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Pensare a scuola la globalizzazione del male e del bene

di Luciano Corradini

 

Torri gemelle di New York, Teatro Dubrovka di Mosca, S.Venerina di Catania, Scuola di S. Giuliano di Puglia, Cascina di Leno. Sono luoghi che i mass media hanno presentato come simboli della incapacità del nostro mondo globalizzato di tenere sotto controllo le forze distruttive del terrorismo organizzato, della delinquenza domestica dei cosiddetti branchi di ragazzi, e delle terribili forze cieche di una Terra che bolle e sfiata come una pentola sotto i nostri piedi. Terrore, sgomento, inquietudine, sdegno, reazione, assuefazione, rimozione sono alcune modalità di elaborazione di questi lutti, lontani eppure vicinissimi. La morte arriva da qualunque parte: è imprevedibile, ma bisogna aspettarla, vigilare, prevedere, combattere, anche contro nemici ignoti, talora dentro casa. Possiamo fare nulla per evitare o almeno ridurre i disastri umani e quelli naturali?

Come nelle fiabe, il lupo può nascondersi anche sotto un volto amico. E la terra, base della nostra sicurezza e della nostra stabilità, può improvvisamente buttare all’aria la nostra vita e i suoi progetti, schiacciare come mosche noi e/o i nostri cari. Le bare dei bambini di S.Giuliano, schiacciati dal soffitto della loro scuola, con la loro maestra, a morire al freddo e al buio, ci scuotono violentemente, come le donne cecene imbottite di esplosivo e uccise col gas, come gli incolpevoli ostaggi, come i vigili del fuoco bruciati sulle Torri mentre portavano aiuto, come Désirée, accoltellata dai suoi compagni di giochi, che assistono alla sua agonia e poi vanno al bar. Si poteva far nulla per evitare queste tragedie? Non tanto per cercare i colpevoli da punire, quanto per ridurre le vittime di domani.

Questi eventi terribili sono anche, paradossalmente, momenti privilegiati per aprire la mente e il cuore alla preziosità della vita, all’interdipendenza che ci lega e alla solidarietà che può consolarci, alla complessità dell’uomo e del mondo, alla presenza invisibile del Terribilmente Altro, che è anche il dolcissimo Signore, creatore e salvatore, che soffre con noi, che ci spiegherà tutto e asciugherà ogni lacrima, perché "le cose di prima sono passate", come dice l’Apocalisse.

La sociologia, la politologia, la psicologia, la geologia, la teologia non spiegano tutto, ma danno comunque delle risposte a chi pone domande. Ricordo che durante la guerra facevo continue domande, per sapere chi era Pippo che bombardava di notte, per sapere chi erano i "nostri", per alcuni partigiani e per altri ribelli, per capire qualcosa di quel mondo minaccioso, che era anche una condizione privilegiata di vicinanza fra le persone, di lotta contro il mostro globale della guerra, perché trionfasse l’angelo globale della pace.

A Genova l’UCIIM dal 12 al 14 dicembre affronterà per la prima volta in convegno il tema della globalizzazione. Non sarà solo un elenco di dati e una serie di definizioni. Cercheremo di capire, per dialogare meglio con i nostri ragazzi, per aiutarci a leggere cose serie, essenziali, per sapere che cosa fare, come fare a vincere il male col bene, come soffrire con la gran parte del mondo senza perdere la speranza e la volontà di aiutare, di combattere, di schierarci dalla parte della vita, certi di essere anche dalla parte del Creatore di questo mondo, che è Dio dei viventi, non dei morti.

 

Fine delle "grandi narrazioni" o inizio di nuove ricerche di senso e di nuove responsabilità?

Buona parte della filosofia contemporanea, che ha elaborato in termini depressivi e nihilistici la svolta del post-moderno, sembra aver rinunciato ai significati forti che hanno caratterizzato il pensiero delle epoche passate, dall'antichità al medioevo all'età moderna: resterebbero i riti della cultura e della democrazia, ma i miti si sarebbero dileguati, nei fallimenti dell'umanesimo classico, di quello cristiano e di quello laico, nelle guerre mondiali, nei campi di concentramento, negli squilibri geografici, economici, ecologici che minacciano la stessa sopravvivenza dell'umanità e della vita sulla Terra.

Parlando di "fine delle grandi narrazioni" del passato, Jean Francois Lyotard pensa che si debba rinunciare agli scenari capaci di conferire senso e cioè razionalità e direzionalità alla vicenda umana. E sul piano pedagogico egli crede doveroso trarre questa conclusione: "l'antico principio secondo il quale l'acquisizione del sapere è inscindibile dalla formazione dello spirito e anche della personalità, cade e cadrà sempre più in disuso".

Se è vero che non c'è un disegno da realizzare, divino o umano che sia, pensa Lyotard, i valori si relativizzano, il senso delle cose si soggettivizza e finisce per cadere fuori dal perimetro della scuola e dell'università, che si riducono al mero sapere scientifico e tecnologico. Gli fa eco il garbato scetticismo dell'americano Richard Rorty, per il quale i problemi metafisici e i principi fondamentali della vita umana sono "una seccatura".

Indipendentemente dal valore che si voglia o si possa riconoscere a queste analisi e a questi giudizi sul senso del mondo, la separazione tra acquisizione del sapere e formazione dello spirito è inaccettabile, non solo per ragioni etico-pedagogiche, ma per la stessa intrinseca dinamica dello studio, che non è motivabile solo in termini di sapere scientifico e tecnologico, ma anche in termini di significatività e di senso delle cose da imparare, da sapere e da fare. Ben diverso era il clima culturale del nostro Risorgimento nazionale. Nel quale maturavano già le aperture verso un’Europa che non negasse, ma ricomprendesse ad un livello più elevato le patrie nazionali. Anche senza l’afflato quasi mistico di un Fichte e di un Mazzini, neanche noi possiamo dimenticare la prospettiva etica e ignorare ciò che bolle a Bruxelles, in attesa della Costituzione europea e dell’allargamento ai paesi dell’Est..

Accanto all'Io penso di kantiana memoria, sovviene il "me ne importa" di Don Milani, una sorta di trascendentale motivazionale che dipende proprio dalla domanda e dalla risposta di senso che si trovi nell'impegno intellettuale e in particolare nel contesto relazionale scolastico. Perché studiare? perché studiare certe cose e non altre? Che risposte ne vengono in termini di verità, di bellezza, di utilità, di bontà? Quali problemi concorrono a risolvere, almeno parzialmente e provvisoriamente, sul piano personale, sul piano comunitario e sul piano della convivenza generale degli uomini? E' questo il fondamento culturale comune che sul piano pedagogico e scolastico si tratta di mettere a punto con i colleghi, anche di altri paesi, negli incontri che si fanno tra docenti di diverse scuole, università e discipline.

 

La scuola fra l'antico e il post-moderno

C'è chi vede il post-moderno come una sorta di bancarotta del pensiero e della speranza e chi lo vede come inizio di nuovi paradigmi di pensiero, finalmente adeguati ad affrontare i problemi planetari che ci stanno di fronte, dopo gli errori dell'età moderna: anche se non possiamo più pensare ad una teoria unica di salvezza contro l’apparto scientifico tecnologico economico, che spinge il mondo verso uno sviluppo poco sostenibile e che cerca di legittimarsi col cosiddetto pensiero unico. In ogni caso la scuola non può né deve occultare la problematica del senso e la crucialità delle alternative, che si pongono non solo in sede teoretica e in sede politica, ma anche in sede esistenziale, se la sfiducia nel sapere e il tedio per la scuola non convincano i ragazzi a cercare altrove, negli spot e nei messaggini, risposte al loro bisogno di senso e di valore.

Quella sorta di ottundimento dell'intelligenza, quella sorta di inappetenza nei riguardi del sapere accademico e scolastico che molti giovani manifestano, turbando e scandalizzando anche gli insegnanti più colti e pedagogicamente disponibili, dipendono in gran parte da quella che è stata definita da Alessandro Cavalli "sindrome di destrutturazione temporale". L'appiattimento sul presente, senza capacità di lettura prospettica del passato e del futuro, blocca le capacità progettuali e non motiva a compiere quella che Dante chiamava "la battaglia dei debili cigli", per vedere come stanno le cose e per guardare in faccia gli altri.

Tutto ciò non va attribuito ad una sorta di torpore invincibile, alimentato dai fumi di un consumismo totalizzante. Compito della scuola, dice la legge, è quello di elaborare cultura e di "dare impulso" alla partecipazione dei giovani. Questo impulso dipende sicuramente dalla qualità delle conoscenze, ma anche dalla congruenza psicologica delle domande, dalla forza suggestiva delle idee, dallo spazio riconosciuto agli studenti perché elaborino i loro vissuti e i loro problemi, in rapporto al discorso ufficiale proposto dai programmi scolastici e dai corsi accademici.

La reciproca fecondazione tra vita e cultura implica il possesso dei punti di vista disciplinari, degli alfabeti, dei metodi e delle tecniche di ricerca e di produzione: ma implica anche la capacità di tenere in mano il filo delle proprie conoscenze e delle proprie attività, di valutarne il limite e l'importanza, in rapporto alle domande elementari e complessive che non possiamo rimuovere, se vogliamo dare ossigeno alla nostra intelligenza e al nostro spirito.

Questo ossigeno, indispensabile per alimentare la vita quotidiana, l'esperienza vitale di ciascuno, appartiene al più elevato orizzonte di senso che sia concretamente disponibile: è l'orizzonte dei principi-valori, a cui si ricorre per dare respiro a tutto ciò che la nostra cultura pensa e produce, e che rischia molto spesso d'inaridirsi e di chiudersi nello psicologismo, nel moralismo, nel burocratismo, nello scientismo, nel tecnologismo, nell'ideologismo, ossia nelle deformazioni degli indispensabili piani con cui costruiamo l'edificio della cultura e dell'organizzazione sociale.

In positivo bisogna riferirsi, oltre che al piano dell’esperienza personale vissuta, al piano delle motivazioni di cui si dispone, a quello delle capacità-prestazioni che si mettono in moto, a quello delle norme già istituite e a quelle da istituirsi, a quello delle conoscenze scientifiche disponibili, a quello delle ideologie circolanti, che non vanno a priori criminalizzate o sacralizzate, a quello dei principi valori, che ci guidano anche nella nebbia. Ciò che importa è che non si smarrisca il filo rosso che va teso fra l'ambito personalissimo della percezione dei problemi e l'ambito della legittimazione massima delle scelte necessarie per la risoluzione dei problemi stessi, passando attraverso questi piani sommariamente presentati. Tutto ciò serve per evitare sia magiche illusioni, sia quel pessimismo immobilistico che dà per insolubili i problemi fondamentali della vita e della società e che ritiene la scuola impotente e incompetente ad occuparsene.

Se è vero che la cultura contemporanea ha più dubbi che certezze, non si dovrebbe però rinunciare alla fondamentale certezza che viene dalla relazionalità dialogica della scuola e dall'intenzionalità della coscienza giovanile, capace di aprirsi, magari dopo tentativi falliti, alla domanda di un sapere vitale.


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