disguido di segreteria.
Ringrazio il ministro per la sua presenza e do la parola ai colleghi che intendano porre quesiti.

CARLO GIOVANARDI. Ringrazio il presidente per avermi consentito di intervenire per primo, in quanto fra pochi minuti sarò impegnato in un'altra sede. Non vi farò comunque perdere molto tempo non essendo io un tecnico di questa Commissione, anche se ne ho seguito i lavori in alcuni passaggi importanti di questa legislatura. Ho già anticipato al ministro, in un incontro casuale, che se il suo predecessore qualche volta ci avesse dato ascolto forse sarebbe ancora ministro della pubblica istruzione; non ha voluto farlo, nemmeno nelle fasi in cui taluni problemi erano più evidenti. Ricordo solo l'episodio del «gratta e vinci», del concorso a premi finalizzato ad un contributo straordinario; le relative procedure aveva consigliato fin dal primo momento al ministro di soprassedere rispetto ad una sfida al corpo docente che non poteva che essere perdente, visti i criteri che erano stati adottati, ma purtroppo non è andata così.
La prima notazione politica che intendo esprimere è che a pochi mesi dalla fine della legislatura è stata fatta partire un'astronave (questo mi sembra anche il succo delle dichiarazioni rese dal nuovo ministro in Commissione) in maniera atipica. Si è parlato infatti di una riforma epocale della scuola - i paragoni con Gentile si sono sprecati - che in realtà è stata approvata da meno della metà più uno dei deputati: forse il 45 per cento ha partecipato al voto finale. Solitamente una riforma epocale ottiene un grande consenso parlamentare, o comunque è frutto di un vasto dibattito, di un confronto parlamentare in cui si registrano convergenze, e può avere ampi consensi nella società. Questa astronave è invece partita con critiche feroci da parte del mondo scolastico, dei sindacati, di più della metà del Parlamento misurato sui voti. Si è voluto comunque farla partire, ed ora il problema è che nessuno sa dove farla atterrare; nessuno, neanche la maggioranza ed il ministro, spiega agli operatori scolastici, ai ragazzi, agli utenti della scuola come, quando e dove l'astronave atterrerà.
Capisco che poi esiste sempre il metodo rappresentato dall'istituzione di una commissione di 250 persone che cominci a studiare i piani di fattibilità (e magari all'interno di essi anche i curricula) per dare un contenuto a quello che Berlinguer ci ha detto onestamente, cioè di non avere la pallida idea di quale fosse lo sviluppo della situazione. Berlinguer ha dichiarato: «accettate la mia scommessa, il settennio è il rinnovamento della scuola; facciamo partire la riforma, non vi preoccupate dei particolari (se l'anno in meno sia sottratto alla scuola media o a quella elementare, cosa faranno i maestri e i professori, come sarà organizzato il biennio della secondaria, quale sarà il rapporto con la formazione professionale), sono io a garantire che in un secondo momento saremo in grado di fornire risposte a queste domande». Siamo arrivati al dopo e chi doveva dare le risposte non c'è più. Politicamente come devo leggere il fatto che il ministro non ci sia più? Evidentemente non si registra, neanche da parte della sua maggioranza, un grande apprezzamento per il lavoro che egli aveva svolto. Può darsi che il ministro avesse in mente un progetto per portare avanti questa riforma, ma mi risulta che anche i suoi collaboratori al ministero siano stati tutti spazzati via.
Mi chiedo dunque se sia possibile gestire una riforma che non è stata ancora avviata, che il ministro non sa come far a partire ed i cui presupposti sono molto discutibili: il settennio così come è concepito, i 15 anni senza la formazione professionale. Girando per l'Italia, mi sono divertito a scoprire tutti gli incredibili escamotage inventati allo scopo di continuare a far fare ai ragazzi la formazione professionale fingendo di iscriverli alle scuole statali in quanto sussiste l'obbligo di iscrizione. È una cosa italica, incredibile, realizzata per aggirare la legge, che è stata aggirata dalle circolari ministeriali fin dal giorno successivo alla sua entrata in vigore.

FABRIZIO FELICE BRACCO. Italica perché dalle altre parti fanno il doppio.

CARLO GIOVANARDI. Italica perché il vostro dogma è stato che i ragazzi non dovevano iscriversi...

FABRIZIO FELICE BRACCO. Guarda l'Europa e poi parla!

CARLO GIOVANARDI. Io guardo ad una scelta ideologica che ci ha imposto che i ragazzi dopo la terza media non potessero iscriversi alla formazione professionale ma dovessero andare a scuola. Nella realtà si è tuttavia verificato esattamente il contrario, perché il ministero per primo ha previsto deroghe ed eccezioni, e le scuole si sono organizzate per aggirare la legge perché non potevano fare altrimenti.

FABRIZIO FELICE BRACCO. Guarda ai modelli europei prima di parlare.

CARLO GIOVANARDI. Io voglio guardare ad un modello che abbia una sua logica.

FABRIZIO FELICE BRACCO. Allora non parlare di ideologia.

CARLO GIOVANARDI. Si è trattato di una scelta ideologica, perché si poteva benissimo ammettere il doppio canale, che avrebbe rappresentato una scelta rispettabile; questa è stata negata in teoria per ammetterla nella realtà. Non mi sembra un modo intellettualmente onesto di affrontare i problemi.
Tuttavia questo è solo un particolare dell'affresco della riforma, che è partita e che non sa dove atterrare. Lo dico con preoccupazione. Se noi chiedessimo di azzerare la situazione e di metterci attorno ad un tavolo per discutere, nemmeno io come componente del centro cristiano democratico farei il mio lavoro di opposizione, che invece svolgerei meglio dicendo «continuate così, proseguite ancora per sei mesi con lo sfascio che avete prodotto nella scuola, avete ormai l'unanimità dei dissensi». Oltretutto, con la vicenda del «gratta e vinci» gli insegnanti hanno fatto alcuni conti e si sono accorti che in dieci anni sono passati dal 50 al 20 per cento della retribuzione rispetto ad un professore universitario. Avevamo apprezzato l'idea di premiare il merito, ma a conti fatti si è potuto verificare che si premiava il merito su una base retributiva che risulta vergognosa per tutti rispetto all'incremento degli adempimenti e dell'impegno profuso nella scuola italiana.
Questo è il quadro che abbiamo di fronte. Avendo poco tempo a disposizione e dovendo quindi concludere, non intendo affrontare la questione della parità scolastica, sulla quale abbiamo visto la maggioranza lavorare come i gamberi, con un disegno di legge presentato dal ministro all'inizio della legislatura che riconosceva forme di finanziamento diretto anche sulle rette delle scuole non statali. Tutte queste disposizioni sono progressivamente sparite per arrivare a quella presa in giro (non lo dico io, lo sostengono gli interessati) rappresentata dalla legge sulla parità scolastica approvata qualche mese fa dal Parlamento.
Politicamente mi sento di avanzare una proposta, che non è quella dei 250 o dell'esperto tale o delle commissioni: esistono molte commissioni, ben retribuite, tutto un fiorire di iniziative, di consulenze attraverso le quali il ministero opera egregiamente, ma questo non mi interessa.

TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Il costo della commissione è zero.

CARLO GIOVANARDI. Non parlo della commissione; mi riferisco a tutta una serie di meccanismi che il ministero ha messo in moto. Successivamente ci potremo confrontare sull'elenco, perché non sempre mancano i finanziamenti; in realtà bisogna vedere come vadano spesi, in quale direzione, in quali consulenze ed impegni. Ciò tuttavia non risolve il problema, perché il confronto avrebbe dovuto essere operato in Parlamento. Abbiamo eluso i temi fondamentali relativi al contenuto della riforma e adesso si deve ricorrere agli esperti per cercare di raffazzonare una soluzione. La nostra proposta politica è molto chiara: azzeriamo, prendiamo atto che questo sistema non funziona, non può essere avviato; lo stesso Governo non ha idea di come farlo partire. È una proposta generosa; fra nove mesi si voterà e può darsi (non sono molto ottimista in proposito) che nascano maggioranze diverse che azzerino una cosa che non funziona. Cominciamo a lavorare assieme non su soluzioni che sono state il frutto del voto del 40 per cento del Parlamento, ma su ipotesi che siano più ampiamente condivise.

VALENTINA APREA. Ministro, le sue comunicazioni sugli indirizzi generali della politica del suo dicastero hanno fotografato fedelmente le difficoltà in cui lei si trova ad operare. Nominato in un Governo di fine legislatura, che sopravvive in nome di emergenze più o meno reali del paese e che è sostenuto da una maggioranza incerta, divisa su tutto, lei si trova in più sul suo tavolo la responsabilità di avviare l'attuazione delle riforme volute dal suo predecessore, il ministro Berlinguer, riconfermato nei tre Governi precedenti di questa legislatura. Ma se non è stato facile per l'onorevole Berlinguer far approvare l'intero pacchetto di riforme che hanno interessato diversi e non certamente secondari aspetti del sistema scolastico, è certamente più difficile dover fare i conti oggi con il famoso puzzle berlingueriano delle riforme, perché ora che è terminato i pezzi non stanno insieme. È stato usato il grimaldello per far saltare l'intera impalcatura di un sistema durato a lungo e reso rigido e ingovernabile da un ordinamento non più adeguato.
Non si può davvero dire che gli interventi «riformistici» siano mancati. Semmai, va invocata ora l'esigenza di decongestionare l'affollamento riformatore in atto, anche perché è difficile prevedere che gli interventi promossi vadano a buon esito, tenuto conto della necessità di disporre di un asse temporale ragionevole perché essi siano assimilati dal corpo sociale.
Ma, accanto a questa esigenza, altre e ben più preoccupanti ragioni ci spingono come forza di opposizione a parlare chiaro con lei, ministro, perché lei sappia che non staremo a guardare acriticamente le azioni che vorrà assumere. Ad esempio, non possiamo dimenticare, signor ministro, che gli interventi riformistici della legislatura non hanno incontrato un'adesione sociale di larga portata. Le scelte operate hanno piuttosto diviso il paese e le parti sociali e non hanno estesamente coinvolto il personale dirigente delle scuole ed il personale docente, a danno quindi della stessa credibilità iniziale dell'intervento riformatore; ma - aspetto ancor più grave dal nostro punto di vista politico - esse non hanno modificato in modo significativo il quadro culturale ed il contesto sociale e organizzativo di riferimento. L'Italia è, per molti versi, ancora lontana dalla soglia di allineamento con i paesi più avanzati. I risultati delle ricerche internazionali comparate e le statistiche riguardanti i processi di transizione, alcuni dei quali richiamerò più avanti, inducono ad una preoccupata riflessione sui costi economici e sociali che il nostro paese è ancora costretto a sostenere a causa di una mancata o scarsa valorizzazione della risorsa umana.
L'inadeguatezza di ciò che la scuola dello Stato offre agli studenti per promuoverne e favorirne la crescita e l'inserimento nella vita sociale e di lavoro continua ad essere un persistente tema del dibattito sociale. E i Governi di questi ultimi anni portano la responsabilità di aver accentuato, e non diminuito, alcuni dei mali storici del nostro sistema scolastico. Se questo ha meritato nel passato le accuse di essere burocraticamente gestito, di rispondere ancora ad una conduzione centralizzata e statalista, di non avere dalla propria parte il personale della scuola né i sindacati, di non essere stimato dalle famiglie, di cedere agli interessi del mercato più di quanto non risponda ai più generali bisogni della persona, di essere dissociato dai luoghi della cultura e di non sapere evitare la diffusione e l'imperversare delle ideologie dominanti, di non essere, infine, in grado di liberare le risorse, se tutto ciò è stato sempre sottolineato ed è avvenuto, ora questi mali sono particolarmente alimentati da un riformismo che ha interpretato come diffusamente condivise le scelte di una presunta maggioranza politica e culturale, che ha incredibilmente rafforzato, anziché superare, l'impianto statalista del nostro sistema scolastico. Un riformismo che ha mascherato con un'autonomia di facciata la persistente abitudine a limitarne la realizzazione piena; un riformismo che ha affollato l'area degli interventi senza dimostrare di avere la capacità di programmarne gli adempimenti nei tempi e nei modi di attuazione; un riformismo che ha bluffato sui problemi della libertà dell'educazione, con il serio rischio di un ulteriore dimagrimento della presenza non statale, e quindi di pluralismo, nell'area dell'offerta pubblica dell'istruzione; un riformismo che ha propagandato la qualità e l'innovazione con il vessillo del conformismo culturale; un riformismo che premia gli aspetti formali (elevazione dell'obbligo scolastico-formativo, certificazioni, crediti) e non si preoccupa degli esiti sostanziali (tutela reale del diritto allo studio, all'istruzione e alla formazione, valore reale delle conoscenze e delle competenze acquisite).
Che le cose siano andate proprio così, ministro, è provato dai risultati conseguiti dagli alunni obbligati dalla nuova legge a frequentare il primo anno delle scuole superiori. Colleghi, fummo facili profeti: voi ricorderete in questa Commissione le nostre accuse, le nostre preoccupazioni in relazione alla legge n. 9 del 1999, che prevedeva l'obbligo nel primo anno delle superiori. Noi sostenemmo che questo obbligo, così come era stato concepito, avrebbe portato ad un aumento della dispersione scolastica invece di rappresentare la soluzione del problema. Ministro, i primi dati li conosce anche lei, ma glieli ricordiamo; essi sono sconcertanti ed indicano una selezione nelle prime classi più dura rispetto agli anni scorsi. Un quotidiano non certo vicino alle opposizioni, la Repubblica, nell'edizione di Milano di sabato 17 giugno scorso riportava questo titolo: «Scuola, quadri con stangata»; e così proseguiva: «I dati di esordio indicano una selezione nelle prime più dura dell'anno scorso, effetto dell'innalzamento dell'obbligo scolastico». Stiamo parlando di Milano città, con il 37 per cento di bocciati nelle prime classi delle superiori. Il fenomeno quindi è stato ingigantito.
Dunque, la formula voluta dal centrosinistra è una formula fallimentare. Siamo stati facili profeti quando abbiamo previsto tutto ciò: adesso però che la profezia si è avverata, il Governo risponda, venga in Parlamento a presentare gli esiti della prima applicazione del famigerato obbligo nelle superiori e prospetti soluzioni alternative, che non potranno essere altro che quelle ipotizzate da noi, forze dell'opposizione: doppio canale nella fase terminale dell'obbligo, possibilità cioè di accedere alla formazione professionale (certamente riformata, ma sempre formazione professionale) ora dopo la terza media, e con il riordino dei cicli dopo la scuola primaria. Se non avrete il coraggio di rivedere le vostre posizioni, ciò sarà fatto da noi con uno dei primi provvedimenti, se alle prossime consultazioni il paese ci porterà al Governo.
Il problema della dispersione scolastica e - ne siamo certi, a breve - di quella formativa, non può e non deve più riguardare le statistiche o le indagini, come quella che anche la nostra Commissione ha svolto e di cui lei è a conoscenza. Nel confronto europeo, i nostri dati sulla scolarizzazione ci fanno guadagnare gli ultimi posti; si tratta di dati pubblicati ancora una volta da un quotidiano nazionale (oramai i giornali sono bollettini di guerra per chi si occupa di scuola: non è possibile rilassarsi quando si leggono notizie che riguardano il settore scolastico). Il Corriere della Sera, come tanti altri quotidiani, sabato 10 giugno, riportando i dati sull'istruzione in Europa, scrive «Italia bocciata in lettura», aggiungendo che «il 30 per cento dei nostri giovani lascia la scuola dopo le medie inferiori; 30 ragazzi italiani su 100 abbandonerebbero la scuola dopo la terza media senza neppure un corso di formazione professionale».

FABRIZIO FELICE BRACCO. Se hai letto bene, il fenomeno è più grave per gli anziani e meno grave per i giovani.

VALENTINA APREA. Io leggo bene, collega Bracco!

FABRIZIO FELICE BRACCO. Quindi vuol dire che è la scuola...

VALENTINA APREA. La scuola che avete pensato voi, che avete immaginato voi e che continuate a volere voi non può risolvere questi problemi!

FABRIZIO FELICE BRACCO. Sì, ma un dato deve essere riportato per intero!

VALENTINA APREA. Quando avrai la parola esporrai la tua versione, che abbiamo ascoltato per quattro anni.

FABRIZIO FELICE BRACCO. La tua è sempre uguale.

VALENTINA APREA. C'è una novità in più: i dati che confermano le nostre tesi.

FABRIZIO FELICE BRACCO. Studia!

VALENTINA APREA. Io parlo al paese, studio e poi pubblico. Per fortuna, sono i vostri giornali che denunciano, è la Repubblica che denuncia questa lettura dei dati, non Il Giornale; è la Repubblica che ha intitolato «Scuola, quadri con stangata».

ADRIANO VIGNALI. L'Italia non è tutta Milano!

VALENTINA APREA. Anche peggio, come forse l'onorevole Napoli ricorderà fra breve.
Questi sono i dati che emergono dal confronto europeo, che addirittura peggiorano con l'applicazione delle nuove leggi. La misura, allora, è proprio colma: i governi si devono dimettere e i contribuenti devono essere risarciti dei danni materiali e morali che subiscono in siffatta situazione. Cambiare il sistema diventa la parola d'ordine, sul piano sostanziale e non sul piano giuridico-formale, come é avvenuto in questa legislatura.
Ancora su questa indagine ed ancora sui soldi pubblici. Nell'articolo apparso sul Corriere della Sera leggiamo che il nostro paese non è stato classificato in matematica e in scienze! Lei, signor ministro, ha il dovere di dirci come mai l'istituto di valutazione diretto dal professor Vertecchi, con tutti i miliardi di finanziamento che ha ricevuto, non abbia fornito i dati richiesti. Come è possibile che il nostro paese non sia stato classificato a livello europeo? E come é possibile che vi sia un investimento di denaro pubblico senza che si conoscano i dati effettivi del nostro paese?
È un riformismo che ammette di essere preoccupato per avere generato in molti angoscia ed insicurezza. È mancata inoltre in modo assoluto, sempre sul piano della tutela dei diritti individuali, un'azione politica che si preoccupasse di migliorare la qualità reale delle conoscenze e degli apprendimenti, anche attraverso la promozione e la valorizzazione delle situazioni di eccellenza. Debole, discontinua, soltanto mediaticamente gestita è risultata, dunque, l'attenzione riservata ai contenuti, che un moderno sistema formativo e di istruzione deve garantire e rendere fruibili.
Questo è ciò che pensiamo delle riforme approvate nell'attuale legislatura. Per quanto lei, signor ministro, sia pienamente legittimato a compiere ulteriori passi nella direzione segnata dai governi precedenti, essendo ormai giunti alla fine della legislatura, deve sapere che, se le scelte che opererà per dare sostanza alle riforme attuate andranno nella direzione opposta alle nostre aspettative, non indugeremo a modificarle nel caso in cui dopo la consultazione elettorale spetterà alla nostra coalizione governare.
Allo stesso modo, le vogliamo dire che avevamo apprezzato la sua apertura nei nostri confronti allorquando ci aveva richiesto di indicare alcuni nomi di docenti che potessero rappresentare aree culturali non palesemente allineate sul piano ideologico e sindacale alla sinistra, per riequilibrare le commissioni ministeriali per i cicli, che non solo a noi ma al paese sono sembrate dei veri e propri soviet per l'evidente appartenenza ideologica e culturale dei membri chiamati a farne parte. Abbiamo ritenuto di non doverle indicare dei nomi, perché le rivisitazioni culturali dei curricoli spettano al Governo e non ai partiti, ed avevamo sinceramente confidato nella sua sensibilità. Credevamo, cioè, che lei avrebbe promosso un'operazione di riequilibrio culturale e professionale delle commissioni, favorito anche dal fatto di essere un ministro «tecnico», un uomo cioè che, pur essendo sempre stato da una parte politica, quella di sinistra, conosce, per esserne stato indiscusso protagonista, il mondo culturale e professionale della scuola italiana.
Così non è stato, signor ministro. Abbiamo appreso in questi giorni che l'istituenda commissione per i cicli sarà composta da più di 200 membri e che lavorerà per un solo mese. Dovrà infatti predisporre (siamo in attesa di leggere il decreto) il progetto di fattibilità, che deve essere presentato a settembre; oggi è il 20 giugno: anche se chiederà ai suoi membri di lavorare per tutto il mese di agosto, a voler essere generosi, la commissione lavorerà solo un paio di mesi. Mi consenta dunque di esprimere non solo riserve ma anche preoccupazioni, perché questa è una commissione di copertura. Evidentemente, sono già pronti nei cassetti tutti i documenti che verranno presentati in Parlamento e lei aveva bisogno di una copertura per affermare che l'operazione era stata partecipata.
Abbiamo inoltre conosciuto i nominativi dei coordinatori dei gruppi di lavoro: Alba Sasso, Vittorio Campione, Emanuele Barbieri, Forte, Checcacci. Responsabili sindacali, funzionari di partito e docenti simbolo di un'area che definire di sinistra è ancora poco! E, insieme a questi....

LAMBERTO RIVA. La Checcacci: tipicamente di sinistra!

VALENTINA APREA. Il ministro deve dirci perché non ha scelto Corradini, che è presidente e segretario dell'UCI, ma ha preferito la Checcacci! Adesso arrivo anche alla copertura cattolica!
Dicevo che, insieme a questi, ci sono due esponenti di matrice cattolica che, pur avendo rivestito ruoli importanti nella scuola italiana, oggi, sì e no, rappresentano se stessi, perché sono molto facilmente controllati e controllabili!

ADRIANO VIGNALI. Stai dicendo degli insulti!

LAMBERTO RIVA. Chi te lo permette?

VALENTINA APREA. Me ne assumo la responsabilità!
Davvero sorprendenti queste nomine, signor ministro, sia sul piano ideologico che su quello più squisitamente culturale e pedagogico: riuscite una volta di più a farci rimpiangere l'era democristiana, quando le commissioni per le riforme erano altamente qualificate (e non mancavano certo gli insegnanti!), ma la guida dei lavori veniva affidata ad esperti di chiara fama scelti in ossequio ad un vero pluralismo e non ad un pluralismo di facciata. Lei stesso, d'altra parte, è stato chiamato numerose volte, in qualità di linguista eccelso, a farne parte, a prescindere dalla sua collocazione politica.

TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Una volta.

VALENTINA APREA. Una volta fa testo!
Dunque, lei ci delude, ministro, con queste sue nomine e pregiudica così definitivamente l'atteggiamento preventivamente neutro che pensavamo di assumere. Oggi nutriamo il sospetto (ma forse è più di un sospetto), quello che la nuova scuola, le sue articolazioni ed i suoi contenuti siano già stati scritti in qualche sede di partito o in qualche associazione o sindacato e che la commissione le serva da copertura per le scuole, per il paese, per il Parlamento. Non sarà così semplice: dovrà dimostrare che i lavori di questa commissione hanno consentito di giungere al progetto che lei presenterà, dovrà dimostrare al Parlamento che vuole dare vita ad una scuola di tutti, una scuola che dia più libertà e più qualità, che nasca dal confronto tra le scuole di pensiero, e non una scuola che si chiude in una sola visione dei saperi.
Per tali ragioni, riteniamo che lei non possa ma, a questo punto, debba venire alle Camere prima della presentazione del progetto di fattibilità, per discutere preventivamente i possibili scenari di fattibilità della riforma, a partire dai lavori della commissione da lei istituita presso il ministero, e che debba richiedere una sorta di pronunciamento del Parlamento, alla stregua della relazione Fassino che precedette la stesura dei programmi per la scuola elementare riformata, a garanzia del pluralismo istituzionale e culturale.
Veniamo ora ai punti espressamente richiamati nel suo intervento. Lei ha detto che si sta impegnando affinché vi siano una regolare conclusione dell'anno scolastico ed un altrettanto regolare inizio del nuovo. Sono frasi che, ovviamente, vanno scritte nei discorsi da pronunciare dinanzi al Parlamento. Diciamo che non le è andata bene, signor ministro, perché quando ha assicurato al Parlamento che vi sarebbe stata una buona conclusione dell'anno scolastico forse non aveva in mente tutti i problemi che si sarebbero verificati nelle scuole in questo scorcio d'anno. Proverò a fare un elenco dei problemi che ancora una volta hanno riempito le pagine dei giornali (i famosi «bollettini di guerra» per chi si occupa di problemi scolastici).
Innanzitutto, le recentissime indicazioni sulla privacy (giuste o sbagliate: vi sarebbe da discutere). Sui giornali di oggi abbiamo letto, purtroppo, che a Varese una liceale di 17 anni si è suicidata dopo aver ricevuto la lettera in cui le veniva comunicato di essere stata bocciata (Commenti del deputato Voglino).

LAMBERTO RIVA. Devi avere vergogna a tirare fuori queste cose!

VALENTINA APREA. Questo dimostra che la scuola ha bisogno di altro! Per questo, collega Riva, il problema non può essere trattato in modo burocratico. Il suicidio degli studenti non è un problema burocratico! I dirigenti del ministero hanno risposto (e il ministro potrà dirci se è vero)...

LAMBERTO RIVA. Devi avere vergogna a dire queste cose!

VALENTINA APREA. È vergogna quello che ha fatto il ministero! È una vergogna pensare di risolvere in modo burocratico il problema del vuoto e dell'abbandono in cui si trovano i ragazzi quando la scuola li emargina, quando li esclude in modo burocratico.

LAMBERTO RIVA. Ti devi vergognare a parlare di cose così delicate per sostenere le tue tesi!

VALENTINA APREA. Vergogna al ministero! Vergogna ai dirigenti del ministero! Ci dica lei, ministro, perché è stata emanata una circolare di questo tipo!

FABRIZIO FELICE BRACCO. Che cosa c'entra il suicidio?

VALENTINA APREA. Che cosa c'entra? Come può, il ministero, dettare norme su questioni così delicate e gestirle in modo così burocratico? Questa è la paranoia burocratica del nostro sistema! Tant'è vero che quella ragazza ha ricevuto la notizia a casa ed il giorno dopo si è ugualmente suicidata! Il ministero non doveva entrare in questo ambito e non doveva prevedere la «stanza degli asini». Sapete, colleghi, che la circolare prevede che le famiglie dei bocciati devono essere convocate in una stanza diversa? Ma di che cosa si interessa il ministero? Siamo di fronte al fallimento educativo della scuola! Non basta una circolare burocratica per risolvere il problema del futuro dei nostri giovani e del vuoto educativo che c'è nelle scuole!
Mi dispiace che il collega Riva abbia reagito in questo modo, perché la tesi che intendo sostenere è che non si può gestire in modo burocratico un problema che attiene alla vita ed alla sensibilità dei nostri giovani. Voglio ricordare che questa comunicazione è arrivata alle scuole alla vigilia degli scrutini, secondo la migliore tradizione burocratica di stampo napoleonico. Credo che legare una questione così delicata ad una procedura di tipo burocratico, prevedendo addirittura una «stanza degli asini», sia cosa ben diversa da una regolare conclusione dell'anno scolastico!
Un altro problema è quello delle nomine, per gli esami di Stato, di commissari incompetenti: valga per tutti il caso, riportato dalla stampa, verificatosi nella provincia di Milano. Stamattina il sottosegretario Barbieri, rispondendo ad una nostra interrogazione sull'argomento, ha dovuto ammettere che questo è uno dei tanti problemi ancora legati alle macchinose commissioni per gli esami di Stato.

TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Aboliamo l'esame di Stato!

VALENTINA APREA. Magari! Come lei sa, io sono per l'abolizione del valore legale del titolo di studio.

TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Quella è un'altra cosa.

VALENTINA APREA. Queste commissioni, quindi, sono soltanto una forzatura di un sistema burocratico che mal si armonizza con l'autonomia. I sistemi per accertare le competenze e le conoscenze dovrebbero essere ben altri, quei sistemi che però non si vogliono introdurre nel nostro paese. Nel sistema anglosassone, ad esempio, se i ragazzi non imparano e le scuole non insegnano, queste ultime chiudono e i ragazzi non riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro. Il titolo di studio, quindi, conta davvero...

ADRIANO VIGNALI. E poi cresce la delinquenza giovanile!

VALENTINA APREA. Il problema è che voi avete portato il permissivismo nelle scuole e nell'apprendimento ad un livello tale che i ragazzi non sanno più fare i conti con le piccole e con le grandi frustrazioni, con un cattivo voto, che è una piccola frustrazione, e con una bocciatura, che è una grande frustrazione. Nella scuola di Stato i ragazzi hanno imparato che tutti devono essere promossi e che non c'è differenza fra chi studia e chi non studia.

DOMENICO VOLPINI. Queste tragedie ci sono da quando esiste la scuola!

VALENTINA APREA. Vi sembra che la decisione presa dal ministero per risolvere questo grave problema sia giusta?
Dobbiamo discuterne. Dal momento che siamo di fronte ad una decisione del ministero, spetta al ministro rispondere. Mi rendo conto che in questo momento per lei, ministro, sono più gli oneri che gli onori, ma, ripeto, si tratta di un'iniziativa del ministero ed il Parlamento si limita a dimostrare che è l'ennesimo scivolone di questo Governo e di questo Stato etico, che pretende di risolvere dal centro il problema del vuoto educativo e i problemi dei giovani. Il ministro De Mauro ha detto che si stava impegnando per assicurare una regolare conclusione dell'anno scolastico. Le è andata male, caro ministro! Non doveva dire questo: doveva ammettere invece che vi sono moltissimi problemi.
Un altro problema è quello delle bocciature sospette in alcune scuole superiori, per salvare gli organici. Anche in questo caso le notizie sono state riportate a caratteri cubitali e qualche testata, come la Repubblica....

ADRIANO VIGNALI. Non si attribuiscono al ministro le bocciature sospette!

VALENTINA APREA. No, certo, ma quando si fanno le riforme per favorire queste degenerazioni del sistema (perché i provveditori continueranno ad assegnare i docenti alle classi sulla base dei numeri) bisogna dire che non si è risolto un bel niente! E poi ci si lamenta dei livelli della dispersione scolastica, quando alcuni istituti professionali basano l'avvio di corsi nell'anno successivo sul numero degli alunni che saranno bocciati! Questa è una degenerazione del sistema. Ne vogliamo discutere, collega Vignali, oppure riteniamo che sia una situazione normale? Se la ritieni normale, accontentati: io non mi accontento, anzi mi arrabbio!
Vi è poi la nuova ondata di rivendicazioni sindacali del personale scolastico, sempre più agitato ed insoddisfatto, che ha messo a repentaglio gli scrutini ed ha costretto il Governo a correre ai ripari limitando a soli due giorni gli scioperi annunciati. Questa volta, ministro, sono io che le faccio gli auguri, perché domani iniziano gli esami di Stato: non vorrei dover discutere con lei, tra una settimana o dieci giorni, sui problemi sorti in occasione degli esami di Stato. Da napoletana le dico che, a questo punto, è preferibile incrociare le dita! Mi limito a ricordarle di controllare il testo delle prove, perché lo scorso anno era pieno di errori, formali e sostanziali, che hanno messo in difficoltà gli studenti. Vi erano persino errori di grammatica: lei che è un linguista, professor De Mauro, non potrà certamente accettare che si ripeta anche quest'anno. Cerchiamo almeno di evitare quegli errori che si possono evitare: poi, come si dice, sarà quel che sarà!
Se tutto ciò non è certamente da paese normale, quanto potrebbe riguardare l'inizio del nuovo anno scolastico è davvero raccapricciante: intollerabile sul piano amministrativo, inaccettabile sul piano dei diritti dei cittadini, siano essi studenti, genitori, docenti o dirigenti. Infatti, per sua stessa ammissione, ministro, e per colpe chiaramente ascrivibili al Governo, o quanto meno ai Governi precedenti, non ci sarà nella maggior parte dei casi un regolare inizio delle lezioni nel prossimo anno scolastico. E così ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere, al pensiero che proprio in coincidenza con l'entrata in vigore dell'autonomia scolastica alle scuole mancheranno gli insegnanti. Basterebbe questa considerazione per dimostrare il fallimento della politica berlingueriana nella gestione del personale; ma ciò svela anche, in modo persino impietoso, che quella che i Governi di centrosinistra hanno contrabbandato per autonomia delle istituzioni scolastiche altro non è che pesante e, in qualche caso, perfino odioso decentramento non già di funzioni ma di carichi amministrativi.
I concorsi, che noi già qualche anno fa definimmo «la fiera delle illusioni», giunti al loro espletamento nel modo più costoso e burocratico possibile, si riversano sulle scuole come un fiume in piena determinando adesso la paralisi dell'amministrazione e da settembre quella delle scuole.
È un risultato a dir poco sconcertante che sta creando disagi negli uffici periferici, i quali dovranno comporre le famigerate graduatorie permanenti (si tratta di ordinare centinaia di migliaia di domande in ogni singolo provveditorato, specie in quelli come Roma e Milano), e che non consentirà di assegnare i docenti alle scuole, per ironia della sorte autonome, e quindi condizionerà seriamente e per almeno un quadrimestre le lezioni del prossimo anno scolastico. Chi risponde di tutto questo? È un paese normale, ministro?
Sono eventi che si commentano da soli e che a noi, forze dell'opposizione che si preparano a governare il paese secondo ben altre prospettive ed è proprio il caso di dire scelte di campo, fanno tremare le vene ai polsi al pensiero dell'alto livello di compromissione anche rispetto a riforme future. Intendiamo dire che la sciagurata politica del personale, portata avanti in questa legislatura, sarà un macigno sulla strada di una significativa rivalutazione del ruolo e della funzione dei docenti, ma soprattutto sarà un pesantissimo fardello per la realizzazione dell'autonomia curricolare ed organizzativa delle scuole. Che significa, infatti, signor ministro, che le scuole potranno decidere il 15 per cento del curricolo a livello locale se i docenti saranno assegnati dall'amministrazione a completa copertura delle cattedre? Faranno come si è visto già quest'anno: come si diceva ieri in un convegno a Milano, il curricolo integrativo riguarderà la danza, il gioco, certo non, come avviene nei paesi europei, l'integrazione del curricolo vero e proprio con la scelta di materie e di docenti. Cosa accadrà quando il curricolo nazionale includerà alcune materie e ne escluderà altre, visto che si continua ad immettere in ruolo docenti su tutte le cattedre? Non sarebbe stato più prudente definire prima i nuovi assetti culturali e programmatici delle istituende scuole primarie e secondarie e solo successivamente procedere al reclutamento di nuovo personale? Ci risponda, ministro. Cosa accadrà?
Tra l'altro, questo aspetto rimanda ad un'altra questione non secondaria, legata al riordino dei cicli ed in particolare a quanto previsto dall'articolo 6, commi 1, 7 e 8, della legge n. 30 di quest'anno. Il comma 1 dispone che «il programma comprende, tra l'altro, un progetto generale di riqualificazione del personale docente, finalizzato anche alla valorizzazione delle specifiche professionalità maturate, nonché alla sua eventuale riconversione». Mi raccomando, ministro, lo faccia sapere ai docenti prima di riconvertirli, perché il caso dell'insegnante nominato sulle materie affini...

TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Quello che non sapeva la filosofia.

VALENTINA APREA. Esattamente. Rischiamo di assegnare interi corsi, quindi intere classi, a docenti che non conoscono le materie. Il comma 7, lei deve ammetterlo, è il più bello: «Il personale docente in servizio alla data di entrata in vigore delle disposizioni regolamentari che disciplinano (...) ha diritto al mantenimento della sede fino alla sua definitiva assegnazione, che si realizza tenendo conto in via prioritaria delle richieste, degli interessi, dei titoli e delle professionalità di ciascuno». Questo è un macigno sulla strada della rivisitazione; l'articolo andrebbe cassato tutto, se si volesse attuare una vera riforma. Tuttavia, poiché adesso tocca a lei, lei deve fare i conti con questa.
Il comma 8 è stato oggetto in aula dello scontro storico tra me e Bracco, che rimarrà lo scontro della legislatura, con un blitz del collega Bracco: mi riferisco alla delegificazione della legge n. 341 del 1990. Ricorderemo questa circostanza, perché io avevo perso qualsiasi speranza di trovarmi in un'Assemblea democratica; in quel momento ebbi la sensazione del cosiddetto regime, dei blitz. Qui certamente siamo di fronte alla delegificazione della legge n. 341. Apro una parentesi. Sono contenta che lei sia professore universitario (come d'altra parte il suo predecessore), perché su quest'ultimo comma, relativo alla formazione dei docenti, vorrei manifestare ancora una volta tutta la nostra contrarietà alla delega, in quanto la delegificazione della legge n. 341 usurpa una competenza propria dell'università, portando addirittura al rango di regolamento del Ministero della pubblica istruzione la definizione di titoli universitari ed ancor più del curricolo richiesto per il reclutamento. Com'è possibile che un regolamento limiti l'autonomia universitaria? Infatti si prevede che il ministro decida tutto, di concerto con il ministro dell'università (Interruzione del ministro De Mauro). Non è la stessa cosa, ministro, perché lei sa bene che le burocrazie sono diverse. Se potessimo eliminare tutto, lo faremmo, però dobbiamo essere un po' più concreti. Inoltre, la disposizione interviene prematuramente rispetto ad una revisione ordinamentale tesa innanzitutto a chiarire cosa sarà la scuola primaria, revisione cui si sarebbe dovuto procedere prima; non si può fare tutto contemporaneamente e, soprattutto, bisogna intendersi su che cosa resterà - se resterà - della scuola elementare e della scuola media; successivamente si potrà affrontare la questione della formazione, quindi del reclutamento dei docenti della scuola primaria.
In proposito intendiamo chiarire che porremo molta attenzione al fatto che i docenti dei primi quattro anni della scuola primaria conservino quella specificità di formazione di insegnamento che è propria della grande tradizione magistrale del nostro paese. Non vorremmo infatti che per problemi più sindacali che professionali si cominciasse a lavorare per la funzione del docente unico che, se può risolvere parecchi problemi sul piano più strettamente giuridico e contrattuale, tuttavia priverebbe la nostra scuola di docenti maggiormente preparati ad insegnare ai più piccoli, non solo perché competenti in alcune discipline ma perché formati a livello psicopedagogico e in un'ottica di unitarietà dell'insegnamento che non si trova in nessun altro ordine di scuola. Dunque, su tale questione chiediamo un impegno preciso del Governo; diversamente ci vedremo costretti, nel caso di un'alternanza al Governo, a rimettere tutto in discussione.
E ancora, a proposito di personale, ministro, vi potevate risparmiare questa storia delle funzioni obiettivo, questa norma che prevede di fatto l'utilizzo obbligatorio, da parte delle scuole, dei docenti che sono stati votati dal collegio perché ricoprano tali funzioni e ai quali poi l'amministrazione ha fatto frequentare un corso. L'amministrazione prima ha preteso che seguissero un corso, ha speso finanziamenti pubblici e poi ha introdotto la norma in base alla quale d'ora in poi le funzioni obiettivo dovranno essere svolte da chi ha seguito specifici corsi di formazione organizzati dall'amministrazione. Queste cose non si fanno. I giornali giustamente dicono che per evitare il rinnovo automatico delle nomine è necessario individuare aree diverse di intervento, parlano di funzioni obiettivo in abbonamento ed affermano che gli incarichi rischiano di essere nuovamente attribuiti agli stessi docenti. Noi ne avevamo parlato in un nostro incontro e ciò si è avverato. Se per ipotesi un determinato docente non volesse essere più indicato dal collegio, quest'ultimo non avrebbe altra scelta che cambiare l'obiettivo. Sono cose da sistema perverso. Quello che diceva il collega Giovanardi è vero. Noi continuiamo con questo sistema (forse è una maledizione che ci portiamo dietro): approviamo le leggi e poi dobbiamo mettere i cittadini nelle condizioni di aggirarle, perché le disposizioni che vengono introdotte sono talmente odiose da diventare di fatto un peso e non un'agevolazione.

ADRIANO VIGNALI. C'erano anche prima le leggi!

VALENTINA APREA. E ancora, a proposito di personale, merita una riflessione quanto sta per essere deciso a proposito dei docenti iscritti alle scuole di specializzazione per insegnanti, le SSIS. Qui in Commissione vi fu una sorta di blitz nell'esame del collegato, perché all'ultimo momento fu inserito un comma teso a favorire l'inserimento di questi docenti nelle graduatorie permanenti. Ministro, dimentichiamo di essere di parti avverse: io le chiedo un parere da esperto, da docente universitario che ha formato molti di noi. Come è possibile che persone che effettuano questa scelta, e che quindi si accollano l'onere di studiare, di fare anni universitari in più e di venir fuori con un profilo professionale che ha conosciuto momenti di selezione e di approfondimento, possano poi finire nelle graduatorie permanenti delle sanatorie? Lei deve fare in modo che ciò non avvenga. D'altra parte questi ragazzi sono disperati, perché la legge dispone che solo attraverso le graduatorie permanenti si potrà accedere alle scuole. Allora occorre, sì, una legge per favorire questi ragazzi e questi docenti, ma non attraverso l'unico canale previsto da provvedimento nato per porre fine ad un problema storico che caratterizzava la scuola. Loro, poveretti, dicono «metteteci tra A e C, tra quelli che hanno vinto il concorso, tra i precari...»; loro ci implorano, hanno invaso tutte le nostre E-mail, continuano a inviarci comunicazioni...

FABRIZIO FELICE BRACCO. Se si approva il collegato, il problema è risolto.

VALENTINA APREA. No, è una soluzione che non condividiamo assolutamente; non possono essere messi con i precari. La formazione universitaria dei docenti doveva essere alternativa al sistema della graduatoria e del punteggio; nella vostra testa non è così.

FABRIZIO FELICE BRACCO. Non nella nostra testa, ma nelle previsioni della legge.

VALENTINA APREA. La legge n. 124 del 1999 è stata elaborata come sanatoria. Tu ricorderai che è nata molto tempo prima, all'inizio della legislatura, anche se ha avuto un iter difficile, è stata modificata, ma rientra in quel famoso discorso del pezzo che non sta più insieme nel puzzle berlingueriano, perché a fronte di una scuola rinnovata, autonoma, noi adesso vogliamo rimettere in piedi il sistema delle graduatorie permanenti, che già come definizione fa venire la pelle d'oca perché non finisce mai, è un incubo per tutti, per l'amministrazione, per le scuole. Io voglio sposare la causa dei docenti che si sono iscritti alle SSIS e che si specializzeranno, però nel modo più serio possibile; questi sono signori professori, signori laureati, signori docenti e non sono secondi a nessuno, non devono avere il canale della graduatoria permanente, ma devono avere un canale preferenziale, in quanto spendono tempo e denaro e rappresentano la salvezza della nostra scuola, se vogliamo salvarla. Se poi invece deve diventare la solita macchina della proletarizzazione culturale e della sistemazione di tutti i soggetti che abbiano un minimo di titolo, fate voi; però noi vogliamo avere la coscienza a posto e dirvi che non ci sta bene che sia usato lo stesso metro, la stessa misura per quelli che appartengono ad un altro tempo, ad un'altra generazione, ad altri moduli di formazione.
Insisto ancora sul personale, ministro, perché questo ormai è diventato un incubo per tutti. Non è chiaro il motivo per cui avete deciso di assumere 35 mila insegnanti. Si chiude praticamente ogni accesso alle scuole per almeno vent'anni, con ricadute sul piano dell'attuazione delle riforme; in proposito ho citato qualche esempio precedentemente. Lei sta guidando questo inizio; provi ad immaginare cosa potrà avvenire nei prossimi due o tre anni. Ma soprattutto, per quanto riguarda le risorse, lei come ha potuto sostenere delle cose gravissime molto pacatamente, senza cambiare tono? Nella sua relazione, con riferimento al personale, all'assunzione dei 35 mila insegnanti, lei afferma quanto segue: «A proposito degli organici del personale della scuola e della contrattazione, vorrei richiamare l'attenzione sul problema dell'assoluta difficoltà per il raggiungimento della riduzione stabilita - per il 31 dicembre prossimo - dalle leggi finanziarie degli ultimi anni. Si tratterebbe di migliaia di cattedre e di posti di lavoro in meno, che andrebbero ad aggiungersi ai poderosi tagli dell'ultimo decennio. Il pericolo che segnalo è, però, quello che il mancato raggiungimento dei livelli previsti di riduzione del personale comporti una riduzione dei fondi all'epoca stanziati per la contrattazione integrativa». Lei si è contraddetto una, due, tre volte. Prima dice che pensa di assumere nel giro di due anni 35 mila persone ...

TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. È una legge che lo prevede.

VALENTINA APREA. È il famoso puzzle di cui ho parlato, nel quale i pezzi non stanno insieme. Poi però lei ha affermato che se deve raggiungere questo obiettivo non può stare nei tetti di riduzione del personale previsti dalle leggi finanziarie e che se non fa né l'una né l'altra cosa vuol dire che riduce le risorse.

TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Spero che Tremonti sia più tenero!

VALENTINA APREA. Il primo punto è sempre quello tragico. Si è voluto fare una politica che io definisco della proletarizzazione culturale, dell'occupazione a tutti i costi, dei concorsi, di tutte le sanatorie possibili ed immaginabili, delle riforme impossibili, e in più della promozione, dei premi. I soldi non ci saranno più, anche se lei afferma che da qualche parte verranno presi. Vengo ad un'altra questione. Vede quante sono, ministro? Il problema è che naturalmente noi siamo attenti e svolgiamo il nostro lavoro full-time, per cui ci è molto chiaro tutto quello che avviene. Mi permetta di chiederle, ministro, come mai anche i colleghi della sinistra abbiano avuto da ridire e, con riferimento ai docenti, le abbiano fatto usare l'espressione «salario accessorio». Il ministro, a proposito degli incentivi ai docenti, ha parlato di salario accessorio agli insegnanti.

TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. È un'espressione tecnica che figura nei contratti di lavoro.

VALENTINA APREA. È come dire che la sinistra non ha più gli operai nelle fabbriche ma ha quasi un milione di docenti che vuole giustamente trattare con salario accessorio. Questo richiamo così diretto è veramente pesante!
Vi è un problema di risorse. Il ministero ha ricevuto un richiamo da parte della Corte dei conti per una eccedenza di 3 mila miliardi e Monorchio ha risposto che sicuramente vi sarà una sanatoria legislativa (secondo le migliori tradizioni del nostro paese: in presenza di un'eccedenza, il solito Parlamento «tappetino» interviene a coprire tutte le falle!). Ma, al di là di questo, il problema è che si parte in rosso: come si può fare una politica così sciagurata del personale, generando illusioni e speranze in altre 35 mila persone, quando i docenti che già ci sono reclamano addirittura il doppio dello stipendio? Lei stesso, ministro, ha detto che è vergognoso mantenere i docenti ad un milione e mezzo o due milioni al mese. Dobbiamo discutere insieme di questi problemi.
La questione delle risorse è seria, signor ministro. Quanto ho detto riguarda il personale: ma per tutto il resto le risorse ci sono o non ci sono? Il riordino dei cicli, il progetto di fattibilità sono coperti o no? Quanto costerà questa riforma? Lo sapremo con il DPEF? Lo sapremo con la legge finanziaria? Quando è stata approvata la legge quadro, il ministro di allora e le commissioni dissero che in un secondo momento si sarebbe provveduto a finanziare la riforma. Credo che non sia possibile sostenere l'ipotesi della riforma a costo zero (qualcuno aveva addirittura ipotizzato che l'avvio della riforma avrebbe comportato dei risparmi); bisogna capire se ci sono le risorse per il progetto di fattibilità. Signor ministro, queste risorse deve trovarle nel giro di un mese, probabilmente prima di settembre, perché il DPEF sarà esaminato e votato entro luglio. Il suo primo obiettivo, quindi, non è tanto quello di guidare l'esercito dei 240...

TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Sono amici suoi!

VALENTINA APREA. I miei amici diranno quello che pensano (Interruzione del ministro De Mauro). Quello è nelle mani del Signore, ministro: non possiamo prevedere il futuro! Abbiamo già quasi capito come potrebbe andare a finire!
Inoltre, signor ministro, ci sono le risorse per il contratto dei dirigenti scolastici? A fatica si è raggiunto un compromesso - che io giudico poco nobile - per la loro collocazione nell'area dirigenziale: bisogna assolutamente determinare le risorse da destinare al primo contratto nazionale di lavoro della dirigenza delle scuole. Le prime risorse potranno essere stabilite nel DPEF; non voglio caricarla di ansia, ministro, ma il 1o settembre nelle scuole prenderà avvio l'autonomia e vi dovranno essere dei dirigenti di diritto e di fatto. Al di là dell'aspetto economico, quindi, occorre un profilo dirigenziale; ma senza l'aspetto economico la trattativa non può iniziare. Anche questo è un problema urgente.
Vorrei sapere quale percorso intende seguire per raggiungere questo obiettivo. Se il collegato sull'istruzione sarà votato a luglio, non vi saranno altre conseguenze; altrimenti, le ricordo che vi potrà essere una conseguenza seria per chi non è in servizio ed assumerà di fatto la nomina dirigenziale. La modalità prevista dal collegato dovrebbe essere approvata prima di settembre: se il collegato andrà in aula, nulla quaestio; in caso di ritardo, probabilmente il Governo dovrà intervenire per evitare che vi siano disguidi nelle scuole.
Vi è poi il problema dei presidi incaricati. Se il concorso sarà bandito in tempi rapidi, ci potrà essere un recupero; altrimenti, si possono individuare altre soluzioni.
Un ulteriore problema che dovrà affrontare, ministro, è quello della copertura del nuovo contratto dei dirigenti amministrativi. Con un contratto si è voluto cambiare qualifica ai segretari e ai coordinatori amministrativi: quando saranno dirigenti, chiederanno un nuovo profilo ed un nuovo contratto. Anche in questo caso vi è un problema di risorse.
Crediamo che, al di là del problema dei cicli e del progetto di fattibilità, una scadenza sia ormai improrogabile, quella relativa all'attuazione dell'autonomia e alla riorganizzazione del ministero. In sede di parere sulla riorganizzazione del ministero, abbiamo avuto modo di esprimere le nostre critiche perché, secondo noi, siamo di fronte ad un ulteriore appesantimento del centralismo e del potere affidato alle burocrazie. Prima avevamo undici direzioni generali; adesso, a seguito della riorganizzazione del ministero, ne avremo trentuno: mi sembra una bella dose di ricostituente per l'amministrazione! Questo perché è stato scelto il doppio binario, a differenza di quanto è avvenuto per altri settori.
La riorganizzazione del ministero prevede, tra l'altro, che gli uffici siano a sostegno delle scuole: questa espressione mi fa pensare al busto o alla corda di Lenin! In questo, d'altra parte, siamo confortati dall'opinione di esperti quali Rosario Drago, che ha pubblicato un testo in cui si legge: «Il ministero, anche dopo le riforme, resta l'unica sede legittimata all'amministrazione del personale non delegato alle scuole autonome, che si definisce soprattutto come l'applicazione di norme giuridiche alle condizioni dei dipendenti. Il sogno di tale cultura è di ridurre ed eliminare ogni variabile soggettiva e di trasformare l'organizzazione in una perfetta macchina semovente, mossa da un motore immobile centrale il cui carburante è la cultura giuridica ed amministrativa. In questa concezione non vi è posto per la responsabilità personale verso i risultati né per l'autonomia professionale; tutti sono esecutori della norma, che contiene in sé la garanzia della realizzazione dei risultati, che non occorre valutare». È la logica che vi ha ispirato nel provvedimento sulla parità scolastica.
E veniamo ora al regolamento. Caro Manzini, so che tu sei fiero di quella circolare, ma puoi esserlo solo per le scuole materne non statali, che potranno accedere al sistema paritario (il che significa anche garanzia di finanziamento). Per tutte le altre scuole si tratta di una revisione del riconoscimento legale, che ne determinerà la chiusura.

GIOVANNI MANZINI, Sottosegretario di Stato per la pubblica istruzione. Non sono obbligate!

VALENTINA APREA. Per tre anni possono sopravvivere, dopo di che si toglierà loro l'ossigeno! Ne riparleremo dopo le elezioni politiche!

GIOVANNI MANZINI, Sottosegretario di Stato per la pubblica istruzione. Se le perderete sarà un dramma!

VALENTINA APREA. Se le perderemo moriranno anche loro! Sappiamo già quello che succederà se perderemo le elezioni politiche. È una profezia che si autoavvera: siete rimasti in carica cinque anni, sia pure con governi diversi, e abbiamo visto quello che sta succedendo! Per fortuna state completando la legislatura: a questo punto, dobbiamo dire questo, visto che non volete ammettere gli errori!
Il regolamento dispone soltanto regole, ma non fa cenno ad alcun riconoscimento economico. Come sapete, pende un ricorso della regione Lombardia per le borse di studio, che peraltro non sono state regolamentate. Non vi è stata quindi una precisa volontà di definire prima le regole e di dare poi i contributi alle famiglie. Per le scuole materne non statali, che sono il vostro fiore all'occhiello e con cui lavorate in modo più diretto (anche per gentile concessione della sinistra: è l'unico ordine di scuole che è stato autorizzato a vivere, gli altri sopravvivono), si va avanti; per tutte le altre scuole, il regolamento è ancora un macigno, che esaspera l'appiattimento e l'omologazione rispetto alle scuole statali. Vorrei fare una chiacchierata con il capogruppo del partito popolare, il quale ha affermato che la normativa sulle scuole statali sarebbe stata completamente diversa: è stata estesa addirittura l'applicazione dello statuto delle studentesse e degli studenti.
A parte il merito e l'omologazione organizzativa, si creano delle scuole «fotocopia» in cambio di nulla. La Francia ed altri paesi chiedono un'armonizzazione agli ordinamenti statali, ma in presenza di una totale copertura finanziaria; la richiesta dello Stato e del Governo, quindi, si giustifica. In questo caso tale richiesta si giustifica solo sul piano ideologico, perché quelle scuole devono chiudere!
Proseguo con i rilievi critici. Per quanto riguarda l'accoglimento dei soggetti portatori di handicap, il regolamento afferma che devono essere accolti tutti i ragazzi che siano portatori di handicap ma non stabilisce come verranno utilizzati i 7 miliardi previsti dalla legge. Come possono le scuole rendersi disponibili ad accogliere questi ragazzi se hanno barriere architettoniche e devono affrontare delle spese? Chi comincia a pagare? Questa è una presa in giro!
Avete voluto dare un duro colpo per far chiudere quelle scuole, mantenendo il pluralismo soltanto al livello della scuola materna non statale.
Un gruppo di scuole cattoliche mi ha inviato una nota in cui mi chiede che cosa succederà con riferimento all'insegnamento della religione cattolica, perché non hanno mai chiesto l'opzione per la religione cattolica all'interno dell'orario curricolare. Presenterò un'interrogazione sull'argomento, perché anch'io ho bisogno di capire. Nelle scuole statali è prevista l'opzione, per cui i ragazzi possono scegliere; nelle scuole cattoliche l'opzione non c'è mai stata, perché l'insegnamento della religione cattolica veniva considerato un insegnamento curricolare. Qualcuno ha voluto fare di questa legge una legge laica, per cui è stata prevista l'attività extracurricolare.

DOMENICO VOLPINI. Non è vero!

VALENTINA APREA. Nelle scuole cattoliche, collega Volpini, si dovrà presentare, dal 1o settembre, anche il modello di opzione? È una domanda a cui dovete rispondere!
Vi sono poi le questioni attinenti al personale, sulle quali stendo un velo pietoso perché la circolare è talmente chiara nei limiti e nelle chiusure che prospetta che avremo altre occasioni per tornare sull'argomento.
Quanto alla formazione professionale, vorrei che lei, ministro, sciogliesse un ulteriore enigma, quello della famosa sperimentazione partita con l'approvazione della relativa circolare ministeriale. La sperimentazione in corso consente agli alunni che dopo la terza media si iscrivano alle scuole superiori di frequentare moduli integrati di scuola e formazione professionale. Questi moduli dovranno rientrare nel 15 per cento dell'autonomia o potranno esservi percorsi di 200 o 400 ore, secondo la tradizione delle migliori sperimentazioni? Se e quando partirà il riordino dei cicli, vi sarà molto da discutere, perché queste attività sono previste dal secondo anno e non dal primo successivo al periodo di obbligo scolastico.
Vi è molta confusione, quindi, e le incertezze sono più delle certezze. Restano i problemi della scuola italiana, che vengono aggravati e non semplificati. Non si intravede alcuna soluzione: questo è il nostro rammarico. In conclusione, non possiamo non rinnovarle gli auguri per il suo lavoro, ministro, ma purtroppo ci troverà sempre di più all'opposizione.

ANGELA NAPOLI. Cercherò di esporre le ragioni della nostra contrarietà a tutte le nuove norme che sono state poste in essere in termini di legislazione scolastica, contrarietà che d'altra parte è stata evidenziata anche durante i lunghi dibattiti svoltisi nel merito. Devo però fare riferimento in questo momento alle dichiarazioni programmatiche del ministro De Mauro, anche perché lo avevo invitato a rendersi disponibile ad una prosecuzione nel dibattito in tempi ragionevolmente brevi proprio affinché egli potesse essere cosciente delle effettive posizioni e volontà dei vari gruppi politici.
È chiaro, onorevole ministro, che coloro i quali immaginavano di vedere un capo del dicastero dell'istruzione capace di fare marcia indietro rispetto a quanto voluto dal suo predecessore, il ministro Berlinguer, si sbagliavano di grosso; forse questi non sapevano che lei avesse già fatto parte dello staff di consulenza del precedente ministro, forse hanno finto di dimenticare che lei è espressione di una maggioranza politica che ha punito, con la non riconferma, il ministro Berlinguer perché responsabile del varo di provvedimenti mai contrastati, ma anzi votati dalla stessa. E che lei, onorevole ministro, volesse proseguire sulla scia intrapresa dal suo predecessore lo si è compreso non dalle sue dichiarazioni programmatiche, bensì dalle affermazioni rilasciate subito dopo la nomina, prima affermazioni demagogiche a vantaggio della professione docente e poi qualcosa di sinistra, ad uso e consumo interno della maggioranza che la sostiene. L'invito ai giovani a rileggere Marx per capire qualcosa di più di come sono nati e cresciuti i diritti dei lavoratori (queste le testuali sue parole)...

TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Posso dire che i giovani a cui mi rivolgevo avevano un'età media di 80 anni?

ANGELA NAPOLI. L'invito era riportato anche come diretto ai giovani, sono le sue testuali parole; un invito su Marx, fingendo di dimenticare (lei è troppo preparato perché si possa immaginare che non abbia finto) che dobbiamo proprio a Marx, ai suoi figli e ai suoi nipoti stragi, intolleranze, debolezza di argomentazioni, così come l'invenzione di un divenire storico che ingenuamente si placa una volta che il proletariato è al potere.
Certo, dopo le sue affermazioni demagogiche sta alle varie componenti scolastiche utilizzare al meglio le autonomie, le libertà non ancora negate, almeno a parole, e rendere vane le direttive ministeriali. Lei mi dirà, anche perché è di moda, «mi sono mantenuto nei limiti della par condicio, ho dato un colpo a sinistra ed uno a destra», perché subito dopo ha profuso l'elogio di Giovanni Gentile affermando che «Gentile ha costruito un progetto scolastico di integrazione tra saperi umanistici e scientifici ancora oggi straordinariamente valido». Le chiedo: se quel progetto scolastico è ancora oggi straordinariamente valido, perché non fare retromarcia rispetto agli assunti del ministro Berlinguer? Se l'intento di rimpiazzare il ministro Berlinguer era quindi quello di placare la ribellione degli animi, con lei non credo ci si possa riuscire.
Onorevole ministro, lei è certamente un grande studioso ed ha un alto profilo professionale. Proprio per questo, pur non condividendo le sue idee politiche, mi spiace che sia stato chiamato a dirigere un dicastero che ha visto il varo di una rivoluzione del nostro sistema di istruzione e di formazione e che adesso necessita di grandi supporti tecnici. Due settimane fa, personalmente non le diedi il benvenuto ma le augurai buon lavoro, perché chi come me ha seguito scrupolosamente tutta la fase innovativa si rende ben conto delle difficoltà organizzative per la fase attuativa. Il breve tempo previsto per l'avvio del nuovo anno scolastico e le scadenze ravvicinate contenute nelle nuove norme richiedono interventi tempestivi e chiari, per non gettare nel caos le scuole italiane. Lei, onorevole ministro, sa troppo bene che l'impalcatura della nuova opera ingegneristica dovrà in breve tempo trovare sia il materiale necessario per la sua stabilità quanto l'arredamento della stessa.
Nelle dichiarazioni programmatiche ella ha fatto cenno ad alcuni punti di riforma, ma non ha indicato quali sono i suoi reali obiettivi. L'autonomia scolastica, le sperimentazioni avviate, i piani di ridimensionamento della rete scolastica, i POF, le figure obiettivo creeranno scuole a diverse velocità, non essendo uguali le opportunità logistiche, territoriali ed economiche delle diverse realtà in cui le scuole operano. Quali sono le sue posizioni, onorevole ministro, per sventare il grave colpo che le regioni del nord starebbero per infliggere al nostro sistema di istruzione? Perché ella non ha inteso pronunciare una legittima difesa di quelle regioni che, proprio per difficoltà logistiche, territoriali, economiche e culturali, rischiano di non avere istituzioni scolastiche competitive fra di loro? Perché non garantire tutte le scuole a livello di strutture, di risorse economiche, di preparazione dei docenti e dei capi di istituto? Perché lasciare che Reggio Calabria risulti ancora l'ultima provincia per fatiscenza dei suoi edifici scolastici? Perché non garantire l'offerta formativa facendo slittare all'attuazione del riordino dei cicli scolastici il varo dei piani di dimensionamento della rete scolastica? Perché avviare la direzione scolastica regionale in via sperimentale solo in Lombardia, Liguria e Toscana, non riconoscendo eguali capacità anche a qualche regione del Mezzogiorno? Sarebbe bastato dare la risposta alle mie domande rispettando il dettato della nostra Carta costituzionale, anche in termini di istruzione e formazione, ed avvalersi del vero principio di sussidiarietà.
Riordino dei cicli, perno dell'intera riforma. Conoscevamo da molti anni, ministro, la sua propensione per una scuola di base che annullando le attuali scuole elementare e media portasse ad un ciclo unitario di base per vincere il sottosviluppo culturale nazionale. Questo è il suo pensiero espresso nel libro Idee per il Governo, edito nel 1995 da Laterza. Non abbiamo condiviso e non condividiamo questa tesi; ma ormai è legge dello Stato. Tuttavia quello che ci preoccupa in questo momento sono i contenuti, il sapere. E non può certamente placare la nostra viva preoccupazione il previsto dibattito preliminare nelle Commissioni parlamentari sulla formulazione del piano di fattibilità. Nell'attuale processo di riforma della scuola italiana è presente una forte tendenza a comprimere, se non eliminare, i contenuti disciplinari dell'insegnamento, sia privilegiando nelle istituzioni scolastiche le funzioni di accoglienza e socializzazione dei giovani, sia trasferendo l'insegnamento in un ambito che, variamente definito come interdisciplinare, multidisciplinare o in altri modi simili, è caratterizzato dall'evitare l'acquisizione di strumenti concettuali portanti, che sono tutti interni alle varie discipline, privilegiando invece il continuo passaggio da un argomento all'altro ad un livello di costante superficialità. Una scuola ridotta a luogo di socializzazione e di assuefazione all'uso di prodotti con percorsi unici obbligati rischia di produrre cittadini di seconda classe, privi di qualsiasi strumento critico verso il mondo che li circonda. L'idea che il mondo evolva attraverso successive sostituzioni, sempre più rapide, che rendono immediatamente obsolete idee, teorie e tecnologie del passato è ormai fatta propria soprattutto dai meno giovani, ma questa idea paradossalmente potrebbe divenire in breve essa stessa superata.
Ministro, ella non ci ha detto una sola parola su tutto questo; non ci ha comunicato quali dovranno essere per lei la qualità dell'apprendimento, le finalità educative, la funzione pedagogica. Non ha espresso il suo pensiero circa l'assenza nell'intera riforma di un organico sistema graduale e continuo della formazione professionale parallelo e concorrenziale con quello scolastico di istruzione e dell'integrazione o interconnessione tra istruzione e formazione. Dalle sue dichiarazioni programmatiche non si è nemmeno ben compreso se lei sia riuscito a raccapezzarsi, a trovare il bandolo della matassa all'interno di tutte le riforme varate. Le riforme, infatti (abbiamo avuto la possibilità di constatarlo da legislatori), sono frutto non della coesione di una maggioranza politica ma di accordi momentanei tra questo e quel partito della maggioranza, che hanno comportato ritocchi e modifiche, con risultati estremamente contrastanti negli obiettivi e nelle motivazioni.
Si è posto con coscienza, onorevole ministro, la domanda di cosa accadrà alla scuola italiana con l'avvio del prossimo anno scolastico? Scuole autonome, non in grado di essere competitive perché mancano ancora strumenti essenziali, quali per esempio le norme sulla contabilità e sull'autonomia curricolare; innalzamento dell'obbligo scolastico e formativo; ottimale dimensionamento delle scuole secondo piani regionali che andranno rivisitati alla luce della riforma dei cicli; strutture edilizie scolastiche fatiscenti; scarsa formazione dei docenti; organici funzionali sperimentali; personale in sovrannumero; conferimento di supplenze; organi collegiali di istituto superati; creazione dei soliti «carrozzoni» regionali, definiti servizi a supporto dell'autonomia; graduatorie permanenti non predisposte perché non saranno finiti in tutte le regioni i concorsi previsti dalla legge n. 124 del 1999; materiale didattico non adeguato; mancanza di un adeguato sistema nazionale di valutazione: questo è il quadro, onorevole ministro.
Le sue dichiarazioni programmatiche non fanno alcun cenno agli studenti, divenuti ormai semplici fruitori di norme calate dall'alto, che non hanno più nulla di educativo. Il fatto che la scuola perda il suo carattere istituzionale sembra non avere alcuna importanza. Secondo le nuove logiche è importante non amareggiare lo studente che segue saltuariamente l'attività didattica e che non vuole conseguire livelli accettabili di apprendimento. È importante non mortificarlo piuttosto che richiamarlo ai valori utili per la sua crescita di futuro cittadino esemplare; è importante dargli tutto e comunque, piuttosto che creare una scuola qualitativamente ottimale per dare certezza e garanzia al suo futuro. È importante sostituire la comune interrogazione con stimolo aperto e risposta aperta, stimolo chiuso e risposta aperta, stimolo aperto e risposta chiusa, stimolo chiuso e risposta chiusa.
Pur se dai resoconti degli esami di Stato risulta evidente che il 50 per cento degli studenti non sa scrivere, si trovano i soldi per i computer e addirittura per istituire i fondi di garanzia per le banche. Il tutto, pur essendo dimostrato che non sono i computer a dare maggiore istruzione.
Infine, ministro, cerchiamo di mettere da parte la demagogia. Se l'intento di sostituire il ministro Berlinguer è stato quello di placare la ribellione sempre crescente di un corpo insegnante sempre più umiliato ed offeso, credo che lei non abbia intrapreso la strada corretta. Ricordiamo tutti la sua frase, pubblicata su il manifesto del 15 gennaio 1997: «Non possiamo dare troppa fiducia ai genitori e agli insegnanti, perché sono delle realtà immature». Ebbene, ella ha cercato di blandire quelle realtà mature dichiarando scandalosi gli stipendi e parlando di aumenti ai professori, magari con i soldi delle lotterie, sapendo benissimo che questo appare, al momento, impossibile e che è in atto un contratto «capestro», sottoscritto da organizzazioni sindacali (CGIL-CISL-UIL e SNALS) che certamente non hanno valutato la scandalosità degli stipendi, come lei ha giustamente fatto.
Sta di fatto che sui 1.200 miliardi previsti per il «concorsone», dopo aver dichiarato che gli aumenti di merito agli insegnanti si baseranno sulle valutazioni delle singole scuole, lei ha preferito tacere, per tentare di bloccare le legittime proteste previste per le fasi di chiusura del corrente anno scolastico, certamente in questo coadiuvato anche dal comitato di garanzia. Leggevo tempo fa, ministro, nel testo di Lucio Russo intitolato Segmenti e bastoncini: dove sta andando la scuola? il seguente passo: «La scuola di una volta si rivolgeva a chi avrebbe dovuto prendere delle decisioni e non a futuri consumatori passivi. Per creare la nuova scuola per consumatori occorre portare a compimento un processo di deconcettualizzazione, eliminando dall'insegnamento gli strumenti intellettuali tradizionali basati sull'uso di concetti teorici. Naturalmente la scuola per consumatori non ha bisogno di insegnanti con particolari competenze specifiche, non le occorrono esperti di fisica, letteratura e storia dell'arte: basteranno generici operatori scolastici che accompagnino i giovani nella fruizione dei media. Naturalmente, via via che procede la trasformazione degli insegnanti in nuove figure il loro prestigio diminuisce, di pari passo con i loro stipendi».
Ho una grande paura, ministro: che lei condivida questo passo. Hanno voluto sciaguratamente assimilare la scuola ad un'impresa, in cui i docenti sono gli operai, la merce da trattare gli alunni e il dirigente è onnipotente. Non è questa la scuola da noi voluta. La scuola deve ridiventare una vera istituzione, deve riprendere la sua funzione di ispirazione e formazione delle coscienze, garantendo il ripristino dei valori umani e spirituali ed il recupero delle nostre storie, tradizioni e culture.
Con tale visione Alleanza nazionale ha lavorato durante la fase di discussione delle nuove norme e con tale visione intende continuare a lavorare.


Seduta di giovedì 6 luglio 2000

Seguito dell'audizione del ministro della pubblica istruzione, Tullio De Mauro, sulle linee programmatiche del suo dicastero

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del regolamento, il seguito dell'audizione del ministro della pubblica istruzione, Tullio De Mauro, sulle linee programmatiche del suo dicastero.
Ricordo che l'audizione del ministro è iniziata nella seduta del 24 maggio scorso ed è proseguita in quella del 20 giugno.
Ringrazio il ministro per la sua presenza e do la parola ai colleghi.

VITTORIO VOGLINO. Signor ministro, come avevo promesso ho predisposto un intervento dal quale emergono alcuni interrogativi soprattutto in riferimento alla riforma dei cicli scolastici, sui quali concentrerò la mia attenzione lasciando poi al collega Volpini considerazioni su altri aspetti complessivi della riforma.
La prima questione attiene ai tempi di attuazione della legge sul riordino dei cicli scolastici, che secondo noi dovranno essere compatibili con i tempi indispensabili per la predisposizione della normativa secondaria e per un'adeguata preparazione del personale ai nuovi compiti allo scopo di valorizzarne le specifiche professionalità, tempi per consentire alle molte scuole elementari parificate (che complessivamente mi pare siano 926) di adeguare le proprie strutture, con le ovvie ricadute sul piano economico, per definire per quanto attiene alla scuola di base la sua caratterizzazione di percorso educativo unitario ed articolato in rapporto alle esigenze di sviluppo degli alunni; si tratta di un percorso che in questi 7 anni deve prevedere attività in parte per ambiti disciplinari, però anche il contemporaneo avvio di processi di apprendimento prettamente disciplinari; tale percorso comporta peraltro il pieno utilizzo delle professionalità attualmente operanti sia nella scuola elementare che nella scuola media.
Sempre con riferimento ai tempi di attuazione, sottolineo inoltre che questo percorso avrà inevitabili ricadute sull'editoria scolastica, la quale necessita di chiarezza per una seria ed efficace programmazione della produzione dei libri scolastici (problema che è stato sollevato dagli editori). Inoltre, il percorso dovrà essere confortato da un'aggiornata proposta per quanto riguarda i contenuti culturali; so che la Commissione si sta muovendo in questo senso.
Ho fatto questa elencazione per sottolineare come vadano pensati i tempi indispensabili per garantire le condizioni che agevolino l'avvio dei nuovi ordinamenti; inoltre ritengo che l'avvio dovrà essere previsto dando inizio al nuovo corso con piena gradualità, partendo con il primo anno della scuola di base e con il primo anno del secondo ciclo, con l'ipotesi di procedere all'attivazione della riforma in sette anni.
Insomma, ministro, per quanto riguarda questo primo punto chiediamo gradualità ma anche tempi certi. In questo momento delicatissimo, per tutta una serie di ragioni, non ultimo il fatto che la scuola ha bisogno di metabolizzare questi percorsi, è necessario che il processo riformistico si traduca in comportamenti, ma perché ciò avvenga è indispensabile quella necessaria gradualità che pone gli interpreti di questi processi (gli insegnanti in prima fila, ma anche i dirigenti) nelle condizioni di poter metabolizzare il processo stesso. Pertanto caricare eccessivamente il processo significa appesantire il momento e rendere difficile il passaggio.
Un secondo ordine di problemi riguarda il rapporto, la complementarietà e l'integrazione tra il sistema dell'istruzione, della formazione professionale e dell'apprendistato. A nostro modo di vedere, occorre fare chiarezza sui passaggi, sui crediti certificabili e riconoscibili e, soprattutto, bisogna rendere attuabile l'articolo 17 della legge n. 196 del 1997 per dare credibilità e certezza a tutto l'impianto della formazione professionale.
Vengo ora ad un terzo ordine di problemi. Indipendentemente dai tempi di attuazione (che però abbiamo visto essere una questione molto importante), tutto il processo dovrà essere accompagnato con l'adeguamento del sistema delle classi di concorso, della formazione iniziale, dell'utilizzazione delle risorse professionali, del quadro organico degli insegnamenti, del ruolo dei docenti. Vanno rivisitati i meccanismi di reclutamento e mobilità, della formazione in servizio, pensando a significativi processi di riconversione e di riqualificazione professionale. Andrà generalizzato l'organico funzionale di istituto, al fine di soddisfare le esigenze delle scuole autonome e quelle di stabilità e qualificazione della prestazione professionale del docente.
Nel quadro di un generale ripensamento sulla qualificazione degli operatori scolastici, condividiamo, signor ministro, la necessità, da lei sottolineata, di procedere entro la fine del prossimo mese di agosto al primo contratto nazionale di lavoro dei capi di istituto, che dal 1o settembre prossimo assumeranno le funzioni dirigenziali. Sappiamo bene che si tratta di un problema giuridico ma anche economico e che bisogna reperire le risorse per poter fare questa operazione; non vi è dubbio tuttavia che come insistiamo sulla necessità di qualificare il servizio da parte degli insegnanti, così è importante sottolineare l'esigenza che a capo di queste scuole autonome vi siano dirigenti motivati ed anche con un adeguato riconoscimento economico. È un problema di giustizia ma anche psicologico, di ricarica motivazionale.
È inoltre necessario, signor ministro, avviare con la massima urgenza (a mio avviso non più tardi del 31 luglio prossimo) le procedure per il reclutamento dei futuri dirigenti delle scuole, provvedendo all'emanazione del bando relativo al primo corso concorso in base all'articolo 28-bis introdotto dal decreto legislativo n. 59 del 1998. Così come sarà indispensabile nella fase transitoria individuare - lo diceva anche la collega Aprea - una soluzione per gli attuali presidi incaricati, per non disperdere irrazionalmente risorse professionali già maturate. So di toccare un problema delicatissimo, che conosco e che abbiamo tenuto in gestazione parecchio tempo. Indubbiamente però in questo momento non possiamo assolutamente disperdere tutte le professionalità che sono venute maturando in questi anni. Riteniamo infatti che anche i presidi incaricati abbiano maturato delle professionalità; dobbiamo tutti insieme individuare delle soluzioni per non disperderle.
Un quarto ordine di problemi riguarda la formazione post-secondaria non universitaria. È opportuno monitorare lo svolgimento delle iniziative in atto, verificando la collaborazione dei soggetti agenti e le modalità di pianificazione sul territorio, nonché l'efficacia in rapporto al mondo del lavoro.
Il riordino del ministero coinvolgerà certamente il ripensamento dei provveditorati agli studi. Il parere espresso dalla I Commissione, che recepisce alcune osservazioni da noi segnalate, prefigura alcuni passaggi che vanno nella giusta direzione di rendere più snello il ministero e più efficace la presenza delle strutture periferiche al servizio dell'autonomia scolastica. Dobbiamo muoverci in questa direzione, anche se sappiamo che non è facile.
Per concludere, registro alcune perplessità in ordine ai criteri in base ai quali si vanno costruendo le graduatorie permanenti, soprattutto per quanto riguarda i docenti delle scuole non statali, che si sentono ingiustamente discriminati. Esiste inoltre un certo malumore per le molteplici difficoltà a rispondere alle esigenze di integrazione dei ragazzi in situazione di handicap. Girando per le scuole, ho avvertito molto malumore, per cui bisogna affrontare questo nodo. La questione va rivisitata affinché nel prossimo anno scolastico i soggetti portatori di handicap, già deboli, non abbiano a sopportare ulteriore marginalità. Registro altresì nelle scuole un diffuso fastidio nei confronti di appesantimenti burocratici che i docenti mal tollerano.
Signor ministro, abbiamo apprezzato in recenti suoi interventi, in primo luogo, la volontà di tradurre questo sforzo riformistico in cambiamento con gradualità, anche se in tempi certi, e questo è un elemento di fondo, è una volontà che noi sosteniamo. In secondo luogo, abbiamo apprezzato l'impegno (da lei ribadito in più occasioni) di riqualificare economicamente gli insegnanti, il personale ATA, soprattutto quello amministrativo, i dirigenti, per cui dovremo compiere tutti insieme uno sforzo affinché nella finanziaria vi siano le condizioni per poter fornire risposte a questi impegni sostanziali nel momento in cui la scuola sta cambiando. Un terzo elemento che abbiamo apprezzato è la necessità di ripensare complessivamente alle modalità di riconoscimento della qualità del servizio. In proposito vi è unanime consenso; adesso si tratta di ritrovarci sulle modalità di tale riconoscimento. Aggiungo che la scuola italiana ha bisogno di meno burocrazia e necessita invece di più attenzione alla sostanza; questo chiedono gli insegnanti: di poter fare e di dover fare. Processi di insegnamento-apprendimento, valutazione dei percorsi e dei risultati, rapporto con l'utenza, con i ragazzi: su questo gli insegnanti concordano. Li troviamo un po' meno concordi quando invece perdono molto tempo nella compilazione di schede, qualora queste non siano funzionali allo svolgimento dell'attività.
Su questi percorsi, signor ministro, il partito popolare la sosterrà in modo leale.

DOMENICO VOLPINI. Signor ministro, il mio intervento sarà molto breve e riguarderà un punto del programma che il gruppo dei popolari ritiene di fondamentale importanza; proprio per tale motivo il capogruppo si è riservato l'onere di esporglielo. Si tratta dell'attuazione della piena gratuità dell'obbligo di istruzione nel sistema nazionale dell'istruzione pubblica. Questo è un dettame costituzionale, non solo, ma anche una prescrizione legislativa delle leggi che sono seguite. L'articolo 34, comma 2, della Costituzione prescrive che «l'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita». L'articolo 1, comma 1, della legge 20 gennaio 1999, n. 9, stabilisce che «a decorrere dall'anno scolastico 1999-2000 l'obbligo di istruzione è elevato da otto a dieci anni. L'istruzione obbligatoria è gratuita». L'articolo 1, comma 1, della legge 10 marzo 2000, n. 62, istituisce il nuovo sistema nazionale di istruzione recitando: «Il sistema nazionale di istruzione, fermo restando quanto previsto dall'articolo 33, secondo comma, della Costituzione» (ossia che lo Stato ha l'obbligo di istituire scuole di ogni ordine e grado) «è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali». Al comma 2 sancisce la piena parità delle scuole paritarie private con quelle statali con la seguente precisazione: «Si definiscono scuole paritarie, a tutti gli effetti degli ordinamenti vigenti, ...». Al comma 3 viene affermato il carattere pubblico delle scuole paritarie private con la prescrizione: «Le scuole paritarie private, svolgendo un servizio pubblico (e si parla di servizio pubblico scolastico, in piena parità con quelle dello Stato, a tutti gli effetti degli ordinamenti vigenti), accolgono chiunque accettandone il progetto educativo richieda di iscriversi, compresi gli alunni e gli studenti con handicap». Fino ad oggi si diceva che il dettato costituzionale veniva ottemperato per il fatto che nel sistema pubblico l'istruzione dell'obbligo era garantita gratuitamente; il nuovo quadro legislativo amplia il sistema nazionale pubblico e perciò richiede l'adeguamento. Il vigente quadro giuridico viene, così, ad estendere l'obbligo di istruzione gratuita a dieci anni, nonché ad includere nel sistema dell'istruzione pubblica le scuole paritarie private «a tutti gli effetti degli ordinamenti vigenti», compresa la gratuità dell'obbligo.
Per tali ragioni chiediamo che nello stato di previsione del bilancio del Ministero della pubblica istruzione venga prevista, a partire dalla legge di bilancio per l'anno 2001, l'apposita unità previsionale di spesa per l'attuazione della piena gratuità dell'obbligo di istruzione nelle scuole paritarie private con fondi adeguati da erogarsi in convenzione alle scuole interessate. 
L'attuazione di tale unità previsionale di base non è in alcun modo in contrasto con l'articolo 33, comma 3, in quanto il finanziamento non è concesso alle scuole private in quanto tali, tant'è vero che le scuole legalmente riconosciute e le altre scuole private autorizzate non vengono qui prese in considerazione, ma è, piuttosto, concesso al servizio scolastico pubblico che le scuole paritarie private svolgono per legge, a tutti gli effetti degli ordinamenti vigenti, in parità con quelle dello Stato.
I popolari chiedono, perciò, che nella prossima legge finanziaria sia delineato un piano triennale di realizzazione della piena gratuità dell'obbligo in tutto il sistema nazionale pubblico. Siamo convinti che con il quadro giuridico che in questi quattro anni è stato delineato dalla riforma qualsiasi famiglia i cui figli frequentino, nel prossimo anno, una scuola paritaria privata facendo ricorso agli organi competenti di giurisdizione amministrativa ed al Consiglio di Stato non possa che ottenere ragione; però pensiamo anche che far sì che i cittadini debbano ricorrere alla giurisdizione amministrativa per vedere riconosciuti i loro diritti costituzionali e di legge costituisca un fallimento della politica che non penso sia in alcun modo intenzione nostra, di questa maggioranza e di questo Governo, che si produca, soprattutto - lo ripeto - dopo quattro anni di grandissimo impegno che hanno visto cambiare la scuola italiana ed hanno visto il bilancio della pubblica istruzione (cito una cifra per tutte, pensando, tra l'altro, ai quattro anni di sacrifici che abbiamo dovuto fare per entrare nell'euro e risanare il bilancio pubblico) passare dai poco più di 44 mila miliardi del 1995 a 65 mila miliardi. Dunque, i Governi del centrosinistra hanno fatto miracoli in questi quattro anni ed ora è importante completare la riforma assicurando i diritti costituzionali e legislativi ai cittadini italiani anche per quanto concerne la piena gratuità dell'obbligo nel sistema nazionale pubblico.

GRAZIA SESTINI. Non parlerò di miracoli, ministro, perché forse non è il caso.

TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Non ci crede?

GRAZIA SESTINI. Non credo che dipendano da noi, è cosa diversa; anche se chiederli fa parte della condizione umana.
Vorrei, comunque, rispondere a caldo all'apparentemente giusta richiesta dell'onorevole Volpini. In fondo, egli non sta facendo altro che dire ciò che noi già avevamo detto in sede di discussione della legge sulla parità. Al di là delle battute, se eravate capaci e se avevate l'intenzione di arrivare a quell'effettiva parità economica che in questo momento state chiedendo - e sulla quale noi siamo d'accordo -, sarebbe costata minor fatica per tutti prevederla già nella legge, invece che ricominciare adesso da capo. Quando noi affermavamo che la legge prevedeva la parità giuridica ma non quella economica, per cui non era una legge di parità, ci avete risposto che sbagliavamo; adesso siete qui a chiedere la piena attuazione della legge di parità con il riconoscimento della gratuità dell'obbligo dentro il sistema paritario. Senza fare dietrologie, era esattamente quello che chiedevamo.

VALENTINA APREA. Il collega lo sapeva. Adesso minaccia il ricorso ad altri organi costituzionali da parte dei cittadini!

DOMENICO VOLPINI. Voi chiedevate altro!

GRAZIA SESTINI. Questo, ministro, era solo un inciso. Per il nostro gruppo ha già parlato abbondantemente l'onorevole Aprea, nel cui intervento mi riconosco pienamente, e dunque farò solo alcune puntualizzazioni.
Mi conceda di distaccarmi brevemente dai temi che abbiamo trattato questa mattina per fare una riflessione, che capisco essere più adatta in altre sedi ma di cui questa Commissione non può non tenere conto. Nell'attuale fase di cambiamento della scuola io vedo il rischio di consegnare la nostra scuola ad una classe di esperti, ad un addestramento degli insegnanti; una classe di esperti che insegneranno, come qualcuno ha detto con una formula felice, agli insegnanti ad insegnare. Ci sarà, cioè, una funzione eminentemente formativa dell'insegnante. Credo che uno dei temi principali da porre all'attenzione della commissione dei saggi, o della commissione sul riordino dei cicli - al di là delle critiche che su tale commissione abbiamo espresso - sia di riconsiderare non solo il ruolo ma anche la figura dell'insegnante, perché si sta andando verso un tipo di scuola in cui l'insegnante non avrà più il compito prevalente di insegnare ma quello di rispondere ai bisogni formativi dei giovani: è il passaggio dalla scuola della conoscenza alla scuola della competenza, dall'insegnamento all'apprendimento e dal programma al progetto. Per rendersi conto di questo basta guardare ai corsi di aggiornamento: ormai, che siano fatti dalle scuole, dal ministero o dalle associazioni e dai sindacati accreditati, sempre più è abbandonato l'aggiornamento sulle discipline e sempre più si fa aggiornamento sulle metodologie, sulla didattica delle singole discipline. L'insegnante non è più fonte della conoscenza ma è una sorta di guida, di facilitatore del lavoro dello studente, secondo la teoria costruttivistica che nel nostro sistema scolastico non è ancora pienamente attuata ma è, comunque, presente in diverse attività didattiche e in diverse scuole.
Ormai, l'insegnante è colui che rimuove gli ostacoli per l'apprendimento, mentre lo studente è colui che in prima persona si impegna nell'attività di apprendimento. Questo atteggiamento è una conseguenza..

TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Nelle scuole steineriane fanno così.

GRAZIA SESTINI. Dicevo che questa è una conseguenza. Non sto criticando, sto dicendo che dobbiamo fare attenzione, perché nella nostra scuola sta accadendo questo. C'è del positivo...

TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Appunto.

GRAZIA SESTINI. C'è del positivo in tutto questo, non sto condannando. Vedo, però, almeno due rischi.

FABRIZIO FELICE BRACCO. Finalmente un'ammissione!

GRAZIA SESTINI. Non sto condannando una scuola di questo tipo. Dico che siccome un tale atteggiamento spesso è una scelta didattica e pedagogica del singolo docente, è attuato nella scuola statale e non statale - i colleghi sanno che quando parlo di scuola parlo di tutta la scuola, statale e non statale - ma in quella statale è più facile, perché gli insegnanti sono stati in questi anni introdotti a questo metodo.
Se permette, avanzo due preoccupazioni. La prima è la riduzione della funzione del docente a quella di accompagnatore o di assistente all'educazione dei giovani, che, con questo metodo, si addestrerebbero da soli. Quindi, al di là di formule contrattualistiche, del riconoscimento economico di cui tante volte abbiamo parlato e quant'altro, c'è questo problema di chi debba essere l'insegnante nella nuova scuola.
Secondo problema è che una scuola di questo tipo porta, con il passaggio dal programma al progetto, per forza ad una selezione dei saperi. Ciò comporta dei rischi, tra cui innanzi tutto quello di censure. Non mi stancherò mai di dire che la famosa circolare che ha ricostruito i programmi di storia ha di fatto operato nelle scuole la censura di almeno mille anni della nostra storia. Voglio precisare che non sono contraria all'insegnamento del Novecento, ma sono contraria al fatto che questo, per i motivi più disparati, abbia portato ad una censura della storia antica e medievale, cosa che, tra l'altro, è stata evidenziata anche da autorevoli commentatori. Cito, solo per fare un esempio, un articolo, se non sbaglio del 12 giugno scorso, con cui Ronchey lanciava l'allarme sull'abbassamento dei livelli della scuola. Ci sarebbe da aprire una parentesi volendo, perché l'intellighenzia italiana si è occupata di scuola quando c'era qualcosa da denunciare, i giornali italiani si occupano di scuola quando qualche ragazzo tenta il suicidio o qualche professore insidia le alunne, non se ne occupano per raccontare ciò che realmente succede e questo riguarda tutti, dall'ultimo responsabile di cronaca dell'ultimo giornale di provincia al grande editorialista del grande quotidiano nazionale. Comunque Ronchey, da uomo intelligente quale indubbiamente è, poneva l'attenzione proprio sul rischio di un abbassamento dei livelli di istruzione ed è una questione su cui bisognerà riflettere.
Scusandomi per questa che può sembrare una divagazione, vorrei ora entrare nel merito di alcune vicende. Nella sua relazione, ministro, lei ha giustamente enucleato alcuni punti fondamentali, primo dei quali è quello dell'autonomia. Come ho già detto tante volte, io credo nell'autonomia se gestita bene, con correttezza, competenza e disponibilità. Venendo dalla scuola - sono qui solo da un anno - ho visto i primi passi dell'autonomia nelle scuole ed ho visto, ministro, le difficoltà che i miei colleghi hanno posto, ho visto la strumentalizzazione di quelle difficoltà, ho visto difficoltà obiettive e difficoltà costruite, perché nessuno può negare che gli insegnanti italiani (anche se non sempre per colpa loro) di primo acchito sono a volte restii alle novità, anche perché tali novità, spesso, non vengono adeguatamente filtrate e spiegate. Le faccio un esempio. Quest'anno sono state introdotte le figure obiettivo, che sono un aspetto importante dell'autonomia, soprattutto per quello che riguarda la didattica, il rapporto con le famiglie, il rapporto con le scuole di provenienza. Ebbene, le funzioni obiettivo sono state individuate, sono state indicate dai collegi dei docenti ed il relativo corso è stato tenuto tra aprile e maggio. Questi insegnanti, di fatto, si sono dovuti inventare il loro lavoro. Tra l'altro, ciò ha comportato anche uno spreco di denaro: il corso si deve svolgere tra settembre e ottobre affinché il suo beneficio si abbia durante l'anno; è inutile tenerlo quando le funzioni obiettivo sono concluse.
Vengo ad un altro aspetto, che le sottolineo come memento. Ho visto le 730 circolari del ministro Berlinguer relative all'anno scolastico 1998-1999. È chiaro che parlare di autonomia significa che il ministero non emanerà più 730 circolari, non perché esso non abbia il diritto di intervenire, ma semplicemente perché non si agevola l'introduzione e lo sviluppo di una novità come quella dell'autonomia imponendo o suggerendo continuamente qualcosa. Sono consapevole che magari certe scuole le aspettano le 730 circolari...

TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. I provveditori le chiedono.

VALENTINA APREA. Bisogna tagliare il cordone ombelicale.

GRAZIA SESTINI. Vengo ad un'altra questione. Sono stati emanati quasi tutti i regolamenti dell'autonomia; manca quello che a mio giudizio è il più importante, il regolamento contabile. Lei ha dichiarato al Senato che c'è tempo fino al 31 dicembre, data in cui si chiude l'anno finanziario. Mi permetto di farle osservare che l'anno scolastico inizia il 1o settembre e che da quella data si procede anche alle programmazioni di spesa per l'anno scolastico. Credo dunque che vi sia bisogno di accelerare questa procedura, a meno che non sussistano dei problemi, come del resto aveva prospettato il Consiglio nazionale della pubblica istruzione nell'esprimere il parere; tali problemi riguardano soprattutto la mancata approvazione della riforma degli organi collegiali della scuola con l'attribuzione di competenze diverse.

TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. L'avete in Parlamento: sbrigatevi.

VALENTINA APREA. La maggioranza...!

GRAZIA SESTINI. Lo so.
Di parità scolastica ha parlato a lungo l'onorevole Aprea, per cui non riprenderò l'argomento. Mi limito a riconfermare l'impegno, per quanto di nostra competenza, ad approvare il disegno di legge sul finanziamento. Un appunto: la circolare emanata relativamente alla possibilità di ingresso nel sistema paritario è indubbiamente positiva, ma vorrei da parte del ministro un chiarimento nelle forme dovute. Infatti si sta creando, almeno all'interno di alcuni ordini di scuola, una confusione tra il disegno di legge e la circolare sulla parità.
Vorrei che fosse chiaro che sono due binari assoluta