|
DdL
A.S. 1306, Delega al Governo per
la definizione delle norme generali sull’istruzione e dei livelli
essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e formazione
professionale
DdL A.S. 1251,
Legge-quadro in materia di riordino dei cicli dell'istruzione
DIBATTITO SENATO
(09.04.02 - 15.05.02)
(09.04.02) Riferisce alla Commissione il presidente
relatore ASCIUTTI, il quale compie preliminarmente un excursus
storico sulle riforme dell'ordinamento scolastico a partire dalla legge
Casati del 1859 ai giorni nostri. Al riguardo, osserva che quando il
ministro Gabrio Casati, nel novembre 1859, elaborò la prima e unica
legge organica dell'ordinamento scolastico italiano prima della riforma
Gentile, non solo l'Italia stava vivendo il momento culminante del suo
processo di unificazione, ma era anche pienamente nel vivo il dibattito
sulla istituzione delle regioni. L'anno successivo il ministro Terenzio
Mamiani, cui spettò il compito di attuare la legge Casati attraverso
regolamenti e programmi, pensò di istituire una commissione con il
compito di discutere e preparare un ordinamento nuovo delle leggi
scolastiche conforme ai voti manifestati dal Parlamento e ai princìpi
amministrativi del nuovo Regno. Non si istituirono le regioni e non si
modificò sostanzialmente la legge Casati, ma la successiva riforma
scolastica, che porta il nome di Giovanni Gentile, vide la luce assieme
al nuovo assetto dello Stato fascista. In era repubblicana, nella XIII e
ora nella XIV legislatura, il Parlamento pone nuovamente mano
all'articolazione del sistema scolastico in concomitanza con un processo
riformatore che ha ridisegnato il rispettivo ruolo dello Stato e delle
regioni e che ha preso corpo grazie alla nuova formulazione del Titolo V
della Costituzione. In altri termini, è la stessa storia dell'Italia
che testimonia di come le classi dirigenti del Paese abbiano sempre
interpretato il problema dell'organizzazione della scuola come un
aspetto fondamentale dell'ordinamento dello Stato.
Tornando alla legge Casati, essa rifletteva la realtà piemontese e
lombarda per cui era stata concepita. Sceglieva infatti risolutamente la
strada dell'accentramento già delineata nel Piemonte sabaudo, divideva
l'istruzione umanistica da quella tecnica considerando quest'ultima
inferiore alla prima e inoltre affidava l'istruzione professionale al
Ministero dell'agricoltura e del commercio, il quale del resto dal 1861
avrà anche la responsabilità degli istituti tecnici.
L'istruzione elementare, affidata ai comuni, era divisa in due gradi,
inferiore e superiore, ognuno formato da due classi distinte.
L'istruzione elementare era gratuita, con obbligatorietà del corso
inferiore per tutti i fanciulli dai sei agli otto anni, e veniva
impartita dallo Stato per mezzo dei comuni. Anche l'istruzione
secondaria classica era articolata in due gradi: il ginnasio della
durata di cinque anni e il liceo di tre. Gli altri tipi di scuole erano
le tecniche – la scuola tecnica e l'istituto tecnico entrambi di
durata triennale – e le scuole normali della durata biennale o
triennale per la preparazione rispettivamente dei maestri elementari di
grado inferiore o superiore. Infine, tutte le autorità scolastiche,
oltre che i membri del Consiglio superiore dell'istruzione e di quelli
provinciali, erano di nomina regia o ministeriale, mentre la spesa per
l'istruzione pubblica si concentrava sull'università e sull'istruzione
secondaria classica, gravando totalmente sui comuni i costi
dell'istruzione primaria, dal reperimento dei locali al pagamento dei
maestri.
Un primo e rilevante intervento riformatore si ebbe poi nel giugno 1877
con la legge voluta dal ministro Michele Coppino, i cui punti
caratterizzanti erano l'obbligatorietà dell'istruzione elementare
inferiore dai sei ai nove anni d'età, la sua gratuità e
aconfessionalità. L'applicazione della legge era graduale e subordinata
al raggiungimento di una determinata proporzione tra il numero dei
docenti e la popolazione complessiva dei comuni, ma le autorità
preposte avevano la facoltà di procedere a impostare d'ufficio la spesa
necessaria nei bilanci comunali al fine di ottemperare all'obbligo di
istituzione e mantenimento delle scuole.
Nello stesso periodo di tempo, gli istituti tecnici vennero riportati
nell'ambito della pubblica istruzione, ma furono organizzati confermando
il modello originale casatiano. Erano cioè divisi in cinque sezioni (fisico-matematica,
industriale, agronomica, commerciale e ragioneria), di cui solo la prima
permetteva peraltro l'iscrizione alle facoltà di scienze matematiche,
fisiche e naturali. Indi, nel 1879-1880, due successive circolari del
Ministero dell'agricoltura e del commercio sollecitarono enti locali e
camere di commercio a creare scuole di arti e mestieri, cogliendo
un'effettiva domanda proveniente dal mondo artigiano e dalla stessa
classe lavoratrice.
In epoca giolittiana fu il settore elementare ad essere attraversato da
importanti riforme, fra cui in primo luogo la legge Orlando del 1904,
che estendeva l'obbligo scolastico fino al dodicesimo anno di età, ma
solo nei comuni che avessero istituito il corso elementare superiore, e
stabiliva che coloro i quali intendevano proseguire gli studi potevano
sostenere, compiuta la quarta classe elementare, un esame speciale di
maturità per l'ammissione alle scuole secondarie.
Successivamente la legge Daneo-Credaro del 1911 avocò allo Stato gran
parte dell'istruzione primaria, ma tale passaggio venne limitato ai
comuni non capoluogo ed inoltre le scuole sottratte ai comuni vennero
amministrate da un consiglio scolastico provinciale la cui composizione
prevedeva comunque una forte componente di membri direttamente designati
dai consigli comunali.
Le ulteriori e profonde esigenze di rinnovamento che percorsero tutta
l'istruzione non si tradussero invece in una proposta organica. La crisi
economica strisciante fra il 1907 e il 1911 e poi la guerra impedirono
che si realizzasse nella sua massima ampiezza l'ipotesi di riforma che
l'età giolittiana aveva elaborato.
Dopo un ultimo tentativo nel dopoguerra di affrontare i problemi della
scuola nel quadro dello Stato liberale da parte di Giolitti e Croce, il
nuovo sistema di istruzione venne elaborato nell'ambito dello Stato
fascista con i decreti legge che compongono la riforma Gentile. In base
al nuovo assetto, si propugnava una selezione delle classi dirigenti
nell'asse portante liceo-università e attraverso la preminenza del
liceo classico, unica scuola che apriva l'accesso a tutte le facoltà
universitarie. L'istruzione tecnica e professionale erano affidate ad
altri Ministeri specifici, risultandone implicitamente la considerazione
largamente minore in cui erano tenute. Solo i ragionieri e i geometri
rimanevano nel quadro della pubblica istruzione. Più nel dettaglio,
l'istruzione elementare era articolata in tre gradi: preparatorio, per i
fanciulli dai tre ai sei anni, non obbligatorio; inferiore, della durata
di tre anni; superiore, di due anni. Ma il corso elementare vero e
proprio veniva stabilito in cinque anni, abolendo la possibilità,
contemplata nella legge Orlando del 1904, di sostenere l'esame di
ammissione alla scuola secondaria alla fine della quarta classe.
L'istruzione obbligatoria veniva elevata al quattordicesimo anno d'età
e prevedeva, oltre il livello della scuola elementare, la frequenza di
un ulteriore corso integrativo di avviamento professionale della durata
di tre anni. Le scuole secondarie erano a loro volta articolate in una
serie di gradi di durata diversa, a seconda della loro tipologia.
L'accesso ad esse era regolato secondo il criterio dell'esame di
ammissione e prevedeva per ogni istituto un numero chiuso. Il livello più
basso dell'istruzione secondaria veniva impartito nella scuola
complementare, nel corso inferiore dell'istituto tecnico e dell'istituto
magistrale, e nel ginnasio. Il livello ulteriore si articolava nel corso
superiore dell'istituto tecnico e di quello magistrale, nel liceo
scientifico, nel liceo classico e infine nel liceo femminile di durata
triennale e senza ulteriori sbocchi.
Ma il regime fascista, prima della sua caduta, intervenne ancora sul
sistema d'istruzione con la Carta della scuola ideata da Giuseppe Bottai
nel 1939, che avrebbe dovuto costituire la risposta agli impetuosi
processi sociali della seconda metà degli anni Trenta, che in termini
scolastici si tradussero in un notevole sviluppo quantitativo
dell'istruzione, soprattutto per quanto riguarda gli istituti tecnici
industriali, i licei scientifici e le magistrali. Il calendario
dell'attuazione della riforma prevedeva la predisposizione di cinque
leggi fondamentali, da approvare gradualmente. Di queste l'unica
effettivamente promulgata fu la n. 899 del 1940, relativa
all'istituzione della scuola media di durata triennale valida per
l'accesso alle scuole dell'ordine superiore, al liceo artistico e alle
scuole dell'ordine femminile.
Dopo la liberazione, il dibattito sulla scuola si sviluppò in seno
all'Assemblea costituente. In quella sede il compromesso tra le istanze
della sinistra e quelle dei cattolici produsse l'obbligo scolastico fino
ai 14 anni, il diritto allo studio, ma per i più capaci e meritevoli, e
la libertà dei privati di creare scuole, ma senza oneri per lo Stato.
Per rinvenire tuttavia un significativo intervento legislativo occorre
risalire fino al 1962, anno di approvazione della legge n.1859, firmata
dal ministro Luigi Gui, che istituiva la scuola media unica e
obbligatoria fino a 14 anni. Tale legge sanciva tra l'altro
l'eliminazione dell'obbligatorietà del latino, prevedendolo come
materia autonoma e facoltativa nella terza classe. L'esame di licenza
era trasformato in esame di Stato e dava accesso a tutte le scuole e
istituti di istruzione secondari di secondo grado, ma la prova di latino
era considerata obbligatoria per poter accedere al liceo classico.
Infine, si sanciva che il diploma di maturità scientifica dava accesso
a tutte le facoltà universitarie esclusa quella di lettere e filosofia;
eccezione che cadrà nel 1969, quando venne liberalizzato l'accesso a
tutti i corsi di laurea ai diplomati di qualsiasi istituto di istruzione
secondaria di secondo grado.
Nel frattempo, nel 1968, con la legge n. 444 lo Stato organizzò la
scuola materna per l'accoglimento dei bambini nell'età prescolastica da
tre a sei anni, con fini di preparazione alla frequenza della scuola
dell'obbligo. Ancora una volta quindi i nodi da sciogliere rimanevano la
secondaria e l'università. E in effetti, dopo la legge n. 119 del 1969
che introduceva in via sperimentale alcune innovazioni negli esami di
Stato di maturità, dal 1970 si sono succedute nel tempo numerose
proposte legislative per il riordino della scuola secondaria superiore,
nessuna delle quali è riuscita a terminare il proprio iter
legislativo: dal testo predisposto dall'allora ministro Misasi nella V
legislatura a quello, d'iniziativa della senatrice Alberici e di altri
senatori, approvato dal solo Senato nel settembre 1993. Nel frattempo,
ancora una volta il Parlamento legiferava in tema di scuola elementare,
approvando la legge n. 148 del 1990, che ha introdotto il cosiddetto
"modulo organizzativo" di tre insegnanti su due classi (o di
tre su quattro), ha previsto l'aggregazione delle materie per ambiti
disciplinari e ha reso obbligatorio l'insegnamento della lingua
straniera.
E' infine nella XIII legislatura – come è a tutti noto – che ha
visto la luce la legge quadro di riforma dei cicli scolastici delineata
dal ministro Berlinguer e a sua volta preceduta dalla legge n. 59 del
1997, che ha attribuito alle istituzioni scolastiche autonomia
didattica, organizzativa, di ricerca e di sviluppo dotandole peraltro di
personalità giuridica, dalla legge n. 425 del 1997, che ha riformato
gli esami di Stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione
secondaria superiore, e dalla legge n. 9 del 1999, con la quale
l'obbligo scolastico è stato elevato da otto a dieci anni, sebbene il
medesimo obbligo d'istruzione sia rimasto di durata novennale fino
all'approvazione del nuovo sistema scolastico e formativo.
Oggi, prosegue il presidente relatore, a quasi un anno dall'insediamento
del Governo Berlusconi, il Parlamento si trova ad affrontare di nuovo il
problema del riordino dei cicli scolastici, che ormai necessita di
urgente risoluzione. Già in campagna elettorale la Casa delle Libertà
aveva del resto annunciato l'intento di rielaborare, di concerto con i
diretti fruitori del sistema scolastico, una riforma del reparto scuola
largamente attesa.
Altro elemento che impone la revisione del sistema scolastico è
peraltro l'entrata in vigore della legge costituzionale 18 ottobre 2001,
n. 3, che, modificando il titolo V della Costituzione, rivede le
competenze di regioni, comuni e province e vincola al rispetto
dell'autonomia delle istituzioni scolastiche.
La precedente riforma tendeva a livellare il sistema mettendo in
pericolo perni fondamentali della formazione culturale che lo Stato deve
invece garantire. Il disegno di legge n. 1306 presentato dal Governo
intende dunque ripartire da alcuni precisi ed essenziali presupposti: il
rispetto della Costituzione, che sancisce il diritto allo studio per
tutti; il rispetto della più recente normativa di riordino delle
specifiche competenze legislative sulla materia, ripartite tra Stato e
Regioni (come chiarito dall'articolo 1); il rispetto del diritto dei
giovani a formarsi sia attraverso l'istruzione, sia attraverso la
formazione professionale col presupposto, anch'esso sancito per legge,
che entrambi i canali costituiscono due diverse modalità per giungere
al medesimo obiettivo: quello della crescita e della formazione di una
precisa individualità culturale e sociale.
Il rispetto di questi basamenti strutturali, insieme alle modalità
attraverso le quali la riforma si snoda, garantisce anche il sistematico
adeguamento a quello che è il panorama scolastico europeo, ad oggi
innegabilmente più idoneo del nostro a formare individui in grado di
affrontare in futuro le sfide del mercato globalizzato.
L'impegno del legislatore deve pertanto essere quello di costruire un
sistema che, tenendo conto dei presupposti appena citati, riesca a
garantire una elevata qualità culturale e professionale attraverso un
sistema unitario, ma al tempo stesso sufficientemente elastico da
consentire ampia flessibilità, nella cornice del valore legale dei
titoli di studio.
L'articolo 2 regola il percorso di formazione scolastica attraverso due
cicli: uno primario, costituito dalla scuola primaria e da quella
secondaria di primo grado; uno secondario, costituito dal sistema dei
licei e da quello parallelo dell'istruzione e della formazione
professionale.
Movendo da criteri che individuano il compito precipuo dell'istruzione
nella promozione in tutto l'arco della vita delle forme di apprendimento
atte a formare e valorizzare la soggettività e la spiritualità umana,
nonché nella valorizzazione delle attitudini e delle scelte individuali
al fine ultimo di strutturare una personalità consapevole di sé, ma
anche della propria appartenenza civile e storica, il disegno di legge
n. 1306 interpreta ed esaurisce appieno il significato etimologico del
verbo educare. Perché questo è il processo educativo in sostanza: una
trasformazione progressiva che, attraverso l'apprendimento, produce un
risultato. In questo senso, il sistema scolastico, che eroga metodi e
contenuti di questo processo, deve necessariamente essere di qualità
elevata ed adeguato al compito che si prefigge.
Secondo l'asse del provvedimento, il cammino formativo prende il via con
la scuola dell'infanzia, della durata di tre anni; essa per prima
interviene, attraverso adeguate metodologie, ad educare lo sviluppo del
bambino in termini di motricità, affettività e socialità: pone cioè
le prime essenziali condizioni per quello che sarà il futuro
inserimento nel mondo scolastico. L'intento annunciato di
consentire l'ingresso in questa fase anche a bambini che compiono
i tre anni entro il 30 aprile dell'anno scolastico di
riferimento consente un ingresso anticipato con la prospettiva di
condurre l'alunno alla fine dei due cicli all'età di poco più dei
diciotto anni. Si tenta infatti di adeguare la scuola italiana a quella
europea, anche se esiste un cospicuo numero di nazioni nelle quali la
durata degli studi necessari per accedere agli studi universitari è di
13 anni, per cui l'uscita avviene dopo i diciotto anni: la Germania, la
Finlandia, la Danimarca, la Svezia, il Lussemburgo. Anche paesi come la
Francia, che pure prevedono l'uscita prima dei diciannove anni,
richiedono poi un bachillerato triennale di ulteriore preparazione per
l'accesso universitario che in definitiva ritarda tale evento.
Al riguardo, il presidente-relatore mette peraltro a disposizione dei
senatori uno schema riassuntivo dell'articolazione dei cicli scolastici
nei principali paesi dell'Unione europea.
In considerazione delle scelte adottate nei vari paesi dell'Unione, il
presidente-relatore invita quindi a concepire una soluzione non tanto
mirata ad un pedissequo adeguamento all'Unione, ma fondata invece su due
criteri essenziali: il primo è la contestualizzazione del provvedimento
con il bagaglio culturale, storico ed economico del nostro Paese; il
secondo attiene una serie di valutazioni di carattere psico-pedagogico.
Nella valutazione dell'opportunità di anticipare l'età scolare va ad
esempio considerato che il percorso evolutivo dell'individuo necessita
di un tempo preciso (e quindi non contraibile) per raggiungere la
maturità necessaria ad affrontare le metodologie e i contenuti di
studio che l'università impone.
Quanto al primo ciclo scolastico, esso comincia a sei anni (ma anche in
questo caso vi è la possibilità di iscriversi prima, qualora il
compimento dei sei anni avvenga entro il 30 aprile) e si snoda secondo
due moduli, di cui uno di cinque anni e il secondo di tre. Il primo
modulo, quinquennale, si articola in un primo anno (in cui si conducono
gli alunni al possesso di elementi cognitivi di base) e successivamente
in due bienni didatticamente distinti. Ritenendo inoltre che già da
questa fase sia di fondamentale importanza l'apprendimento di una lingua
dell'Unione europea, come pure l'approccio al mondo informatico, sono
state inserite queste due discipline. Gli obiettivi sono impegnativi
poiché si intende promuovere prima attraverso l'alfabetizzazione, poi
attraverso l'acquisizione di conoscenze e di abilità soggettive di
base, quello sviluppo della personalità che proseguirà nella fase
successiva.
Il secondo modulo, triennale, consta di un primo biennio e
successivamente di un anno, volto sia al completamento didattico dei due
precedenti che al raccordo con il successivo ciclo scolastico, con
funzioni di consolidamento.
Il ciclo superiore è finalizzato alla crescita soggettiva
dell'individuo attraverso le discipline di studio; ha la durata di
cinque anni e si sviluppa in due bienni più un anno di completamento e
consolidamento del percorso al termine del quale l'alunno dovrà
sostenere un esame di Stato per poter accedere all'università. Tale
fase si conclude successivamente al compimento del diciottesimo anno di
età.
In questo periodo della vita evolutiva si accrescono e organizzano le
conoscenze e si tende soprattutto a far acquisire quell'autonomia di
studio che si proietterà in futuro in tutti gli aspetti della vita
dell'individuo.
Il disegno di legge prevede l'introduzione di una seconda lingua
dell'Unione europea nonché l'approfondimento delle tecnologie
informatiche. Esso indirizza in particolare il secondo ciclo
all'educazione personalizzata e mira a potenziare le caratteristiche
soggettive, tenendo sempre in considerazione il contesto sociale e
storico in cui l'individuo si realizza.
E' durante questa fase che può essere realizzata la scelta tra sistema
di istruzione e sistema di formazione: due percorsi assolutamente
paralleli, aventi la caratteristica di pari dignità e come tali
tutelati per legge. Questi due blocchi non sono intesi come due sistemi
rigidi e a sé stanti, ma per loro intrinseca struttura dovranno
garantire la possibilità, in itinere, di rivedere le proprie
scelte ed eventualmente modificare il percorso di studio. Tale elasticità
consente anche l'alternanza tra scuola e lavoro (come disposto
dall'articolo 4) da effettuarsi sotto la diretta responsabilità
dell'istituzione scolastica, ma di concerto con le imprese, nonché con
enti pubblici e privati che siano disponibili ad accogliere gli studenti
per periodi di tirocinio. Anche da queste esperienze deriveranno
valutazioni che andranno a costituire il credito formativo dell'alunno.
I due canali sono diversi per durata (cinque anni il sistema dei licei e
quattro più uno facoltativo per l'istruzione e formazione
professionale) e per la natura dei programmi disciplinari, ma si
concludono entrambi con l'esame di Stato.
Nel nuovo scenario qui delineato, lo Stato ha il compito di dettare le
norme generali affinchè sia garantito a tutti e su tutto il territorio
nazionale il diritto allo studio; alle Regioni è trasferito il compito
concorrente di emanare dispositivi in ordine all'intero sistema
educativo, ovvero all'istruzione e alla formazione professionale
garantendo la ottimale validità e qualità del servizio sul territorio
in accordo coi dettami nazionali.
Attraverso l'articolo 4 viene inoltre ribadito quanto previsto
dall'articolo 18 della legge 24 giugno 1997, n. 196, che aveva previsto
tirocinii e stages di orientamento.
L'innovazione che vede la formazione professionale quale canale
formativo parallelo a quello dell'istruzione realizza appieno le
possibilità di realizzazione individuali: si avranno, per entrambi,
percorsi che esiteranno in titoli e qualifiche spendibili su tutto il
territorio nazionale e utili per l'accesso alla formazione superiore.
Per ciò che concerne le verifiche del sistema educativo, di cui
all'articolo 3, esse sono affidate al corpo docente, avranno carattere
periodico e verranno regolarmente certificate. La valutazione periodica
verificherà il passaggio alla fase didattica successiva e, in caso di
mancata idoneità, l'alunno sarà costretto a ripetere non l'intero
biennio, ma solo il secondo anno dello stesso periodo. In stretto
riferimento con quanto appena detto si manifesta la necessità di una
significativa permanenza del corpo docente tesa a garantire quella
continuità didattica imprescindibile anche per una corretta
valutazione. In tale ambito concettuale, è sembrato inoltre opportuno
reinserire la tradizionale valutazione del comportamento generale
dell'alunno a fronte della sperimentata convinzione che tale strumento
offra, a lungo termine, un valido parametro di orientamento per i
docenti, per le famiglie e per lo stesso alunno. Inoltre viene affidato
all'Istituto nazionale per la valutazione del sistema di istruzione il
compito periodico di effettuare la valutazione dell'intero sistema
attraverso la verifica del livello di conoscenze raggiunte dagli alunni,
allo scopo di monitorare la complessiva validità dell'apparato
scolastico e formativo: anche in questo senso ci allineeremo ai metodi
già in atto in vari paesi dell'Unione europea. In ultimo, come già
accennato, è previsto l'esame di Stato come tappa conclusiva dei due
cicli scolastici da svolgersi sotto il controllo di una commissione
esaminatrice e avente come contenuto prove stabilite dall'Istituto
nazionale per la valutazione del sistema di istruzione: i criteri di
scelta delle prove si fondano sulla base degli specifici obiettivi di
apprendimento dell'intero corso, nonché in relazione ai curricoli
dell'ultimo anno.
L'articolo 5 entra nel merito della formazione degli insegnanti
prevedendo che siano i decreti legislativi emanati dal Governo e
previsti dall'articolo 1 a disciplinarne i contenuti. Tale formazione
dovrà realizzarsi nelle università presso corsi di laurea
specialistica, il cui accesso è programmato in base ai posti
effettivamente disponibili in ogni regione e nei ruoli organici. Le
classi dei corsi di laurea sono individuate attraverso decreti adottati
ai sensi dell'articolo 17, comma 95, della legge 15 maggio 1997, n. 127;
tali decreti dovranno inoltre regolamentare le attività didattiche
inerenti l'inserimento degli alunni portatori di handicap prevedendo
che la formazione possa essere realizzata anche all'estero. Per accedere
ai corsi di laurea specialistica si prevede il possesso di requisiti
minimi curricolari oltre ad una adeguata formazione personale. Il
conseguimento infine della laurea specialistica viene determinato da un
esame di laurea avente valore abilitante di uno o più insegnamenti.
Tutti coloro che, già docenti laureati, intendano immettersi nei ruoli
dovranno svolgere un periodo di tirocinio con appropriati contratti di
formazione-lavoro. In questo senso le università dovranno definire
l'istituzione e il funzionamento di apposite strutture di formazione
atte a sostenere i rapporti, mediante convenzioni, con le istituzioni
scolastiche.
Inoltre le università avranno il compito della formazione in servizio
dei docenti interessati ad assumere funzioni di supporto, di tutoraggio,
di coordinamento delle attività didattiche e gestionali delle
istituzioni scolastiche e formative.
Per ciò che riguarda le regioni a Statuto speciale e le province
autonome di Trento e di Bolzano, l'articolo 6 mantiene la loro autonomia
in conformità ai loro statuti, alle norme di attuazione e alla legge
costituzionale 18 ottobre 2001, n.3.
Infine, l'articolo 7 detta le disposizioni finali ed attuative
individuando le materie nelle quali lo Stato potrà intervenire mediante
uno o più regolamenti. Viene anche previsto che il Ministro relazioni
ogni tre anni al Parlamento sul sistema educativo di istruzione e
formazione per permettere la valutazione dell'efficacia delle nuove
norme e, nel caso, per consentire iniziative conseguenti.
Il comma 3 prevede altresì che, dall'anno scolastico 2002-2003,
potranno iscriversi alla scuola d'infanzia i bambini che compiranno i
tre anni entro il 28 febbraio 2003, mentre potranno iscriversi alla
prima classe elementare i bambini che compiranno il sesto anno entro il
28 febbraio 2003. Successivamente, attraverso i decreti legislativi,
saranno date disposizioni per arrivare al regime di iscrizione fino alla
data del 30 aprile prevista dall'articolo 2.
Infine sono stabilite le disposizioni di carattere finanziario e sancita
l'abrogazione della legge 10 febbraio 2000, n. 30.
Il Presidente relatore giudica conclusivamente il disegno di legge n.
1306 idoneo a mettere mano ad una riforma indispensabile per rendere il
nostro sistema scolastico attuale, valido e competitivo, senza per
questo mettere in secondo piano la nostra tradizione culturale, storica
e sociale. A tal fine, opportunamente esso considera l'individuo quale
soggetto attivo del complesso processo di strutturazione della
personalità, prevedendo uno sviluppo graduale e sequenziale delle
capacità di apprendimento, ed afferma inequivocabilmente il diritto di
tutti allo studio, anche attraverso l'innovativa attribuzione della
piena dignità alla formazione professionale, evitando la ghettizzazione
di coloro che scelgono un percorso anticipatamente pragmatico rispetto a
quello squisitamente intellettuale.
Il Presidente relatore si sofferma quindi sul disegno di legge n. 1251,
il quale dispone da un lato l'abrogazione della legge n. 30 del 2000 di
riordino dei cicli dell'istruzione, ma dall'altro ne conferma
l'impostazione prospettando l'adozione di un sistema fondato su due
cicli, primario e secondario, rispettivamente di sette e cinque anni, il
secondo dei quali articolato nelle stesse aree previste dal testo
elaborato dall'allora ministro Berlinguer, e prefiggendosi dunque di
abbassare l'età del diploma a diciotto anni.
Per quanto concerne invece i punti in cui il provvedimento si discosta
dalla legge attualmente in vigore sui cicli scolastici, il
presidente-relatore segnala, all'articolo 1, l'espresso richiamo
all'obiettivo di formare la persona ai valori di cittadinanza europea e
mondiale e l'estensione dell'obbligo scolastico al diciottesimo anno
d'età e, all'articolo 2, relativo alla scuola dell'infanzia,
l'esplicito riferimento a un piano pluriennale di investimenti che
consenta di estendere a tutto il territorio nazionale la presenza di
scuole dell'infanzia statali o comunali.
Le differenze riguardanti la scuola di base attengono l'introduzione del
concetto di pari dignità – nell'ambito dei nuovi mezzi espressivi da
apprendere – per ogni forma di linguaggio e di espressione artistica,
compresa la musica, e la soppressione dell'indicazione orientativa per
la successiva scelta dell'area e dell'indirizzo in sede di esame di
Stato conclusivo.
Due sono anche le innovazioni previste in tema di scuola secondaria,
poiché vengono meno sia le attività complementari e le iniziative
formative da realizzare – laddove sia richiesto – già al secondo
anno del ciclo, sia l'acquisizione di crediti a seguito della frequenza
positiva di segmenti della formazione professionale. In altri termini,
la possibilità di effettuare esperienze professionalizzanti esterne
alla scuola viene limitata all'ultimo triennio.
Vengono inoltre ampliati l'ambito di intervento del programma
quinquennale che dovrà essere presentato dal Governo al Parlamento e
gli obiettivi da realizzare usufruendo dei risparmi conseguenti alla
riduzione di un anno del percorso formativo. Sotto il primo profilo, il
predetto programma dovrà anche individuare i criteri per la
generalizzazione dell'insegnamento della musica nel ciclo di base e nel
ciclo secondario, nonché per la formazione della cittadinanza europea e
mondiale. Dal punto di vista invece dell'utilizzazione di maggiori somme
eventualmente disponibili, oltre alla istituzione di periodi sabbatici,
il disegno di legge Cortiana propone periodi di formazione e
aggiornamento dei docenti anche all'estero, di tutoraggio degli studenti
che passano dalla scuola all'università o alla formazione superiore e
infine di supporto contrattualmente incentivato in aree territoriali
critiche di particolare marginalità sociale.
Del tutto innovativi rispetto alla legge n. 30 del 2000 sono poi
l'articolo 5, afferente il raccordo della scuola con la realtà
territoriale da realizzarsi attraverso percorsi interdisciplinari
dedicati alla conoscenza del territorio di appartenenza, anche al fine
di favorire l'esercizio consapevole del diritto di cittadinanza attiva e
di partecipazione democratica a livello locale, e il comma 9
dell'articolo 7, che prevede, in caso di inadempienza o inefficienza
delle amministrazioni competenti relativamente all'adeguamento
infrastrutturale, l'intervento sostitutivo del Governo mediante la
nomina di commissari ad acta. (10.04.02) Interviene il senatore
BRIGNONE, il quale dichiara di aver ascoltato con vivo interesse la
relazione svolta dal presidente Asciutti nella seduta di ieri e di
aver apprezzato in particolare la sua digressione storica relativa
alle grandi riforme intervenute in Italia nel campo della pubblica
istruzione. Ripercorre quindi a sua volta alcune tappe di quel
percorso storico, rilevando come esso si sia sempre accompagnato con
le vicende politiche del Paese e con l'andamento dei rapporti fra lo
Stato e la Chiesa, soprattutto fino al 1929. Egli stesso aveva del
resto evidenziato tale compenetrazione nella relazione effettuata
nella scorsa legislatura in merito all'insegnamento della religione
cattolica.
Ricorda poi come il concetto di gratuità introdotto dalle riforme dei
ministri Casati e Coppino fosse riferito esclusivamente al profilo
dell'iscrizione, non contemplando la problematica dei costi legati
alla frequenza della scuola. Quelle riforme, d'altro canto, dovettero
fare i conti con la grave carenza di insegnanti elementari che ne
pregiudicò gli esiti complessivi. Da questo punto di vista egli
ritiene sia stato più semplice il compito del ministro Gentile.
Svolge quindi alcune riflessioni sulla istituzione della scuola media
unica obbligatoria a partire dal 1962, anch'essa ostacolata
dall'inadeguatezza del corpo insegnante che per quasi un decennio fu
costituito da insegnanti senza laurea e da presidi non in possesso dei
titoli richiesti.
In sostanza, la storia delle riforme scolastiche italiane dimostra
come le autorità preposte abbiano proceduto per segmenti e da ultimo,
invece di riformare l'unico segmento ancora disciplinato dalla vecchia
normativa, vale a dire la scuola secondaria superiore, si è preferito
adottare una nuova legge quadro al fine di armonizzare l'intero
sistema scolastico.
L'oratore sottolinea inoltre che non è possibile comprimere le
problematiche del sistema di istruzione nelle sole questioni
concernenti l'ordinamento scolastico e i cicli di studio. Vi sono
infatti profili che attengono il rapporto di lavoro e lo stato
giuridico dei docenti, l'edilizia scolastica e l'autonomia degli
istituti. Anche il tema dell'offerta formativa e del suo ampliamento
è per certi aspetti più rilevante del prolungamento o della
riduzione di un anno dei cicli scolastici. Per queste ragioni il
Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca non potrà
intervenire da solo per riformare il mondo della scuola, ma dovrà
agire di concerto con gli altri Ministri.
Dopo aver ricordato le linee essenziali della riforma introdotta
dall'ex ministro Berlinguer, egli entra nel merito del testo
presentato dal Governo, che a suo avviso rappresenta il miglior
compromesso attualmente possibile, salvo alcune correzioni che sarà
opportuno introdurre in sede di esame. Egli osserva tuttavia che
qualsiasi intervento riformatore non dovrebbe comunque essere ispirato
ai dati diffusi dall'OCSE, che dovrebbero essere valutati più
cautamente, dal momento che fanno riferimento a valori medi, mentre la
scuola italiana non presenta affatto caratteri che siano mediamente
omogenei, contenendo in sé punte di assoluta eccellenza e realtà del
tutto inadeguate dal punto di vista dell'offerta formativa. Al tempo
stesso, non sembra essere un traguardo significativo la riduzione di
un anno del percorso formativo, quando poi gli studenti universitari
italiani impiegano mediamente tre anni in più dei loro colleghi
europei per laurearsi.
Occorre peraltro tenere conto delle difficoltà e degli ostacoli che
in ogni caso un intervento riformatore incontrerebbe, in quanto
qualsiasi innovazione apportata ai cicli scolastici da un lato
ingenera la reazione negativa delle categorie di insegnanti coinvolte
e dall'altro determina comunque un onda anomala. Ad esempio, la
questione emersa più recentemente riguarda gli insegnanti della
scuola materna che si sono dichiarati contrari all'ingresso anticipato
nel sistema di istruzione; ma al riguardo si deve registrare l'impegno
assunto espressamente dal Governo in favore degli asili nido, che
rappresenterebbe certamente una maniera più onerosa di affrontare il
problema.
Entrando nel dettaglio del disegno di legge n. 1306, egli giudica
eccessivamente ampio il termine di 24 mesi entro cui il Governo deve
esercitare la delega prevista all'articolo 1 in materia di norme
generali sull'istruzione, mentre viceversa gli appare assai ristretto
il periodo di 30 giorni concesso alle Commissioni parlamentari per
esprimere il parere sui conseguenti decreti legislativi, così come
troppo ridotto viene ritenuto il termine di 90 giorni entro cui il
Ministro deve predisporre il piano programmatico di interventi
finanziari. Egli segnala peraltro come le finalità di quest'ultimo
siano armonizzate con gli interventi prioritari a cui è destinato
l'atto del Governo n. 94, concernente la ripartizione del Fondo per
l'arricchimento e l'ampliamento dell'offerta formativa e per gli
interventi perequativi, attualmente all'esame della Commissione.
In relazione all'articolo 2, dal momento che esso fissa i principi e i
criteri direttivi a cui il Governo deve attenersi nell'esercizio della
predetta delega, propone di spostare le lettere a), b) e c) del comma
1 all'articolo 1, in modo da rendere più omogeneo l'insieme delle
disposizioni attinenti alla delega. Circa poi la lettera e) del
medesimo comma 1 dell'articolo 2, egli ne condivide l'intento di
anticipare la possibilità di iscrizione alla scuola dell'infanzia,
che può risultare utile al fine di frammentare l'onda anomala e di
ovviare alla carenza degli asili nido.
Per quanto concerne la scuola primaria, di cui alla lettera f), egli
propone invece di invertire la sua articolazione interna, adottando
una scansione suddivisa in due periodi didattici biennali e in un
quinto anno finale. Infatti, a fronte della sempre più elevata
frequenza di alunni di origine extracomunitaria, si può supporre che
un solo anno dedicato all'acquisizione delle strumentalità di base
sia insufficiente per consentire a questi allievi di mettersi al passo
con gli altri. In proposito è preferibile un ciclo biennale, mentre
un singolo anno scolastico di collegamento con le medie inferiori potrà
garantire un miglior coordinamento, per quanto l'efficacia di tali
scelte sia comunque legata all'attività didattica effettivamente
espletata.
In merito poi all'articolazione interna del secondo ciclo, di cui alla
successiva lettera g), esprime alcune perplessità sulla suddivisione
in due periodi biennali e in un quinto anno di completamento del
percorso disciplinare. L'esperienza degli istituti magistrali e dei
licei artistici di durata quadriennale dimostra infatti come il quinto
anno possa essere valorizzato come corso propedeutico agli studi
universitari o essere vissuto come un inutile prolungamento del ciclo
secondario.
In materia di formazione e istruzione professionale, disciplinata
dalla lettera h), egli rimarca l'esigenza del rispetto della
competenza regionale, in linea con la recente riforma del Titolo V
della Costituzione. Quindi, dopo aver sottolineato la possibilità di
accedere all'università con i titoli o le qualifiche conseguiti al
termine dei percorsi del sistema dell'istruzione e della formazione
professionale, previa frequenza di apposito corso annuale, evidenzia
la difficoltà di valutare adeguatamente i crediti formativi acquisiti
grazie alla frequenza positiva di segmenti del secondo ciclo e validi
per i passaggi tra i diversi percorsi formativi. Si chiede infatti
quale valenza possano avere crediti formativi come quelli attualmente
acquisiti al di fuori del sistema scolastico e certificati dalle
amministrazioni provinciali, che non hanno certamente una competenza
diretta sotto il profilo educativo e dell'istruzione.
Passando all'articolo 4 del provvedimento, egli giudica anzitutto
l'alternanza scuola-lavoro, una scelta coraggiosa, che richiede
tuttavia l'esistenza di un sistema di istruzione e formazione maturo e
lo stanziamento di adeguati interventi finanziari a sostegno. Egli
concorda poi sulla opportunità di anticipare l'apprendistato ad una
età precedente i diciotto anni, ma ritiene si tratti di un percorso
ancora da costruire così come non pare significativa l'esperienza
degli stages estivi di tirocinio.
Infine, per quanto riguarda la formazione degli insegnanti,
regolamentata dall'articolo 5, giudica eccessivo il percorso formativo
previsto per gli insegnanti della scuola dell'infanzia, mentre ritiene
assai rilevante il ruolo degli insegnanti interessati ad assumere
funzioni di supporto, di tutorato e di coordinamento dell'attività
educativa, didattica e gestionale delle istituzioni scolastiche e
formative. Si deve infatti mirare a creare una nuova figura
professionale che assicuri sia il sostegno agli altri colleghi sia
l'opportuno collegamento con gli altri soggetti che operano nel mondo
della scuola.
Apprezzamento per la puntuale relazione del Presidente viene espresso
anche dal senatore CORTIANA, il quale dichiara di essere rimasto
particolarmente colpito dall'excursus storico ripercorso dalla
medesima relazione, con particolare riferimento al passaggio
concernente la Carta della scuola ideata da Giuseppe Bottai negli anni
Trenta e allo sviluppo quantitativo dell'istruzione che si registrò
nella seconda metà di quel decennio. Egli prende spunto da ciò per
rapportare quella visione della scuola con la filosofia che sottende
alla riforma proposta dal ministro Moratti. Dichiara pertanto di
concepire un'idea della scuola del tutto opposta a quella prospettata
dal Governo, che non sembra voler affatto fondare la propria
impostazione sulle finalità proprie dell'educazione e
dell'istruzione. Lo stesso ruolo delineato per le famiglie e per le
imprese, ad avviso dell'oratore, non ha attinenza diretta con i
compiti specifici della scuola e afferma che l'attuale opposizione,
nell'approvare nel corso della passata legislatura la legge sulla
parità scolastica (n. 62 del 2000), non intendeva affatto modificare
le finalità precipue del sistema di istruzione. Ritiene quindi che
l'impostazione emergente da alcuni aspetti del disegno di legge n.
1306 faccia venir meno qualsiasi possibilità di interlocuzione e di
dialogo con l'opposizione.
In particolare, critica l'ipotesi della cosiddetta
"canalizzazione", che considera paralleli i percorsi
dell'istruzione e della formazione. In merito a ciò, la questione
centrale non sta nell'età in cui si prevede la facoltà di operare la
scelta, bensì nell'esigenza – disattesa invece dal progetto
governativo - di tenere sempre la funzione dell'istruzione a
fondamento di qualunque sistema scolastico, anche in una visione di
educazione permanente.
L'altro elemento su cui egli dichiara la propria decisa contrarietà
è afferente all'anticipazione di un anno per l'entrata nel sistema
scolastico formativo. Si tratta infatti di una nociva ingerenza
nell'età più delicata dell'infanzia, che coinvolge aspetti evolutivi
e cognitivi assai rilevanti che non possono trarre giovamento
dall'inizio anticipato del percorso formativo di istruzione.
L'oratore si sofferma quindi sul disegno di legge n. 1251, che lo vede
primo firmatario, e che si propone di sviluppare e arricchire quanto
già realizzato grazie alla riforma dei cicli varata dal Governo
dell'Ulivo nella XIII legislatura. Più specificamente, fra gli scopi
di questo disegno di legge vi è la formazione di una cultura fondata
su uno spirito di cittadinanza attiva, consapevole e praticata, dotata
perciò di adeguati strumenti critici. Il provvedimento si propone
inoltre di limitare all'ultimo triennio del secondo ciclo la
possibilità di effettuare esperienze professionalizzanti e nel
contempo esalta il raccordo fra il mondo della scuola e la realtà
territoriale, intesa non solo dal punto di vista ambientale, ma anche
sotto il profilo storico, culturale, urbanistico ed economico.
Il progetto da lui presentato prevede poi di utilizzare i risparmi
conseguenti alla riduzione di un anno del percorso formativo al fine
di istituire periodi sabbatici per gli insegnanti, di assicurare la
formazione e l'aggiornamento dei docenti anche all'estero, oltre che
il tutoraggio degli studenti che passano dalla scuola all'università;
obiettivi tutti che mirano a garantire una più alta dignità al ruolo
svolto dal corpo insegnante. Infine, tra gli scopi del disegno di
legge n. 1251, egli pone in evidenza l'innalzamento dell'obbligo
scolastico ai 18 anni.
In considerazione della rilevante difformità tra i due provvedimenti
all'ordine del giorno della Commissione, che trovano le loro radici in
visioni culturali opposte, ritiene sia arduo trovare un terreno di
confronto che consenta di apportare miglioramenti al testo presentato
dal Governo. Pertanto, nell'eventualità che i tentativi di dialogo
non dovessero portare ad esiti positivi, la scelta dell'ostruzionismo
da parte dell'opposizione non sarebbe strumentale, ma rappresenterebbe
una battaglia fondamentale di civiltà attorno alla difesa della
scuola, a prescindere dalla posizione politica e dalla sensibilità
religiosa di ciascuno. (11.04.02) Interviene il senatore GABURRO, il
quale ritiene la riforma della scuola uno dei temi centrali del
programma del Governo e della nuova maggioranza, pur nella
consapevolezza delle difficoltà che si incontreranno nel cammino
riformatore. Qualsiasi soluzione dei problemi della scuola, infatti,
deve tenere comunque conto delle diverse esigenze e dei diversi valori
culturali in campo, nonché dei conseguenti rischi di
strumentalizzazione sempre in agguato. In proposito, è un esempio per
tutti quanto avvenuto lo scorso anno negli Stati Uniti d'America,
paese che si è persuaso dell'importanza fondamentale di una più
seria qualificazione della scuola e ha quindi assistito a un impegno
unitario del Congresso attorno al progetto di rinnovamento del sistema
d'istruzione.
Venendo al disegno di legge presentato dal Governo, egli ritiene che
esso rappresenti una proposta politica significativa fondata su una
visione umanistica della persona, dell'educazione e quindi della
società intera. Ne apprezza inoltre il carattere di progetto
complessivo che abbraccia il sistema d'istruzione dalla scuola
dell'infanzia fino alle soglie dell'università e del mondo del
lavoro.
Per quanto riguarda poi gli aspetti specifici del provvedimento che
meritano di essere positivamente sottolineati, egli fa espresso
riferimento alla valorizzazione della formazione professionale,
considerato uno dei temi più qualificanti del progetto, agli otto
diversi tipi di liceo, alla flessibilità che attraverso il sistema
dei crediti consente il passaggio da un liceo all'altro e dal sistema
dell'istruzione a quello della formazione professionale, al nuovo
rapporto con le imprese fondato sulla valutazione degli stages
aziendali e infine al nuovo sistema di valutazione. Quanto al profilo
attinente alla formazione dei docenti, egli ritiene si tratti di uno
degli snodi determinanti per la qualificazione della scuola; ma
proprio la crucialità di questo aspetto esigerebbe un impegno ancora
più forte attraverso la previsione di un ulteriore anno da destinare
alla formazione.
Tuttavia, più che soffermarsi sui singoli punti del disegno di legge,
egli esprime l'intenzione di svolgere alcune riflessioni sulla visione
culturale che ne sta alla base. Al riguardo, pone in evidenza il
cambiamento del ruolo dello Stato nelle politiche educative, che si
sostanzia in una funzione di garanzia, controllo e supervisione,
piuttosto che di gestione diretta. Tale cambiamento prende corpo in un
contesto che vede la scuola dinanzi alle sfide poste dalle nuove
tecnologie dell'informazione, dallo sviluppo della civiltà
scientifica e tecnica e dalla mondializzazione dell'economia. Tutto ciò
esige una riforma complessiva del sistema scolastico che sia in grado
di portare la totalità dei giovani, soprattutto quelli più
svantaggiati, al livello più alto di qualificazione e di competenza;
obiettivo perseguito dal provvedimento in esame attraverso il
rafforzamento del sistema integrato che, garantendo la competizione
fra le scuole, la diversificazione dell'offerta e il confronto
qualitativo, consente di ottenere una più elevata qualificazione dei
livelli di istruzione.
L'altra sfida che la scuola italiana si trova ad affrontare concerne
la difficoltà di elaborare e proporre percorsi formativi fondati su
valori condivisi in una società complessa, culturalmente frammentata
e policentrica. Da questo punto di vista, il progetto di riforma mira
ad offrire alle giovani generazioni una solida formazione umana, che
consenta la crescita come persone e la formazione di soggetti liberi,
solidali e responsabili, evitando di cadere in una concezione
utilitaristica dell'educazione finalizzata esclusivamente alla
qualificazione.
A fondamento del disegno di legge governativo vi è inoltre il
riconoscimento da un lato che l'educazione è una responsabilità
della società intera e dall'altro che allo Stato spetta un
irrinunciabile compito di promozione, garanzia e controllo rispetto ai
diritti della persona di ricevere una istruzione adeguata. Si propone
pertanto il passaggio da una scuola dello Stato a una scuola della
società civile nella linea della sussidiarietà, affermando la piena
libertà dell'educazione basata sul diritto di ciascuno, sancito dalla
Costituzione, ad educarsi e ad essere educato secondo le proprie
convinzioni e sul correlativo diritto-dovere dei genitori di decidere
in merito all'educazione e ai valori da offrire ai propri figli
minori. Per affermare tali principi è quindi necessario rimuovere gli
ostacoli che ancora limitano la piena esplicazione della normativa sul
sistema pubblico integrato.
Affrontando poi le questioni inerenti il nuovo assetto istituzionale
determinato dalla riforma del Titolo V della Costituzione e dunque le
nuove competenze regionali sancite in materia di istruzione e
formazione professionale, egli osserva come il disegno di legge in
esame si ispiri al concetto chiave della sussidiarietà, ampliando sia
le responsabilità degli enti locali, sia il coinvolgimento di tutti i
soggetti che operano nel mondo della scuola e garantendo l'estensione
dell'autonomia delle singole istituzioni formative. Ne consegue il
rispetto della libertà dei soggetti educativi (docenti, genitori e
studenti), nonchè la capacità di aprire le strutture formative alle
esigenze locali, rendendole più sensibili e attente ai bisogni del
territorio.
La riforma scolastica intende inoltre garantire la valorizzazione
delle differenti identità culturali attraverso i piani dell'offerta
formativa degli istituti, anche in risposta a una domanda educativa
della società civile sempre più diversificata, ma senza rinunciare a
rafforzare l'unitarietà del sistema di istruzione, che va perseguita,
a suo avviso, attraverso un chiaro riferimento alla tradizione
umanistica e cristiana e all'educazione religiosa e morale.
In relazione poi al rapporto tra formazione professionale e scuola,
esprime il proprio consenso per una integrazione armonica fra
formazione generale, scientifica, tecnica e professionale, che
riconosca a un tempo la valenza formativa e culturale delle
professioni e del lavoro e l'indispensabile centralità degli aspetti
umanistici e personalistici della educazione, la quale dovrà emergere
chiaramente sia negli indirizzi generali sia nei curricoli
dell'istruzione scolastica e della formazione professionale.
Conclusivamente, ritiene che nel progetto di riforma appaiano
rispettate e valorizzate le connotazioni culturali che costituiscono
il fondamento della visione umanistica e cristiana della persona,
della famiglia e della società. Garantire tali riferimenti
rappresenta l'apporto che la maggioranza e in particolare il Gruppo
Unione democristiana e di Centro sente di dover dare al bene comune
della società e della scuola, nella convinzione che questo fermento
culturale costituisca un contributo decisivo per creare condizioni di
piena umanità per tutti. Il senatore BETTA ritiene che le tematiche
della scuola debbano essere gestite in modo tale da non creare
fratture fra le forze politiche ed in questo senso dà atto al
presidente Asciutti di essersi sempre impegnato, sin dall'inizio della
legislatura, per giungere a soluzioni condivise. Nel medesimo senso
egli interpreta del resto il pregevole excursus storico con cui
il Presidente relatore ha avviato la relazione introduttiva sui
disegni di legge di riforma, excursus al quale egli aggiunge
peraltro un riferimento alla riforma scolastica di Maria Teresa
d'Austria che, in una situazione caratterizzata da forte
differenziazione culturale e linguistica, ha introdotto per la prima
volta la scuola dell'obbligo.
Egli si sofferma quindi sugli aspetti più critici del provvedimento,
tra i quali in primo luogo il rapporto fra Stato e regioni in tema di
istruzione e formazione professionale. Al riguardo, egli ritiene che
l'approccio del disegno di legge n. 1306 sia eccessivamente timido. In
particolare, ritiene che l'articolo 1, delegando al Governo la
definizione dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di
istruzione formazione professionale, si ponga in un'ottica errata,
atteso che la materia attiene assai più alla sfera di competenza del
Parlamento che a quella del Governo. Del resto, la valenza del
provvedimento si incentra proprio nella sua capacità di innovare,
trasferendo alle istituzioni scolastiche e alle autonomie locali una
effettiva capacità di autogoverno.
Pur riconoscendo peraltro che l'originaria impostazione centralistica
del provvedimento sia stata progressivamente mitigata, introducendo
l'intesa della Conferenza Stato-regioni-città su una molteplicità di
profili per i quali era precedentemente previsto il mero parere, e
siano state altresì salvaguardate le competenze delle regioni a
statuto speciale e delle provincie autonome, sollecita quindi il
Governo ad andare oltre, attivando una collaborazione più
significativa con le regioni, anche con riferimento al sistema di
valutazione di cui all'articolo 3.
Quanto poi al diritto-dovere di istruzione per 12 anni, egli ricorda
che la riforma varata dal Governo dell'Ulivo aveva innalzato l'obbligo
scolastico fino a 16 anni, onde garantire un'elevata qualificazione di
base a tutti gli studenti. Nel testo dell'attuale Governo, l'obbligo
cogente d'istruzione viene invece sostituito, assai discutibilmente,
da un diritto-dovere che non risulta affatto vincolante. Inoltre, esso
prevede forti differenziazioni nei percorsi formativi, perdendo
totalmente di vista quella funzione egualitaria che l'obbligo
scolastico aveva nella riforma dell'Ulivo. Nell'esprimersi pertanto in
senso nettamente contrario ad una riforma scolastica che non assicuri
una omogenea preparazione di base a tutti gli studenti, ma anzi li
induca a scelte precoci, egli osserva che essa non consegue neanche
l'obiettivo di allineare l'Italia agli altri paesi europei, prevedendo
l'uscita dal sistema formativo a 19 anni. Né l'anticipo dell'età di
ingresso sembra rappresentare una valida soluzione, tanto più in
considerazione dei problemi di ordine psicologico e pedagogico che
esso pone e del conseguente potenziale contenzioso con gli enti
locali, competenti su strutture e risorse.
Terzo aspetto critico, prosegue l'oratore, riguarda l'ampiezza della
delega richiesta dal Governo. La previsione del parere parlamentare
sugli schemi dei decreti legislativi, nonché dell'intesa con la
Conferenza Stato-regioni-città, non mitiga infatti le preoccupazioni
connesse all'ampio spettro della delega richiesta, tanto più che i
pareri parlamentari non sono vincolanti. Pur essendo infatti diritto
del Governo e della sua maggioranza di essere posti nelle condizioni
di decidere e governare, non può prescindersi – in una materia così
delicata – da un pieno confronto parlamentare ed istituzionale. In
tal senso valuta ancor più negativamente la mancata previsione del
parere parlamentare sul piano programmatico di interventi finanziari
previsto dal comma 3 dell'articolo 1.
Infine, egli si sofferma sull'alternanza scuola-lavoro, di cui
all'articolo 4, osservando che si tratta di una metodologia su cui il
settore della formazione ha conseguito finora maggiori risultati
rispetto a quello dell'istruzione. Critica tuttavia la scelta di
erogare incentivi alle imprese per lo svolgimento di tali compiti,
atteso che il ruolo sociale dell'impresa impone di per sé a
quest'ultima una significativa apertura in tal senso.
Avviandosi alla conclusione, egli richiama l'attenzione della
Commissione su tre ulteriori profili di criticità. In primo luogo,
preso atto degli obiettivi ambiziosi del Governo, si augura che la
maggioranza non voglia proseguire nella strada imboccata con il
congelamento della legge n. 30 del 2000, blindando anche il
provvedimento in esame, ma dimostri al contrario disponibilità al
confronto parlamentare. In secondo luogo si augura che agli obiettivi
ambiziosi corrispondano tempi di elaborazione ragionevole, senza
inopportuni contingentamenti del dibattito parlamentare. Infine,
esprime dubbi sulla permanenza della fase di sviluppo che era alla
base del progetto della maggioranza e si augura conseguentemente che
alla riforma siano assicurate risorse economiche sufficienti. Il
senatore TESSITORE formula un giudizio positivo sulla relazione svolta
dal presidente Asciutti, ritenendo in particolare corretta la
prospettiva storica in cui è stata inquadrata la vicenda delle
riforme scolastiche italiane. A conclusione di quella vicenda si è
giunti nella scorsa legislatura all'approvazione della legge n. 30 del
2000 sul riordino dei cicli scolastici, che l'attuale Governo ha però
ritenuto di non attuare, trovandosi ora nella condizione di imprimere
una forte accelerazione alla nuova riforma elaborata dal ministro
Moratti. Sarebbe stato forse meglio però procedere attraverso
interventi correttivi alla legge quadro predisposta dall'ex
ministro Berlinguer, poiché oggi appare difficile ipotizzare
l'entrata in vigore del nuovo sistema già dal settembre 2002. Come
senatore dell'opposizione, egli dovrebbe peraltro augurarsi che quella
ipotesi non si realizzi, in quanto ciò rappresenterebbe il sicuro
segnale del fallimento della riforma medesima; e del resto anche la
predetta legge n. 30 ebbe a subire contraccolpi negativi
dall'accelerazione che si tentò di imprimere al riordino dei cicli.
Ma in nome dell'interesse generale e soprattutto nel rispetto dei
destinatari della riforma scolastica occorre evitare che
l'approvazione di quest'ultima si dispieghi attraverso tempi biblici,
pur nella consapevolezza che la serietà dei temi trattati deve far
scongiurare nel contempo immotivati sconti temporali.
Egli denuncia poi come l'impianto complessivo del progetto governativo
costituisca un ritorno all'impostazione verticale del sistema
dell'istruzione, che non lascia alternative tra l'uscita dal sistema
attraverso il conseguimento della laurea e l'incremento della mortalità
scolastica. Una simile impostazione poteva essere giustificata in
altre epoche storiche, ma oggi non è più coerente con l'assetto
sociale del Paese. Viceversa, un rimedio al grave fenomeno della
mortalità scolastica sarebbe rappresentato da un sistema d'istruzione
che consentisse differenziate uscite orizzontali.
Senza voler soffermarsi quindi sui singoli punti del disegno di legge
in esame, egli affronta in particolare il tema della formazione degli
insegnanti, dando atto al Governo di aver acquisito la consapevolezza
del fallimento delle scuole di specializzazione: una superfetazione
del sistema formativo rispetto alle istituzioni universitarie. Al
tempo stesso, egli dichiara di non condividere il rimedio offerto
dalla laurea specialistica, la quale mantiene la stessa opzione di
fondo delle scuole di specializzazione che egli identifica nel
panpedagogismo. Si tratta di una scelta che dequalifica invece proprio
il profilo pedagogico e si fonda solo sulle esigenze connesse al
potere accademico di un gruppo disciplinare. Ma il potere culturale
dei gruppi è assicurato dalla loro autorevolezza e non dal numero dei
docenti che li compongono.
La formazione culturale dovrebbe piuttosto separare la disciplina che
si insegna dalle modalità con cui la si insegna. E la formazione
professionale dovrebbe realizzarsi attraverso una preparazione
culturale idonea, che badi alla sostanza delle cose e non si ispiri ai
metodi assolutizzanti di quelle pseudoscienze che indicano il modo in
cui si deve fare qualcosa senza che però si sappia cosa sia.
Nel dettaglio della normativa proposta, egli stigmatizza poi
l'istituzione delle classi dei corsi di laurea specialistica
finalizzate alla formazione degli insegnanti, che si verranno a
sovrapporre alle quasi tremila classi di laurea infaustamente già
attivate dalla recente riforma universitaria. Si viene così a
determinare un assurdo organizzativo attraverso un parallelismo che fa
venire meno il collegamento fra una scienza e la didattica ad essa
relativa; parallelismo e superfetazione che vengono riproposti con la
previsione di un'apposita struttura di ateneo per la formazione degli
insegnanti. Queste lauree specialistiche del resto sono caratterizzate
da insussistenza logica e metodologica, in quanto l'apprendimento del
come insegnare non può prescindere dall'adeguata conoscenza della
materia oggetto dell'insegnamento.
Egli propone pertanto un sistema alternativo, che preveda un periodo
di tirocinio successivo alla laurea, organizzato sotto la
responsabilità delle università ma da tenersi presso le strutture
scolastiche. Il valore abilitante della laurea dovrebbe essere
successivo al tirocinio, che dovrebbe a sua volta essere affiancato
dal tutorato o da un master. Si darebbe così fondamento alla
formazione post-universitaria, destinata a rafforzare il rapporto tra
l'università e il mondo produttivo e delle professioni. D'altra
parte, la rilevanza e l'urgenza delle tematiche concernenti la
formazione degli insegnanti non possono sfuggire a nessuno, non
dovendosi dimenticare il livello qualitativo del personale docente che
l'università ha consegnato alla scuola a partire dal biennio
1968-1969.
Anche per le ragioni sopra esplicitate, egli esprime di conseguenza un
giudizio negativo sul provvedimento, ma dichiara altresì il proprio
rammarico per tale contrarietà, in quanto rappresenterebbe un momento
storico quello in cui si realizzasse la convergenza delle forze
politiche non solo sulla constatazione della centralità della scuola
nel sistema Paese, come struttura portante della società civile, ma
anche sull'esigenza di affrontare questi temi senza pregiudizi di
parte, senza tentativi surrettizi di coprire tali pregiudizi, senza
presumere di avere in tasca la verità, ma invece essendo tutti
disponibili a prestare ascolto alle opinioni degli altri. Rivolge
quindi un appello al Governo a riflettere in maniera approfondita
sulle questioni in campo, dando con ciò una prova di forza e non di
debolezza. Il senatore FAVARO ricorda in primo luogo il vasto
dibattito che ha preceduto l'elaborazione del provvedimento
legislativo in esame e che è culminato nell'iniziativa degli Stati
Generali della scuola. Ne è scaturito un testo che è frutto di un
compromesso anche tra le posizioni inizialmente non del tutto
coincidenti all'interno della stessa maggioranza, ma che testimonia
nel contempo come per questo Governo la scuola sia un bene comune e
abbia un ruolo centrale per la crescita della società italiana.
Tuttavia, le anticipazioni e gli annunci che hanno accompagnato
l'elaborazione del disegno di legge hanno nel contempo caricato di
tensione politica l'attuale fase parlamentare, anche in considerazione
del fatto che il provvedimento viene proposto da forze politiche che
hanno avversato l'approvazione della legge n. 30 del 2000. Nonostante
ciò, egli rivela di nutrire la sensazione che certi toni polemici
particolarmente accesi trovino giustificazione più nel ricordo di una
situazione politica contrassegnata da nette contrapposizioni di parte
che nella realtà attuale. Fortunatamente il documento elaborato dalla
commissione guidata dal professor Bertagna e la stessa relazione del
presidente Asciutti sembrano voler attenuare i toni polemici e
sottolineare gli elementi di continuità anche rispetto a
provvedimenti approvati nella precedente legislatura. Questo
atteggiamento potrà risultare più vantaggioso per le esigenze del
mondo scolastico e per la serenità di un dibattito all'interno del
quale la maggioranza non chiede sconti, ma di poter portare avanti un
progetto di scuola che ritiene rispondente alle esigenze di crescita
dei ragazzi e allo sviluppo di una società pluralista avanzata. Fra
l'altro, la riforma che ci si accinge ad approvare si va a inserire in
un contesto ancora mobile, caratterizzato dalle recenti trasformazioni
istituzionali e dal nuovo rapporto fra Stato e regioni, che ancora non
trova soluzioni certe e condivise.
L'oratore si sofferma quindi su alcuni aspetti particolarmente
significativi del progetto governativo, a partire dall'affiancamento
della formazione professionale al sistema dei licei, con la possibilità
di passaggi reciproci fra l'uno e l'altro canale. La pari dignità fra
i due percorsi è peraltro un obiettivo di assoluto valore destinato
però a incontrare numerose resistenze e che proprio per questo va
perseguito con ogni mezzo. Al riguardo, egli propone di sperimentare
un sistema integrato, che faccia coesistere i due canali all'interno
degli stessi istituti.
Affrontando poi la questione dell'alternanza scuola-lavoro, di cui
all'articolo 4 del provvedimento, si domanda se sarà la scuola a fare
da traino all'economia o viceversa. La formulazione della norma in
oggetto lascia intendere che l'iniziativa venga rimessa alle
istituzioni scolastiche, ma gli incentivi previsti per le aziende e
per l'assistenza tutoriale agli studenti in formazione prefigurano il
rischio di una sorta di assistenzialismo in favore delle imprese e in
proposito condivide le riserve già espresse dal senatore Betta.
Successivamente, egli svolge una analitica disamina del nuovo
meccanismo di valutazione, che contempla anche il cosiddetto voto in
condotta e che assume un'importanza particolare in una scuola che
persegue una didattica fondata sulla pari dignità formativa di tutte
le discipline. Le finalità che il provvedimento intende perseguire
sotto questo profilo riguardano la riduzione degli sprechi educativi,
la riconduzione della scuola alla sua funzione sociale e
l'evidenziazione del ruolo degli insegnanti cui la valutazione è
affidata.
Significativa è inoltre la disposizione introdotta dalla lettera l)
del comma 1 dell'articolo 2 relativa ai piani di studio, che dovranno
contenere un nucleo fondamentale attinente alla cultura e all'identità
nazionale e una quota riservata alle regioni concernente gli aspetti
di interesse specifico delle stesse, anche in collegamento con le
realtà locali. Si tratta di una vera svolta del sistema, che
consentirà agli istituti di arricchire l'offerta formativa
all'interno di una visione organica dell'autonomia, superando
l'uniformità dei programmi con percorsi flessibili e personalizzati.
Attraverso la riforma, si mira infatti ad attuare il federalismo
inteso non come mero decentramento, bensì come affermazione di un
sistema scolastico destinato alla collettività e alle singole
persone. Ciò non toglie che dovrà essere adeguatamente approfondito
il profilo delle competenze regionali rapportate all'autonomia
didattica e organizzativa.
In relazione alla formazione degli insegnanti, disciplinata
dall'articolo 5, egli considera una conquista strategica il rilievo
conferito alla formazione iniziale universitaria per tutti i docenti,
così come ritiene una scelta culturale e politica qualificante
l'impegno a sostenere la formazione in servizio, che non può essere
ricondotta esclusivamente a dimensioni accademiche senza tenere conto
della tradizione formativa interna al sistema scolastico. Indi, circa
la possibilità di anticipare la frequenza della scuola materna e di
quella elementare, presume che l'opzione diventerà presto regola, con
implicazioni negative soprattutto per la scuola dell'infanzia. Occorre
del resto riconoscere che questa previsione normativa riflette un
compromesso finalizzato ad anticipare al diciottesimo anno l'uscita
dalla scuola senza intaccare la durata tradizionale dei cicli. E' un
aspetto che suscita dubbi e perplessità, sia perché non sembra che
ci si allinei al resto d'Europa, bensì solo ad alcuni Paesi (come è
emerso anche dalla relazione del Presidente), sia perché appare
inutile conseguire questo anticipo quando poi il vantaggio ottenuto si
disperde nell'elevato numero di anni dedicato mediamente agli studi
universitari.
Un'attenzione particolare egli riserva alla questione dell'alternanza
scuola-lavoro. Il sistema scolastico è ancora infatti orientato
prevalentemente alla continua e indefinita prosecuzione degli studi,
fino al livello universitario, senza tenere conto delle aspettative
dei giovani né delle domande del mondo economico, come se il lavoro
non fosse la risorsa fondamentale nella costruzione dell'identità
personale di ciascun cittadino. Si è dovuta peraltro registrare fino
ad oggi la mancanza di un canale di formazione professionale degno di
questo nome, dal momento che, nonostante la previsione costituzionale
che assegna alle regioni la competenza in questo settore, nulla si è
fatto per sostenere uno strumento così prezioso per lo sviluppo
dell'economia e della cultura locali. Anche la recente riforma della
legge sulla formazione professionale è timida e limitata, oltre che
risentire della mancanza di adeguate risorse.
Da questo punto di vista, persino l'innalzamento dell'obbligo
scolastico risente di una impostazione classista, non riconoscendo
alle giovani generazioni il diritto a percorrere itinerari formativi
diversi e alternativi rispetto a quello scolastico tradizionale e
confermando il difetto cronico del sistema di istruzione nazionale
rappresentato dalla rigidità e uniformità dell'offerta formativa.
Del resto, i giovani meno predisposti allo studio e che si inseriscono
più facilmente nel mondo del lavoro non sono per definizione i meno
dotati o coloro che meno riusciranno nella vita, come dimostra
l'esperienza degli imprenditori del Veneto tradizionalmente
provenienti dai corsi di formazione professionale regionali. Al tempo
stesso, oggi appare anche superata la polemica sull'esigenza di
assicurare una solida cultura di base anche a coloro che scelgono la
formazione professionale; esigenza che ormai nessuno più disconosce.
La valorizzazione del lavoro e perciò della formazione professionale,
infine, contribuisce ad attenuare il grave fenomeno della mortalità
scolastica e al riguardo egli si dissocia dalle conclusioni del
senatore Cortiana circa i pericoli di una scuola troppo attenta al
mondo del lavoro e meno rivolta all'istruzione vera e propria. In una
Repubblica fondata sul lavoro, infatti, non c'è cittadinanza piena, né
integrazione nella società, senza inserimento e realizzazione nel
mondo del lavoro.
In conclusione, egli ritiene che il disegno di legge governativo sia
il primo passo di un processo riformatore che dovrà poi essere
implementato con l'adozione dei provvedimenti attuativi. Fin da ora,
tuttavia, si registrano numerose reazioni critiche, che dimostrano la
sensibilità delle categorie interessate soprattutto quando si
interviene sugli organici. Egli ricorda però come la riduzione della
spesa destinata all'istruzione e la sua riqualificazione rappresentino
una scelta non attribuibile al Governo in carica. I tagli al personale
della scuola erano stati decisi già nel corso della precedente
legislatura, sebbene quegli obiettivi non solo non siano stati
raggiunti, ma si sia ottenuto il risultato opposto a fronte di un
aumento del personale pari al 5,75 per cento.
Gli operatori della scuola, i quali debbono inevitabilmente
partecipare al processo riformatore, sono inoltre allarmati dalle
incertezze relative ai tempi e alle modalità della riforma stessa. In
proposito, l'oratore non si dichiara fiducioso sulla possibilità che
il Parlamento riesca a pronunciarsi in tempo per poter far entrare in
vigore il nuovo sistema sin dal prossimo anno scolastico ed auspica
pertanto una comunicazione tempestiva agli utenti e agli operatori
della scuola in relazione ai tempi che saranno realisticamente
necessari per l'approvazione della riforma e alle scelte riguardanti
gli organici, al fine di assicurare maggiore tranquillità sia
all'ambiente scolastico che al dibattito politico. (16.04.02)
Nel dibattito interviene il senatore BERLINGUER, il quale registra
anzitutto che il blocco della riforma avviata con la legge n. 30 del
2000 ha comportato un brusco arresto di significative innovazioni, fra
cui l'introduzione della lingua straniera nella scuola elementare, il
potenziamento dell'educazione fisica, alcune importanti novità
curricolari in campo matematico e scientifico, l'avvio dell'istruzione
e formazione tecnica superiore, la strutturazione dell'ultimo anno
dell'obbligo scolastico, il consolidamento dell'obbligo formativo a 18
anni, il rafforzamento dei centri di educazione per adulti. Non
condividendo il giudizio del Presidente-relatore Asciutti che,
nell'esposizione introduttiva (di cui invece egli apprezza
significativamente altri profili), aveva criticato la legge n. 30 per
aver livellato le basi culturali tradizionali, ritiene infatti che
l'azione riformatrice del centro-sinistra aveva avuto, nella scorsa
legislatura, proprio nella scuola uno dei campi di maggiore
espressione.
A fronte di tante innovazioni, il blocco voluto dal centro-destra
appare dunque segnato da un improvvido esprit de revanche, che
finisce peraltro per ricadere sulla scuola anziché sui responsabili
dell'innovazione e rende contemporaneamente assai difficile il
necessario approccio bipartisan. Sarebbe stato al contrario
assai più ragionevole operare di cesello, attraverso adeguamenti
anche in itinere, evitando comunque l'attuale paralisi.
E' vero, prosegue l'oratore, che il nuovo Titolo V della Costituzione
imponeva una revisione. E' discutibile tuttavia che il disegno di
legge del Governo contenga effettivamente le norme generali richieste
dal nuovo ordinamento costituzionale, oltre ad ogni considerazione
critica sull'opportunità di dare attuazione a norme costituzionali
attraverso il ricorso ad una delega legislativa. Né il disegno di
legge governativo pare rispondente all'impegno annunciato in campagna
elettorale di un forte coinvolgimento, sociale a maggior ragione
parlamentare, sui contenuti della riforma. Assai più proficuo sarebbe
stato svolgere un lavoro ricognitivo delle norme generali e dei
livelli essenziali già esistenti (autonomia scolastica, innalzamento
dell'obbligo, legge n. 30 e parità scolastica), onde poter
successivamente procedere ad una migliore definizione degli ambiti
oggetto di legislazione esclusiva, di quelli oggetto di legislazione
concorrente e conseguentemente individuare la sfera di potestà
regolamentare, sia statale che regionale. In tal senso, certo non
appare sufficiente l'articolo 6 del disegno di legge n. 1306.
Quanto poi ai contenuti, egli lamenta che la centralità della
continuità curricolare alla base della legge n. 30 (che pure avrebbe
potuto essere più coraggiosa sotto questo profilo), risulti ora del
tutto vanificata nel progetto del Governo. Con riferimento invece alla
scuola secondaria, sollecita una tempestiva discussione sulle
discipline e sui curricoli.
Egli si sofferma poi criticamente su alcuni aspetti specifici della
riforma, quali l'anticipo dell'età scolare a cinque anni e mezzo (che
giudica un compromesso fra opposte corporazioni e con riferimento al
quale invita ad un confronto ragionevole senza cedimenti sul piano
dell'innovazione), i piani di studio, l'attribuzione alle regioni di
competenza curricolare (in merito alla quale evidenzia i rischi di
incostituzionalità nel caso in cui non sia definitivamente approvato
il disegno di legge Bossi sulla devolution).
Lamenta altresì la confusione, operata nel disegno di legge
governativo, fra obbligo formativo e obbligo scolastico, deplorando
che quest'ultimo scompaia in favore del diritto all'istruzione. A
fronte di un processo comune a tutta l'Europa, di estensione della
scolarizzazione di base, appare infatti un vulnus sociale ed
etico, prima ancora che culturale, attenuare la pregnanza dell'obbligo
scolastico.
Né appaiono opportune le modifiche riferite al sistema di
valutazione, atteso che le innovazioni introdotte dal centro-sinistra
in questo campo avevano riportato l'Italia fra i paesi evoluti dopo
una lunghissima assenza.
Dichiarando di non voler entrare nel dettaglio delle questioni legate
ai docenti, egli si sofferma infine sugli aspetti finanziari del
provvedimento, criticando la scelta di rinviare ad un decreto
successivo il piano degli interventi finanziari. Ritiene infatti che
la copertura del provvedimento debba essere assicurata contestualmente
ad esso, pena l'incorrere nella violazione dell'articolo 81 della
Costituzione.
Conclude osservando come l'impresa legislativa cui il Governo chiama
il Parlamento sia profondamente rischiosa, tanto più in una
prospettiva assai incerta dal punto di vista finanziario, e
sostanzialmente determinata da un esprit de revanche i cui
effetti, una volta esaurito il furore iconoclasta, saranno pagati
dalla scuola italiana. Il senatore VALDITARA
prende atto che il Parlamento sia oggi chiamato a scegliere fra il
mantenimento in vigore della legge n. 30, varata dall'ex
maggioranza di centro-sinistra, e l'approvazione della riforma
proposta dal nuovo Governo. Premesso che contrasterebbe con i principi
democratici più elementari negare il diritto alla nuova maggioranza
di centro-destra di riformare la scuola appena riformata, atteso che
ciò era nel programma elettorale su cui ha raccolto il consenso
popolare, egli si interroga quindi sui nodi cruciali dell'ordinamento
scolastico attuale, nel quale rinviene punti di forza (la scuola
elementare, che è considerata fra le migliori d'Europa, e i licei, in
particolare classico e scientifico) e punti di debolezza (la scuola
media, la mancanza di un adeguato canale di istruzione e formazione
professionale, lo scarso rapporto fra scuola e mondo del lavoro,
l'inidoneità dei curricoli tecnico-professionali).
A tali problematiche, non dava tuttavia sufficiente risposta la
riforma Berlinguer. Essa sopprimeva infatti le scuole medie, che
rappresentano invece un passaggio indispensabile per la maturazione
degli alunni, con conseguente elementarizzazione del percorso
corrispondente e grave abbassamento delle basi culturali dei giovani.
Inoltre, essa sconvolgeva ed annullava nella sua identità la scuola
elementare. Lo stesso liceo risultava indebolito con il biennio comune
e dunque caratterizzato da una preparazione livellata verso il basso:
troppe erano infatti le possibilità di passaggio da un modulo
all'altro, secondo esigenze legate più all'orientamento che
all'approfondimento. Ancora, essa non prevedeva alcuna qualificazione
per coloro che avessero deciso di non continuare gli studi, la
formazione era vista come un percorso di serie B e la formazione in
azienda era limitata a brevi stage. Oltre a non approfondire i
collegamenti con l'università, la riforma Berlinguer incideva poi
pesantemente sugli organici, con una perdita di 70-80.000 posti di
lavoro. Infine, l'"onda anomala" avrebbe comportato
l'esigenza di massicci investimenti sull'edilizia scolastica, che la
riforma non prevedeva affatto, pretendendo al contrario di essere a
costo zero.
A tale riforma il centro-destra contrappone ora il progetto presentato
dal ministro Moratti che, sia pure configurato quale delega, appare
assai più dettagliato ed articolato di quanto non fosse la riforma
Berlinguer. Il ricorso alla delega operato dal disegno di legge n.
1306 ha del resto una sola funzione: graduare l'applicazione della
riforma nel tempo, considerato che essa ha costi finanziari rilevanti,
quantificati e previsti. Peraltro egli preannuncia fin d'ora la
presentazione di un ordine del giorno che impegni il Governo a
stanziare, nei prossimi cinque anni, risorse pari a 8-9,5 miliardi di
euro per la scuola italiana.
Egli si sofferma quindi sui punti qualificanti della riforma.
Innanzitutto, sottolinea la distinzione fra elementari e medie,
fortemente voluta da Alleanza Nazionale, che consente di salvaguardare
la tradizione delle elementari sia pure articolate in una forma atta a
rafforzare la preparazione del bambino. Anche la valutazione prevista
al termine della quinta elementare avrà caratteristiche analoghe
all'attuale esame.
Per la prima volta, si individua poi una funzione rivolta al futuro
per la scuola media, che diventa una piattaforma forte verso la scuola
secondaria di secondo livello. Nel rivendicare ad Alleanza Nazionale
questa innovazione rispetto all'impostazione originaria della
Commissione Bertagna, egli dichiara poi che, sotto il profilo dei
programmi, la sua parte politica si attende in particolare il
potenziamento dei contenuti logico-linguistici.
Quanto al doppio canale, egli registra che si tratta del modello che
ha dato migliori risultati all'estero ed era contenuto nel programma
elettorale del centro-destra. Non si tratta in alcun modo di un canale
di serie B, bensì di un pilastro del sistema della produzione, con
riferimento al quale Alleanza Nazionale giudica fondamentale
salvaguardare lo studio di materie culturalmente qualificanti come
italiano, matematica e storia. Egli sottolinea poi che il disegno di
legge non prevede un'istruzione professionale necessariamente
quadriennale: in tal caso, Alleanza Nazionale non avrebbe infatti dato
il suo assenso al provvedimento. Al contrario, l'articolato sancisce
un diritto alla formazione per almeno dodici anni e la possibilità di
accesso all'università per coloro che provengano da corsi di
istruzione professionale "almeno" quadriennali. Si tratta
del resto di un'intuizione di cui lo stesso ex ministro Berlinguer ha
riconosciuto la bontà e che era presente anche nel manifesto
elettorale dell'Ulivo, ancorchè poi non compiutamente realizzato. Nel
sottolinearne poi la rispondenza a logiche culturali conformi alla
visione cristiana, tesa a valorizzare la persona in relazione ai suoi
talenti, egli nega che possa avere effetti discriminatori, stanti le
molteplici possibilità di passaggio dal sistema della formazione a
quello dell'istruzione.
Con particolare riferimento all'alternanza scuola-lavoro, che Alleanza
Nazionale giudica essenziale, osserva che essa dovrà essere applicata
prevalentemente nei licei tecnologici, economici e professionali.
Anche in questo caso, si tratta di un'innovazione già presente nel
programma dell'Ulivo, nonostante ora sia oggetto di serrata critica da
parte della CGIL e della Sinistra in generale, specificatamente per la
previsione di incentivi alle imprese. E' evidente peraltro che
dovranno essere realizzati accordi tra direzioni generali scolastiche
e associazioni imprenditoriali e dovranno essere previste sanzioni per
evitare usi distorti di tale strumento.
Egli rivendica poi ad Alleanza Nazionale la scelta di mantenere
quinquennale la durata dei licei, con un quinto anno destinato a
completare il percorso disciplinare nonché ad approfondire le
conoscenze richieste per l'accesso all'università.
Giudica altresì positivamente le valutazioni biennali, che
rappresentano un passo avanti rispetto al sistema dei debiti infiniti
e possono incentivare la responsabilizzazione degli studenti.
Preannuncia peraltro un ordine del giorno di Alleanza Nazionale che
impegni il Governo a valutare, in sede di verifica triennale della
riforma, gli effetti concreti di questa innovazione.
Soffermandosi indi sull'anticipo scolastico, il senatore Valditara
osserva che esso si configura come una possibilità lasciata alla
discrezione delle famiglie e finalizzata a garantire ai bimbi precoci
di non perdere un anno. Alleanza Nazionale, pur non avendola proposta,
ha dato e mantiene pertanto il suo assenso a questa innovazione che,
come dimostrato del presidente relatore Asciutti nella sua esposizione
introduttiva, è comune del resto a molti paesi europei. Né va
dimenticato che fu proprio il centro-sinistra a proporre inizialmente
un anticipo dell'età scolare. Esso dimostra d'altro canto che la
riforma Moratti non regala nulla alle scuole private, togliendo anzi a
queste ultime il monopolio delle "primine".
La riforma del Governo risolve poi, una volta per tutte, il problema
decisivo del reclutamento degli insegnanti, che potrà essere
maggiormente selettivo, garantirà una formazione più approfondita e
consentirà, grazie al numero programmato, di adeguare la domanda con
l'offerta. Per quanto riguarda il percorso universitario dei docenti,
Alleanza Nazionale ritiene che esso non possa prescindere da una
riforma del 3+2 ed auspica conseguentemente un diverso modulo (4+2).
La sua parte politica considera altresì indispensabile che le scuole
di specializzazione non si caratterizzino per la prevalenza di
contenuti pedagogici ma costituiscano prioritariamente una sede di
approfondimento disciplinare. Ritiene altresì doveroso, prima che il
nuovo sistema vada a regime, procedere ad un'equa sistemazione degli
attuali docenti precari.
Egli sottolinea infine con favore la reintroduzione del voto di
condotta, giudicando fondamentale l'etica dei doveri per la
costruzione di una società equilibrata ed una cittadinanza matura e
responsabile.
Avviandosi alla conclusione, il senatore Valditara valuta il progetto
governativo pienamente compatibile con il nuovo articolo 117 della
Costituzione. Dichiara tuttavia che per Alleanza Nazionale i curricoli
e i programmi sono importanti quanto il federalismo per la Lega e
registra che nel Paese sta crescendo la richiesta di una rinnovata
attenzione per tutta la storia culturale italiana e la nostra identità
nazionale.
Poste a confronto, le riforme Berlinguer e Moratti sono dunque
entrambe legittime ma profondamente diverse l'una dall'altra: la
prima, come del resto la riforma universitaria del 3+2, consegue ad un
impianto ideologico egualitalista e massificatore, volto ad appiattire
i livelli di preparazione dei giovani verso il basso; la seconda è
volta invece a valorizzare la persona, i suoi talenti, le sue
potenzialità. Preannuncia conseguentemente un sostegno convinto e
leale al progetto del Governo. Il senatore
MONTICONE, premesso di intervenire scevro da qualunque condizionamento
legato a schieramenti politici, osserva anzitutto che il progetto del
Governo non offre ragioni convincenti per una delega così ampia,
prevalentemente rivolta ad aspetti organizzativi. Nel sottolineare lo
stretto collegamento fra mutamenti profondi della società civile e
riforme scolastiche, evidenziato del resto anche dal presidente
relatore Asciutti nella sua esposizione introduttiva, deplora che il
disegno di legge n. 1306 non si ponga un orizzonte nuovo, né si cali
in un'idea attuale dell'Italia, nel contesto europeo e mondiale.
La Commissione Bertagna aveva svolto un lavoro apprezzabile sul piano
tecnico, offrendo alcune indicazioni prospettiche interessanti. La
traduzione politica di tali spunti nel disegno di legge n. 1306 non è
tuttavia all'altezza dei fondamenti culturali richiesti, trascurando
totalmente di calarsi nella storia del proprio tempo e di svolgere il
suo ruolo di raccordo con la società.
Al contrario, sarebbe stato necessario uno stretto legame con i più
significativi mutamenti dell'ultimo ventennio: rivoluzione tecnologica
e comunicativa, orizzonte mondialistico dei diritti umani e
globalizzazione.
La riforma del ministro Moratti sembra così approntata dagli adulti
per i ragazzi rispettando la loro originalità, ma sostanzialmente
incapace di storicizzare la formazione della persona in termini di
cittadinanza, secondo i valori della Costituzione italiana e i
fondamenti di quella europea.
Quanto ai contenuti, è senz'altro per il tramite degli insegnanti che
essi saranno veicolati e in tal senso è indubbiamente opportuno
l'impegno per la loro formazione. E' tuttavia altrettanto fondamentale
l'acquisizione sui testi ed in tal senso il progetto del Governo
appare particolarmente carente.
Egli si sofferma indi sui rapporti tra contenuti offerti e soggettività
dell'alunno, interrogandosi su quale parte abbia la sperimentazione
nel progetto governativo. Non ritiene infatti che l'alternanza
scuola-lavoro sia sufficiente, atteso che la soggettività dell'alunno
deve essere correlata – a suo giudizio – con la sperimentazione in
tutto il percorso formativo. Invita poi a riscoprire il senso della
comunità scolastica, nel contesto dell'autonomia, dando fin d'ora un
indirizzo chiaro non delegabile a decreti successivi.
In assenza dei chiarimenti di fondo suesposti, egli individua infine
due punti di maggiore criticità nel progetto avanzato dal ministro
Moratti: anzitutto, l'anticipazione della scelta fra i due canali
formativi a 14 anni (neanche sempre compiuti); in secondo luogo,
l'anticipo dell'età scolare, sia pure in termini di mera possibilità.
Con riferimento al primo aspetto, non ritiene sufficienti le
possibilità di passaggio fra i due percorsi, atteso che la precoce
canalizzazione non rispetta la soggettività dei ragazzi e rischia di
non corrispondere alla loro originalità. Con riferimento al secondo,
ritiene che disparità di crescita possano essere consentite solo in
casi eccezionali e non di norma.
Conclusivamente, pur dichiarandosi non pregiudizialmente contrario
alla riforma proposta dal Governo, esprime un giudizio severamente
critico sul suo impianto culturale e politico. (17.04.02)
Nel dibattito interviene la senatrice ACCIARINI, la quale ricorda
anzitutto come il ministro Moratti, nelle sue dichiarazioni
programmatiche, avesse sottolineato l'assenza di ogni intento
persecutorio nel blocco della legge n. 30, disposto invece dal nuovo
Governo nella prospettiva di coinvolgere tutti gli operatori
interessati. Tale obiettivo appare tuttavia miseramente fallito, come
dimostra anche l'esperienza degli Stati generali dell'istruzione. La
stessa scelta di operare attraverso il ricorso ad una amplissima
delega legislativa, che abroga peraltro una legge quadro
democraticamente votata dal Parlamento, nega l'intento di
coinvolgimento e dimostra al tempo stesso l'arroganza e la debolezza
del nuovo Governo nei confronti delle tematiche della scuola. Lo
stesso Consiglio nazionale della pubblica istruzione ha del resto
espresso un parere fortemente critico sul provvedimento, con una
schiacciante maggioranza di voti.
Con riferimento al piano programmatico di interventi finanziari, cui
è rinviata la realizzazione delle finalità della legge, ella osserva
poi che esso rende aleatorio se non addirittura improbabile il
reperimento delle risorse finanziarie necessarie, in quanto soggetto a
potenziali rimodulazioni ad opera delle leggi finanziarie annuali. Né
appare valido il metodo di calcolo adottato per i costi connessi
all'anticipo dell'età scolare, in quanto essi dovrebbero essere
commisurati all'intero gruppo demografico potenzialmente interessato
dall'innovazione.
La senatrice Acciarini si sofferma poi sul silenzio, giudicato
preoccupante, relativo alle norme sull'obbligo scolastico. A fronte
della disciplina attualmente vigente, assai chiara, il disegno di
legge del Governo prevede infatti una gradualità di applicazione del
diritto-dovere all'istruzione e formazione, rimessa ai decreti
legislativi. Si tratta di un grave abbaglio, che perde di vista il
carattere costituzionale dell'obbligo scolastico e che del tutto
inopinatamente lega la gradualità dell'applicazione al reperimento di
adeguate risorse. La stessa durata variabile del percorso formativo
(dodici anni nel caso dell'istruzione professionale quadriennale, che
scendono tuttavia ad undici nel caso del conseguimento di una
qualifica professionale triennale ma risalgono a tredici nel caso
dell'istruzione liceale quinquennale) appare fortemente discutibile.
Il progetto del Governo restaura inoltre un'antica dicotomia fra chi
prosegue negli studi e chi è costretto ad interromperli per dedicarsi
ad attività di carattere esecutivo, compiendo un vistoso passo
indietro rispetto ad elementi di riforma ordinamentale, realizzati
anche attraverso atti di natura secondaria, che – grazie all'impegno
delle forze democratiche contro la discriminazione sociale ma anche al
senso di responsabilità del mondo industriale – ne avevano nel
tempo significativamente ridotto i margini.
L'opzione precoce fra due canali formativi fortemente distinti fra
loro oscura invece il ruolo integrativo della formazione professionale
rispetto all'istruzione. In tal senso, la scelta del Governo appare
socialmente discriminatoria tanto quanto l'intenzione di rivedere
l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, minando in modo assai
simile le basi del tessuto sociale nazionale.
La stessa articolazione dell'istruzione liceale in due bienni seguiti
da un anno conclusivo, rompendo la tradizionale articolazione di un
biennio seguito da un triennio, sembra confermare che l'anno finale
sia sostanzialmente un anno integrativo per chi proviene dalla
formazione professionale e quindi nient'affatto fondante per la
preparazione agli studi universitari.
Ella sottolinea quindi conclusivamente i gravi effetti di
disarticolazione del sistema di istruzione inevitabilmente conseguenti
al progetto del Governo, dando voce ai timori provenienti dagli
istituti professionali che, ricorda, la legge Berlinguer prevedeva
entrassero a far parte del sistema dei licei. Il
senatore BEVILACQUA nega che la riforma governativa sia stata varata
senza tener conto del contributo della società civile, ricordando che
il relativo dibattito è ormai in corso da oltre sei mesi, durante i
quali il Ministro ha incontrato numerosissimi esponenti dei diversi
settori interessati.
Il disegno di legge n. 1306 arriva del resto in Parlamento
nient'affatto blindato, a differenza della legge Berlinguer alla quale
il Senato non poté apportare alcuna modifica rispetto al testo varato
dalla Camera, subendo così un esproprio delle proprie funzioni assai
maggiore di quello oggi lamentato.
Se i decreti attuativi della legge Berlinguer non sono stati
approntati in tempo, prima della fine della legislatura, ed il
centro-destra – che aveva sempre osteggiato la riforma nel corso
dell'esame parlamentare – ha fatto del loro ritiro uno dei punti
qualificanti del suo programma elettorale, raccogliendo un ampio
consenso popolare, ciò non appare certo contrario ai principi
democratici; non esime peraltro la maggioranza dall'esprimere alcuni
dubbi sul testo.
Anzitutto, egli chiede dunque chiarimenti in ordine alla necessità,
prefigurata nella relazione introduttiva, di vincolare
contrattualmente i docenti alla permanenza nella stessa sede per i
bienni, quale parametro di continuità didattica: teme infatti che
tale scelta possa vincolare i docenti in eterno presso la medesima
sede.
Osserva poi che l'affermazione di un diritto-dovere di istruzione di
dodici anni non pone in discussione la vigenza della legge n. 9 del
1999 sull'obbligo scolastico decennale. Chiede tuttavia precisazioni
sulla sorte di quei ragazzi che non conseguissero una qualifica
nell'arco dei dodici anni.
Quanto all'articolazione del percorso formativo in un canale liceale
ed in un altro dedicato all'istruzione e formazione professionale, si
dichiara d'accordo in linea di principio. Si interroga tuttavia sulla
effettiva flessibilità fra i due canali, soprattutto negli ultimi
anni. Invita pertanto il Governo a valutare la possibilità di
limitare i momenti di passaggio al primo biennio.
Ritiene poi che la durata quadriennale dell'istruzione professionale,
comprimibile peraltro a tre anni ai fini della qualifica, rischi di
confermarne il carattere dequalificato. Suggerisce pertanto
un'articolazione quinquennale, ovvero il suo trasferimento tout
court nel sistema liceale.
Dopo aver convenuto sulle innovazioni relative alla valutazione del
sistema scolastico, egli si sofferma quindi sulla formazione
universitaria degli insegnanti, sottolineandone le difficoltà
applicative. Paventa inoltre che tale aggravio del percorso formativo,
se disgiunto da un significativo riordino dello stato giuridico della
docenza, finisca per disincentivare le giovani generazioni
dall'intraprendere detta professione soprattutto con riferimento alla
scuola materna ed elementare, a fronte di alternative ben più brevi e
remunerative. Si augura comunque che non vengano ripetute esperienze
negative quali i corsi di formazione per gli insegnanti, troppo spesso
gestiti in passato dalle organizzazioni sindacali per finalità
nient'affatto corrispondenti agli obiettivi prefissi.
Nega infine che l'anno finale dell'istruzione liceale sia da
intendersi come anno integrativo, al quale sarebbe egli stesso
contrario. Il senatore TOGNI ritiene che il
compito primario della scuola debba essere la trasmissione dei valori,
culturali, nazionali, familiari. Il disegno di legge del Governo ha
tuttavia palesato una certa confusione e la sostanziale spaccatura
dell'Italia fra due opposte concezioni di riforma scolastica. Esso
testimonia del resto, a suo giudizio, la difficoltà del centro-destra
a misurarsi con un interlocutore di opposizione assai agguerrito e
fornito di ottimi argomenti, conseguenti ad approfondite riflessioni
svolte nel tempo con successo.
La legge n. 30, voluta dall'ex ministro Berlinguer, aveva infatti
senz'altro molti lati positivi, che adesso appare difficile voler
modificare ad ogni costo. Ciò, indipendentemente da raffronti con
altre esperienze europee, non sempre pertinenti, stante la forte
tradizione culturale italiana che a suo avviso deve essere
salvaguardata in quanto tale.
Egli mette quindi in luce alcuni profili critici del progetto Moratti:
la riduzione dell'insegnamento a 25 ore settimanali, con evidente
impoverimento dell'apprendimento dei ragazzi; l'abolizione di alcune
discipline, che non favorisce lo sviluppo globale di tutti i
linguaggi; la distinzione fra istruzione liceale e istruzione e
formazione professionale, cui sarebbe preferibile un quadriennio
unico, seguito da un anno integrativo per l'accesso all'università.
Egli ritiene altresì che il disegno di legge n. 1306 non offra
effettive pari opportunità a tutti gli studenti e si disperda
eccessivamente nella disciplina di dettagli organizzativi perdendo di
vista la sostanza dei contenuti, nonché l'esigenza di assicurare
pluralità, creatività e motivazione così all'insegnamento come
all'apprendimento.
Prende conclusivamente atto delle due visioni programmatiche a
confronto, di cui l'una a suo giudizio più valida contenutisticamente
e l'altra volta unicamente ad escogitare un terreno di modifica, e si
augura che le correzioni che il centro-destra si appresta ad
introdurre nell'ordinamento scolastico vigente non siano così
squassanti da farne vacillare l'impianto. La
senatrice SOLIANI accoglie l'invito al confronto sul presente e il
futuro della scuola italiana cui il Parlamento è chiamato, in un
tempo peraltro a suo giudizio troppo breve.
Ella sottolinea anzitutto i passaggi fondamentali che dovranno
caratterizzare la futura società italiana: coesione nazionale (di cui
il sistema di istruzione rappresenta un pilastro), cittadinanza
attiva, dinamismo e competizione, patto fra istituzioni, società ed
economia affinché l'Italia svolga il suo ruolo nel contesto mondiale.
In tal senso, l'istruzione e la formazione sono l'infrastruttura
decisiva del Paese, nei confronti della quale il progetto del Governo
sembra tuttavia intervenire con aggiustamenti di piccolo cabotaggio
anziché con una iniziativa di ampio respiro. Ciò testimonia, a suo
avviso, il ruolo residuale che la scuola riveste a fini di cambiamento
nell'ottica di centro-destra, sì da non meritare neanche
l'approntamento di adeguati investimenti. Al contrario, ella ritiene
che la riforma scolastica metta in gioco i diritti sociali e civili
dei cittadini.
E' ben vero che la riforma del Titolo V della Costituzione impone un
intervento di adeguamento dell'ordinamento scolastico; il disegno di
legge n. 1306 non si pone tuttavia affatto in quest'ottica, bensì in
quella di sostituire di per sé la legge n. 30. Esso non ridetermina
infatti i ruoli fra Repubblica e sistema di istruzione, così come fra
istituzioni scolastiche, regioni, enti locali e società civile,
evitando di dare risposte precise in assenza di una chiara indicazione
programmatica. Né esso risponde ad una nuova, forte domanda
proveniente dalla società civile e relativa alla costruzione della
cittadinanza. In linea con una visione mercantilistica della società,
esso prevede infatti una rigida separazione fra il canale
dell'istruzione liceale e quello dell'istruzione e formazione
professionale, tralasciando l'impegno a non perdere alcun soggetto nel
percorso formativo.
La senatrice Soliani si sofferma quindi sugli aspetti di maggior
debolezza del provvedimento governativo, in termini di autonomia:
risulta infatti cancellato il curricolo delle istituzioni scolastiche
autonome, inopinatamente sostituito dai piani di studio, così come
viene dimenticato l'obiettivo di un'autonomia del sistema scolastico
dentro il Paese, che dialoghi ma non dipenda da altre strutture.
Ella lamenta poi che il disegno di legge non garantisca in modo
sufficientemente chiaro l'indirizzo di unità nazionale, su valori
condivisi, nella cornice europea, ponendo scarsa attenzione al forte
dibattito culturale in corso sull'argomento presso le istituzioni
scolastiche.
Quanto all'accesso anticipato al percorso formativo, ella giudica
negativamente la conseguente precarizzazione, che mette in difficoltà
le famiglie e si connette a suo giudizio ad un altrettanto precario
accesso al mondo del lavoro. Osserva altresì che esso rischia di
attribuire un ruolo assistenziale alla scuola dell'infanzia.
Dopo essersi soffermata sulla tematica dell'obbligo scolastico,
rammentandone i termini costituzionali e materiali, ella afferma con
decisione che le logiche di mercato non possono rappresentare il perno
della politica scolastica, la quale deve essere invece in stretta
sintonia con la società civile. Contesta al riguardo l'ipotesi
prefigurata dal senatore Valditara di accordi fra direzioni
scolastiche ed imprese per la regolamentazione dell'alternanza
scuola-lavoro, in quanto incuranti della centralità delle istituzioni
scolastiche.
Nel deplorare lo svilimento del ruolo rivestito dall'istruzione nella
costruzione della vita sociale del Paese nell'ottica di centro-destra,
ella critica poi la scelta di anticipare l'opzione fra prosecuzione
degli studi e istruzione e formazione professionale, che contrasta con
l'obiettivo di coniugare il percorso intellettuale e la cultura del
lavoro.
Il disegno di legge del Governo modifica altresì, prosegue la
senatrice Soliani, le relazioni fra docenti e studenti, in una visione
frammentaria del processo formativo.
Del tutto insufficiente appare infine l'approccio per la formazione
dei docenti, cui la società moderna chiede una visione integrata e di
prospettiva. La riforma perde pertanto l'occasione di fare un salto di
qualità su questo piano, corrispondendo ad una crescente domanda di
educazione e formazione, di visione prospettica, di competitività, e
cancella quella visione unitaria che aveva invece caratterizzato la
stagione del centro-sinistra. Il senatore
DELOGU nega che il ricorso alla delega legislativa espropri il
Parlamento del suo ruolo istituzionale, come dimostrato dall'ampio
dibattito in corso. Né peraltro l'opposizione pare sempre rispettare
le decisioni assunte in sede parlamentare, promuovendo contro di esse
scioperi e girotondi.
Quanto ai contenuti del disegno di legge n. 1306, egli ne apprezza
anzitutto la centralità assicurata agli studenti. Né può del resto
ipotizzarsi che la legge costituzionale n. 3 dello scorso anno, di
riforma del Titolo V della Costituzione, possa condurre ad effetti
devastanti quali un diverso valore dei titoli di studio conseguiti
nelle diverse regioni. Correttamente pertanto il progetto governativo
fissa parametri validi su tutto il territorio nazionale, assicurando
ai piani di studio nuclei omogenei.
Si sofferma quindi sulla separazione fra istruzione liceale e
istruzione e formazione professionale, convenendo al riguardo con le
osservazioni del senatore Bevilacqua in ordine alle difficoltà di una
effettiva fluidità fra i due canali. Sollecita pertanto una
riflessione sull'opportunità di assicurare reali possibilità di
passaggio fra un canale e l'altro. La
senatrice MANIERI dichiara di condividere in linea di principio
l'intento di riformare il sistema dell'istruzione del Paese. Nega
tuttavia che il disegno di legge Moratti possa considerarsi il primo
progetto di ampio respiro dopo la riforma Gentile. La stessa
esposizione introduttiva del presidente relatore Asciutti ha del resto
messo in evidenza gli stretti legami storici fra crescita demografica
e istruzione di massa, fra sviluppo economico e ampliamento dei
diritti dei cittadini, fra cui in primo luogo quello all'istruzione.
La prima riforma di sistema dell'Italia repubblicana si ebbe pertanto,
a suo giudizio, nel 1962 allorché il primo Governo di centro-sinistra
varò la scuola media unificata, l'innalzamento dell'obbligo
scolastico a 14 anni e l'abolizione dell'avviamento professionale.
Oltre alla liberalizzazione degli accessi universitari disposta dalla
legge Codignola sull'onda della contestazione studentesca, la seconda
riforma di sistema fu poi quella dell'autonomia varata dal Governo
dell'Ulivo nella scorsa legislatura.
Ciò dimostra inequivocabilmente come l'istruzione rappresenti un
elemento essenziale del processo di modernizzazione e di lotta alla
diseguaglianza sociale.
La politica scolastica italiana è peraltro costellata anche di
fallimenti, dal riordino della scuola secondaria superiore (che
avrebbe dovuto seguire la scuola media unica) alla riforma in senso
autonomistico dello Stato (che avrebbe dovuto seguire l'autonomia
scolastica). Le ragioni del fallimento non risiedono tuttavia in un deficit
di informazione e consultazione, bensì in un eccesso di
contrapposizione ideologica e nell'incapacità di risolvere il nodo
della formazione professionale, oltre che nel peso rivestito dalla
Chiesa cattolica.
Sembrava dunque che, superata l'impostazione gentiliana e tramontata
la cultura tardo-comunista a favore di una scuola unica per tutti, la
società italiana fosse pronta per una riforma ragionevole, non
ideologica, in linea con l'integrazione europea.
Il disegno di legge n. 1306 testimonia invece il contrario e la
senatrice Manieri muove pertanto obiezioni di metodo e di merito nei
suoi confronti, lamentando l'immaturità politica del Governo nel non
prestare ascolto ai movimenti di piazza.
Nel sottolineare l'irresponsabilità del Governo nel non dare
attuazione ad una legge vigente, formalmente non ancora abrogata, ella
ritiene del resto che il progetto governativo, viziato di totalismo
riformatore, contenga già in sé il germe del suo fallimento, anche
per le difficoltà che inevitabilmente incontrerà nel percorso
parlamentare, con particolare riferimento al parere che su di esso
dovrà esprimere la Commissione parlamentare per le questioni
regionali nella composizione integrata prevista dall'articolo 11 della
legge costituzionale n. 3 dello scorso anno.
Quanto ai contenuti del provvedimento, ella critica che la riforma
riapra un dibattito che per anni ha ostacolato qualunque riforma:
quello sulla distinzione tra istruzione liceale e istruzione e
formazione professionale. Al riguardo, il centro-sinistra aveva
raggiunto una larga convergenza nel Paese e fra le forze politiche
consegnando alla scuola la titolarità del diritto all'istruzione fino
al quindicesimo anno di età. Ora invece l'obbligo scolastico
trascolora in un obbligo formativo di durata peraltro variabile
(dodici, undici o tredici anni), che contrasta con il concetto stesso
di obbligo.
Se peraltro si conviene che la formazione professionale sia un sapere
forte e non residuale, come era nella concezione gentiliana, non si può
prescindere dalla constatazione delle differenze territoriali che
caratterizzano il Paese. Occorre dunque che lo Stato si impegni a
garantire un sistema dignitoso ed omogeneo prima di consegnare
l'istruzione e formazione professionale alle regioni.
Conclude confermando le forti perplessità sul provvedimento che, a
suo giudizio, introduce gravi disparità e rischia comunque di essere
fallimentare. (07.05.02) La senatrice
Vittoria FRANCO riconosce che il disegno di legge governativo si
ispira ad alcuni principi condivisibili, con i quali tuttavia si
pongono in contrasto sia alcuni passaggi della medesima proposta
legislativa, sia altre misure adottate dal Governo in relazione al
comparto dell'istruzione; fra quest |